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delirio notturno

…Davvero ci ho messo tre ore e mezza per scrivere due righe su questa nuova uscita discografica: peggio di un parto, ma finalmente è arrivato L’ALBUM.
Perché “L’ALBUM” e non “l’album”? Ci sono due risposte al quesito:
1. Questa nuova uscita discografica non è la solita “robetta indie”, scusatemi cari gruppi-minchia, e i creatori di queste dieci tracce sono degli artisti mostruosi e davvero talentuosi;
2. Ci ho messo TRE ORE E MEZZA a scrivere questo post perché mi sono bloccata davanti alla schermata di wordpress “Add New Post” e non sapevo da dove iniziare.

Aspettavo da mesi quest’effetto, quasi surreale, dato dalla musica e ora eccolo qui:

Nine Types of Light, la quinta uscita discografica dei Tv on The Radio.
La band di Brooklyn torna sulle scene con quest’album, geniale e maturo, che cresce con gli ascolti e -non vorrei esagerare ma- che mi sembra meglio di “Dear Science” (addirittura? Forse sono solo le prime impressioni dopo l’ascolto in loop di questi giorni).
Il sound di questo nuovo album è molto più caldo e passionale, rispetto alle opere precedenti della band, e si fonde perfettamente coi testi, meno ansiosi e più legati all’amore e al desiderio: “solo” l’intensità, quasi pastosa, dell’arrangiamento fa sciogliere chi sta ascoltando.

I Tv on The Radio sono cambiati da “Dear Science”, infatti sono cresciuti ancora di più e mostrano un interesse imparagonabile e continuo nel ricercare e sperimentare nuove sonorità: è impressionante come una band simile riesca ad amalgamare una serie di generi, di melodie e di atmosfere così differenti tra loro in meno di quarantacinque minuti.

La band propone dieci tracce intrise di melodie Pop, Rock, Hip Hop e – qualche piccola ombra di – Elettronica che si uniscono perfettamente a una voce profonda molto vicina al Soul.
Forse è un po’ presto per dirlo, ma questo”Nine Types of Light” è uno dei migliori album dell’anno (e non vedo l’ora di sentire come “suona live”).

Tracklist

1. “Second Song”
2. “Keep Your Heart”
3. “You”
4. “No Future Shock”
5. “Killer Crane”
6. “Will Do”
7. “New Cannonball Blues”
8. “Repetition”
9. “Forgotten”
10. “Caffeinated Consciousness”

EPICO. Se andate a cercare questa parola sul dizionario trovate come sinonimo cinque facce di musicisti chiamati FOALS accompagnati dalla parola “concerto”. Il sinonimo di EPICO, dunque, è FOALS IN CONCERTO.

A Edimburgo mi stavo pisciando addosso dalla paura e dall’ansia.
A Bruxelles, prima che iniziassero i Foals, ho detto a Chicca: ” Oh cazzo, ora sbocco l’anima in faccia al nano e lo faccio diventare biondo… Oddio che cazzo di scena orribile! Biondo?? Meglio di no”.
Prima fila, nessuna transenna (roba che se ti spingono finisci in braccio ai musicisti) e davanti a noi c’è l’asta del microfono di Yannis Philippakis (roba che se gli prende male, ti uccide).
Non ho idea di che ora sia, ho l’ansia, un macigno sullo stomaco e poi finalmente si spengono le luci.

Invisible sono un trio di Londra il cui genere è impossibile da descrivere perché in mezzo alla loro musica ci sono tanti e troppi spunti per definire la corrente della quale fanno parte.

Sicuramente sono uno dei gruppi spalla più bravi che abbia mai visto, nonostante la voce dell’omone-frontman sia troppo sottile e resti bassa per tutto il concerto.
Dal punto di vista strumentale sono mo.., scusate SONO MOSTRUOSI e lo scrivo così per rendere al meglio l’idea.

Il genere vaga dal post-rock, per tutta l’importanza che danno alla parte strumentale, al jazz, ebbene si ha pure quest’influenza, al grunge e all’indie-rock più comune con qualche piccolo riferimento all’elettronica.
SONO DAVVERO BRAVI. Punto.

Il pubblico è tranquillo, fin troppo, e il locale, grande quanto le due sale del Covo, è pieno di gente. C’è il sold out.
Sul palco salgono i cinque di Oxford e l’ansia si triplica. Partono con Blue Blood e la scaletta sarà uguale a quella di Edimburgo, scartando Two Trees.
Non mi sognerei mai di fare due concerti con la stessa scaletta, ma sono i Foals e, come per i Franz Ferdinand, questi hanno una grandissima qualità in più che viene a mancare a molte grandi e spettacolari band come Arcade Fire: l’improvvisazione.
Oltre all’improvvisazione, c’è anche la sorellina chiamata imprevedibilità: non si sa cosa voglia fare la band sul palco.
Il pubblico è fermo, un bel po’ moscio… che bello non siamo in Italia: senza transenne, appiccicata ad un palco e proprio ai piedi di quel disgraziato che vorrebbe ballare come Michael Jackson, schizofrenico, che non sta un attimo fermo e ha una spugna di mare sulla testa che gli fa da capelli.

