Germans do it better…

…Riferito all’elettronica e a tutti i suoi derivati: i tedeschi ce l’hanno nel sangue e anche i gruppetti “piccolini”, quelli emergenti, riescono bene quando toccano questo genere.
In questo post, in teoria, avrei dovuto parlare di una band indie-pop inglese, “Little Comets”; in pratica parlerò di una “band”, dato il nome non si direbbe, elettro-pocoindie “chiamata” I’m not a band, o un duo tedesco già abbastanza conosciuto nel loro paese, e del loro nuovo album “Electrolin”

Ci troviamo nel mondo dell’elettronica, che in questo periodo sembra andare tanto nel panorama indie inglese, ma questa band ci aggiunge e mescola particolari unici, piuttosto riflessivi e personali.

Ci sono tanti synth e aggeggini vari che fanno ballare fino allo sfinimento; ci sono due voci, quella di un ragazzo e una ragazza, che si scontrano tra loro ma restano sempre molto Pop e orecchiabili; ci sono pezzi à la Crystal Castles e Sexy Sushi, ma allo stesso tempo c’è un violino, suonato da Stephan, dirompente e che viene fuori come se volesse dire che non c’è niente da dare per scontato in questo “Electrolin”: questi sono gli I’m not a band, due ragazzi che cercano di tenersi aggiornati sulla musica che li circonda e suonano ciò che più gli piace.
“I’m not a band” sono Stephan, la mente del progetto influenzato dalla scena musicale inglese e tedesca (vive tra Berlino e Londra), e Kassandra: non amano il termine “band”, ma preferiscono definirsi come un’esplosione di sonorità e di generi, dato che l’album comprende dei pezzi molto arrabbiati (“Don’t Fxxx with me” e “Blah Blah Blah”) che si scontrano con altri molto tranquilli e molto Pop, oltre che con quelli più malinconici (la stupenda “March 23rd”) .

Un album davvero interessante e particolare, del resto è piuttosto raro sentire un violino in mezzo a un’esplosione di synth.

Tracklist

01 This is it 05:03
02 Crazy 03:46
03 Black Horses 03:32
04 Trainthoughts 04:34
05 Blah Blah 03:30
06 Dont Fxxx with Me 03:07
07 To be Honest 03:33
08 March 23rd 04:37
09 In the Sun 03:30
10 Evelyn Eludes 05:08
11 Electrolin 03:58
12 Im not a Band 04:14
13 Distrust / Monolyn 09:49

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Corner of the sky

Nel 2004-2005 vidi una foto di Alex Kapranos con una maglietta di una band che suonò proprio con i Franz Ferdinand: ecco come la sottoscritta conobbe i Cut Copy, band australiana che propone una buona elettronica fin dal 2001.
La band capitanata da Dan Whitford è tornata con un nuovo album, Zonoscope, in uscita l’8 febbraio, e ci tengo a dire che il gruppo australiano si girerà tutta l’Europa saltando il nostro paese di merda.

Se con l’album precedente, “In ghost colours” che piacque davvero tanto alla critica e agli inglesi, i Cut Copy volevano dichiarare il loro amore immenso all’elettronica anni ’80, cosa vogliono dirci, ora, con questo nuovo, e a mio avviso ben costruito, “Zonoscope”?!

L’aspetto anni ’80 è molto più marcato ed evidente in almeno metà album, ma allo stesso tempo sono presenti tracce che si staccano, in parte, dall’influenza di quegli anni, per seguire l’elettronica di ora marcata da note di psichedelia, synth pesanti, vocina leggera e molto “dream” e deliri indie-elettro vicino alla roba chiamata nu-rave: “Where I’m going”, il singolone molto più indie di elettro, “Strange nostalgia for the future”, strumentale e con minimi riferimenti alla psichedelia, e “This is all we’ve got”, molto Pop a livello vocale, ne sono un chiaro esempio.
Un album che cresce tanto a forza di ascoltarlo, molto vario e piuttosto delirante, basta sentire “God Sun”, il pezzone che chiude il terzo capitolo della band australiana, o quindici minuti di “dedica d’amore” per un certo tipo di musica da parte di Dan e compagni.

Tracklist
1. Need You Now
2. Take Me Over
3. Where I’m Going
4. Pharaohs & Pyramids
5. Blink and You’ll Miss a Revolution
6. Strange Nostalgia for the Future
7. This is All We’ve Got
8. Alisa
9. Hanging Onto Every Heartbeat
10. Corner of the Sky
11. Sun God

I know nothing ever keeps you safe for sure.

Dato che la musica è soggettiva e preferisco scoprire nuove band \\ nuovi album ed esaltarli, piuttosto di criticarli pesantemente e stroncarli, quest’anno parlo solo degli album più entusiasmanti e validi. Punto.

L’album, di cui parlo ora, sarà sicuramente uno dei più influenti, giusto per non dire “uno tra i più belli”, nel corso di questo 2011: “Reptilians”, in uscita l’otto marzo, degli americani, di Portland, Starfucker.
Se prima erano conosciuti giusto per il nome, a quanto pare ritenuto troppo figo dagli americani, ora questa band tira fuori gli artigli e mostra la sua vera essenza musicale, proponendola a un pubblico molto più ampio.

