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Dopo la pausa di riflessione mi sono decisa ad aggiornare questo blog e, in parte, lo devo a questo progetto solista di Shawn Rosenblatt, in arte Netherfriends, che unisce le sue due grandi passioni nell’album di debutto “Middle America”: musica e viaggi.

Shawn, infatti, attraversa gli Stati Uniti e ce li trasmette grazie alla sua musica incantatrice che, inevitabilmente, ci permette di viaggiare con la mente.
“Middle America” delinea in maniera dettagliata il paesaggio e i luoghi attraverso i quali è passato quest’artista solista che, attraverso note di lo-fi, di indie pop e dettagli folcloristici, li esalta andando ben oltre a un semplice diario di viaggio: la musica di Netherfriends, insomma, esprime ciò che una parola scritta non riesce.
Arrangiamenti chiaramente pop che vengono mescolati a qualche sonorità lo-fi, dream e piccoli riferimenti “elettro” che ricordano le canzoni più delicate di Crystal Fighters e Trophy Wife.
Un progetto preparato nei minimi dettagli che brilla per innovazione e, allo stesso tempo, per chiarezza e semplicità.

Tracklist

01 – St Louis, MO
02 – Bloomington, IN
03 – Columbus, OH
04 – Kalamazoo, MI
05 – Des Moines, IA
06 – Madison, WI
07 – Chicago, IL
08 – Rapid City, SD
09 – Omaha, NE
10 – Minneapolis, MN
11 – Fargo, ND
12 – Lawrence, KS

Vi avevo già parlato dei “bolognesi”, o meglio studenti fuori sede del DAMS, The Puppet Ears.
E sono ancora qui a parlarvene perché (finalmente) è uscito il loro primo singolo, con relativo video, che si chiama “The Game”.
Sono pronte le vostre orecchie a giocare coi Puppet Ears? Bene, ecco a voi il video di “The Game”:

“**Il gioco è la guerra degli sguardi che si scatena tra i corpi e gli spiriti di due individui liberi. Il gioco è la seduzione sleale, è una battaglia dove c’è sempre un vincitore e un perdente, una caccia selvaggia dove la preda viene bersagliata con poche possibilità di salvezza. Il gioco è divertimento, è agonismo, è uno stile di vita.
Il gioco è pazzia, è festa, è delirio, è una band che suona in un party, è un pubblico che beve e si diverte, è gente che non si conosce ma si ritrova a ballare in una festa privata in un appartamento del quale non si sa nemmeno chi sia il proprietario. Il gioco è overdrive, è valvolare, è un crash fuori di testa, è una plettrata disinvolta, è rock.

Nel testo di “The Game” il protagonista provoca, in maniera disinvolta, la preda rintracciata, spiegando che non c’è nessun senso nell’opporre resistenza, perchè anche se lei non si è ancora resa conto, è inevitabilmente già parte del gioco, dal quale probabilmente non uscirà da vincente… ma il gioco non è solo questo, è una costante che ci circonda, da un semplice incrocio di sguardi per strada a una pazza e frenetica festa con una rock band. Non si può non fare parte del gioco, perchè “even if you’re not aware… I know you will play my game…” .**

Ringraziamo veramente tutti, è stato un bel party pomeridiano. Un Ringraziamento speciale va alla proprietaria dell’appartamento,la signorina Sara Belluomini, a tutte le COMPARSE e a tutto lo STAFF di Emkey – Switch.”

The Puppet Ears sono una band Indie Rock di Bologna, formata dal vocalist e chitarrista Alter Sad, dal bassista Fabio Fruci e dal batterista Emilio Pugliese. Il progetto nasce nel 2011 dall’incontro fra Emilio e Alter, due studenti del Dams, ognuno proveniente da esperienze musicali molto diverse. A loro si unì successivamente Fabio per completare il trio. Il loro sound è molto influenzato dal garage rock ma gradualmente hanno incluso nel loro stile una varietà di generi che va dall’alternative rock – all’indie rock. Tutta questa espressività la troviamo nel loro primo Ep del 2011 che segna l’inizio della loro collaborazione artistica. Attualmente i Puppet Ears stanno lavorando al loro primo Album completo, che uscirà presto.

