Se vi piacciono le atmosfere shoegaze, quelle del dream pop e quelle evocate da una voce femminile che mentre canta crea quel fantastico effetto “sussurro”, i Drowner fanno proprio per voi.
Questa nuova realtà viene dal Texas ed è formata da Anna Bouchard (vocalist), Darren Emanuel e Sean Evans (chitarre) e Mike Brewer al basso.
Questo nuovo progetto, che ha dato vita all’album omonimo, è ricco di influenze: dai The Cure ai The Pains of Being Pure at Heart, da Zola Jesus a qualche nota più vicina ai My Bloody Valentine; inoltre non mancano quelle note magiche e quasi ambient tipiche del genere.
Le prime otto tracce che si ritrovano in “Drowner” sono sognanti e profonde, ma anche nettamente contrastanti, leggermente cupe ed esaltate da una dolce malinconia; i due brani che concludono questo nuovo album (“Chime”, “Never Go Away”), invece, sono due remix che tendono ad allontanarsi dal genere proposto dalla band.
Schitarrate, melodie new wave e una voce brillante e sublime entrano in collisione tra loro regalandoci così armonie surreali che caratterizzano questo bellissimo esordio chiamato “Drowner”, ovvero un album in cui la sensazione dello sprofondare è davvero un’emozione irresistibile.
Tracklist
01 – Point Dume
02 – Never Go Away
03 – Chime
04 – Wildflowers
05 – Written
06 – Tiny Ship
07 – Here
08 – This
09 – Chime (Apples to Earth Remix)
10 – Never Go Away (Nikki Gunz Remix)
L’ultimo giorno di Wireless Festival a Londra, ovvero il 3 luglio quando sul palco principale, come headliner, ci sono i Pulp.
Al Wireless ho speso 40£ di alcool e ho vissuto in tutti i sensi la parola “festival”, a parte il non aver nuotato nel fango tipo Glasto perché a Hyde Park la situazione era decente.
Festival organizzato benissimo con tanti cessi pubblici tenuti puliti da vari omini in giro, tanti bar con ogni cosa da bere \ mangiare e 4 PALCHI.
Ve lo ripeto: 4 PALCHI. QUATTRO PALCHI. FOUR STAGES. Q-U-A-T-T-R-O P-A-L-C-H-I: uno è per le band indie che più indie non si può, dove ci sono solo parenti e amici a guardare; il secondo è quello delle band che stanno per compiere il grande passo (a parte la cazzata di aver messo i Cut Copy in mezzo, che sono già avanti anni luce ad altre band tipo i Summer Camp); il terzo è quello delle band adolescenziali o alcune band “perché cazzo non sono sul main stage?!” (Foals \ Naked and Famous); il quarto è proprio il Main stage.
La prima band che ho visto è stata quella del duo Summer Camp, ciò che da ottobre sarà una tra le nuove rivelazioni indie \ pop per molti.
Una band per adolescenti: lei si crede una pin-up alla quale passa per la testa “ce l’ho solo io e voi altre donne siete inutili”; lui è timidino, calmo e mantiene la concentrazione anche quando la sua collega gli si struscia addosso.
Le canzoni trattano di ammmore e amicizia, mentre le melodie proposte, che ricordano un po’ i Best Coast, sono serene e coinvolgenti: non sono male, ma sono la solita band indie pop per ragazzini. Una band uguale a tantissime altre e l’unica cosa che rende particolare questo duo è la voce della frontwoman, molto intensa e che arriva in alto.
Una band che deve crescere tanto, musicalmente e non: 6,5.
Resto ancora nel Pepsi Max Stage ad aspettare la seconda band, di cui amo tanto il loro album: Yuck.
Tutti hanno parlato bene di questa band, quindi l’unica cosa che serve per dare conferma di ogni parola spesa su di loro, tra recensioni e simili, è proprio un live.
Gli Yuck sono l’amore; ti fanno piangere,ballare, saltare, gioire, dimenticare tutto. Gli Yuck sono spettacolari.
Melodie dolci e pop si mescolano ad altre più garage e danzerecce sulle quali è impossibile stare fermi. Il loro frontman Daniel, ex Cajun Dance Party, è un ragazzino timidissimo con una buona voce e una deliziosa attitudine nei confronti del pubblico, che risponde con applausi interminabili e da pelle d’oca all’esibizione della band. 7.5
Il pubblico è uno degli aspetti “meraviglia” del festival, ma magari ne parlo meglio alla fine.
La terza band la avevo già vista al covo 3 anni fa: Metronomy.
I Metronomy si presentano con una line-up nuova, completa e adatta sia per i pezzi nuovi che per quelli vecchi.
Per i Metronomy ricordo solo degli spezzoni, dato che l’alcool si è sostituito bene agli altri liquidi in corpo: ricordo delle line di basso profonde che hanno fatto vibrare il terreno; ricordo note psichedeliche grazie alle tastiere e altra roba elettronica; ricordo di aver ballato e cantato come una scema su “A Thing For Me” e “Radio Ladio”.
