Carlos Ashley Raphael Barât… e il suo album.

Carl Barât, amico (?) di Peter Doherty e (ex?) cantante-chitarrista dei Libertines, ha completato il suo progetto da solista e presto lo si vedrà anche in Italia, per quanto mi riguarda l’11 novembre al Covo poiché da amante dei Libertines non posso perdermi quel frocetto di Carlos.
Il suo album omonimo uscirà presto, ma finalmente sono riuscita ad ascoltarlo e… Pensavo peggio, molto peggio.

Invece no: l’album proposto da Carletto è, stranamente, vario e ricco di influenze e spunti, alcuni molto teatrali e suggestivi.
Niente a che vedere col suo amichetto Peter, onestamente preferisco quest’ultimo da solista che Carl: sarà perché Peter Doherty ha una vena (e detta così…) più poetica e da esteta maledetto (basta vedere l’artwork del suo album da solista “Grace\Wastelands”).

Torniamo a Carlos: come ho detto pensavo che quest’album facesse schifo o fosse ai livelli dei Dirty Pretty Things, band che non amo particolarmente nonostante la presenza di Anthony Rossomando, Gary Powell e, appunto, Carl.
L’album del (ex?) Libertine si stacca da ogni riferimento delle band precedenti, meno la sua voce che è sempre molto riconoscibile: ci sono canzoni che sembrano uno spettacolo di magia, soprattutto The Magus e The Fall, e sono molto suggestive; altre sono più intense, riflessive e dolcissime, come “What have I done”, “Shadows Fall” (meravigliosa) e “Irony of Love”; alcune canzoni sono più delicate come se fossero una ninna-nanna, per esempio “Ode to a girl”; poco e niente di indie, se non “Run with the boys”.

E’ un album molto vario, ma non per questo meraviglioso : sicuramente Carlos ci mette tanto della sua vita, ci mette l’anima in questo album, ma al massimo si può parlare di un disco veramente “carino” e imprevedibile.
Fortunatamente le tracce “oscene”\inascoltabili sono pochissime , una o due al massimo, rispetto a quelle piacevoli, orecchiabili e dolci: che uomo tenero e innamorato è diventato Carl.
Un album un po’ contrastante per le influenze presenti, ma nel complesso è decente e lo si ascolta volentieri.

Ora voglio vedere cosa combinerà al Covo a novembre, sperando che inserisca nella scaletta qualche traccia Libertina.

(Una considerazione personale: l’artwork dell’album fa schifo. I suoi capelli sono osceni e sembra uno zarro.
Sistèmati quei capelli e fatti il ciuffo che non sta mai da un lato, Carl!)

Tracklist

1. The Magus
2. Je Regrette, Je Regrette
3. She’s Something
4. Carve My Name
5. Run With The Boys
6. The Fall
7. So Long, My Lover
8. What Have I Done
9. Shadows Fall
10. Ode To A Girl
11. Death Fires Burn At Night
12. Irony of Love

Perch patchwork.

A inizio settembre mi sono accorta di una cosa, o meglio di un album: a giugno trovai alcuni dischi veramente interessanti in giro per il web, di cui non ho mai parlato \ scritto nell’agendina dove di solito mi segno tutti gli ascolti-band-album di quest’anno.
Un album fondamentale , o almeno uno tra i miei preferiti di questo 2010 infame, è “Perch Patchwork”, la seconda uscita discografica di una band assurda e impressionante, Maps&Atlases.

Questi ragazzotti di Chicago, come si vede da lastfm, trattano vari generi: si sentono dei piccoli richiami agli Arcade Fire, colpa dei violini e delle immagini suggestive e sognanti che si vengono a creare grazie alle melodie interpretate con grande stile dalla band; tra le prime tracce dell’album, “The Charm” è l’esempio assoluto, si sente una batteria onnipresente e energica à la Foals (il puledro selvaggio, Jack Bevan, è uno dei migliori batteristi in circolazione per il genere); c’è qualche piccolo riferimento a questa indie-folk, senza esagerare, soprattutto a livello vocale.

