Rainbow Arabia

Boys and Diamonds è la nuova uscita discografica di Rainbow Arabia, duo californiano che ama mescolare elettronica \ psichedelia \ world music.

Boys and Diamonds è un album che cattura e incuriosisce fin dal primo ascolto, grazie alle sonorità variopinte piuttosto orecchiabili e molto danzerecce, oltre alla voce genuina e molto “do it yourself” della frontwoman Tiffany Preston.
Il duo, per realizzare quest’album, ha compiuto una vera e propria ricerca antropologica, o poco ci è mancato: oltre a un sound americano, che ricorda vagamente gli HEALTH e MIA, e ad alcuni spunti della nuova ondata elettro, di cui fanno parte anche i Crystal Fighters, la band ci propone suoni lontani e misteriosi appartenenti alla cultura africana, ove le percussioni hanno un ruolo rilevante.

Questo disco presenta, oltre alle influenze poco fa citate, una fusione di generi che racchiude tracce di Punk e Reggae, quest’ultimo utile a sottolineare il distacco dalla tradizione musicale dei due musicisti, e mette in primo piano melodie Pop, molto piacevoli e mutevoli, che consentono all’ascoltatore di ritrovarsi nei luoghi esaminati dai due musicisti, marito e moglie, che non possono a fare meno di dare nuove tonalità alla sperimentazione.
Boys And Diamonds è un album particolare, ricercato, colorato e ricco di psichedelia: una tra le uscite discografiche più interessanti e creative di quest’ultimo periodo e del genere.

Tracklist
01. Boys and Diamonds
02. Without You
03. Nothin Gonna Be Undone
04. Blind
05. Papai
06. Jungle Bear
07. Hai
08. Mechanical
09. This Life is Practice
10. Sayer
11. Sequenced

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Tratto da una storia vera: “L’uomo che si stuprava il microfono”.

La mia digitale, al concerto degli Hurts, si è emozionata e ha iniziato a scattare una cinquantina di foto DECENTI, quando di solito vengono sempre e solo uno schifo.
Gli Hurts. Gli Hurts sono spettacolari: il duo di Manchester, accompagnato da ottimi strumentisti e un tenore con una voce… beh da tenore, ha proposto all’estragon uno show talmente intenso da far restare senza fiato i presenti e da far partire gli ormoni della sottoscritta, grazie al fascino degli esseri umani provenienti da Manchester.
Theo: l’uomo che si vuole violentare microfono e realativa asta; l’uomo che si crede figo sul palco, minchia se lo è, e ha un fascino fuori dal comune; l’uomo con l’accento di Manchester che lo rende ancora più figo; l’uomo che manda i baci verso la mia parte; l’uomo con la voce che mi fa venire la tachicardia, stavo anche cadendo a terra come una pera cotta quando il concerto inizia con “Unspoken”; l’uomo con un’espressività unica (occhi chiusi, sorrisini maliziosi, gesti che sembrano avvolgerti con quelle mani così magre e tenute bene, quel pacco in primo piano messo in evidenza dai pantaloni eleganti che hanno notato tutti… NO VA BEH BASTA.).
Adam: l’uomo che sembra tanto timido, ma poi… Poi, per una foto, ti mette la mano in un punto strategico… e ti alza il push-up (se fossi stata un po’ più sfacciata gli avrei chiesto: “vuoi palpare?”); l’uomo che se ne sta in silenzio sul palco e continua a mandare segni di riconoscimento al pubblico (bacini e piccoli sorrisi).
Passo alle cose serie.
Ho già detto che la voce di Theo è spettacolare, piena di teatralità e davvero pulita: lui canta e la parte strumentale è nettamente in secondo piano, poiché il suo compito fondamentale è quello di accompagnare La voce, nonostante gli strumentisti siano parecchio bravi.
Il duo Pop di Manchester ha catturato i presenti in pochi istanti, coinvolgendo con la formula de “l’atteggiarsi da figo sul palco”, mostrando eleganza e buona presenza scenica.
Le tracce presentate da Theo e Adam sono Pop, oltre a qualche richiamo ai Depeche Mode, sono danzerecce e, dietro ad alcune di queste, sono presenti elementi molto più cupi ma sempre molto orecchiabili e delicati.
Fascino, eleganza, grande espressività e una voce che fa sciogliere chiunque: donne di qualsiasi età, anche groupie cinquantenni infoiate che “ce l’hanno solo loro”, gay, etero… le donne che si strappano i capelli tra di loro, giusto per poter prendere le rose lanciate da Theo: TUTTI sono catturati dalla potenza di questa voce così enfatica e meravigliosa.
Gli Hurts sono, dunque, un’ottima band Pop e se già su album sono incredibili, live sono da “eargasm”.

Setlist di Bologna, la stessa di Porto

Battling with your minds retorts and walking on empty plains where deserts so calm.

Violet Cries, o l’album poco danzereccio, inquietante e allo stesso tempo molto sensuale di questa band, un trio per l’esattezza, di Brighton chiamata Esben and The Witch.
“Violet Cries” è appena uscito ed è un’opera,costituita da dieci tracce, molto particolare e che si stacca in modo netto dall’evoluzione musicale di questi ultimi anni, sia a livello strumentale che vocale.