La solita mina vagante, ma questa volta leggermente più calmo perché invece di buttarsi dagli amplificatori si arrampica, scende da una scalinata al lato dove ci sono backliner\tecnici e infine ricompare all’improvviso in mezzo al pubblico, accompagnato bene da quell’altro che si sposta e danzereccia in continuazione, Walter al basso.
A Jimmy parte un pedale dalla chitarra forse montato male e a un certo punto, non sapendo cosa fare, inizia a ballare: avrei voluto filmarlo.

I Foals iniziano a improvvisare, molto più di Edimburgo, e hanno la stessa carica di un mese fa: un loro concerto non potrà mai essere uguale a quello del giorno dopo e nonostante un tour interminabile riescono a mantenersi in forma, almeno sul palco perché all’aftershow… Poveracci, non ce la facevano più.
Rispetto a Edimburgo, la voce di Yannis è migliorata e molto più profonda (grazie al rum che si è scolato?), ma l’uomo al basso… Walter è UN BASSISTA DELLA MADONNA.

Bassista e batterista solitamente vanno insieme e Jack Bevan alla batteria è uno dei più bravi batteristi che abbia mai visto live. Con due braccina così scatena il putiferio.

I Foals sono davvero tutti troppo bravi: Edwin alle tastiere crea quelle melodie schizofreniche che farebbero ballare chiunque, peccato che il pubblico di Bruxelles non fosse ben predisposto per il ballo o i saltelli.

Il delirio e, finalmente, le prime spinte iniziano a farsi sentire solo sulla penultima canzone “Hummer”, in cui noi del pubblico ci preoccupiamo di canticchiare quel “Shine like million” che mancano i back-vocalist e la sottoscritta lancia il telefono a terra per poter ballare come un’idiota (alla fine il telefono me lo riconsegnerà un ragazzo gentilissimo… Dato che lo avevo perso), e ovviamente su quella traccia meravigliosa che è “Two Steps Twice”, la classicona che chiude il concerto e che in questo caso fa impazzire-partire di testa-arrivederciegrazie.
Electric Bloom, però, è la canzone “da paura” sia per l’improvvisazione, sia per il fatto che SpongYannis prima inizia a spaccare le bacchette su un tamburo (ora capisco le 2000£ spese per le drumsticks), poi si arrampica e infine me lo ritrovo di fianco, dopo essersi buttato tra la gente cercando di passare da qualche parte (dove sono io è un po’ impossibile dato che ci sono gli amplificatori e in mezzo l’asta del tuo microfono, vedi tu!). E’ incazzatissimo Yannis e su questa canzone vuole esplodere, sia a livello vocale che corporeo: impressionante come sempre.
L’altra canzone della madonna che colpisce e avvolge tutti i presenti è Spanish Sahara, eseguita alla PERFEZIONE, ancora una volta, e cantata a un volume improponibile dalla sottoscritta che lascia un polmone ai piedi di Yannis.
I Foals si sono mostrati, ancora una volta, la miglior band del 2010. Sono incredibili e non hanno bisogno di uno spettacolo premeditato e uguale ad ogni singolo concerto per coinvolgere il pubblico: a loro basta salire su un palco e improvvisare, o buttarsi… In tutti i sensi.

A fine concerto li si aspetta fuori, con altre due ragazze del Belgio conosciute al concerto, per scambiarci due chiacchiere e a farci dire dove sarà l’aftershow con dj set di quell’altro pazzo-geniale uomo di nome Dan (colui che ha dato vita ai Caribou), Edwin e Dave, voce Invisible.
Yannis esce e parlando di Grecia, cibo, Italia, italiani in Grecia e roba simile, ci dice poi che l’unica parola che conosce in italiano è “vaffanculo”: davvero?? Non me lo sarei mai aspettata. L’uomo spugna non riesce nemmeno a dire “grazie” ma solo “grazi” e “grazia”, solo dopo le lezioni della sottoscritta e al terzo tentativo riuscirà a dirmi un “grazie”.
La parola dopo che mi viene in mente, grazie al gin bevuto alla goccia, è l’intercalare bolognese che esprime meraviglia ma è di una certa volgarità: “socc’mel”. Dopo averglielo ripetuto due volte, lo ripete alla perfezione includendo l’accento inglese ben marcato.
Bravo Yannis, ora ne sai tre di parole.
Dopo le minchiate sparate da questo ragazzino di 24 anni, in realtà ne mostra dieci in più ma va beh, si arriva alle cose serie: io e Simo siamo a Bruxelles. Siamo andate per i Foals prima a Edimburgo e ora a Bruxelles, dall’Italia. I Foals in Italia ci tornano?
Yannis ci dice che certi posti è meglio saltarli e che l’Italia è un buon posto per le vacanze (= no grazie, l’esperienza del 2008 è stata una merda e vengo lì giusto per passare le vacanze).
Dopo questo gli dico che fa bene e che non ci sono problemi: tanto li seguo all’estero!

