Let’s dance till tomorrow.

May

God Is An Astronaut – Age Of The Fifth Sun
TeenagersInTokyo – Sacrifice
The Dead Weather – Sea Of Cowards
The Morning Of – The Way I Fell In
Broken Bells – Broken Bells
Wintersleep – New Inheritor
Thieves Like Us – Again And Again
Club 8 – The People’s Record
The Fall – Our Future, Your Clutter
Born Ruffians – Say It
The Acorn – No Ghost
Tiger Riot – Look Up!
Wolf Parade – Expo ’86
We Are Scientists – Barbara
Sleigh Bells – Treats
Elephant Stone . The Glass Box
Sleepy Sun – Fever
Stornoway – Beachcambers Windowsill
Tokio Police Club – Champ
Detroit Social Club – Existence
Katie Melua – The House
Hot Hot Heat – Future Breeds
8 legs – Best Of Me

June

The Bluetones – New Athens
Mystery Jets – Serotonin
Math And Physics Club – Shouldn’t Look As Good As I Do
Delays – Star Tiger Star Ariel
Kula Shaker – Piligrim’s Progress
!!! – Strange Water, Isn’t It
The Bridgeheads – Foreigners
The British Robots – The British Robots
The Morning Benders – Big Echo
The Drums – The Drums
The Young Veins – Take A Vacation

July

22-20s – Shake \ Shiver \ Moon
The Boat People – Dear Darkly
Cloud Cult – Light Chasers
Deadhorse – We Can Create Our Own World
General Fiasco – Buildings
I Am Kloot – Sky At Night
The Lodger – Flashbacks
M.I.A. – Maya
Sky Larkin – Kaleide
The Rescues – Let Loose The Horses
Snow 2 Voices – Anything That Moves
Steel Train – Steel Train
Surfer Blood – Astro Coast
Wavves – King Of The Beach
Windsor For Derby – Against Love
Pulled Apart By Horses – Pulled Apart By Horses
Best Coast – Crazy For You
Die! Die! Die! – Form
The Vaselines – Sex With An X
Sky Sailing – An Airplane Carried Me To Bed
The Coral – Butterfly House
Bombay Bicycle Club – Flaws
Frankie Rose And The Outs – Frankie Rose And The Outs
Male Bonding – Nothing Hurts
Tame Impala – Innerspeaker
Les Savy Fav – Root For Ruin
Cherry Ghost – Beneath This Burning Shoreline
Arcade Fire – The Suburbs
Jukebox The Ghost – Everything Under The Sun
Autolux – Transit Transit
Soundpool – Mirror In Your Eyes
Of Montreal – False Priest
Tubelord – For The Grandparents
The Gaslight Anthem – American Slang

Inutile che io dica quale sia stato l’album migliore di questi ultimi mesi: è stato uno tra gli ultimi ascoltati di luglio e ne ho parlato tanto nel post precedente.
Tra questi di luglio non ho messo il nuovo degli Interpol, poiché la qualità audio del file che ho trovato è veramente scadente e, poi, devo ascoltarlo meglio.

Tra i tanti artisti ascoltati, consiglio soprattutto:

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… vs Deep Blue

I puntini di sospensione descrivono, in parte, ciò che penso del nuovo album degli Arcade Fire, al quale dedicherò un post intero, “The Suburbs”.
Uno degli album più complessi e allo stesso tempo immediati del 2010, ricco di MUSICA ed effetti che creano emozioni contrastanti e forti.
Quello che voglio dire è che questo “The Suburbs” sarà sicuramente uno tra gli album più amati e ascoltati di quest’anno: un album meraviglioso e difficilissimo da descrivere, oppure di cui si vorrebbe parlare per un giorno intero, ma senza trovare le parole adeguate.
Ascolto la nuova opera degli Arcade Fire almeno due volte al giorno e più ingerisco queste 16 tracce, più me ne innamoro e ne divento dipendente.
Un album indescrivibile poiché riempito di Musica vera, quella cara Musica intensa che andrebbe ascoltata con luci spente, di notte e, dunque, immersi nel silenzio totale.
Un album ricco di emozioni, di melodie, di armonie e di ritmi che fanno dimenticare a chi lo ascolta ogni cosa, o al contrario lo riportano a qualche situazione\riflessione personale passata o futura che sia.
I generi presenti nell’album sono tanti e si legano in maniera incredibile a queste sedici tracce: canzoni più pensate e dolci, che fanno quasi commuovere per la pienezza di senso e d’intensità, si mescolano a un’atmosfera e un’influenza tipica degli anni ’80, comunque molto minima; altre tracce energiche e che fanno ballare si mescolano ad altre che colpisono direttamente, con una forza sublime, chi ascolta.
Chi ascolta quest’album se ne innamora e si perde all’istante: su lastfm, solo al primo ascolto, mi sono messa a selezionare le “Loved Track”, 12 su 16 se non sbaglio. Fino ad ora non era mai successo che un album mi prendesse in questo modo.
Gli Arcade Fire trattano i generi musicali con estrema delicatezza e costruiscono con calma la loro opera: la band non vuole strafare, vuole solo mettere in luce determinati effetti che trasportano emozioni e puro senso (poi mi vengono a dire che, in semiotica, la Musica non è un “sistema di significazione”… beh non hanno ascoltato quest’album, oltre a vari secoli di musica).
La prima cosa che mi è venuta in mente, dopo un solo ascolto dell’album, è stata “impossibile”. Impossibile da descrivere a pieno, poiché ad ogni ascolto di “The Suburbs” viene fuori qualche altro dettaglio. Impossibile restare in silenzio e, quindi, non parlare di quest’album.
L’album nasconde un lato profondo e talmente intenso, si potrebbe descrivere col titolo della meravigliosa “Deep Blue”, che entra in contrasto proprio con i tre puntini di sospensione dell’inizio.
“The Suburbs” sarà difficile da comprendere per questa sua pienezza e ricercatezza, ma intanto cattura e trascina chi lo SENTE in modo immediato, grazie a questa serie di sensi sublimi e romantici presenti.

Basta. Quello che descrive al meglio quest’album è l’interpretazione delle sedici tracce, quindi…

Tracklist

1. “The Suburbs”
2. “Ready To Start”
3. “Modern Man”
4. “Rococo”
5. “Empty Room”
6. “City With No Children”
7. “Half Light I”
8. “Half Light II (No Celebration)”
9. “Suburban War”
10. “Month of May”
11. “Wasted Hours”
12. “Deep Blue”
13. “We Used to Wait”
14. “Sprawl I (Flatland)”
15. “Sprawl II (Mountains Beyond Mountains)”
16. “The Suburbs (Continued)”

Ok lo scrivo lo stesso, nonostante il post sia dedicato solo agli Arcade Fire: vado a vedere i Foals, e l’università per il master, a Edimburgo = Space is the place.

Music overdose

La band di cui sto per parlare non è né una band emo, come credevo all’inizio, né una mia imprecazione nei confronti di questo caldo afoso ed infame.
I Die! Die! Die! sono una band neozelandese il cui genere è legato, ma solo in parte, a quell’esplosione punk-indie-surf che in questo periodo viene ripreso da tante band, soprattutto americane.
La band prende comunque le distanze dalle altre di cui ho parlato proprio nel post “Summer Mood”: l’influenza “estiva” e neozelandese, non musica tribale e\o simili, c’è sicuramente, ma quel punk-indie non ha niente a che vedere con Drums, Best Coast, Surfer Blood e via dicendo.
Form è il titolo del loro terzo album, questi tre ragazzi sono attivi dal 2003, ed è un album piacevole e immediato che cattura chi lo ascolta dalla prima all’ultima traccia.
Gli album precedenti, di cui non ho trovato niente se non sul solito youtube, sembrano parecchio differenti da questo nuovo “Form”.
La nuova uscita del trio giovanissimo è molto più dolce, basta ascoltare la bellissima “Daze”, e molto più melodico e pop rispetto ai precedenti.
“Promises Promises” e il loro album d’esordio, omonimo, sono decisamente più malati e marcati da un ritmo, più che punk, molto noise-pop. Quest’ultimo aspetto ritmico lo si ritrova anche in “Form”, per esempio in “We built our own oppressor”.
“Form” resta comunque un buon album indie-pop-punk-e via dicendo che rimane facilmente in testa dopo pochissimi ascolti e che provoca una leggera dipendenza: peccato che la band sia neozelandese e faccia date solo vicino casa, ma non si sa mai…

