So we could be together to the very end

Alzate il culo e iniziate a ballare un po’ di sano rockabilly: non ricordate come si fa? Cercate su youtube, o chiedete aiuto alla band di cui sto per parlarvi.
Una tra le next big thing e un album d’esordio che, FINALMENTE, si stacca dall’indie-pop-rock-elettro-dubstep-etcetcetc e da tutti quei generi che in UK vanno così tanto.
Frankie & The Heartstrings è il nome di questa band stilosissima, sia esteticamente che musicalmente parlando, il cui album “Hunger”, nome del singolo che li ha lanciati, esce proprio oggi.

L’album si suddivide in due parti: una più danzereccia e con un’anima davvero rockabilly, certo non sarà come quello degli anni ’50 ma il riferimento è ben accetto; l’altra più riflessiva, molto più pop.
Hunger è un album veloce, affascinante, frizzante e dedicato a un pubblico differente: questo che ci presentano i cinque di Sunderland non è un album “indie”, nel senso di genere in cui sono stati inseriti “cani e porci”, ma è dedicato a un pubblico più raffinato che ama ballare come se fosse posseduto, oppure che ama semplicemente ascoltare un buon album Pop rilassandosi completamente.

È un album per chi ama il retrò degli anni ’50, musica nuova e, soprattutto, divertente: “Hunger” cresce con gli ascolti, anche in loop perché non annoia.

Tornano i ciuffettoni rockabilly, almeno per quanto riguarda Francis (il frontman); tornano sonorità più veloci sulle quali è impossibili stare fermi; torna questo genere così sottovalutato ma che farà andare avanti questi cinque ragazzi del Nord.
Davvero un gran bell’album d’esordio per i Frankie & The Heartstrings: bravò!


Tracklist

1. Photograph
2. Ungrateful
3. Hunger
4. Possibilities
5. Fragile
6. Tender
7. That Postcard
8. It’s Obvious
9. Want You Back
10. Don’t Look Surprised

Future starts slow

L’influenza di Jack White si sente tanto nell’album “Blood pressures”, la nuova uscita discografica di uno dei gruppi più cool di questi ultimi dieci anni: The Kills.

Alison si ritrova ormai a stretto contatto proprio col genio di White, che collabora suonando il basso, anche nei Kills e il nuovo album, quindi, non può che prendere una giusta piega.
Blood Pressures, infatti, risulta come un’opera che colpisce fin dal primo ascolto poiché immediato sia a livello di sound che per quanto riguarda i testi: dopo un solo ascolto qualche melodia resta in mente e non si può fare a meno di canticchiare.
Non è una novità che Jamie e Alison amino mescolare rispettivamente il sound inglese e quello americano: tracce di indie e alternative, con gradevoli sfumature di blues e sano rock à la Velvet underground, non mancano nemmeno in questo nuovo lavoro del duo, anche se, sicuramente, questi riferimenti sono meno “potenti” e accesi rispetto ai lavori precedenti.

Legata alla considerazione precedente, a questo punto, si può parlare di una delle caratteristiche fondamentali di questo nuovo album riguardante la presenza incontrastata di melodie orecchiabili e dannatamente Pop.
Ci sarà una chitarra che ricorda sempre e comunque i vecchi Kills e il loro sound “so cool”, ma il duo, questa volta, punta su tonalità molto più riflessive e meno dirompenti: Alison e Jamie, grazie all’aiuto da parte dell’uomo “da un milione di idee al minuto”, hanno raggiunto una certa maturità e anche questa volta riescono a stupire i loro fan.

“Blood Pressures” è album discreto, piacevole e multiforme, dato l’alternarsi continuo tra tracce decisamente più movimentate e potenti con altre dai toni meno accesi, molto più tranquille e, nel caso di “Wild Charms” e “The Last Goodbye”, vicine al cantautorato.
Nonostante il sound, i testi gradevoli e la presenza di Jack White, sono le voci di Alison e Jamie che, anche questa volta, rendono il loro lavoro così figo e senza paragoni.