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(Risposta: l’ho lasciato nei cessi dell’Arterìa, zio boia).
Per un po’ di tempo non aggiornerò il blog: non lo chiudo, ma stacco un po’ dato che la testa è ai party, tra gli amici e affondata in qualche bicchiere – di troppo- di vino (rigorosamente rosso, fermo e da “botta in testa). Oppure la testa pensa ad altro: non volevo scrivere “chiuso per lutto” poiché è deprimente, e dopo aver pianto per 2 ore dietro-fila ed essermi rincoglionita (trip mentale incluso con stelline fluo) con 25 gocce di antidepressivo (spero non scaduto) anche basta eh (mi sono rotta le palle e ho un mal di testa che nemmeno le sbronze).
Sono sempre più convinta che l’unico dio in cui credere sia Ian Curtis, o Damon Albarn perché è un puro genio.
Un’altra persona a me cara, probabilmente la persona alla quale tenevo di più in famiglia, se ne va: via così, lasciando dentro di me un bellissimo ricordo e quella frase che va ben oltre a un semplice “ti voglio bene”.
Almeno quello.
Comunque lui aveva 91 anni, e diceva di averne 75 (tutti gli credevano ovviamente), amava la vita e ha fatto tante di quelle corna alla mia povera nonna che manco uno come Liam Gallagher: probabilmente avrà avuto qualche figlio sparso per il mondo (dato che negli anni ’40 fu mandato in Egitto da quel “cornuto di Mussolini”, come lui amava chiamarlo).
E lo voglio ricordare un po’ così, anche ironicamente, perché come offendeva lui La Russa, nessuno: “Guarda! C’è satana in tv”. Oppure, riferendosi a qualche politico di Lega Nord \ PDL e di destra: “ma ancora non lo hanno ucciso?” di Bossi, “quella faccia da porco” di Borghezio e quel “mafioso cornuto” di Berlusconi (il “cornuto” per lui era un intercalare).
Insomma: non solo una rockstar che aveva ventimila fidanzate, ma anche una persona estremamente colta, sempre elegante e con penna stilografica e fazzoletto ben piegato nel taschino della giacca.
Grazie nonno, e grazie a coloro che alle 3.40 di questa mattina mi hanno risollevata.

You're gonna live forever

Dopo il buon esordio di “Friends For Now”, uscito quasi un anno fa, ritornano gli Young Prisms col nuovo album “In Between” e con una nuova formazione che vede la sostituzione alla voce di Jason Hendardy con Ashley Thomas.

La band si forma nel 2009 a San Francisco e risente la forte influenza di band shoegaze come My Bloody Valentine aggiungendoci il gusto tipicamente lo-fi\surf\dreampop di matrice americana: la band con questa nuova uscita mantiene una certa coerenza e realizza un album inferiore al primo, ma pur sempre affascinante e coinvolgente quanto basta.
A volte esaltate da una chitarra e da tastiere più cupe e sovrastanti alle voci e in altre occasioni più delicate e poste in secondo piano proprio nei confronti dei vocalist, le sonorità subiscono una continua variazione a seconda delle tracce proposte.

Floating In Blue

“In Between” è un album che racchiude quelle sfumature Dream Pop sognanti, suggestive e delicate che esaltano la giovinezza e la spensieratezza.
Dieci tracce in cui si fluttua e ci si perde grazie alle voci che riempiono echi e alle sonorità “nebbiose” tipiche del genere.

Tracklist

01 – Floating in Blue
02 – Dead Flowers
03 – Gone
04 – Four Hours (Away)
05 – Runner
06 – Midnight’s When
07 – Outside
08 – Better Days
09 – To Touch You
10 – Sunshine
11 – Wedding Bells

Rot Gut, Domestic è la quinta uscita discografica della band di Indianopolis, guidata dal carismatico Richard Edwards, Margot & The Nuclear So and So’s.

La carriera di questi (al momento) otto ragazzi inizia nel 2005 con l’esordio “The Dust of Retreat”, ma,nonostante altri tre album a seguire, la band non riesce a raggiungere e a colpire il pubblico europeo: quindi eccomi qui a parlarvi di questo nuovo album alquanto esplosivo.
Inizialmente la band si era indirizzata verso un genere ben differente da questa nuova uscita discografica, poiché molto più legata al chamber pop e a una strumentazione più orchestrale; ma, nel corso degli anni, qualcosa è cambiato e la band ha deciso di indirizzarsi verso un genere più energico e ricco di dettagli noise e indie rock.
Richard e compagni con “Rot Gut, Domestic” raggiungono il loro obiettivo, creando quest’album che mescola generi e stati d’animo: è presente ancora qualche minuscolo riferimento al loro vecchio genere in cui la voce del frontman si mostra più tranquilla e delicata, ma comunque sempre molto intensa; vi sono riferimenti alla classica indie rock coinvolgente, con qualche dettaglio à la Pavement; ci sono tracce più nervose riferite a stati d’ansia e di agitazione.