L’aftershow è un devasto: io, Simo, Martina e Lidjia arriviamo a questo Magasin4, un locale più piccolo dell’estragon, ma meglio organizzato, dove a mettere su buona musica ci sono Caribou, Edwin e infine Dave.
Un’ondata di pura elettronica fuori di testa invade il locale, in cui la birra costa meno di due euro e non sà di marcio come quella del covo, e tra il dj set di Edwin e quello di Dave finiamo sul palco grazie a colui che prima ci ha fatto entrare al Botanique per il concerto e poi in questo Magasin4.
Conosciamo batterista degli Invisible, un vero e proprio gentleman e amante del Chianti, che ci fa conoscere un backliner dei Foals: con questi tre finiamo tutte sul palco del dj set e balliamo\beviamo\scrocchiamo birra.
Un tizio della security, che parla in francese e IO NON CI CAPISCO NIENTE, anche perché in corpo ci avevo litri di alcool, ci invita ad andarcene dopo un quarto d’ora: a un certo punto un nano con la spugna in testa mi guarda e urla “No no, stay here” seguito da “Sorry but he has no power” e seguito da “Security man is a dickhead”. Yannis è UN MITO.
Dopo pochi minuti, però, si rientra di nuovo sul palco del dj set, grazie a un dj del posto che dice al “dickhead” che è tutto apposto e che siamo con loro = edwin-yannis-dave-johnny e compagnia.
Si balla, si beve e si scroccano litri di birra di nuovo.
Finisce il dj set di Dave, strepitosa “Spanish Sahara” remixata, e si torna giù dal palco.
I Foals, musicisti, se ne vanno ma restiamo sempre in ottima compagnia con Invisible e i due che lavorano con i foals: si parla di musica, dell’alcool, della situazione di merda che c’è in Italia (conoscono bene lo scandalo “bunga bunga” e il fatto che il nostro presidente di ‘sta ceppa stia distruggendo l’Italia), dei concerti in zona e delle tre parole in italiano in questione: “grazie”, “cazzomerda” (che gli ho tradotto come una sottospecie di holycrap) e il solito intercalare. Le lezioni di italiano funzionano bene e bastano solo due tentativi per sentire queste parole con un bellissimo accento inglese (contate che in corpo avevo litri e litri di alcool e niente sangue).
Tornando al discorso “concerti in Italia”, il batterista degli Invisible, che sostituisce “l’originale”, ci dice che verranno a Bologna presto (a quanto pare sono stata piuttosto convincente parlandogli dell’ottimo vino rosso che c’è), mentre qualcun altro ci ripete che al momento i Foals in Italia non ci vengono perché vendono poco e sono sconosciuti…
Scoppio a ridere perché gli Invisible sono i veri sconosciuti in Italia, ma anche in questo caso si ripete il concetto “Nessun problema, vi seguiamo volentieri per l’Europa”.
Tra ragazzi più provoloni, che ci provano alla fine anche in maniera spudorata e senza un briciolo di buon senso bruciato dall’alcool, e altri più timidi e veramente gentlemen si torna ubriache marce in hotel dal quale ne usciremo un’ora dopo, alle 6, per andare a prendere un aereo.

Com’è Bruxelles?
Ma che ne so e chi l’ha vista poi. Quello che so per certo è che l’evento di sabato sera è stato un qualcosa di EPICO.

Premessa: ancora non mi sono ripresa dal concerto dei Foals. No. Questo perché la band del Philippakis è PERFETTA live. Credo che nessun altro gruppo mi abbia fatto sentire certe cose durante un concerto. Ho già capito che non potrò mai scrivere una recensione “oggettiva” su questa band, un po’ come per i Franz Ferdinand o gli Interpol. Tragedia. Un’altra band tra le fisse assurde.
Questo per dire che sono ancora abbastanza rincoglionita dal concerto dei Foals e che forse non ce la farò a scrivere qualcosa di sensato sulla band che ho visto al Covo qualche ora fa.

..Eh?
No ok. Dopo aver visto questa foto CHE HO FATTO IO credo di riuscire a scrivere qualcosa di decente e sensato sulla band di Glasgow guidata proprio dal ragazzotto nella foto, Scott Rinning.
Ad aprire ai The Cinematics ci pensano i Joy Cut, la band italiana che inaugurò l’I-day Festival lo scorso settembre.
La band italiana propone un Indie Rock particolare con spunti sperimentali e devo ammettere che è cresciuta tanto rispetto a qualche mese fa, quando gli unici ad applaudirli erano genitori o fidanzate. Da migliorare resta la voce che in alcune canzoni, non tutte eh, non rende per niente.
Comunque sia è un gruppo che vale e che si spera migliori ancora nel tempo, dato che di band italiane emergenti\giovani decenti in circolazione ce ne sono davvero poche.

Passiamo alla band di Glasgow, questi The Cinematics, che su album riprendono troppo in riferimento l’ondata del Post-Punk revival e dichiarano in continuazione il loro amore infinito e profondo per i Joy Division.
Non è un caso se ho messo in grassetto quel “su album”, questo perché la loro musica tradotta in live è tutta un’altra cosa.
La band di Glasgow quando si ritrova su un palco mostra un’attitudine completamente diversa e più che ricordare la band di Ian Curtis, ricorda invece quella di un certo Alan Donohoe (Rakes) o quella dei loro vicini di casa Franz Ferdinand.
Le canzoni dei Cinematics durante il live sono piuttosto spensierate e danzerecce, per questo bisogna anche apprezzare e ringraziare il buon carisma e l’energia del frontman che cattura l’attenzione del pubblico bolognese grazie a balletti, mossettine varie e una buona dose di affetto nei confronti della città (anche noi ti vogliamo bene Scott).
Con poca tecnica e canzoncine semplici e carine, pezzi nuovi compresi, la band scozzese riesce a conquistare e a farsi amare dal proprio pubblico, un buon pubblico a differenza di altri.
Una band che deve essere vissuta e che merita tanto live e meno su album.