L’arrangiamento presentato in quest’album è perfetto, nonostante la voce sia sempre in primo piano rispetto al sound, il cui compito principale è proprio quello di accompagnare la vocalist.
Molti hanno parlato di questa nuova band come un miscuglio tra XX e Florence Welch: sicuramente c’è qualche riferimento ed influenza, ma è comunque eccessivo mettere a confronto queste band con quella di Esben & The Witch.

La voce di Rachel si stacca tanto da quei timbri ben marcati che tra il 2009 e il 2010 hanno preso il largo in UK, poiché è più misteriosa, sensuale e molto più “leggera” rispetto alle voci di Florence o Marina; la parte strumentale si dedica a melodie molto più cupe rispetto a quelle realizzate dagli XX o Chapel Club: questo per dire che gli Esben & The Witch presentano musica loro, molto più erotica e sublime dei gruppi, o delle cantanti soliste, poco fa citati.

Tracklist:

1. Argyria
2. Marching Song
3. Marine Fields Glow
4. Light Streams
5. Hexagons IV
6. Chorea
7. Warpath
8. Battlecry/Mimicry
9. Eumenides
10. Swans

Il secondo album di cui sto per parlare è quello “d’esordio” dei Papercuts per la Sub Pop, ma in realtà questo “Fading Parade” è già il quarto album della band dream pop americana.

La band californiana, capitanata da Jason Robert Quever, presenta un album Pop marcato da sonorità tipicamente Dream e Lo-Fi ed è in parte influenzata dalla loro terra d’origine, oltre che dall’ultima ondata musicale di questo genere (Beach House, Here we go magic).

La quarta opera dei Papercuts è un ottimo album Dream Pop, molto ricercato nelle sonorità e piuttosto suggestivo grazie alla presenza, in alcune tracce, di strumenti come pianoforte, arpa e archi.
“Fading Parade” è un album stupendo e fiabesco, di nemmeno 38 minuti, che raccoglie dieci tracce estremamente incantevoli e creatrici di quell’atmosfera soave e idilliaca che appartiene solo ed unicamente a questo genere.

Tracklist
1. Do You Really Want To Know (03:15)
2. Do What You Will (03:42)
3. I’ll See You Later I Guess (04:49)
4. Chills (04:20)
5. The Messenger (03:28)
6. White Are The Waves (03:17)
7. Wait Till I’m Dead (04:11)
8. Marie Says You’ve Changed (03:28)
9. Winter Daze (03:19)
10. Charades (03:58)

Dream a little dream

Mi resi conto di una band chiamata Chapel Club solo qualche mese fa, quando nme iniziò a parlarne in qualche articoletto tra le novità e, successivamente, quando Indipendente annunciò la line-up completa dell’I-Day Festival.
Verso agosto dello scorso anno iniziai a chiedermi chi fosse questa band e cosa facesse, quindi mi misi a cercare qualcosa di concreto da ascoltare, ma apparte youtube e le loro canzoni sul myspace, non trovai nulla.
Andai all’I-Day conoscendo giusto una canzone di questa band e le facce dei cinque ragazzotti bianchissimi: molto cupi, energici, con una presenza scenica decente e grandi amanti del Post Punk Revival.
Mi erano piaciuti tanto, ma anche dopo il loro concerto non trovai niente di quella band, apparte un semplice Ep che non mi colpì più di tanto.
A ‘sto punto non mi resta che dire una cosa: fortuna che in questi giorni è uscito il loro album d’esordio, “Palace“, o li avrei lasciati perdere definitivamente.

Parto nel dire che sono felicissima di poter scrivere note positive su quest’album, perché questi Chapel Club non fanno uso smisurato di synth e tastierine strane, per cui niente revival della New Wave come gli ultimi Editors e i nuovi-pessimi White Lies, ma riprendono solo il Post Punk e l’essenza rock di ‘sto genere.
“Palace” è un buon album e ricco, ovviamente, di influenze e di cose già sentite: la voce cerca di essere lugubre e misteriosa in onore del Dio Ian Curtis, ma al massimo arriva ai livelli di Scott dei The Cinematics e dei giovani vocalist inglesi di quest’ondata musicale.
L’arrangiamento è decente e si mescola tra canzoni con sonorità più malinconiche e deprimenti ad altre caratterizzate da atmosfere più sognanti ed intense, presenti soprattutto nelle prime tracce.

Qualche sfumatura dei The Smiths, ma molto più cupi; leggere note di shoegaze e roba anni ’90; i White Lies dell’album precedente; i primi Editors: questi sono, per spiegare meglio le influenze e la loro musica, i Chapel Club, con l’unica differenza sostanziale che “Palace” è il loro album ed è estremamente personale, oltre al fatto di non avere atmosfere piatte e monotone rispetto alle sonorità dei White Lies.
La “copia della copia”, il revival del revival, del genere originario e pieno di roba già sentita, ma intanto questo album d’esordio è davvero variopinto, suggestivo e a tratti molto “ipnotico”, tanto da ascoltarlo più volte in loop.

Tracklist
1. “Depths”
2. “Surfacing”
3. “Five Trees ”
4. “After the Flood”
5. “White Knight Position”
6. “The Shore”
7. “Blind”
8. “Fine Light”
9. “O Maybe I ”
10. “All the Eastern Girls”
11. “Paper Thin”