Ero presissima dal delirio (e dall’alcool) ma i Metronomy live sono davvero spaventosi, soprattutto con questa nuova formazione. 7.5
Mi allontano dal palco principale per andare a vedere qualcuno di più sconosciuto (in realtà per prendere ancora da bere e vagare senza meta in giro per Hyde Park).
Mi capitano i “The Sounds”, la band che aprirà poi ai Cut Copy. La frontwoman è in pieno delirio, il tendone in cui suonano è pieno di gente incuriosita.
Il loro sound è energico, del genere indie-elettro e davvero coinvolgente.
Alcool a parte mi metto a ballare come una scema, catturata dalla musica e dall’energia proveniente dal palco. 7
Mi sono persa gli Horrors, ma li vedrò al Rock en Seine. Quel che è peggio è l’essermi persa i Tv on the Radio per avere la prima fila dai Foals e subirmi i The Pretty ‘Staminchia \’Stocazzo.
Torno al Pepsi Max Stage per vedermi i The Naked and Famous.
Su album anche questa band mi piace tanto e anche dal punto di vista live non hanno deluso le mie aspettative.
Sono indie-elettro pure loro e le due voci (Alisa e Thom), che si alternano decentemente tra le varie canzoni, fanno cantare tutti, ma proprio tutti, i ragazzi delle prime file la cui età media è di 15-16 anni (mi sentivo una vecchia coi miei 23 anni).
I The Naked and Famous sono danzerecci, allegri e non sbagliano niente: sono davvero bravi e presentano melodie pop serene e coinvolgenti sulle quali è davvero impossibile stare fermi.
C’è un “ballo leggermente scatenato”, non pogo perché è minimo, tra le prime file e tutte queste sensazioni sono davvero piacevoli.
Gran bel concerto e, ci tengo a ripeterlo, gran bel pubblico. 7.5
The Pretty ‘Stocazzo: mi sono persa i Tv on the Radio per poter aver la transenna per i Foals. Me ne pentirtò amaramente.
Avete presente le band costruite da capo a piedi? Eccola qui. Prendete 3 metallari cacciati via, perché non sanno suonare e quello che conta è avere occhiali da sole, giacca di pelle e capelli lunghi, da band metal che, a loro volta, non sanno mettere in ordine 2-3 accordi. Se questi tre strumentisti sono stati cacciati via da band del genere, che non hanno mai concluso niente, potete immaginare chi\cosa abbiamo davanti: costruiti e senza un briciolo di personalità perché preferiscono copiare altri.
Costruiti e senza un briciolo di personalità: un po’ come questa ragazzina-zoccoletta di 17 anni che si presenta sul palco con una maglia dei Metallica (ma li conosce per davvero?) un po’ lunghina e che, per far contenti i moccioselli segaioli, si alza per mostrare gli slip neri. Tra le mani sulle orecchie e ripetendomi un continuo “sono qui per i Foals”, questa roba passa in fretta e finalmente finisce.
Foals: prima fila centrale davanti a (il mio) Yannis, transenna conficcata tra le tette (povere loro \ povera me) e tante botte.
Dopo l’ennesima esperienza coi Foals, ho capito che sono groupie di una band, questi cinque qui di Oxford, alla quale urlo zozzerie di ogni tipo (in italiano ovviamente).
Il concerto dei Foals sarà devastante: il pubblico inglese è bello caldo.
I Foals si presentano sul palco esattamente come a Bruxelles: Edwin e Jimmy, Jack e Walter (Valter) e Yannis, con polo bianca della Fred Perry, molto più magro e con jeans skinny ( = addio ai miei ormoni), con bottiglia di whiskey. Ciao.
Nonostante qualche problema tecnico tra chitarra\pedali di Jimmy e batteria, che probabilmente portano via qualche canzone in più nella setlist, i Foals regalano un concerto entusiasmante e perfetto.
Alla fine di “Red Socks Pugie”, Yannis scende per salutare noi del pubblico e quando mi passa davanti gli rivolgo un saluto personale che consiste in una mano sul braccio (possente e sudaticcio) e un “Yannis ti violento”.
Io l’ho detto che quando ci sono i Foals non sono io, c’è un’altra me a quanto pare. Questa non sono io. No. Io non sono così in realtà, cerco di contenermi sempre durante i concerti.
Comunque i Foals sono sesso e mi stuprano durante questo live: sono preissima dalla loro musica, mi schianto ripetutamente sulla transenna e urlo come se avessi un orgasmo intemrinabile. Questa non sono io, è l’altra me che è meglio non incontrare. Proprio durante questi istanti vedo Dave Ma che mi scatta una foto.
Credo che questo sia il mio sinonimo di concerto ideale, lividi da stupro compresi. Loro sono perfetti, entusiasmanti e l’energia che trasmettono su “Electric Bloom” e “Two Steps Twice” è incontenibile ed esplode quando meno te lo aspetti.
Rabbia, gioia e improvvisazione spaventosa: mi siete mancati Foals, peccato aver lasciato lì sulla trasnenna tette, braccia e gambe (attualmente coperti di lividi verdi\blu e graffi).