Due secondi prima che iniziasse “Blue Blood” ho urlato, e meno male che erano tutti scozzesi gli altri intorno, a Chicca proprio il “Ora mi piscio addosso”.
In realtà non avevo proprio quello stimolo eh, ero solo troppo emozionata. Forse troppo emozionata da farmi venire un attacco d’asma improvviso, e meno male che avevo il ventolin.

Il 30 ottobre sono arrivata qui proprio con Simo:

Questa nella foto è Edimburgo, una città meravigliosa con gente meravigliosa e un freddo impossibile da affrontare.
Risate a non finire, freddo gelido al quale mi sono adattata alla perfezione, pioggia devastante e ballerine ai piedi, arti distrutti, cazzate sparate al secondo: tutto questo fa parte dei 4 giorni nella città scozzese passati con la mia compagna di viaggio, Simo.

Motivo del viaggio solo uno, solo una band: Foals.
“Chi cazzo sono i Foals?” Nel nostro paese non sono conosciuti come all’estero, ma questi hanno tirato fuori l’album più bello del 2010, si girano mezza Europa tra novembre e dicembre, senza venire in Italia, e la loro musica ha fatto ciò che hanno fatto tanti amici in questo periodo per me (=sollevarmi\\sopportarmi\\supportarmi).

Il giorno del concerto è un delirio dietro l’altro. A parte che noi italiani ci presentiamo davanti al luogo dell’evento ore e ore prima, mentre gli scozzesi\inglesi no: le prime persone per il concerto dei Foals al HMV Picture House arrivano 5\10 minuti prima dell’apertura porte e la fila è PERFETTA, senza coglioni che passano davanti, spingono o via dicendo.
Ci sono tre ragazzi italiani in Erasmus che ci danno delle pazze solo perché “il motivo principale del viaggio è il concerto dei Foals”: non saranno gli unici.
Si entra in maniera ordinata e tranquilla nel locale, parecchio largo ma non grandissimo, che verrà riempito completamente prima dell’esibizione dei Toro Y Moi.
Ad aprire le danze ci pensano i PetMoon, band dell’ex puledro Andrew Mears, arrivata al loro quinto concerto.

Il trio di Oxford presenta un Math Rock piuttosto particolare, con ottimi arrangiamenti e una discreta presenza scenica: questi tre ragazzi se la cavano piuttosto bene per essere agli inizi!
Andrew Mears ha una voce singolare che varia da canzone a canzone, a tratti piace tanto ma in altre occasioni un po’ meno, e che si mostra essere un buon frontman.
Dopo tre canzoni dei Kings of Leon, che segnano il passaggio da una band all’altra, sul palco del locale scozzese arriva un altro trio, quello dei Toro Y Moi.

Questa band sperimentale-elettro è davvero molto valida, capace e capitanata da un altro frontman giovanissimo alla voce\synth.
La band crea atmosfere sognanti e poco danzerecce che catturano, e tanto, l’attenzione di chi sta ascoltando: sono veramente bravi, la voce è molto semplice e pulita e le sonorità sono molto suggestive.
Finiscono loro e io inizio a preoccuparmi seriamente.
Prima una sottospecie di attacco di panico che mi fa mancare il respiro, ma per fortuna ho la mia droga che mi aiuta, e poi la frase-titolo del post in questione.
Sto male, di testa, e l’unico posto in grado di gestirmi in quel momento è un manicomio.
Luci basse, fumo maledetto e i magnifici cinque che salgono sul palco. Io e Simo siamo sotto al nano greco, che detta così…

