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Archiviazioni mensili: gennaio 2012

E’ raro che mi metta a scrivere di musicisti e di gruppi italiani su questo blog pieno di musica indie-minchia proveniente da tutto il mondo, fuorché l’Italia.
Eppure di band italiane valide, che cantano in inglese e con sound poco nazionali, ce ne sono tante.
Parto col parlarvi di “There’s a Million Better Bands”: un’affermazione da indie snob (scorso anno l’ho ripetuto almeno una decina di volte solo nel parlare dei Vaccines) che è anche il titolo dell’album di debutto della band di Bologna Altre di B.

L’album non è niente di nuovo, ma questo non da intendere come un parere negativo o un copia-incolla di altre band (del resto: there’s a million better bands, no?): indie rock con un retrogusto di -più-pop -che- punk (forse a causa della voce particolare) e un tocco da Altre di B che comprende attitudine-energia-chiamatelacomevipare dei cinque che la si coglie solo live (indi per cui andate a vederli in concerto).
Le influenze riprendono un sound più internazionale, poiché di italiano questi B hanno solo la nazionalità, che vanno da Tokyo Police Club agli Arctic Monkeys (e io ‘sta cosa non me la tolgo dalla testa da quando li ho visti prima dei Pete and The Pirates 2-3anni fa) più sbarazzini e diretti.
Proprio questo essere fluidi sorprende e fa ascoltare questo “There’s a Million Better Bands” in loop e senza far saltare una canzone.
Un album coerente, a tratti pieno di (auto)ironia e con una canzone il cui titolo è “Haruki Murakami” (e, almeno per quanto mi riguarda, l’intero album merita solo per una canzone del genere).

Tracklist

01. Haruki Murakami
02. Milky moustache
03. Pillow fight
04. No present for your birthday
05. Dogs and bald people
06. Thanks for diabete
07. Midsummer
08. Flowers
09. On the hard shoulder
10. Super Mario

La seconda band è quella dei The Puppet Ears, anche loro di Bologna e anche loro sul genere delle Altre di B ma senza synth.
Ancora la band non ha un album, ma vi assicuro che sono molto produttivi e hanno all’attivo un EP omonimo.

Anche in questo caso si presenta un genere poco italiano e molto più indie-rock made in UK: la chitarra del vocalist scivola via velocemente e il sound resta piacevolmente conficcato in testa già al primo ascolto.
Le sonorità di questo trio viaggiano tra l’indie e -più o meno- il garage rock; se poi vi capita di assistere a un loro live vi verranno in mente i primi Franz Ferdinand, The Rakes (…*) e The Fratellis.
Altra band che ama l’ironia, il cazzeggio (a livello di testi, perché i “cazzoni” nel senso letterale del termine sono altri) e quella -nel loro caso- qualità chiamata disinvoltura.

Tracklist

1. The Game
2. Fine Arts
3. This Time of The Year
4. Cappuccino Coffee
5. Vex

(*: mi mancano i the Rakes. E voi non potete nemmeno immaginare quanto). (E mi mancano anche i The Cinematics).

ATTENZIONE!: dopo tanto mi metto a sparlare di una band. Anche se va contro le mie credenze da indieminchia (diamo una possibilità, o anche due-tre, a una nuova band), questa volta la delusione ha avuto la meglio.
E altra cosa: prima degli S.C.U.M ho avuto l’occasione di vedere i The Horrors (Rock en Seine).

Venerdì sera ho assistito al concerto di una delle band più in voga negli ultimi mesi, almeno per quanto riguarda il genere Post-Punk Revival e Art Rock: i giovanissimi S.C.U.M che presentano sul palco del Covo il loro (bellissimo) esordio “Again Into Eyes”.

Di questa band hanno parlato in tanti, sempre in maniera molto positiva come se fossero l’innovazione in carne e ossa, ma, come dico sempre, è live che bisogna testare la validità e la grandezza di una band.
Gli S.C.U.M sono capitanati da Thomas Cohen, frontman che sul palco ricorda, e non poco, Faris Badwan dei The Horrors.
Sfortunatamente il live non mi entusiasma granché, sonorità a parte che riescono sempre e comunque ad attirare la mia attenzione forse proprio perché uno dei generi che più adoro: sono la copia più giovane della band di Faris; la voce del frontman inizialmente non si sente e, quando finalmente le questioni tecniche si risolvono, arriva un Brian Molko con un palo ficcato chissà dove (immaginate) che canta; addirittura anche Huw Webb si muove come il fratello (Spider Webb).