8.5
Pulp. Ero andata a prendermi l’ennesimo bicchierone di sidro, quando, tutto ad un tratto, sento un boato accompagnato dalle prime note di “Do you remember the first time?”.
Io non so contro quanta gente abbia sbattuto, quanto sidro mi sia caduto e in che situazione fossi messa (finito il live dei foals, barcollavo e sentivo dolori un po’ ovunque), fisicamente e psicologicamente.
Mi butto in mezzo e vedo un Jarvis Cocker in ottima forma sul palco. Facendomi cadere il sidro addosso inizio a ballare\urlare\cantare. Ciao, sono a un concerto dei Pulp. Sono AL CONCERTO dei Pulp.
Jarvis Cocker: io voglio un uomo così quando avrò 40 anni.
Sul palco non abbiamo un semplice cantante o un frontman: c’è un intrattenitore, un comico, un attore che recita perfettamente una parte sull’incredibile “This is Hardcore”, un’altra totalmente differente mentre strimpella le note delicate di “Something Changed” e via dicendo sulle altre tracce.
Il singalong continuo e inarrestabile che si estende per tutto Hyde Park, la musica perfetta dei Pulp sul palco e le atmosfere che si vengono a creare, rendono questo concerto unico e indimenticabile.
Cazzo, sono i Pulp.
Sono i Pulp, anche perché Russell Senior al violino fa sognare ed emozionare.
Inutile dirvi cosa è successo alla fine, quando inizia “Common People”. Inutile divi come la gente si è scatenata e ha urlato fino all’esaurimento, quando magari era già esaurita \ sfatta a causa dell’intero festival. Inutile dirvi cosa altro ho visto e soprattutto vissuto durante i Pulp. Se non eravate presenti al Wireless, non potete minimamente immaginare le 47000 persone che ballano\cantano\urlano e si emozionano per un’ora e mezza circa tutte insieme, mentre i PULP suonano ed improvvisano sul palco di Hyde Park.
I Pulp non li valuto nemmeno, poiché quello che hanno fatto e regalato a noi del pubblico non riuscirà a farlo nessuna band del 2000.
E la sottoscritta, al Covo, ballerà da settembre in poi “Common People”, o “Babies”, o “Disco 2000″, in maniera totalmente differente.
Voto 9 al pubblico: un singalong continuo, soprattutto su Yuck, Naked and Famous, Foals e sui Pulp, quando c’è stato il delirio assurdo vissuto da migliaia e migliaia di presenze.
Pubblico giovanissimo sulle band del Pepsi stage che non superava i 16 anni di età nelle prime file: questo per dire come cambia la cultura musicale dall’Italia all’Inghilterra.
Pubblico malato sui Foals, ma decisamente più educato e meno violento di quello italiano (testata con un ragazzo a parte durante i foals, ehm). Un pubblico bello caldo e che ha reso questo festival ancora più entusiasmante: tutti quegli applausi sugli Yuck erano da pelle d’oca. Un pubblico curioso che valuta prima di giudicare e che fa sentire a proprio agio le band.
Sicurezza: 8.5. acqua ogni volta che ne avevi bisogno. Oltre all’acqua, mi sono venuti a chiedere più volte, durante i foals, se stavo bene (no, non stavo per niente bene psicologicamente; ma fisicamente…ehm…); una security che ti viene ad aiutare e dice agli energumeni di smetterla se questi cercano di passare davanti uccidendoti di calci nelle gambe e pugni sulla schiena.
Voto all’organizzazione: 8.5. Le bottigliette entrano.Puoi prelevare dai vari bancomat a disposizione. Puoi mangiare ogni cosa grazie ai vari punti di ristoro e puoi bere qualsiasi cosa. Puoi fumare qualsiasi cosa, ma non ovunque. Puoi svaccarti tranquillamente. Puoi incontrare chiunque. 4 cazzo di palchi e tante band da vedere.
Proprio come in Italia eh…
Se gli americani si impegnano, riescono a trattare bene il genere della New Wave e a farne un buon revival: Cherish The Light Years, il nuovo album dei -sempre molto produttivi – Cold Cave, ne è un esempio evidente.
Nel giro di due anni, tra una release e l’altra, i Cold Cave hanno cambiato molte cose, primo tra tutte la formazione, e questo “Cherish The Light Years” può essere considerato come il secondo capitolo della storia del creatore di questo progetto, Wesley Eisold.
Il nuovo album del trio newyorkese, che uscirà il 5 aprile, propone un buon revival della New Wave, con evidenti tracce di Synthpop e Darkwave, unito a una buona sperimentazione che crea delle atmosfere contrastanti e, allo stesso tempo, molto coinvolgenti.
Nonostante questo nuovo album sia stato descritto come un “massive, ambitious love letter to New York”, i sound e le influenze dominanti sono strettamente legati ai maestri inglesi del genere: New Order, The Smiths, Depeche Mode, Siouxie and the Banshees e The Cure.