Iniziano con l’intensa Blue Blood e mi sento morire dentro. Sono paralizzata, non riesco a fare niente e solo a metà canzone inizio a cantare.
A un certo punto mi accorgo di essere osservata dall’alto, molto in alto dato che quell’uomo è un vatusso, dal bassista dei Foals, Walter, che mi fissa peggio di un maniaco.
Inizia “Olympic Airways” e la sottoscritta si sblocca: inizio a muovermi e a cantare, insieme a pochi altri dato che l’ambiente al lato sinistro del palco è tranquillo, e noto ancora che quel gigantone mi\ci fissa.
A un certo punto mi sveglio e mi rendo conto di quanto siano bravi Yannis, Jack, Walter, Jimmy e Edwin.
Continua il concerto e ho i brividi seguiti da pelle d’oca perché non realizzo e non posso credere a ciò che stanno facendo questi cinque di Oxford sul palco.
Il loro genere è fuori dal normale: c’è tantissima improvvisazione e tanta tecnica nella loro musica, si potrebbe parlare di progressive rock à la foals ovvero con netti riferimenti all’elettronica ed effetti piuttosto suggestivi.
La presenza scenica è allucinante: anche se ci fosse uno solo di loro su questo palco, riuscirebbe a tenere tra le mani l’intero pubblico della location.
Yannis è un pazzo schizofrenico con una voce MOSTRUOSA e con un corpo pieno di rabbia pronto ad esplodere… Ed esplode alla perfezione dopo Total Life Forever: corre in giro per il locale, fa le scale e arriva sulle balconate, dove vorrebbe buttarsi giù per nuotare tra il pubblico ma la sicurezza lo blocca dato che il posto dal quale vorrebbe buttarsi è troppo in alto; torna giù velocemente per le scale, scivolando e dando una culata a terra (lui già è basso, se poi cade non lo si vede più), ma poi si rialza e torna sul palco per terminare lo sfogo di rabbia (Two Steps Twice). Su Electric Bloom sale sugli amplificatori, non sa come scendere, e poi spicca il volo rischiando di rompersi ginocchia\caviglie; rischia, poi, di ammazzare più volte Jimmy, alla chitarra, col microfono; poi balla, si scatena, salta, urla, picchia su un tamburo come se vorrebbe spaccarlo, strimpella, vorrebbe lanciare qualsiasi cosa per aria, vorrebbe uccidere qualcuno.
Un frontman che va oltre all’essere frontman. E’ geniale. E’ un pazzo.
Vogliamo parlare di Walter al basso? E’ un mostro e segue quell’altro ragazzotto rossiccio che picchia e pesta come se avesse Satana (Dave Grohl) in circolazione nelle sue vene: sicuramente è uno dei migliori batteristi del momento.
Edwin alle tastiere, intanto, crea quelle melodie psichedeliche che farebbero ballare pure un sasso e Jimmy mostra grande tecnica alla chitarra, si muove tanto e rischia la morte più volte.
Spanish Sahara è la canzone del 2010, intensa e un crescendo di emozioni: si urla e,allo stesso tempo, vedo gente che si asciuga le lacrime e poga (Sì, nel mezzo si poga ma non è come il massacro in Italia).
Prima di Two Steps Twice, che chiude il concerto, arriva una delle due canzoni inaspettate, ovvero Hummer (l’altra è What Remains che mi fa paralizzare di nuovo): Hummer è meravigliosa, ma quei grandissimi pirla dei back-vocalist si sono dimenticati del “shine like million”.
Il concerto dei Foals si rivela un’esplosione, a livello vocale-strumentale e corporeo, intensa caratterizzata da armonie e ritmi a tratti leggeri e, altri, molto coinvolgenti e ricchi di emozioni tutte diverse, urlate a pieni polmoni da quel FRONTMAN che fa PAURA tanto che è bravo.
L’età media è di 26 anni: trovare un gruppo che a ventisei anni fa concerti con un’energia del genere è davvero raro.
Live, quasti puledri selvaggi, sono una band superlativa e con un carisma unico, ai livelli di altri gruppi che fanno musica e concerti da anni e anni.
Band da rivedere e che fa venire la pelle d’oca.
Mi verrebbe quasi da dire che su album i Foals fanno veramente schifo rispetto al live: se non avete visto i Foals in concerto, non potete capire.

Setlist
1.Blue Blood
2.Olympic Airways
3.Total Life Forever
4.Cassius
5.Balloons
6.Miami
7.After Glow
8.2 Trees
9.What Remains
10.Spanish Sahara
11.Red Socks Pugie
12.Electric Bloom
Encore:
13.The French Open
14.Heavy Water \ Hummer
15.Two Steps, Twice

Ieri sera, finalmente, ho avuto l’occasione di vedere una delle due band che aspettavo da un po’: i Mystery Jets (l’altra non la nomino nemmeno dato che ci pensa tumblr).
La band si presenta dopo la buona esibizione degli italiani Matinée, solo per il nome meritano di essere ascoltati, che sono cresciuti tanto dall’ultima volta che li ho visti, ovvero prima dei Paddingtons un anno e mezzo fa e sempre al Covo.
Matinée che scherzano tra di loro sul palco, fanno divertire e con una musica semplice ed orecchiabile riescono ad intrattenere il pubblico di Bologna: bravi.
Passiamo ai Mystery Jets che si presentano una ventina di minuti dopo la band italiana.

Nonostante il cantante-frontman, amato alla follia da tutte, o quasi, le ragazze presenti al concerto (no ma ho sentito della roba tipo: “non parlavo di quello, ma di quello figo”; “Oddio quanto è figo quello” e simili. Tutto nella norma, più o meno. Io ritengo figo Alex Kapranos o Julian Casablancas, ecco…).
…Comunque: nonostante Blaine Harrison fosse costretto a suonare seduto, dato il suo problema (http://www.bbc.co.uk/ouch/interviews/13-questions-blaine-harrison.shtml), il concerto dei Mystery Jets è mostruoso, almeno a livello indie-rock con influenze anni ’80 danzerecce molto orecchiabili.
Insomma, hanno dimostrato di essere una delle migliori band del genere in circolazione… Punto. E’ così e basta.
Sono un’ottima band live e hanno un’ottima presenza scenica: il giovane frontman non riuscirà a muoversi, ma con grande forza d’animo e con l’aiuto di bassista e chitarrista, la band riesce a tenere caldo il pubblico.