I Maps&Atlases amano sperimentare più melodie e ritmi per poi alternarli tra di loro: il risultato è un album ben costruito e fondato su basi solide, quali la voce ben marcata e di discreta rilevanza, oltre alla parte strumentale creatrice proprio di quegli effetti incantevoli e affascinanti che tendono prima a scontrarsi ripetutamente per il cambio e l’alternarsi di “genere”, per poi unirsi in un’unica sensazione estremamente gradevole per le orecchie, e non solo, di chi sente.

tracklist

01. Will
02. The Charm
03. Living Decorations
04. Solid Ground
05. Is
06. Israeli Caves
07. Banished Be Cavalier
08. Carrying The Wet Wood
09. Pigeon
10. If This Is
11. Was
12. Perch Patchwork

Sleep on the dancefloor

I The Postelles sono una band nuovissima proveniente da New York, non sono inglesi maledetti Indie-snob, e il cui album omonimo è stato prodotto da Mr Albert Hammond Jr degli Strokes.

Dopo aver trattato di tante band indie, e non, che inseriscono tastiere e synth nella loro musica, finalmente si torna alle origini con la semplice indie\pop-indie\rock: nessuna tastiera in undici canzoni, solo tante influenze e buona musica.
Il riferimento principale è legato alle band del genere più recenti, come Wombats, Let’s wrestle e Vampire Weekend, ma la band newyorkese dà peso anche al rock’n’roll anni ’50-’60, ad esempio Beatles o Buddy Holly.
In mezzo a questo Indie\Rock tradotto e interpretato  dai The Postelles, ebbene sì, ci sono anche gli Strokes: “Stella”, ad esempio, mi ricorda tantissimo “Last Nite” o “Someday”, insomma una traccia che si balla volentieri, quanto le due canzoni appena citate di quell’altra band di New York che amo alla follia.

L’album dei The Postelles scorre in 32 minuti evitando pause o sbalzi tra una traccia e l’altra: tutte le tracce, infatti, sono piene di energia e dotate di una certa spensieratezza, caratteristiche che vengono sempre esaltate e non perdono mai colore.
Un album vivo, semplice e che viaggia tra le ali del rock’n’roll più classico e l’indie-rock più allegra di questo periodo che tratta le solite tematiche riguardanti le esperienze adolescenza e post dei componenti della band: trentadue minuti che scivolano via velocemente da ballare, cantare e da vivere in piena distensione.

Tracklist

01. White Night
02. Sleep on the Dance Floor
03. 123 Stop
04. Boy’s Best Friend
05. Can’t Stand Still
06. Hold On
07. Stella
08. Hey Little Sister
09. Whisper Whisper
10. Blue Room
11. She She

(Spero di vedere presto questa band, magari di apertura a Bologna ai Kings of Leon il 3 dicembre).

I saw the flames burn out in your eyes

Theo e Adam sono i componenti di una band di Manchester, sì un’altra, che sta travolgendo chiunque: nel mondo indie-electro oramai conoscono tutti gli Hurts, ma nel caso in cui non si conoscano qui trovate qualche informazione.

Theo e Adam formano questi stramaledetti Hurts e finalmente “Happiness” è uscito, il 6 settembre, e lo si può ascoltare: diciamo che ho atteso un po’ quest’uscita e ora che finalmente la posso ascoltare sono meno ansiosa.
E’ un album che scivola addosso, sulla pelle, e che rimane facilmente in testa: sembra un uragano di musica synthpop-electro-e non solo che travolge e avvolge chi ascolta, sarà a causa della voce di Theo ultra-orecchiabile, piacevole, e meravigliosa.
Inutile che mi metta a parlare di riferimenti ed influenze: come ogni gruppo del genere, l’influenza della dance\electro anni ’80 c’è ed è inevitabile poiché l’evoluzione musicale di questi ultimi anni richiede quei generi e i gruppi devono seguire quest’ondata per non rimanere indietro e perdersi nel banale.
Non bisogna farsi ingannare però, poiché Happiness ricopre più generi e ruoli: a un certo punto si rimane a bocca aperta per quello che il duo di Manchester combina.
Happiness è un gran bell’album e diverso dalla solita musica synthpop-electro: una qualità di molte band del genere, ovviamente non tutte perché c’è chi copia altri spudoratamente, è che riescono a differenziarsi l’una dall’altra con uno o più aspetti che appartengono solo ed unicamente a loro.
Gli Hurts hanno trovato le giuste qualità, le giuste melodie e i giusti ritmi per farsi amare, poiché, come ho già detto, Happiness è un album davvero vario e ricco di particolari: tracce Dancefloor in puro stile anni ’80 in cui è impossibile stare fermi, per esempio i singoloni “Better Than Love” e “Wonderful Life” oltre a “Devotion”, che vede la partecipazione di Kylie Minogue; tracce pop che sembrano delle meravigliose ballate , la bellissima “Sunday” per esempio, marcate da meno synth e più poesia a livello melodico\armonico\vocale; tracce, con violini e pianoforte, ricche di sensazioni imponenti e sublimi come “Unspoken” e la meravigliosa “Water” , in cui i due strumenti citati poco fa e la voce fanno quasi venire i lacrimoni.
Chiude la ghost track, imponente e à la Moulin Rouge con un buon riferimento al cantato lirico.
I singoli sono le tracce più travolgenti a livello danzereccio, ma l’intero album degli Hurts cattura l’attenzione per il mescolarsi tra generi e lo scontrarsi tra diverse sensazioni, e come un vento leggero, a tratti, o un uragano, in altri, travolge i sensi di chi ascolta e li confonde.
Caos, bellezza e subliminazione dei sensi entrano in collisione: basta questo per descrivere Happiness, e bravissimi questi Hurts che in un solo album riescono a far rivivere più sonorità ed emozioni.