“Cherish The Light Years” è un vero e proprio omaggio alle band poco fa citate e a questa New\\Dark Wave, genere che si è spento nel corso di questi ultimi anni grazie a band poco creative: proprio la sperimentazione, i sound particolari e l’espressività della voce di Wesley , a tratti davvero sensuale ed intensa, sono gli aspetti chiave di questo nuovo -ottimo- lavoro dei Cold Cave.
L’album scorre via velocemente in nove canzoni, ma queste sono di un’immediatezza unica e plasmano una serie di sensazioni differenti: vi sono tracce synthpop danzerecce e movimentate che riportano direttamente agli anni ’80, tra le braccia dei New Order (“Confetti”); altre, in particolar modo “Catacombs”, fanno spostare la mente dell’ascoltatore da New York a Manchester in pochi secondi, poiché sono una vera e propria dedica d’amore ai The Smiths; “Icons of Summer” è una canzone che viaggia tra passato e presente , o un miscuglio di sound molto più attuali e sperimentali con altri chiaramente anni ’80 e appartenenti ai Depeche Mode; ci sono tracce con piccoli intro Indie\Rock (“Alchemy Around You” e “Villains of the moon”) che sottolineano ancora l’evoluzione musicale tra ieri e oggi.
In “Cherish The Light Years” colpisce, prima di ogni altro sound e atmosfera, la voce di Wesley, sempre molto vigorosa e passionale, che si esprime e “recita” a seconda della canzone.
Atmosfere cupe (“Burning Sage”), altre più sperimentali, psichedeliche, romantiche e danzerecce si mescolano tra di loro senza sosta, creando così un album immediato, coinvolgente e semplicemente meraviglioso.
Tracklist
1. The Great Pan Is Dead
2. Pacing Around The Church
3. Confetti
4. Catacombs
5. Underworld USA
6. Icons Of Summer
7. Alchemy and You
8. Burning Sage
9. Villains of the Moon
Mi resi conto di una band chiamata Chapel Club solo qualche mese fa, quando nme iniziò a parlarne in qualche articoletto tra le novità e, successivamente, quando Indipendente annunciò la line-up completa dell’I-Day Festival.
Verso agosto dello scorso anno iniziai a chiedermi chi fosse questa band e cosa facesse, quindi mi misi a cercare qualcosa di concreto da ascoltare, ma apparte youtube e le loro canzoni sul myspace, non trovai nulla.
Andai all’I-Day conoscendo giusto una canzone di questa band e le facce dei cinque ragazzotti bianchissimi: molto cupi, energici, con una presenza scenica decente e grandi amanti del Post Punk Revival.
Mi erano piaciuti tanto, ma anche dopo il loro concerto non trovai niente di quella band, apparte un semplice Ep che non mi colpì più di tanto.
A ‘sto punto non mi resta che dire una cosa: fortuna che in questi giorni è uscito il loro album d’esordio, “Palace“, o li avrei lasciati perdere definitivamente.
Parto nel dire che sono felicissima di poter scrivere note positive su quest’album, perché questi Chapel Club non fanno uso smisurato di synth e tastierine strane, per cui niente revival della New Wave come gli ultimi Editors e i nuovi-pessimi White Lies, ma riprendono solo il Post Punk e l’essenza rock di ‘sto genere.
“Palace” è un buon album e ricco, ovviamente, di influenze e di cose già sentite: la voce cerca di essere lugubre e misteriosa in onore del Dio Ian Curtis, ma al massimo arriva ai livelli di Scott dei The Cinematics e dei giovani vocalist inglesi di quest’ondata musicale.
L’arrangiamento è decente e si mescola tra canzoni con sonorità più malinconiche e deprimenti ad altre caratterizzate da atmosfere più sognanti ed intense, presenti soprattutto nelle prime tracce.
Qualche sfumatura dei The Smiths, ma molto più cupi; leggere note di shoegaze e roba anni ’90; i White Lies dell’album precedente; i primi Editors: questi sono, per spiegare meglio le influenze e la loro musica, i Chapel Club, con l’unica differenza sostanziale che “Palace” è il loro album ed è estremamente personale, oltre al fatto di non avere atmosfere piatte e monotone rispetto alle sonorità dei White Lies.
La “copia della copia”, il revival del revival, del genere originario e pieno di roba già sentita, ma intanto questo album d’esordio è davvero variopinto, suggestivo e a tratti molto “ipnotico”, tanto da ascoltarlo più volte in loop.
Tracklist
1. “Depths”
2. “Surfacing”
3. “Five Trees ”
4. “After the Flood”
5. “White Knight Position”
6. “The Shore”
7. “Blind”
8. “Fine Light”
9. “O Maybe I ”
10. “All the Eastern Girls”
11. “Paper Thin”
Anno nuovo, concerti-album-band nuovi.
Si chiude un 2010 musicalmente sublime e si spera che questo 2011 sia, più o meno, allo stesso livello dell’anno precedente.