I Mystery Jets passano a pieni voti e ora tocca ai… Mi fermo, perché prima di loro, forse, tocca ai Blank Dogs.
Il dj set con Rhys Jones, cantante dei Good Shoes, è quasi un flop: rispetto al Kapranos, lui riesce decentemente a fare il lavoro da dj e mette su roba bella (inutile dire che quando gli ho chiesto gli innominabili, non in senso dispregiativo eh, aveva gli occhi a cuore): Libertines, Strokes, Cribs, innominabili, Interpol, Hot Chip, Smiths, Vampire Weekend e altra roba che non ricordo.
Nessuno ballava però: che cazzo voleva il pubblico, Lady Batta? Bah.
Nonostante tutto, e questo ci sta, è stata una bella serata. Pogo, o quello che era, su “Fuck Forever” dei Babyshambles compreso.

Sia chiara una cosa: questa è la “recensione” (buahauahuuhauhauha, bazinga!) cazzona del concerto, quella più seria (oddio, mi faccio paura da sola) per il blog goldmine è in fase di costruzione.

Io lo sapevo e, inoltre, NON si può andare contro la parola di un SIGNORE di nome Steven Patrick Morrissey.
Nonostante avessi un’ansia incredibile, la stessa che mi venne solo ad un altro concerto, quello degli Interpol a Ferrara, sapevo che i Courteeners non mi avrebbero delusa.
Si arriva alle 15 a Madonna dell’ Albero, dove sta il Bronson, con Meme e Dimi, giusto per cazzeggiare un po’ e iniziare a scaricare l’ansia con qualche litro di birra, non è che alle 15 posso scolarmi vodka\gin “lemon”.
Si arriva e 3 componenti su 4, manca Liam ovviamente, sono nel bar di fianco al Bronson per fare aperitivo: inizialmente la paura ad avvicinarmi è non alta, di più.
Intanto, mentre prendo la prima birra di una lunga serie al bar, incontro un ragazzo inglese disperato che vuole un toast e vorrebbe dire alla proprietaria se il toast si può tostare: quando bevo un pochetto capisco meglio l’inglese e lo so parlare in maniera più decente, quindi capisco quello che il ragazzo vorrebbe dire alla proprietaria e riesce a conquistare il suo toast.
Scoprirò dopo che ‘sto ragazzino è il tizio del merchandise.
Birra numero due e voglia di avvicinarmi ai 3 componenti della band su 4 è alta, ma so di essere una rompicoglioni pesante e quindi evito di avvicinarmi: solo dopo la terza birra riuscirò a parlare con Daniel (chitarra), non era al tavolo con gli amichetti in quell’istante, che ci guiderà, noi poveri tre disperati, verso il tavolo dove ci sono gli altri, Michael (batteria) e Mark (basso).
“Please, join us!”.
Mark proprio questo doveva dire.
Beh insomma: questi Courteeners, dalle 16.30 alle 18.40, più che dei musicisti mi sono sembrati dei compagni di corso del DAMS: “Studi?” “Sì, musica a Bologna. Una sottospecie di Performing Arts ma indietro anni luce dato che siamo in Italia” “Pure io studio Musica (a Manchester), a che anno sei?” “Secondo”.
Intanto aperitiviggiamo con loro che ci lasciano alle 18.40 per il soundcheck.
No. Questi qui non fanno parte di una band, sono amici di università.
Ok basta.
Il resto sono partite a ping pong e altra birra, fino alle 21.45 quando aprono il bronson e non c’è NESSUNO.
Mi avvicino al merchandise e: “Oh my god! You’re the girl who has helped me this afternoon!”. Per il tizio del merchandise sono la ragazza del toast.
I Courteeners inizieranno a suonare alle 23, ma del concerto non dico nulla dato che devo scrivere poi per radionation, e finiranno un’ora e un quarto dopo.
Quello che succede dopo si chiama delirio e le TANTE figure di merda sono frutto dei litri di birra bevuti in un certo periodo di tempo.
Un ragazzo si avvicina e chiede se restiamo in zona per un set acustico. Non capisco nulla e gli caccio prima un “No, sorry”..poi “What?!?!?! Fuck! Yeah!”.
Si vede un ragazzo alto, con pantaloni super aderenti, Brandon Flowers se vedesse Liam Fray con pantaloni aderenti si sentirebbe a disagio, e con chitarra acustica: “You’re Peter Doherty…with this hat…but with a better voice”. Liam inizia a suonicchiare allegramente, e con tanta vodka lemon per il corpo.

Mai gli avessi chiesto di suonare “Bide your time”.
A un certo punto di questa, il caro Liam, che del Gallagher non ha niente se non il taglio di capelli, non si ricorda tanto la canzone, si avvicina e mi chiede di continuare. Inizio con una parola…e poi. Il vuoto. Mi richiederà di nuovo un qualcosa della canzone e questa volta ce la faccio. Mai lo avessi fatto: si avvicina di più e mi schiaffa un bacio sulla guancia. “Tere sei bordeaux”. E’ l’alcool. Sono felice del fatto che questo cantante fosse Liam Fray e non Adam Green, essere che si limona qualsiasi cosa abbia un paio di tette.
Il resto è un set acustico meraviglioso nel “camerino” stracolmo di alcool e cibo con loro: la band offre da bere ai presenti e niente.