Tracklist:

1. “Silver Lining”
2. “Wonderful Life”
3. “Blood, Tears & Gold”
4. “Sunday”
5. “Stay”
6. “Illuminated”
7. “Evelyn”
8. “Better Than Love”
9. “Devotion”
10. “Unspoken”
11. “The Water”

Better than love

Unspoken

Like Violence you kill me, forever and after

Ieri sera mi sentivo come dieci anni fa: una povera dodicenne entrata nel mondo del punk dopo essere stata massacrata da musica inutile e senza senso, escludendo Beatles e Queen.
Dieci anni fa è iniziata la mia rivolta musicale, che poi si sarebbe ampliata uno-due anni dopo con l’arrivo del Brit Pop, della New Wave \ Post-Punk più deprimente e poi con alternative \ indie e derivati vari: una tragedia.
Ho iniziato col Panc, quindi, con un genere per niente tranquillo: ero alle medie e io e una mia cara amica, con la quale non parlo più da 4-5anni e non intendo parlarci per altri 50-60, eravamo in fissa con i Blink 182, NOFX e Rancid.
Ieri sera mi sono ritrovata a frugare nel passato di ricordi per un’ora e quindici minuti , quando sono stata sostenuta nel pogo, quindi tante botte, con occhi chiusi, per cercare di ricordare le cose più belle di quel periodo, e stare sospesa tra due armadi senza toccare terra.