Prozac Rock

Un album vivo e di piacevole ascolto.

Tracklist:

1. Disease Tobacco Free
2. Books About Trains
3. Shannon
4. Prozac Rock
5. A Journalist Falls In Love With Death Row Inmate #16
6. Frank Left
7. Fisher Of Men
8. Arvydas Sabonis
9. Coonskin Cap
10. Ludlow Junk Hustle
11. The Devil
12. Christ

Gaz Coombes, ovvero l’uomo con i basettoni più belli degli anni ’90, ritorna sulle scene da solista con il suo nuovo album “Here comes the bombs”, in uscita il prossimo 21 maggio.

Scordatevi di Gaz come frontman dei Supergrass, quindi scordatevi proprio le sonorità e gli arrangiamenti della band di Oxford in questo nuovo lavoro discografico (forse qualcosina in “Simulator”…).
Con “Here comes the bombs” questo grande artista mostra di voler esplorare nuovi territori, analizzando e passando per più generi in sole undici tracce: dal pop al rock, dallo stile cantautoriale all’elettronica.

Sub-Divider

E’ un album veloce, poiché dura meno di 40 minuti, ma davvero efficace e marcato da tonalità ricche e variopinte: da canzoni che potrebbero far parte di un film (“Daydream on a Street Corner”, “Universal Cinema”) si passa a tracce più introspettive e personali (“Sleeping Giant”, “White Noise”), poi ad altre più energiche, danzerecce, sperimentali (“Fanfare”) e alcune in stile classic rock.
“Here comes the bombs” rivela la personalità colta ed esplosiva di Gaz che propone un album open minded, intenso e ricercato.

Tracklist
01 – Bombs
02 – Hot Fruit
03 – Whore
04 – Sub Divider
05 – Universal Cinema
06 – Simulator
07 – White Noise
08 – Fanfare
09 – Break The Silence
10 – Daydream On A Street Corner
11 – Sleeping Giant

E la dolce e sognante chillwave colpisce ancora, sfornando artisti e progetti a ripetizione (più o meno validi), senza mai fermarsi.
Ecco un altro progetto carino che, per l’ennesima volta, cattura grazie alle dolci melodie incantatrici e quella voce così delicata e sognante: Little Chords.

“Afterlife” è il titolo dell’album “d’esordio” di questo ragazzo di nome Jamison, meglio conosciuto nell’ambiente dream-pop e chillwave come Teen Daze.
Già dal titolo dell’album si può capire l’intento dell’artista: catturare e trascinare l’ascoltatore in un altro mondo, così surreale, fantastico e armonioso.
Questa nuova uscita discografica, che potete ascoltare in streaming su bandcamp (qui), non si allontana da ciò che l’artista propone sotto il nome Teen Daze: voce vaporosa; synth e tastiere che creano melodie gradevoli; drum machine ripetitiva, ma leggera e in secondo piano; chitarre che sembrano essere sfiorate dal vento.
Un progetto molto vicino ad artisti come Chad Valley, Korallreven e Active Child.

little chords

Un album che potrebbe essere la “brutta copia” di ciò che sarà il debutto di Teen Daze, ma intanto resta una prova piuttosto gradevole e di facile ascolto.

Tracklist:

1. Firsts
2. New Town
3. Always Never
4. Saturday
5. Afterlife
6. Clearbrook
7. When Love Ends
8. For You
9. Remember
10. Listen

Se vi piacciono le atmosfere shoegaze, quelle del dream pop e quelle evocate da una voce femminile che mentre canta crea quel fantastico effetto “sussurro”, i Drowner fanno proprio per voi.
Questa nuova realtà viene dal Texas ed è formata da Anna Bouchard (vocalist), Darren Emanuel e Sean Evans (chitarre) e Mike Brewer al basso.

Questo nuovo progetto, che ha dato vita all’album omonimo, è ricco di influenze: dai The Cure ai The Pains of Being Pure at Heart, da Zola Jesus a qualche nota più vicina ai My Bloody Valentine; inoltre non mancano quelle note magiche e quasi ambient tipiche del genere.
Le prime otto tracce che si ritrovano in “Drowner” sono sognanti e profonde, ma anche nettamente contrastanti, leggermente cupe ed esaltate da una dolce malinconia; i due brani che concludono questo nuovo album (“Chime”, “Never Go Away”), invece, sono due remix che tendono ad allontanarsi dal genere proposto dalla band.