Quello che più infastidisce della band, oltre alla voce che si spera possa migliorare con l’esperienza, è il loro atteggiamento sul palco; cioè: sono davvero una seconda versione di altre band del genere (sound ripetuti e giochi di luce copiati che creano le atmosfere evocative tipiche di questo revival) e questo può far pensare a una ben poca immaginazione e creatività.
Gli S.C.U.M non sono da escludere completamente come live band, poiché si possono prendere in riferimento le sonorità, nonostante siano ben lontane dall’innovazione e vengano ripetute più volte nel corso dello show, molto cupe, sognanti e in grado di coinvolgere i presenti; inoltre si nota l’energia della batterista, l’unica che improvvisa leggermente di più rispetto agli altri componenti, e l’espressività del gruppo che mostra -almeno- qualche piccola emozione.
Potete amare la bellezza del frontman e potete giustificarli con la loro voglia di eseguire un genere che non sempre “suona bene” in certi locali, oppure con un ” ma sono giovani e hanno bisogno di esperienza”: questi ragazzi devono trovare una propria strada da seguire e suonare live il più possibile, o si può affermare con sicurezza che sono solo la solita band revival da studio.

Foto

The end of all things. Lo so: è un album del 2011. Lo so: gli indie snob tendono a lasciarsi indietro il 2011 e catalogare ormai solo album del 2012.
Sono in ritardo di qualche mese, ma dato che in pochi ne hanno parlato mi sembra giusto scrivere di quest’album e di questo progetto, Tropic of Cancer, creato da un duo che su lastfm si descrive così: Camella Lobo & John Mendez, a.k.a. Silent Servant. Solo i due protagonisti, niente indizi sulle influenze e sul genere trattato: quello che conta davvero è ascoltare.

Un album -quasi- tutto incentrato sull’aspetto strumentale, nonostante la presenza vocale improvvisa e piuttosto inquietante.
The end of all things, ovvero un titolo che non promette niente di buono e niente di allegro (musicalmente parlando): i Tropic of Cancer, infatti, si dedicano a un genere cupo, innovativo, new\dark wave (à la Cold Cave) mescolata a shoegaze.
Le sonorità dell’album sono molto suggestive e creano una sorta di nebbia dalla quale si cerca, inutilmente, di fuggire; queste atmosfere cupe sono perfettamente accompagnate dal turbamento interiore dei due protagonisti che esprimono un certo disagio nei confronti della vita e una poca fiducia nei confronti del mondo circostante.

Awake

“Awake”, la penultima traccia, è la canzone della rinascita e quella che esprime più “voglia di vivere”, ma non illudetevi: proprio all’ultimo, con “Chrome Vox”, si ricade nell’oblio.
“The end of all things” non è un album, ma un vero e proprio incantesimo che cattura e affascina chi lo ascolta.

Tracklist:

01 – The Dull Age
02 – Victims
03 – Be Brave
04 – L.O.V.E. Feelings
05 – Distorted Horizon
06 – Awake
07 – Chrome Vox

attesa[at-té-sa] s.f.
1 Lasso di tempo che intercorre tra il preannuncio di un evento e il suo verificarsi: a. di una notizia; stato d’animo di chi aspetta: a. penosa || sala d’a., sala d’aspetto

Il primo post del 2012 è strettamente collegato proprio a quest’attesa, ovvero un aspetto contrastante della vita che può essere stupendo \ orribile a seconda della situazione.
Sarà stato questo periodo interminabile, l’amore nei confronti di questa band, o semplicemente perché non vedevo l’ora di scrivere qualcosa su questo nuovo album: “Given to the Wild” dei raggazzoni di Brighton The Maccabees.

Orlando Weeks, Felix e Hugo White, Rupert Jarvis e Sam Doyle sono giunti a una maturazione più o meno completa, passando prima per una indie-rock à la Libertines e riprendendo, poi, gli Arcade Fire, realizzando questa nuova uscita discografica Given to the Wild.
Il primo ascolto mi ha lasciata un po’ “così”, in termini da nerd potrei usare il “meh”, soffermandomi solo sulla bellissima traccia numero quattro “Ayla”.
Dopo più ascolti l’album cresce, ma i The Maccabees dovranno comunque fare i conti coi vecchi fan che sicuramente non potevano immaginare un cambiamento così marcato nella musica della band.
Tra le influenze principali, a parte qualche piccolo aspetto elettro e una intro molto à la Sigur Ros, ci sono: Coldplay, soprattutto alla voce e in alcuni sound molto pop; gli Editors, a tratti alla batteria e in certe note regalateci dai fratelli White; gli Snow Patrol.
Una crescita a livello di sonorità, malinconiche e molto riflessive, che tendono essere meno complesse, più dirette e fatte apposta per un pubblico molto più ampio.
Non l’album dell’anno e nemmeno la perfezione assoluta, ma i The Maccabees con questo “Given to the Wild” mostrano una profonda crescita, e non solo musicale…

Tracklist

1. Given to the Wild (Intro)
2. Child
3. Feel to Follow
4. Ayla
5. Glimmer
6. Forever I’ve Known
7. Heave
8. Pelican
9. Went Away
10. Go
11. Unknow
12. Slowly One
13. Grew up at Midnight

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