Tracklist
1. Future Starts Slow
2. Satellite
3. Heart Is A Beating Drum
4. Nail In My Coffin
5. Wild Charms
6. DNA
7. Baby Says
8. Last Goodbye
9. Damned If She Do
10. You Don’t Own The Road
11. Pots and Pans

Companion

Tre Ep e tutta la roba realizzata prima dell’album capolavoro “Lucky Shiner”: “Companion”, ovvero l’altra opera d’arte del produttore-dj inglese Gold Panda.

Dato che nel 2010 parlai poco e niente di quella meraviglia di “Lucky Shiner”, spendo due parole sui lavori precedenti di quest’artista (musicista-produttore-dj…chiamatelo come vi pare).
Companion è una raccolta di suoni, ovvero il prodotto di una ricerca continua, che portano alla realizzazione di qualcosa di nuovo e allo stesso tempo di già sentito, e non sto parlando di influenze o riferimenti.
Con questa raccolta, uscita il 22 marzo e solo in digitale, Gold Panda cattura melodie e armonie appartenenti a terre lontane, che magari vengono prese in considerazione solo da un etnomusicologo o da chi fa world music, e ci aggiunge il suo sound elettro-sperimentale.

Dietro tutto il lavoro di Gold Panda non c’è solo l’aspetto “antropologico” e legato alle culture lontane, ma c’è anche quel “beat” psichedelico – danzereccio che si avvicina all’elettronica di questi anni.

Ricercatezza, atmosfere piacevoli e sensazioni contrastanti che nascondono una certa malinconia, sinestesia, sperimentazione e anche un legame piuttosto autentico con la natura (un po’ come ha fatto Pantha Du Prince nel suo “Black Noise”) sono i punti fondamentali che caratterizzano le opere (d’arte) di quest’artista davvero geniale.

Tracklist
01 Quitter’s Raga
02 Fifth Ave
03 Like Totally
04 Back Home
05 Mayuri
06 Long Vacation
07 Lonely Owl
08 I Suppose I Should Say ‘Thanks’ or Some Shit
08 Heaps
09 Bad Day Bad Loop
10 Triangle Cloud
11 Win-San Western
12 Police

The English Riviera.

Ma vogliamo parlare di The English Riviera, ovvero il nuovo album degli inglesi – con una nuova line-up- Metronomy?
Versi di gabbiani e una melodia, breve ma intensa, che avvolge e fa rilassare: in pochi secondi ci si trova su una spiaggia dove i Metronomy riassumono, nei 37 secondi dell’intro, una piccola parte del nuovo lavoro discografico.

La band capitanata da Joseph Mount è tornata più carica che mai con quest’album, in uscita l’11 aprile, dalle mille sfaccetatture e pronto ad essere ricompensato da pubblico e critica.
“The English Riviera” è il risultato di tanto impegno, creatività, sperimentazione e innovazione: un riassunto dell’evoluzione musicale, almeno per quanto riguarda il Regno Unito, di questi ultimi 2-3 anni, con l’unica differenza che Joseph e compagni inseriscono tanti altri dettagli stilosi e affascinanti che rivoluzionano la corrente “indie\elettro\pop”.

Ci sono atmosfere cupe che si intrecciano con altre sognanti, romantiche e danzerecce; inoltre, tra una traccia e l’altra, si alternano melodie discordanti alla cui base c’è tantissima ricercatezza e novità nel sound ampliato da armonie più riflessive e passionali (Trouble).

Un flusso continuo di idee, di suoni, di parole e di sensazioni caratterizzano quest’album che lascia col fiato sospeso, causato dall’imprevidibilità, e che coinvolge appieno chi lo ascolta fin dalla prima traccia.
Questi nuovi Metronomy hanno raggiunto la maturità e hanno realizzato un album che, oltre a essere uno dei più interessanti dell’anno, permette alla band di fare il passo più lungo della gamba (e ci aggiungerei un bel “finalmente”).