Fino all’1.40 Liam e compagni suonano qualcosa ai “pochimabuoni” presenti, poi tutti vengono sbattuti fuori dalla security: tra foto, deliri, ricordi, scambio di e-mail e una cosa del tipo “No, non venire ai festival. Ci rivedremo tra settembre\ottobre qui in Italia”.
Mark è affidabile, è il meno sbronzo e quindi aspetto ottobre per rivederli.
Liam è un ottimo frontman e posso dire una cosa? Ha riempito di baci, sulla guancia non pensate male, la sottoscritta, ha continuato poi con una battutina molto provola, seguita da un dolcissimo -tranquilla-sto scherzando-grazie per essere venuta-.
La sottoscritta in quel momento pensava fosse in compagnia di Damon Albarn, nel senso che ora si è aggiunto un altro personaggio da adorare.
Lo ripeto: questi qui sono amici che incontri in università, ma sfortunatamente studio a Bologna e non a Manchester, per ora.

Io NON sono in fissa con i Foals, proprio no.
No va beh: li ho ascoltati tanto in quest’ultimo periodo e non smetto ora di ascoltarli.

Coooooooomunque.
Nonostante non scriva sul blog da un bel pezzo, credo che l’ultimo articolo riguardi quel famoso dj set al Covo con Mr. Kapranos, devo dire che di musica ne è passata nelle mie orecchie.

Ho ascoltato il nuovo album dei We Are Scientists, gruppo di quell’uomo così bello, logorroico, e con capelli grigi che lo rendono così bello (il vegetariano più sexy del 2009): Keith Murray.
Rispetto all’album precedente, “Barbara” è decisamente più rock e meno pop, a tratti una fusione tra i due, ma almeno si ha una sorta di ritorno alle origini.
Brain thurst mastery era un album pop, molto moscio e a tratti piuttosto noioso; i We Are Scientists, con l’aiuto di Andy Burrows, ex batterista dei Razorlight (band che odio), sono ritornati più energici e coinvolgenti che mai.
Barbara dunque è un buon album: certe tracce sono più riflessive e più lente, mentre altre hanno la bella venatura indie-rock e sono molto più spensierate.

Un bell’album, sempre genere indie-rock e parecchio “danzereccio”, nonostante qualche particolare più cupo, è sicuramente “Sacrifice” dei Teenagersintokyo.
I Teenagersintokyo sono australiani che vivono a Londra, e musicalmente quest’ultimo particolare è piuttosto evidente.
Il loro è un album parecchio energico, molto semplice e abbastanza coinvolgente.

Ultimi, ma non ultimi: Wintersleep.
Sono canadesi e a tratti la voce del cantante mi ricorda, e non poco, Mr. Paul Banks: ora non voglio paragonare il cantante dei Wintersleep a Paolo Banks, di cui sono abbastanza innamorata, però qualcosina si sente.
Di certo, il loro album “New Inheritor” è ben lontano da un album degli Interpol, non a caso sono più allegri, meno tenebrosi e, in un certo senso, affascinanti.

Basta direi.
Domani vado a vedere una band che aspetto da febbraio circa e…niente…sembra che debba andare a un concerto di chissàchi, quando invece sono “solo” i Courteeners: vedremo se Sir. S.P. Morrissey ha ragione a considerarli suoi eredi (beh solo il nome del cantante, Liam, promette bene…).
Basta.

1.Un’apocalisse legata al contrasto passato\futuro, ma soprattutto interiore.
2.Total Life Forever o la seconda uscita discografca dei Foals in perfetta condivisione\armonia col proprio pubblico.
Rabbia, paure, amori incerti o mai iniziati, problemi famigliari, altre esperienze del passato che creano delle barriere e che entrano in collisione con quelle di un futuro che si prospetta orribile e così vuoto, oppure pronto a svuotare i cuori di chi, intanto, ascolta e si perde in queste undici tracce che lanciano messaggi precisi e piuttosto pungenti.
Si sentono i Talking Heads, si sentono i Radiohead e si sente tantissima improvvisazione che fa pensare, in parte, a ciò che era il progressive. Ci saranno tante influenze, la più oscena con l’album solista di Kele dei Bloc Party (eh?!), ma questo total life forever è personale ed è, ci tengo a ripeterlo, sia dei foals e sia di chi sente quest’album.
E’ un album molto più difficile, emblematico e profondo del precedente: i Foals non sono più quei ballerini del primo album, ‘Antidotes’, sono cresciuti e sono più incazzati e depressi di prima, ma cercano di comunicare qualcosa alla massa, qualcosa in più, con la musica di TLF.
Il contrasto tra passato e futuro, nei quali risiedono le esperienze di vita, mette in luce tanti problemi ed è onnipresente dalla prima all’ultima traccia, o quasi, e “ciò che è stato” occorre lasciarlo alle spalle per evitare che ci condizioni la vita: Blue Blood (un ritorno a quando si era bambini e il ricordo del passato), o Miami (posto lontano e un amore incerto “would you be there for me?”), ancora Spanish Sahara (barriere che non hanno mai concesso un rapporto vero) o anche What Remains (le ossa e il passato, ecco cosa rimane) ne sono un chiaro esempio. Il futuro, invece, è visto come una landa desolata, vuota, incerta e senza speranza (the future rust and then the future dust\\ Look what’s happened to you).
Spanish Sahara è la canzone del 2010, seguita a ruota da Black Gold: è un crescendo di rabbia che viene vomitata fuori solo quando si vede Yannis che versa la lacrimuccia alla fine nel video: è un vero e proprio macigno sullo stomaco.