Tracklist

01 Caseman
02 Lil Ships
03 Howye
04 Daze
05 We Bulit Our Own Oppresors
06 Paquin
07 Shine Through
08 Wasted Lands
09 Ht
10 Frame

Il secondo album che mi ha colpita e mi ha annoiata allo stesso tempo è stato“Light Chasers”, ovvero la nuova uscita discografica dei Cloud Cult.
I primi due ascolti sono stati parecchio forzati: l’album mi è sembrato abbastanza noioso, interminabile e a metà volevo interrompere l’ascolto.
Non ho interrotto l’ascolto, ho continuato e piano piano l’album ha iniziato a coinvolgermi: adoro i Cloud Cult e mi sarebbe veramente dispiaciuto se questo “Light Chasers” non mi fosse entrato in testa.
Un album che mescola più generi, difficile e che lascia senza parole: la sperimentazione domina e riempie l’intera opera della band.
Un’opera d’arte raccontata come se fosse una storia, capitolo per capitolo: a tratti le voci sono basse, a tratti intense e in altre parti sperimentali e quasi “aliene”.
Inutile dire che questo album è completo e probabilmente uno dei più belli, validi, intensi e ricercati del 2010: tratti di musica classica si uniscono a un ritmo più sperimentale e alternative.
Un album meraviglioso, altro che noioso e pesante come credevo all’inizio, che cattura e trascina l’ascoltatore in un viaggio di sedici tracce e che si conclude in un mondo parallelo fatto di sogni e ricco di immagini figurative e astratte.

(Minchia che figata di album).

Tracklist
1. The Mission: Unexplainable Stories
2. The Departure: Today We Give Ourselves to the Fire
3. The Invocation (p.1) – You’ll Be Bright
4. The Birth
5. The Baby – You Were Born
6. The Lessons – Exploding People
7. The Interference
8. The Battles – Room Full of People in Your Head
9. The Escape – Running With the Wolves
10. The Acceptance – Responsible
11. The Surrender – Guessing Game
12. The Strength – Forces of the Unseen
13. The Invocation (p.2) – Blessings
14. The Awakening – Dawn
15. The Contact
16. The Arrival – There’s So Much Energy In Us

Blood Red Shoes @ BOtanique

I Blood Red Shoes sono un duo di Brighton, molto giovane, formato da Steven Ansell, alla batteria e voce, e Laura-Mary Carter, alla chitarra e voce.
Ieri sera sono stati a Bologna per presentare, in parte, il loro nuovo album “Fire like this”, tra l’alto tasso di umidità presente nella città e, soprattutto, tra un pubblico molto giovane e piuttosto entusiasta nel vedere questa band.
Il concerto dei Blood Red Shoes inizia alle 22.15 e la band presenterà questa scaletta:

Una scaletta molto breve, ma che porterà a 50 minuti intensi di concerto.
Nonostante la mancanza di un bassista, il duo inglese riesce a sostituirlo con grande energia e una buona tecnica facendosi sentire il più possibile: Steven picchia sulla batteria dalla prima all’ultima canzone, mentre Laura, alla chitarra, crea sonorità alla “garage rock”, più che alla solita indie, nonostante la ripetizione di alcune di queste.
Rispetto ad album, i due ragazzi di Brighton rendono molto di più live, poiché entrambi tendono a riempire le canzoni con grande sicurezza proprio attraverso la strumentazione che hanno a loro disposizione.
Dal punto di vista canoro non c’è niente da aggiungere, dato che molto simile a quella su album: le voci si alternano molto bene tra di loro ed entrambi mostrano di avere buona intonazione; peccato solo per l’ultima traccia della setlist, “Colours Fsade”, in cui non si sentiva nulla ed entrambi sembravano non aver più niente da dire, forse perché troppo stanchi.
Il pubblico, più giovane della band sul palco, rispode molto bene a tutto questo e apprezza lo show, molto semplice, che i Blood Red Shoes offrono.
Un concerto breve con una setlist strana, ma intenso e veramente piacevole da parte di una band, un duo giovanissimo e molto timido, che ha ancora tanto da dimostrare e da dare al proprio pubblico.