Inizio l’anno a parlare di una delle band rivelazioni, iniziamo piuttosto bene quindi, del 2011.
Le sonorità di Londra, del New Jersey e di Hiroshima si fondono tutte insieme creando uno degli album più interessanti, piacevoli e da consumare di questo 2011: sto parlando degli Yuck e del loro album omonimo che uscirà a febbraio.
Il nome della band sta a significare qualcosa del tipo “fesso”, ma questi Yuck non sono poi così stupidi.
Non ci sono sound tipici-”folkloristici” delle tre città elencate, ma sicuramente quest’album presenta più generi e tantissime influenze: c’è del noise, che riprende gli Sonic Youth; ci sono tracce di Indie Rock, probabilmente per fare riferimento e dichiarare amore a band come Pavement o Dinosaur Jr; ci sono tantissimi riferimenti alla musica Pop, quella più delicata e orecchiabile che non fa mai male ascoltare; ci sono brani shoegaze e dream pop in cui le voci dei vocalist (ragazzo\ragazza) interagiscono tra di loro garantendo effetti suggestivi ed atmosfere piuttosto sognanti.
Ripeto: questi “Yuck” tanto fessi non lo sono, anzi propongono una sottospecie di “revival” dei gruppi sopra elencati e si staccano da quello “lo-fi \\ surf-rock” che ha letteralmente invaso i media e le orecchie degli amanti di quel genere chiamato “Indie”(beh questa band lo è per davvero, o non avrebbe mai messo dei brani del nuovo da scaricare sul blog).
La band fondata da Max Bloom e Daniel Blumberg tenta, dunque, di rivoluzionare la musica dello scorso anno per arrivare a sonorità già sentite, certo, ma allo stesso tempo innovative e per niente banali.
Tra brani energici-vitali
ed altri molto Dream – Pop,
chi ascolta si dimenticherà dei The Drums, Beach Fossils, Wavves, Best Coast e via dicendo proprio in favore di questa band.
Tracklist
1. Get Away
2. The Wall
3. Shook Down
4. Holing Out
5. Suicide Policeman
6. Georgia
7. Suck
8. Stutter
9. Operation
10. Sunday
11. Rose Gives A Lilly
12. Rubber
Premessa: ancora non mi sono ripresa dal concerto dei Foals. No. Questo perché la band del Philippakis è PERFETTA live. Credo che nessun altro gruppo mi abbia fatto sentire certe cose durante un concerto. Ho già capito che non potrò mai scrivere una recensione “oggettiva” su questa band, un po’ come per i Franz Ferdinand o gli Interpol. Tragedia. Un’altra band tra le fisse assurde.
Questo per dire che sono ancora abbastanza rincoglionita dal concerto dei Foals e che forse non ce la farò a scrivere qualcosa di sensato sulla band che ho visto al Covo qualche ora fa.
..Eh?
No ok. Dopo aver visto questa foto CHE HO FATTO IO credo di riuscire a scrivere qualcosa di decente e sensato sulla band di Glasgow guidata proprio dal ragazzotto nella foto, Scott Rinning.
Ad aprire ai The Cinematics ci pensano i Joy Cut, la band italiana che inaugurò l’I-day Festival lo scorso settembre.
La band italiana propone un Indie Rock particolare con spunti sperimentali e devo ammettere che è cresciuta tanto rispetto a qualche mese fa, quando gli unici ad applaudirli erano genitori o fidanzate. Da migliorare resta la voce che in alcune canzoni, non tutte eh, non rende per niente.
Comunque sia è un gruppo che vale e che si spera migliori ancora nel tempo, dato che di band italiane emergenti\giovani decenti in circolazione ce ne sono davvero poche.
Passiamo alla band di Glasgow, questi The Cinematics, che su album riprendono troppo in riferimento l’ondata del Post-Punk revival e dichiarano in continuazione il loro amore infinito e profondo per i Joy Division.
Non è un caso se ho messo in grassetto quel “su album”, questo perché la loro musica tradotta in live è tutta un’altra cosa.
La band di Glasgow quando si ritrova su un palco mostra un’attitudine completamente diversa e più che ricordare la band di Ian Curtis, ricorda invece quella di un certo Alan Donohoe (Rakes) o quella dei loro vicini di casa Franz Ferdinand.
Le canzoni dei Cinematics durante il live sono piuttosto spensierate e danzerecce, per questo bisogna anche apprezzare e ringraziare il buon carisma e l’energia del frontman che cattura l’attenzione del pubblico bolognese grazie a balletti, mossettine varie e una buona dose di affetto nei confronti della città (anche noi ti vogliamo bene Scott).
Con poca tecnica e canzoncine semplici e carine, pezzi nuovi compresi, la band scozzese riesce a conquistare e a farsi amare dal proprio pubblico, un buon pubblico a differenza di altri.
Una band che deve essere vissuta e che merita tanto live e meno su album.
La band alla quale voglio dedicare un post è una semi-emergente, ovviamente già conosciuta e amata in UK, ed è quella dei Dinosaur Pile-Up.