Drowner

Schitarrate, melodie new wave e una voce brillante e sublime entrano in collisione tra loro regalandoci così armonie surreali che caratterizzano questo bellissimo esordio chiamato “Drowner”, ovvero un album in cui la sensazione dello sprofondare è davvero un’emozione irresistibile.

Tracklist

01 – Point Dume
02 – Never Go Away
03 – Chime
04 – Wildflowers
05 – Written
06 – Tiny Ship
07 – Here
08 – This
09 – Chime (Apples to Earth Remix)
10 – Never Go Away (Nikki Gunz Remix)

Oggi vi parlerò di una band che seguo da un po’ di tempo, grazie ai vari progetti paralleli e grazie a un EP estivo e solare (One Hundred Suns) uscito un po’ di tempo fa: da Oxford, tanto per cambiare, i Jonquil con il loro nuovo “Point of Go”.

I Jonquil sono una band formata da quattro elementi (prima c’erano anche i loro amichetti Trophy Wife nel gruppo) e questo nuovo lavoro, una specie di altro esordio, è il loro terzo album all’attivo.
Nei Jonquil, inoltre (a questi musicisti non gli basta dedicarsi solo ed unicamente ad un unico progetto), potrete – forse- riconoscere la voce di Hugo Manuel, in arte Chad Valley, che si dedica alla dolce elettro-chillwave: c’è qualche piccolo riferimento al progetto del frontman, ma non in maniera eccessiva.

Jonquil

“Point of Go” è un album multiforme poiché la band non propone solamente sonorità più estive e molto pop, ma anche spunti elettro ballabili ed armonie più fantasiose, grazie alla presenza di qualche strumento a fiato.
Le undici canzoni proposte possono sembrare dei piccoli racconti, o delle filastrocche, che catturano e rallegrano chi ascolta, anche se l’album non mantiene questa costante: si nota la presenza di tracce più pensate e riflessive, ma pur sempre accompagnate da brevi accordi che privilegiano la serenità.
Niente di così complicato, o esageratamente innovativo, ma “Point of Go” è un vero e proprio inizio (mi sa che il titolo non è messo a caso) e, quindi, basta semplicemente ascoltare e lasciarsi trasportare dalla fresca e allegra musica dei Jonquil verso la primavera.

Tracklist

01 – Swells
02 – Getaway
03 – It’s My Part
04 – Point Of Go (Part 1)
05 – Point Of Go (Part 2)
06 – Run
07 – This Innocent
08 – Real Cold
09 – Mexico
10 – History Of Headaches
11 – Psammead

Mi capita spesso di ascoltare un album di una band in base alla copertina e, ovviamente, ogni tanto mi capita bella musica e altre volte mi pento di averlo fatto (coi libri ho smesso più o meno un anno fa).
Questa volta però, ascoltando il nuovo “Melt” degli Young Magic, credo proprio di aver fatto la scelta giusta.

Young Magic è il nome di un progetto artistico che nasce grazie all’intervento di tre forti personalità: Isaac Emmanuel, Melati Malay, Michael Italia.
Il collettivo artistico realizza nove tracce che non vengono a costituire un “album”, poiché sarebbe meglio parlare di un vero e proprio trip mentale in grado di scombussolare i sensi dell’ascoltatore.

Young Magic

Oltre alla musica suggestiva del collettivo di Brooklin, si percepisce l’esistenza di qualcosa di superiore comprendente altre forme artistiche quali arti visive, poesia e una serie di racconti fantastici.
Il genere proposto dalla “band” vaga tra una dolce, ma allo stesso tempo molto coinvolgente, armonia psichedelica, electro, note chillwave rilassanti e piccole tracce di soul.
Nonostante la presenza di una forte creatività e passione degli Young Magic in questi brani, si possono individuare alcune influenze principali: Animal Collective, Passion Pit, Neon Indian e Washed Out.

Sparkly

Gli Young Magic presentano così questo “Melt”, attraverso nove tracce sublimi nate dal mix intenso tra sonorità, arte e sensi.

Tracklist

01 – Sparkly
02 – Slip Time
03 – You With Air
04 – Yalam
05 – Jam Karet
06 – Night In The Ocean
07 – Watch For Our Lights
08 – The Dancer
09 – Cavalry
10 – Sanctuary
11 – Drawing Down The Moon

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