Partiamo dalla mattina, con una fila incredibile davanti ai cancelli e con la pressione bassa – caldo che non volevano farmi proprio godere il concerto.
Il gruppo italiano “The Leeches” non mi convince proprio: ero nel bel mezzo della futura bolgia e mi sono tolta per non essere devastata\uccisa\massacrata alla fine della loro esibizione.
Sul palco, dopo poco, arriva la prima band che piace a un sacco di persone, soprattutto a gente patetica che era lì se non per loro e non avesse idea di che cosa fosse il “panc”, gli All Time Low.
Non mi piacciono proprio e sono una di quelle band che ritengo per bimbiminchia, ma alla fine devo ammettere che hanno preso tanto e hanno fatto male, a causa dei malati di mente rompicazzo presenti a ogni concerto e che pogherebbero anche durante gli Interpol, al pubblico che si trovava nel bel mezzo dell’inferno.
Sono una band per ragazzine infoiate: ero fuori e vedevo bambine che piangevano, che urlavano (povere le mie orecchie) e di un’età compresa tra i 12-14 anni, mi sono sentita una vecchia.
Ovviamente non c’era solo questa categoria di persone ad ascoltarle, ma anche gente più normale e che non ti urla nelle orecchie nemmeno se sul palco ci fossero i Jonas Brothers accompagnati da Justin Biber (o come si scrive, insomma!)… per fortuna e ringrazio quella parte di pubblico.
Una cosa che poi ho odiato sia di questi ragazzi, ma anche dei Simple Plan, a seguire, sono stati i soliti: “sexy Italian girls”, “Fuckin'”, “Motherfucker”, “Make some noise”. Quando lo hai detto una-due-tre-quattro volte, BASTA, smettila!
Mi sono piaciuti molto di più questi All Time Low, nonostante non fosse proprio il mio genere, che i Simple Plan: un set infinito in cui il cantante se la credeva nemmeno fosse il Bellamy. Calmati ragazzo, forza.
Ho notato, osservando da una collinetta dell’arena parco nord, che hanno tenuto comunque bene il pubblico: anche se là in mezzo c’era gente che avrebbe preferito vedere morti questi 4-5 ragazzini, piuttosto che sul palco, alla fine questa saltava e cantava gli “ohohhhhh” – “yeahyeah” promossi ripetutamente dalla band canadese.
Basta, vi prego.
Sì basta.
Al concerto non mancano le cazzate, del tipo fare la doccia con gli idranti: beh, ci voleva, dato che mi sono scottata naso e braccia.
Poi ai concerti non mancano gli incontri particolari: due fanboy-blink182 neozelandesi belli convinti che hanno chiesto una foto con me e un’amica (aiuto), un tizio ubriaco perso, gli armadi di due metri che durante il pogo assassino ti uccidono e poi ti chiedono continuamente scusa, e i gorilla che ti uccidono e basta.
Arriviamo ai Sum 41 e da qui inizia da qui il mio concerto.
Avevo intenzione di uccidermi e allo stesso tempo vedere qualcosa, ma ero troppo indietro: solo per le ultime tre canzoni mi è venuta in mente l’idea di buttarmi in mezzo alla mischia, dopo essermi comportata da Indie-snob con maglietta dei Foals fradicia, per prendermi e dare, certo meno di quante ne prendo, botte.
I Sum 41 hanno fatto un set più breve di quanto pensassi: sarà che i Simple Plan mi sono sembrati quasi infiniti, ma questi non hanno suonato tanto.
Il batterista è il migliore e il più bravo della band, ma Deryck ha tanto carisma, una buona presenza scenica e alla fine ha una buona voce, rispetto a quella di Tom dei Blink 281 che…
Insomma, mi sono piaciuti e mi hanno preso tanto, oltre ad aver dimostrato un buonissimo legame col pubblico. Bravi.
Ultima band.
I Blink 182, ovvero l’unica band con un minimo di scenografia: cartoni animati, oddio pessima scelta, ottime luci e meraviglioso quello che fa Travis durante l’assolo di batteria su quella pedana girevole.
Tom, Mark e Travis entrano alle 21.30 sul palco dell’I-day e per tre canzoni non ci ho capito niente, ero troppo occupata a proteggermi la testa e a cercare di dare gomitate.
Esco, poi, dal pogo assassino per buttarmi nel pogo “assassino-ma-scusami-se-ti-faccio-male”dove riuscirò anche a vedere qualcosina.
Il devasto è mescolato alle canzoni cantate a squarciagola dalle 27000 persone presenti, compresse come sardine, e alla voglia infinita di vedere questa band.
Il risultato del concerto dei Blink?
Una gran bella delusione da una parte, ma dall’altra una buona dose di finalmente-li-ho-visti-sono-troppo-contenta.
I Blink 182 una volta nella vita bisogna vederli, ma 46 euro sono troppi e forse mi aspettavo un po’ di più.
Travis e TUTTO il pubblico che cantava, e si ammazzava, hanno salvato la situazione.
Mark e Tom, sia a livello vocale che a livello tecnico non si possono sentire: a un certo punto, mentre Tom stonava tranquillamente, mi sono messa le mani nei capelli.
Mi aspettavo un qualcosa di più, ma alla fine qualcosa si è salvato: i Blink sono coinvolgenti e tanto divertenti; Tom è un malato di mente ma con ottima presenza scenica, togliendo la voce; Mark prova a cantare ma non riesce ad andare oltre a una certa ottava, “Stockholm Syndrome” me la aspettavo diversamente a livello del cantato.
La risposta del pubblico, nonostante tutto, è perfetta e per questo salvo, in parte, il concerto dei Blink.
E’ stato un concerto abbastanza veloce, insomma non volevano stare troppo sul palco, della durata di un’ora e un quarto, ma almeno ci sono stati i “pezzi storici” e la scaletta non è stata così breve.

# Dumpweed
# Feeling This
# The Rock Show
# What’s My Age Again?
# Violence
# I Miss You
# Stay Together For The Kids
# Down
# Always
# Stockholm Syndrome
# First Date
# Man Overboard
# Don’t Leave Me
# Not Now
# All The Small Things
# Reckless Abandon
# Josie
# Anthem Part 2

Encore:

# Travis Drum Solo
# Carousel
# Dammit
# Family Reunion

I Blink basta vederli una sola volta nella vita: mi ha fatto piacere vederli, se Tom non avesse cercato di distruggermi i timpani forse sarebbe andata meglio, sentirli, viverli in questo modo, pogare come una dannata e cantare fino ad avere una voce da trans.
46 euro, però, per una cazzata del genere e per un festival senza un minimo di organizzazione, non li spenderò mai più.