Summer mood

L’invasione di band Indie, soprattutto americane e che ricordano ai loro fan che siamo in estate, è iniziata.
Ci sono i Wavves, ci sono i Drums, ci sono i Surfer Blood e ci sono i Best Coast: tutte band che riprendono tanto il genere “surf” e che mi faranno compagnia quest’estate.
Le band citate sopra sono molto diverse tra di loro e questo retrogusto estivo e fresco, dato proprio dalla loro musica, porta sempre a effetti e a sensazioni differenti.
Parlerò dei Best Coast e del loro album Crazy for you” molto brevemente, poiché scriverò qualcosina in più per Indie-Zone tra qualche giorno: è un album estivo, molto suggestivo e ricco di riferimenti retrò e molto anni ’60.
Un album da ascoltare durante i momenti di massima tristezza, o quando si è in una città, senza mare, e con 35°-40°.
Su album sono veramente validi, ma con il live al BOtanique del 28 giudicherò meglio.

Tracklist

01 Boyfriend
02 Crazy for You
03 The End
04 Goodbye
05 Summer Mood
06 Our Deal
07 I Want To
08 When the Sun Don’t Shine
09 Bratty B
10 Honey
11 Happy
12 Each and Everyday

Bonus Track: “When I’m With You”

L’album dei Wavves “King of the beach” è un’esplosione di generi che vanno dal punk mescolato a indie e surf.
E’ un album di una band totalmente diversa dalle altre elencate all’inizio del post, insomma: l’influenza punk, allegro e di marchio californiano, si sente tanto a livello strumentale.
King of the beach diventerà uno degli album più sopravvalutati di quest’anno e con questo non voglio dire che l’album faccia schifo, anzi: l’unica “paura”, o dispiacere, per questi tre ragazzotti è che il loro album, dopo l’estate, possa essere messo da parte dopo averlo esaltato come non mai.
Tracce più “punk”, come “King of the beach” o “Super soacker”, si mescolano ad altre più lo-fi, “Baseball Cards”, e alla solita indie.
Credo che definirlo l’album dell’anno, come molta gente ha affermato in giro per il web, sia esagerato, ma comunque sia “King of the beach” è immediato, cattura subito l’attenzione di chi lo ascolta, è ricco di sonorità e influenze e fa dimenticare alla sottoscritta, a differenza dell’album dei Best Coast, l’aria bollente che sputa fuori il ventilatore (bazinga!).

Tracklist

01. King Of The Beach
02. Super Soaker
03. Idiot
04. When Will You Come?
05. Post Acid
06. Take On The World
07. Baseball Cards
08. Convertible Balloon
09. Green Eyes
10. Mickey Mouse
11. Linus Spacehead
12. Baby Say Goodbye

…e ora le band indigene-inglesi devono temere i cuginetti americani.

Je pense, donc je suis.

Un album di cui voglio parlare un po’, cosa che non feci a marzo, è qello di una band giovanissima di Belfast, ovvero “Buildings” dei General Fiasco.
Una band giovanissima, si sente tanto dalla voce, e di Belfast che genere può fare?
Il solito, e questo “Buildings” è il loro album d’esordio.
I General Fiasco si formano nel 2007 e a soli 18 anni seguono in tour band dello stesso loro genere come Pigeon Detectives, Wombats e quelle grandissime schifezze chiamate Enemy.
Torniamo a questa band di Belfast che su LastFm viene comparata a Two doors cinema club, Courteeners e, quelle altre schifezze, degli Scouting for Girls: dei Courteeners, a parte qualche sound più Indie alla “St. Jude”, questi General Fiasco non hanno niente a che fare; con i Two doors cinema Club qualcosa in comune, legato al sound, c’è; con gli Scouting for Girls non c’è proprio niente, a parte quando la band di Belfast riprende, in alcune tracce, il genere Pop. In conclusione: mai fidarsi dei paragoni tra una band e l’altra di LastFm; mai fidarsi di LastFm se non per i consigli.
Nell’album ci sono molti riferimenti legati a ben altre band: a tratti, alcune sonorità, mi ricordano tanto We Are Scientists e Wombats.
L’album “Buildings” è un buon album d’esordio, molto semplice e orecchiabile: è un album che passa velocemente, mai monotono e marcato da canzoni più “riflessive” e profonde, “Buildings” su tutte, mescolate ad altre più energetiche e determinate dalla spensieratezza tipica delle band del genere, più o meno.
I testi delle dieci canzoni che compongono l’album si riferiscono agli amici, serate, il ballare e le solite cose: non si può pretendere troppa poesia nei testi di certe band, ma alla fine va bene così.
Le tematiche saranno le stesse, ma in “Buildings” si riescono comunque ad individuare differenti stati d’animo e sensazioni, e proprio questa “differenza” non crea ripetitività.

