The future is not what it used to be

1.Un’apocalisse legata al contrasto passato\futuro, ma soprattutto interiore.
2.Total Life Forever o la seconda uscita discografca dei Foals in perfetta condivisione\armonia col proprio pubblico.
Rabbia, paure, amori incerti o mai iniziati, problemi famigliari, altre esperienze del passato che creano delle barriere e che entrano in collisione con quelle di un futuro che si prospetta orribile e così vuoto, oppure pronto a svuotare i cuori di chi, intanto, ascolta e si perde in queste undici tracce che lanciano messaggi precisi e piuttosto pungenti.
Si sentono i Talking Heads, si sentono i Radiohead e si sente tantissima improvvisazione che fa pensare, in parte, a ciò che era il progressive. Ci saranno tante influenze, la più oscena con l’album solista di Kele dei Bloc Party (eh?!), ma questo total life forever è personale ed è, ci tengo a ripeterlo, sia dei foals e sia di chi sente quest’album.
E’ un album molto più difficile, emblematico e profondo del precedente: i Foals non sono più quei ballerini del primo album, ‘Antidotes’, sono cresciuti e sono più incazzati e depressi di prima, ma cercano di comunicare qualcosa alla massa, qualcosa in più, con la musica di TLF.
Il contrasto tra passato e futuro, nei quali risiedono le esperienze di vita, mette in luce tanti problemi ed è onnipresente dalla prima all’ultima traccia, o quasi, e “ciò che è stato” occorre lasciarlo alle spalle per evitare che ci condizioni la vita: Blue Blood (un ritorno a quando si era bambini e il ricordo del passato), o Miami (posto lontano e un amore incerto “would you be there for me?”), ancora Spanish Sahara (barriere che non hanno mai concesso un rapporto vero) o anche What Remains (le ossa e il passato, ecco cosa rimane) ne sono un chiaro esempio. Il futuro, invece, è visto come una landa desolata, vuota, incerta e senza speranza (the future rust and then the future dust\\ Look what’s happened to you).
Spanish Sahara è la canzone del 2010, seguita a ruota da Black Gold: è un crescendo di rabbia che viene vomitata fuori solo quando si vede Yannis che versa la lacrimuccia alla fine nel video: è un vero e proprio macigno sullo stomaco.

I Foals, nonostante tutte le tematiche piuttosto tristi, ci dicono di scappare via per ricercare un luogo sicuro, un luogo in cui non c’è tutto questo vuoto (Drive through the forest and into the night, away from the city\ away from the light); se non vogliamo parlare di uno spazio fisico si potrebbe parlare piuttosto di un sentimento, ovvero quel “Western Feeling” che ci rassicura e ci fa stare bene presente in “This Orient” (You’ve reached it\ you’ve found your grace).
Tutte queste canzoni, che sono un continuo scappare dal passato-futuro e da esperienze piuttosto traumatiche, indicano un’unica via di uscita e di salvezza: il presente, o il momento di massima autenticità che deve essere vissuto appieno fregandosene di ciò che è stato e sarà; ecco cosa potrebbe essere quel “western feeling” di This Orient.

Tutte le canzoni sono legate tra di loro e i Foals ci raccontano una storia: inizialmente è deprimente e che punta all’autodistruzione, ma che poi si interrompe di colpo con This Orient per dire “guardate che c’è qualcosa che può salvarci, ma continuate ad ascoltare”.
E si continua ad ascoltare: ancora contrasti, i fantasmi o le “bones” del passato che continuano a seguirci, ancora fino alla fine e all’ossessione (What Remains).
“This Orient” sembra spaccare l’album in due, verso atmosfere e melodie più serene, ma i foals ci ingannano e, subito dopo, si ricade nell’oblio viaggiando tra l’intensa e pesante “After Glow” e la tristissima “Two Trees”.

La voce è migliorata rispetto al precedente “Antidotes”, ha un ruolo centrale e si adatta alla perfezione a ogni emozione trasmessa dalle canzoni; le linee di basso sono decisamente più “à la punk”, dato che sono parecchio profonde e sono affilate come i coltelli della Miracle Blade; si percepiscono, più o meno in quasi tutte le tracce e in punti piuttosto suggestivi, due chitarre che esplodono in perfetta sintonia con la voce: l’arrangiamento, dunque, è perfetto poiché ogni testo viene accompagnato in maniera adeguata sia dal vocalist Yannis Philippakis che dagli strumenti che creano melodie differenti, intense e a tratti “in crescendo”.
Come per “Antidotes” non mancano le melodie psichedeliche, create da Edwin alle tastiere, che fanno muovere e allo stesso tempo rilassare (“This Orient” e l’intro di “Alabaster”).

Emozioni contrastanti e forti che catturano l’attenzione di chi lo ascolta: non si può essere indifferenti davanti a un album del genere, poiché una reazione, positiva o negativa che sia, c’è.

Tutte esperienze di vita, decisamente negative e deprimenti, racchiuse in uno degli album più belli di quest’anno.

Ma tutta questa cosa su total life forever, tutta questa descrizione serve davvero? In un certo senso serve a far aprire gli occhi, magari a renderci consapevoli di qualcosa che sappiamo già…. Ma quel Top of the world\ Bottom of the ocean, citato in Black Gold, basta e avanza per descrivere al meglio l’intensità e la profondità di questo album.
Sublime, personale, cupo e geniale.

Un pensiero su “The future is not what it used to be

  1. Pingback: Top of the world… « Music when the lights go out

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