Mio caro amico Win(nie Pooh)

Sono davvero pronta a scrivere questo resoconto sul concertone di ieri, aka primo giorno dell’ I-day festival? Non lo so, ma provo.
Alle 15, quando ancora non ci sono tante persone, io e Laura arriviamo davanti ai cancelli dell’Arena Parco Nord, che apriranno un quarto d’ora dopo.
Si entra, si perlustra la zona e intanto inizia la band italiana, Joycut, che ho considerato veramente in minima parte: quello che posso dire con certezza è che ci sono band italiane nettamente migliori di loro.

Il mio concerto inizia con la band inglese, che arriva dopo questi Joycut, ovvero i Chapel Club: band che mi incuriosiva parecchio prima di questo concerto, ma di cui non ho trovato niente sul web, se non i video di youtube.
Non appena entra quest’uomo

si iniziano a fare apprezzamenti sul suo essere inglese.
A parte questa piccola scia di groupismo, inizio ad ascoltare la band che si mostra veramente interessante e valida: indie, quello che volete, ma con sfumature decisamente più dark e certamente non prevedibili. Non sono la solita indie-rock band inglese, decisamente no.
La voce sottolinea proprio questo lato cupo e più che indie, sarebbe meglio definirli come una band che riprende tratti del classico “post-punk”.
Aspetto l’album e magari un altro live per capire al meglio questa band, che ieri mi ha colpita veramente tanto.

La band che aspettavo più dei Modest Mouse e meno degli Arcade Fire, è quella che segue i Chapel Club, i Fanfarlo.

Il loro album, nonostante i tanti ascolti mesi prima di questo concerto, non mi è entrato in testa per niente e temevo anche per questo live.
Quanto mi sbagliavo.
Questa band indie-pop di Londra si mostra all’altezza e viene subito apprezzata dal pubblico, che intanto sta aumentando numericamente.
I Fanfarlo si possono descrivere con pochi aggettivi: teneri, semplici, chiari e, soprattutto, capaci.
Capaci perché sanno suonare bene molti strumenti a loro disposizione; sono puliti e lucidi sia a livello vocale che sonoro; sono semplici e allo stesso tempo riempiono l’aria di musica ricca e piena di particolari sonori.
La band mostra dall’inizio fino a fine concerto una certa umiltà e semplicità, qualità che piacciono tanto al pubblico che li ascolta e rimane coinvolto da quest’atmosfera serena\sognante data proprio dalla loro musica.
Questi Fanfarlo sono veramente tanto bravi e potrebbero essere, a causa del saper suonare bene ogni strumento di cui fanno uso e del loro essere puliti e chiari, i figliastri degli stessi Arcade Fire.

Passiamo poi alla penultima band: i Modest Mouse.

Se i Fanfarlo sono dei ragazzini dolci e puliti, i Modest Mouse sono dei pazzi schizofrenici e senza un minimo di buon senso, a livello musicale ovviamente.
Inizialmente credevo che l’acustica facesse veramente schifo poiché non riuscivo a sentire la voce del cantante: mi accorgerò, in seguito a 3-4 canzoni, che non è colpa dell’acustica.
Il cantante, per esaltare l’ aspetto da “pazzo-fottuto di mente”, ha una voce quasi spezzata: a tratti la si comprende, a tratti non si capisce niente.
E’ una cosa voluta dallo stesso vocalist e, nonostante non amassi tanto questa sua scelta, riescono a prendermi.
A livello strumentale, invece, mi sono sembrati parecchio movimentati, multiformi e particolari: la band mostra una certa esperienza e sicuramente sa come muoversi su un palco.
La presenza scenica è decente e fanno muovere una buona parte di pubblico, ormai ci siamo tutti.
Ammetto di non conoscere benissimo questa band, ma devo dire che mi ha preso parecchio, nonostante quella voce così spezzata che mi ha lasciata un po’ perplessa.

Passiamo alla band sulla quale vorrei scrivere un romanzo intero: gli Arcade Fire.