La band, sul genere rock\alternative, proviene da Leeds e il nome del loro album d’esordio è “Growing pains”.
Il loro è un album pieno di buon rock à la Foo Fighters, l’influenza è piuttosto evidente, e parecchio energico: una band del genere ci voleva proprio nel panorama indigeno-inglese (di gruppettini, che adoro alla follia sia chiaro, di indie\rock ce ne sono già troppi e qualcosa di nuovo non guasta mai).
Il sound ricorda molto la band di Dave Grohl ma riprende anche band più recenti, come ad esempio quello dei Pulled Apart By Horses, non la voce eh, o dei Dananananaykroyd.
“Growing Pains” è un album pieno di puro rock dinamico e potente, almeno fino a “Hey you” nella quale la band mostra una certa sensibilità e presenta una canzone lenta e molto dolce che nasconde un’esplosione di voci e schitarrate, sempre molto piacevoli e delicate, verso la fine.
Tante influenze, alcune parti cantate ricordano anche un certo Tim Wheeler (Ash) dei tempi d’oro, ma si parla di un ottimo album da parte di una Next Big Thing, o almeno si spera!
Tracklist
01 – Birds & Planes
02 – Barce-Loner
03 – Never That Together
04 – Mona Lisa
05 – Broken Knee
06 – Hey Man (Home You Ruin)
07 – My Rock ‘n’ Roll
08 – Maybe It’s You
09 – Love To Hate Me
10 – Traynor
11 – Hey You
12 – All Around The World
I The Postelles sono una band nuovissima proveniente da New York, non sono inglesi maledetti Indie-snob, e il cui album omonimo è stato prodotto da Mr Albert Hammond Jr degli Strokes.
Dopo aver trattato di tante band indie, e non, che inseriscono tastiere e synth nella loro musica, finalmente si torna alle origini con la semplice indie\pop-indie\rock: nessuna tastiera in undici canzoni, solo tante influenze e buona musica.
Il riferimento principale è legato alle band del genere più recenti, come Wombats, Let’s wrestle e Vampire Weekend, ma la band newyorkese dà peso anche al rock’n'roll anni ’50-’60, ad esempio Beatles o Buddy Holly.
In mezzo a questo Indie\Rock tradotto e interpretato dai The Postelles, ebbene sì, ci sono anche gli Strokes: “Stella”, ad esempio, mi ricorda tantissimo “Last Nite” o “Someday”, insomma una traccia che si balla volentieri, quanto le due canzoni appena citate di quell’altra band di New York che amo alla follia.
L’album dei The Postelles scorre in 32 minuti evitando pause o sbalzi tra una traccia e l’altra: tutte le tracce, infatti, sono piene di energia e dotate di una certa spensieratezza, caratteristiche che vengono sempre esaltate e non perdono mai colore.
Un album vivo, semplice e che viaggia tra le ali del rock’n'roll più classico e l’indie-rock più allegra di questo periodo che tratta le solite tematiche riguardanti le esperienze adolescenza e post dei componenti della band: trentadue minuti che scivolano via velocemente da ballare, cantare e da vivere in piena distensione.
Tracklist
01. White Night
02. Sleep on the Dance Floor
03. 123 Stop
04. Boy’s Best Friend
05. Can’t Stand Still
06. Hold On
07. Stella
08. Hey Little Sister
09. Whisper Whisper
10. Blue Room
11. She She
(Spero di vedere presto questa band, magari di apertura a Bologna ai Kings of Leon il 3 dicembre).
Theo e Adam sono i componenti di una band di Manchester, sì un’altra, che sta travolgendo chiunque: nel mondo indie-electro oramai conoscono tutti gli Hurts, ma nel caso in cui non si conoscano qui trovate qualche informazione.
Theo e Adam formano questi stramaledetti Hurts e finalmente “Happiness” è uscito, il 6 settembre, e lo si può ascoltare: diciamo che ho atteso un po’ quest’uscita e ora che finalmente la posso ascoltare sono meno ansiosa.
E’ un album che scivola addosso, sulla pelle, e che rimane facilmente in testa: sembra un uragano di musica synthpop-electro-e non solo che travolge e avvolge chi ascolta, sarà a causa della voce di Theo ultra-orecchiabile, piacevole, e meravigliosa.
Inutile che mi metta a parlare di riferimenti ed influenze: come ogni gruppo del genere, l’influenza della dance\electro anni ’80 c’è ed è inevitabile poiché l’evoluzione musicale di questi ultimi anni richiede quei generi e i gruppi devono seguire quest’ondata per non rimanere indietro e perdersi nel banale.
Non bisogna farsi ingannare però, poiché Happiness ricopre più generi e ruoli: a un certo punto si rimane a bocca aperta per quello che il duo di Manchester combina.
Happiness è un gran bell’album e diverso dalla solita musica synthpop-electro: una qualità di molte band del genere, ovviamente non tutte perché c’è chi copia altri spudoratamente, è che riescono a differenziarsi l’una dall’altra con uno o più aspetti che appartengono solo ed unicamente a loro.