I Foals, nonostante tutte le tematiche piuttosto tristi, ci dicono di scappare via per ricercare un luogo sicuro, un luogo in cui non c’è tutto questo vuoto (Drive through the forest and into the night, away from the city\ away from the light); se non vogliamo parlare di uno spazio fisico si potrebbe parlare piuttosto di un sentimento, ovvero quel “Western Feeling” che ci rassicura e ci fa stare bene presente in “This Orient” (You’ve reached it\ you’ve found your grace).
Tutte queste canzoni, che sono un continuo scappare dal passato-futuro e da esperienze piuttosto traumatiche, indicano un’unica via di uscita e di salvezza: il presente, o il momento di massima autenticità che deve essere vissuto appieno fregandosene di ciò che è stato e sarà; ecco cosa potrebbe essere quel “western feeling” di This Orient.

Tutte le canzoni sono legate tra di loro e i Foals ci raccontano una storia: inizialmente è deprimente e che punta all’autodistruzione, ma che poi si interrompe di colpo con This Orient per dire “guardate che c’è qualcosa che può salvarci, ma continuate ad ascoltare”.
E si continua ad ascoltare: ancora contrasti, i fantasmi o le “bones” del passato che continuano a seguirci, ancora fino alla fine e all’ossessione (What Remains).
“This Orient” sembra spaccare l’album in due, verso atmosfere e melodie più serene, ma i foals ci ingannano e, subito dopo, si ricade nell’oblio viaggiando tra l’intensa e pesante “After Glow” e la tristissima “Two Trees”.

La voce è migliorata rispetto al precedente “Antidotes”, ha un ruolo centrale e si adatta alla perfezione a ogni emozione trasmessa dalle canzoni; le linee di basso sono decisamente più “à la punk”, dato che sono parecchio profonde e sono affilate come i coltelli della Miracle Blade; si percepiscono, più o meno in quasi tutte le tracce e in punti piuttosto suggestivi, due chitarre che esplodono in perfetta sintonia con la voce: l’arrangiamento, dunque, è perfetto poiché ogni testo viene accompagnato in maniera adeguata sia dal vocalist Yannis Philippakis che dagli strumenti che creano melodie differenti, intense e a tratti “in crescendo”.
Come per “Antidotes” non mancano le melodie psichedeliche, create da Edwin alle tastiere, che fanno muovere e allo stesso tempo rilassare (“This Orient” e l’intro di “Alabaster”).

Emozioni contrastanti e forti che catturano l’attenzione di chi lo ascolta: non si può essere indifferenti davanti a un album del genere, poiché una reazione, positiva o negativa che sia, c’è.

Tutte esperienze di vita, decisamente negative e deprimenti, racchiuse in uno degli album più belli di quest’anno.

Ma tutta questa cosa su total life forever, tutta questa descrizione serve davvero? In un certo senso serve a far aprire gli occhi, magari a renderci consapevoli di qualcosa che sappiamo già…. Ma quel Top of the world\ Bottom of the ocean, citato in Black Gold, basta e avanza per descrivere al meglio l’intensità e la profondità di questo album.
Sublime, personale, cupo e geniale.

Nell’ultimo post consigliavo l’album dei The Automatic ( http://www.last.fm/music/The+Automatic ) e non quello di Babybird.
L’album della prima band in questione è indie-rock, ovviamente, però elevate quel rock alla seconda: diciamo che non è il solito genere con i due accordi in croce e stop. C’è qualcosa in più in quest’album, “Tear the sign down”: è un po’ più energico e meno “vivace” del solito album della solita band indie rock.
Non consiglio l’album del secondo artista, “Ex-Maniac”, poiché le tracce sono tutte uguali tra di loro e alcune piuttosto inutili e noiose: dell’album salvo giusto “Unlovable”, sarà la presenza alla chitarra di un certo Johnny Depp a farmi piacere la canzone, ma il resto si sviluppa intorno alla stessa monotonia. La voce non cambia e rimane sulla stessa linea per tutto il tempo; minchia, stai cantando dovrai esprimere un minimo di sensazione quando lo fai, no?!

Altro album che consiglio è “The Optimistic”, ovvero il nuovo dei New Young Pony Club.
L’album d’esordio di questa band, conosciuta grazie ai Klaxons di cui sto aspettando il nuovo album che stanno registrando 20000 volte e non si decidono a metterlo onl…ehm sul mercato, non lo ricordo proprio: è stato uno di quegli album ascoltati 3-4 volte e poi finiti chissà dove.
Fortunatamente questo “The Optimistic” non mi sembra un album da un ascolto e via: la band è cresciuta e questo lo si sente sia a livello vocale che per i sound.
Non è un album così “new rave-indie-elettronico-quellochevolete”, è molto più calmo di quanto pensassi e a tratti più intenso, grazie alla voce.

Tracklist:

01 Lost a Girl
02 Chaos
03 The Optimist
04 Stone
05 We Want To
06 Dolls
07 Before the Light
08 Oh Cherie
09 Rapture
10 Architect of Love

Quanto mi mancava scrivere di nuovi album e via dicendo: maledetti esami e maledetta organizzazione dell’ UniBo.
Prima o poi finirò qui:

http://www.city.ac.uk/journalism/

Ah dimenticavo: l’album dei The Courteeners è una droga (circa 200 ascolti su lastfm da quando ne ho parlato qui), maledetti.

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