Tracklist

1. We Are The Foolish
2. Ever So Shy
3. Please Take Your Time
4. Buildings
5. I’m Not Made Of Eyes
6. Sinking Ships
7. Rebel Get By
8. Talk To My Friends
9. Dancing With Girls
10. First Impressions

L’album numero due di cui avrei dovuto parlare, ma non lo farò, è “Kaleide” degli Sky Larkin. Non ne voglio parlare poiché mi ha lasciata piuttosto indifferente e quindi vorrei evitare di scriverci su.
Per oggi mi limito ai General Fiasco che spero, come per altre troppe band del genere, di vedere presto live per giudicare meglio.

E aggiungo una cosa: non vedo l’ora di laurearmi e di prendere quella dannata certificazione (IELTS o TOEFL).

Ladies and Gentlemen… and Adam Green.

Ieri sera, al BOtanique, Adam Green si è presentato in maniera differente da quel concerto al Covo di qualche mese fa: sale sul palco asciutto e pulito, non sudato e sbronzo marcio fin dall’inizio insomma; i suoi capelli riccioluti, stupendi, sono in ordine e se ne sta “””tranquillo””” (pure io che lo definisco “””tranquillo”””…ok non sto bene) sul palco.
Salta, balla, ha lo stesso timbro del Casablancas, assomiglia in un modo incredibile a Julian di “Is this it?” ed è veramente diverso dall’Adam Green di febbraio, o almeno così mi ha fatto credere durante i suoi primi venti minuti di concerto.
Al Covo ogni 2 secondi, a parte limonarsi chiunque, era in mezzo al pubblico a fare surf. Al BOtanique decide di lanciarsi in mezzo al pubblico dopo quei venti minuti e… semi-travolge, le sue gambe erano da tutt’altra parte, la sottoscritta (grazie a Adam ho scoperto che 13 anni di pallavolo sono serviti a qualcosa…e forse a settembre riprenderò, del resto prossimo anno torneranno i Franz Ferdinand e pure questi hanno una strana abitudine).
Come al solito intrattiene, ha un’ottima voce ed è un ottimo frontman: una personalità del genere deve essere supportato da una band con le palle. Proprio la band che supporta ‘sto ragazzo, magrolino col bulbo alcolico di cui ci si rende conto non appena si toglie la camicia, è preparata e segue senza paura quel pazzo di frontman.
Impossibile, o quasi, fare video e foto: o si limona qualcuna, o salta e corre, o si butta tra la folla.
Ecco l’Adam Green che conosco: sudato, ballerino, ubriaco, intrattenitore, folle e assolutamente geniale.
Diverte senza essere troppo banale e probabilmente è uno dei cantanti più spontanei, forse fin troppo, per quanto riguarda la scena indie-folk-rockquellochevolete.
E’ l’unico cantante-frontman-showman, almeno fin ora, capace di mostrare tutta questa follia e genialità sul palco: chi non ha mai visto Adam Green, non può capire.
Inutile parlare del suo rapporto, definirlo “intimo” è niente, col pubblico.
Un’ora e un quarto, circa, di concerto veramente divertente e soprattutto travolgente da parte di un essere vivente determinato, cazzone e tanto tanto sbronzo. Ma Adam Green, almeno per quanto mi riguarda, piace così.