Gli Hurts hanno trovato le giuste qualità, le giuste melodie e i giusti ritmi per farsi amare, poiché, come ho già detto, Happiness è un album davvero vario e ricco di particolari: tracce Dancefloor in puro stile anni ’80 in cui è impossibile stare fermi, per esempio i singoloni “Better Than Love” e “Wonderful Life” oltre a “Devotion”, che vede la partecipazione di Kylie Minogue; tracce pop che sembrano delle meravigliose ballate , la bellissima “Sunday” per esempio, marcate da meno synth e più poesia a livello melodico\armonico\vocale; tracce, con violini e pianoforte, ricche di sensazioni imponenti e sublimi come “Unspoken” e la meravigliosa “Water” , in cui i due strumenti citati poco fa e la voce fanno quasi venire i lacrimoni.
Chiude la ghost track, imponente e à la Moulin Rouge con un buon riferimento al cantato lirico.
I singoli sono le tracce più travolgenti a livello danzereccio, ma l’intero album degli Hurts cattura l’attenzione per il mescolarsi tra generi e lo scontrarsi tra diverse sensazioni, e come un vento leggero, a tratti, o un uragano, in altri, travolge i sensi di chi ascolta e li confonde.
Caos, bellezza e subliminazione dei sensi entrano in collisione: basta questo per descrivere Happiness, e bravissimi questi Hurts che in un solo album riescono a far rivivere più sonorità ed emozioni.
Sono davvero pronta a scrivere questo resoconto sul concertone di ieri, aka primo giorno dell’ I-day festival? Non lo so, ma provo.
Alle 15, quando ancora non ci sono tante persone, io e Laura arriviamo davanti ai cancelli dell’Arena Parco Nord, che apriranno un quarto d’ora dopo.
Si entra, si perlustra la zona e intanto inizia la band italiana, Joycut, che ho considerato veramente in minima parte: quello che posso dire con certezza è che ci sono band italiane nettamente migliori di loro.
Il mio concerto inizia con la band inglese, che arriva dopo questi Joycut, ovvero i Chapel Club: band che mi incuriosiva parecchio prima di questo concerto, ma di cui non ho trovato niente sul web, se non i video di youtube.
Non appena entra quest’uomo
si iniziano a fare apprezzamenti sul suo essere inglese.
A parte questa piccola scia di groupismo, inizio ad ascoltare la band che si mostra veramente interessante e valida: indie, quello che volete, ma con sfumature decisamente più dark e certamente non prevedibili. Non sono la solita indie-rock band inglese, decisamente no.
La voce sottolinea proprio questo lato cupo e più che indie, sarebbe meglio definirli come una band che riprende tratti del classico “post-punk”.
Aspetto l’album e magari un altro live per capire al meglio questa band, che ieri mi ha colpita veramente tanto.
La band che aspettavo più dei Modest Mouse e meno degli Arcade Fire, è quella che segue i Chapel Club, i Fanfarlo.
Il loro album, nonostante i tanti ascolti mesi prima di questo concerto, non mi è entrato in testa per niente e temevo anche per questo live.
Quanto mi sbagliavo.
Questa band indie-pop di Londra si mostra all’altezza e viene subito apprezzata dal pubblico, che intanto sta aumentando numericamente.
I Fanfarlo si possono descrivere con pochi aggettivi: teneri, semplici, chiari e, soprattutto, capaci.
Capaci perché sanno suonare bene molti strumenti a loro disposizione; sono puliti e lucidi sia a livello vocale che sonoro; sono semplici e allo stesso tempo riempiono l’aria di musica ricca e piena di particolari sonori.
La band mostra dall’inizio fino a fine concerto una certa umiltà e semplicità, qualità che piacciono tanto al pubblico che li ascolta e rimane coinvolto da quest’atmosfera serena\sognante data proprio dalla loro musica.
Questi Fanfarlo sono veramente tanto bravi e potrebbero essere, a causa del saper suonare bene ogni strumento di cui fanno uso e del loro essere puliti e chiari, i figliastri degli stessi Arcade Fire.
Passiamo poi alla penultima band: i Modest Mouse.
Se i Fanfarlo sono dei ragazzini dolci e puliti, i Modest Mouse sono dei pazzi schizofrenici e senza un minimo di buon senso, a livello musicale ovviamente.
Inizialmente credevo che l’acustica facesse veramente schifo poiché non riuscivo a sentire la voce del cantante: mi accorgerò, in seguito a 3-4 canzoni, che non è colpa dell’acustica.
Il cantante, per esaltare l’ aspetto da “pazzo-fottuto di mente”, ha una voce quasi spezzata: a tratti la si comprende, a tratti non si capisce niente.
E’ una cosa voluta dallo stesso vocalist e, nonostante non amassi tanto questa sua scelta, riescono a prendermi.
A livello strumentale, invece, mi sono sembrati parecchio movimentati, multiformi e particolari: la band mostra una certa esperienza e sicuramente sa come muoversi su un palco.