Gli Arcade Fire si presentano alle 21.30 spaccate sul palco dell’ I-day: c’è tantissima gente per loro che immediatamente viene sommersa dall’ondata musicale di “Ready to start”, il nuovo singolo della band canadese.
Appena i magnifici otto entrano sul palco, arriva in me un senso di perdita estrema, una certa malinconia: non sto male, ma sento qualcosa di veramente incredibile e indescrivibile che mi avvolge.
Dopo il singolo, arriva “Month of May”, altra canzone del nuovo album che amo alla follia e che registro, mentre la mia testa è in pieno Caos. Questo pezzo viene esaltato alla follia dalla band guidata da Win, grazie agli effetti sonori dati dai megafoni: sembra che il pubblico sia avvolto da una brezza fresca in grado di travolgere e poi rimettere tutto in ordine. Un uragano.
Ciò che mi fa passare tutto è quello che a fine concerto ho descritto come un’apocalisse interiore: con “Neighborhood 1 (Tunnel)” e “Crown of Love” esplodo in lacrime come un’idiota, senza pensare ai quintali di eyeliner e mascara (una furbona insomma) che poi mi coleranno sul viso, e non riesco a cantare, non riesco a rendermi conto di tutto e alla fine mi perdo nell’atmosfera incantata, perfetta che creano questi Arcade Fire con la loro MUSICA.
Règine, una donna meravigliosa e fantastica, lascia la batteria per passare avanti a cantare: arriva la canzone à la Blondie che mi ha colpita fin dal primo ascolto su album, “Sprawl II”.
Règine ha una voce incredibile, dolce, quasi da bambina e che farebbe commuovere anche un sasso; i suoi movimenti, quando balla, sono sereni, liberi e che arricchiscono l’incredibile presenza scenica che cattura e avvolge chi è presente.
Il concerto passa con le “sviolinate” di “The Suburbs”, la bellissima “Suburban War” , l’atmosfera spirituale creata dalla meravigliosa “Intervention” e dalla movimentata, almeno alla fine, “Modern Man”.
Inaspettate, almeno per la sottoscritta, sono state “No Cars Go”, sulla quale credo di aver lasciato un polmone all’arena parco nord tanto che ho urlato, e quella sensazione sognante data da “Haiti”.
Segue, poi, una canzone che non mi piace proprio, “We used to wait”, ma devo ammettere che anche questa live rende molto di più che su album.
Tornano le lacrime e torna la sensazione “ora-un-polmone-lo-lascio-all’-arena-intanto-c’è-l’altro!”, dato che prima viene interpretata una tra le mie canzoni preferite, “Neighborhood 3 (Power out)” e, successivamente, “Rebellion \ Lies”.
Per un istante tutto per me si ferma, la band non è più sul palco e mi sembra di vivere un sogno: gli Arcade Fire non hanno finito, manca l’encore.
La band torna sul palco dopo pochissimi minuti: è il momento di “Keep the car running” e della classica, ma che non deve mai mancare, “Wake up” che sopraffanno il pubblico che balla, salta, canta a squarciagola, si commuove e sogna.
Un concerto indescrivibile e che ho vissuto a pieno: credo di non aver mai provato emozioni e sensazioni così contrastanti tra loro a un evento del genere.
Gli Arcade Fire sono completi, perfetti, geniali, affascinanti, pieni di fantasia e ricchi di Musica sconvolgente: le sensazioni che creano e che interpretano una volta assorbite, non abbandonano più corpo e anima di chi li ha vissuti a pieno, di chi li ha visti in concerto.
Presenza scenica perfetta: tutti gli elementi della band, escludendo le due magnifiche violiniste, sanno suonare tutto e si alternano con una facilità incredibile mostrando carattere e grande tecnica.
La scenografia fa parte di tutto ciò: riferimenti al cinema muto-classico, scene e immagini che si alternano e giochi, semplici ma suggestivi, di luce riempiono quest’atmosfera viva e sognante che circonda tutto il pubblico di Bologna.
Incredibili e perfetti.
Questi Arcade Fire, in un’ora e mezza, mi hanno fatto provare tutto ciò che, solitamente, più band e di diverso genere mi fanno sentire.
Loro sono stati perfetti, sono decisamente migliori rispetto ad album e descrivere il loro spettacolo è impossibile: bisogna viverlo per poter comprendere a pieno tutto.

Dopo il passaggio dei Muse da musicisti a bimbiminchia, ho perso il punto di riferimento, la “band preferita”, il gruppo che mi sconvolge l’anima e il corpo: credo di averlo ritrovato.
Gli Arcade Fire mi rendono viva per davvero e ieri sera la loro musica mi ha fatto respirare, di nuovo.

Cazzo, che concerto.