Sperimentazioni varie, synth potenti, un po’ di psichedelia, aggeggini elettronici che trasformano una melodia Pop in un’altra elettro-pop molto orecchiabile e in sintonia con una voce leggera, quasi Dream-Pop che cattura e allo stesso tempo fa rilassare chi ascolta, sono gli ingredienti basilari di quest’album meraviglioso, dolce e coinvolgente.

Anche quest’album, come il prossimo di cui parlerò, è molto personale, poiché la maggior parte delle tracce sono state realizzate dal frontman Joshua Hodges, cantante e polistrumentista, sia a livello testuale che strumentale.

Un album davvero vario che mantiene la tradizione indiepop\elettro e che riprende gruppi dello stesso genere, come: Toro Y Moi, per gli aspetti più “dream”; Neon Indian e La Roux, per le tracce più danzerecce; Everything Everything, per i piccolissimi riferimenti alla psichedelia; Teen daze e MGMT.
“Reptilians” è un album coinvolgente, a tratti danzereccio, divertente, in grado di trasformare un’atmosfera piatta in un qualcosa di movimentato e davvero multiforme.

Tracklist

1. Born
2. Julius
3. Bury Us Alive
4. Mystery Cloud
5. Death as a Fetish
6. Astoria
7. Reptilians
8. The White of Noon
9. Hungry Ghost
10. Mona Vegas
11. Millions
12. Quality Time
13. Slow Dance (Bonus Track)
14. Recess Time (Bonus Track)

Torno un attimo all’otto novembre dello scorso anno e parlo velocemente di “Suburban Timebombs”, il secondo capitolo dei Roses Kings Castles.

Dato che quest’album non è stato apprezzato e diffuso dai media in proporzione alla sua bellezza e validità, mi sembra giusto parlare un po’ dell’album di Mr. Ficek.
“Suburban Timebombs” innanzitutto suona meglio dell’album precedente della band, giusto perché la strumentazione a disposizione è maggiore, c’è qualche collaborazione (slow club \\ Pat Walden) ed è stato prodotto in un vero e proprio studio di registrazione, a differenza del primo che è un album proveniente dalla propria stanza\cameretta.

L’influenza principale, legata al livello vocale, è quella del cantautorato inglese che riprende fondamentalmente tre grandi artisti del genere, ovvero Paul McCartney, Steve Mason e Graham Coxon; a livello strumentale, invece, ci sono differenti riferimenti all’indie, al folk e al pop.
Nonostante la voce di Ficek sia molto pulita, orecchiabile e non superi una certa ottava, le tematiche affrontate corrispondono al cinismo, all’essere piuttosto arrabbiati e ad altre varie esperienze di vita (l’essere stato buttato fuori dai Babyshambles è la più evidente): a livello testuale, dunque, c’è un certo dualismo “odio\amore”-“rabbia\dolcezza”.

Tracklist:

01 – Follow Me To Work
02 – I Killed You
03 – Shut Your Stupid Little Mouth
04 – Inner Love In Outer Space
05 – One Born Every Minute
06 – Backseat Living
07 – Subtleties Of Love
08 – Twisted Words
09 – My Senses Bomb
10 – Rabbit Punch
11 – Bletchley Park

F(Y)uck Yeah

Anno nuovo, concerti-album-band nuovi.
Si chiude un 2010 musicalmente sublime e si spera che questo 2011 sia, più o meno, allo stesso livello dell’anno precedente.

Inizio l’anno a parlare di una delle band rivelazioni, iniziamo piuttosto bene quindi, del 2011.

Le sonorità di Londra, del New Jersey e di Hiroshima si fondono tutte insieme creando uno degli album più interessanti, piacevoli e da consumare di questo 2011: sto parlando degli Yuck e del loro album omonimo che uscirà a febbraio.
Il nome della band sta a significare qualcosa del tipo “fesso”, ma questi Yuck non sono poi così stupidi.
Non ci sono sound tipici-“folkloristici” delle tre città elencate, ma sicuramente quest’album presenta più generi e tantissime influenze: c’è del noise, che riprende gli Sonic Youth; ci sono tracce di Indie Rock, probabilmente per fare riferimento e dichiarare amore a band come Pavement o Dinosaur Jr; ci sono tantissimi riferimenti alla musica Pop, quella più delicata e orecchiabile che non fa mai male ascoltare; ci sono brani shoegaze e dream pop in cui le voci dei vocalist (ragazzo\ragazza) interagiscono tra di loro garantendo effetti suggestivi ed atmosfere piuttosto sognanti.
Ripeto: questi “Yuck” tanto fessi non lo sono, anzi propongono una sottospecie di “revival” dei gruppi sopra elencati e si staccano da quello “lo-fi \\ surf-rock” che ha letteralmente invaso i media e le orecchie degli amanti di quel genere chiamato “Indie”(beh questa band lo è per davvero, o non avrebbe mai messo dei brani del nuovo da scaricare sul blog).
La band fondata da Max Bloom e Daniel Blumberg tenta, dunque, di rivoluzionare la musica dello scorso anno per arrivare a sonorità già sentite, certo, ma allo stesso tempo innovative e per niente banali.

Tra brani energici-vitali

ed altri molto Dream – Pop,

chi ascolta si dimenticherà dei The Drums, Beach Fossils, Wavves, Best Coast e via dicendo proprio in favore di questa band.

Tracklist

1. Get Away
2. The Wall
3. Shook Down
4. Holing Out
5. Suicide Policeman
6. Georgia
7. Suck
8. Stutter
9. Operation
10. Sunday
11. Rose Gives A Lilly
12. Rubber