La presenza scenica è decente e fanno muovere una buona parte di pubblico, ormai ci siamo tutti.
Ammetto di non conoscere benissimo questa band, ma devo dire che mi ha preso parecchio, nonostante quella voce così spezzata che mi ha lasciata un po’ perplessa.
Passiamo alla band sulla quale vorrei scrivere un romanzo intero: gli Arcade Fire.
Gli Arcade Fire si presentano alle 21.30 spaccate sul palco dell’ I-day: c’è tantissima gente per loro che immediatamente viene sommersa dall’ondata musicale di “Ready to start”, il nuovo singolo della band canadese.
Appena i magnifici otto entrano sul palco, arriva in me un senso di perdita estrema, una certa malinconia: non sto male, ma sento qualcosa di veramente incredibile e indescrivibile che mi avvolge.
Dopo il singolo, arriva “Month of May”, altra canzone del nuovo album che amo alla follia e che registro, mentre la mia testa è in pieno Caos. Questo pezzo viene esaltato alla follia dalla band guidata da Win, grazie agli effetti sonori dati dai megafoni: sembra che il pubblico sia avvolto da una brezza fresca in grado di travolgere e poi rimettere tutto in ordine. Un uragano.
Ciò che mi fa passare tutto è quello che a fine concerto ho descritto come un’apocalisse interiore: con “Neighborhood 1 (Tunnel)” e “Crown of Love” esplodo in lacrime come un’idiota, senza pensare ai quintali di eyeliner e mascara (una furbona insomma) che poi mi coleranno sul viso, e non riesco a cantare, non riesco a rendermi conto di tutto e alla fine mi perdo nell’atmosfera incantata, perfetta che creano questi Arcade Fire con la loro MUSICA.
Règine, una donna meravigliosa e fantastica, lascia la batteria per passare avanti a cantare: arriva la canzone à la Blondie che mi ha colpita fin dal primo ascolto su album, “Sprawl II”.
Règine ha una voce incredibile, dolce, quasi da bambina e che farebbe commuovere anche un sasso; i suoi movimenti, quando balla, sono sereni, liberi e che arricchiscono l’incredibile presenza scenica che cattura e avvolge chi è presente.
Il concerto passa con le “sviolinate” di “The Suburbs”, la bellissima “Suburban War” , l’atmosfera spirituale creata dalla meravigliosa “Intervention” e dalla movimentata, almeno alla fine, “Modern Man”.
Inaspettate, almeno per la sottoscritta, sono state “No Cars Go”, sulla quale credo di aver lasciato un polmone all’arena parco nord tanto che ho urlato, e quella sensazione sognante data da “Haiti”.
Segue, poi, una canzone che non mi piace proprio, “We used to wait”, ma devo ammettere che anche questa live rende molto di più che su album.
Tornano le lacrime e torna la sensazione “ora-un-polmone-lo-lascio-all’-arena-intanto-c’è-l’altro!”, dato che prima viene interpretata una tra le mie canzoni preferite, “Neighborhood 3 (Power out)” e, successivamente, “Rebellion \ Lies”.
Per un istante tutto per me si ferma, la band non è più sul palco e mi sembra di vivere un sogno: gli Arcade Fire non hanno finito, manca l’encore.
La band torna sul palco dopo pochissimi minuti: è il momento di “Keep the car running” e della classica, ma che non deve mai mancare, “Wake up” che sopraffanno il pubblico che balla, salta, canta a squarciagola, si commuove e sogna.
Un concerto indescrivibile e che ho vissuto a pieno: credo di non aver mai provato emozioni e sensazioni così contrastanti tra loro a un evento del genere.
Gli Arcade Fire sono completi, perfetti, geniali, affascinanti, pieni di fantasia e ricchi di Musica sconvolgente: le sensazioni che creano e che interpretano una volta assorbite, non abbandonano più corpo e anima di chi li ha vissuti a pieno, di chi li ha visti in concerto.
Presenza scenica perfetta: tutti gli elementi della band, escludendo le due magnifiche violiniste, sanno suonare tutto e si alternano con una facilità incredibile mostrando carattere e grande tecnica.
La scenografia fa parte di tutto ciò: riferimenti al cinema muto-classico, scene e immagini che si alternano e giochi, semplici ma suggestivi, di luce riempiono quest’atmosfera viva e sognante che circonda tutto il pubblico di Bologna.
Incredibili e perfetti.
Questi Arcade Fire, in un’ora e mezza, mi hanno fatto provare tutto ciò che, solitamente, più band e di diverso genere mi fanno sentire.
Loro sono stati perfetti, sono decisamente migliori rispetto ad album e descrivere il loro spettacolo è impossibile: bisogna viverlo per poter comprendere a pieno tutto.
Dopo il passaggio dei Muse da musicisti a bimbiminchia, ho perso il punto di riferimento, la “band preferita”, il gruppo che mi sconvolge l’anima e il corpo: credo di averlo ritrovato.
Gli Arcade Fire mi rendono viva per davvero e ieri sera la loro musica mi ha fatto respirare, di nuovo.