Tracklist

1. The English Riviera
2. We Broke Free
3. Everything Goes My Way
4. The Look
5. She Wants
6. Trouble
7. The Bay
8. Loving Arm
9. Corinne
10. Some Written
11. Love Underlined

It’s hard to get around the wind

Aspettavo un album che mi colpisse davvero tanto prima di publicare un altro post sul blog. Aspettavo il leak del nuovo album degli Strokes e sperare di poter parlare a ruota libera, peggio di una groupie logorroica e infoiata che si strappa i capelli, di “Angles”… MA il quarto lavoro di Jules e compagni non mi ha lasciato niente, solo una brutta sensazione: tristezza a palate, citando Mariottide, perché io amo gli Strokes e questo “Angles” mi sà di album veloce, poco pensato e alla “cazzo di cane”, come se la band volesse dire “abbiamo realizzato quest’album giusto perché i fan insistono, a noi servono i soldi, ma se potessimo, vorremmo solo scannarci a vicenda e fare roba da solisti”.

L’ Ep di cui voglio parlare mi ha fatto l’effetto contrario di “Angles” (tristezza a palate solo a nominarlo) e si tratta di “Submarine” di Alex Turner, meglio conosciuto come frontman degli Arctic Monkeys, Last Shadow Puppets e fidanzato di Alexa Chung.
Alex Turner ha realizzato la colonna sonora di questo film, che uscirà il 18marzo nelle sale cinematografiche, e non avrei mai pensato che l’ex ometto brufoloso – senza peli sotto le ascelle – ventenne potesse interpretare un ep, di sei tracce, così intenso e di ottima qualità.

La prima cosa da dire di questo “Submarine” è quello del dimenticarsi di Alex nel contesto Arctic Monkeys e Last Shadow Puppets, giusto “Stuck on the puzzle” ricorda leggermente la “Cornerstone” delle Scimmie.
“Submarine” è un lavoretto Pop molto semplice, ma di cui ci si innamora all’istante e al primo ascolto: Alex Turner, in versione solista, mostra il suo lato da romantico e da uomo maturo, sia in campo musicale che non.

Le sei tracce, che costituiscono l’ep, sono classiche, per quanto riguarda l’aspetto delle melodie e del cantato Pop, delicate, genuine e immediate: questi brani scorrono via velocemente, ma lasciano a chi le ascolta una sensazione di dolcezza e di serenità.
Tanti applausi, dunque, per Alex versione solista, che non inserisce tracce di folk e simili in questo ep (non ne posso più dell’indie folk e simili, davvero!).

Tracklist

‘Stuck On The Puzzle (Intro)’
‘Hiding Tonight’
‘Glass In The Park’
‘It’s Hard To Get Around The Wind’
‘Stuck On The Puzzle’
‘Piledriver Waltz’

Cherish The Light Years

Se gli americani si impegnano, riescono a trattare bene il genere della New Wave e a farne un buon revival: Cherish The Light Years, il nuovo album dei -sempre molto produttivi – Cold Cave, ne è un esempio evidente.

Nel giro di due anni, tra una release e l’altra, i Cold Cave hanno cambiato molte cose, primo tra tutte la formazione, e questo “Cherish The Light Years” può essere considerato come il secondo capitolo della storia del creatore di questo progetto, Wesley Eisold.
Il nuovo album del trio newyorkese, che uscirà il 5 aprile, propone un buon revival della New Wave, con evidenti tracce di Synthpop e Darkwave, unito a una buona sperimentazione che crea delle atmosfere contrastanti e, allo stesso tempo, molto coinvolgenti.

Nonostante questo nuovo album sia stato descritto come un “massive, ambitious love letter to New York”, i sound e le influenze dominanti sono strettamente legati ai maestri inglesi del genere: New Order, The Smiths, Depeche Mode, Siouxie and the Banshees e The Cure.
“Cherish The Light Years” è un vero e proprio omaggio alle band poco fa citate e a questa New\\Dark Wave, genere che si è spento nel corso di questi ultimi anni grazie a band poco creative: proprio la sperimentazione, i sound particolari e l’espressività della voce di Wesley , a tratti davvero sensuale ed intensa, sono gli aspetti chiave di questo nuovo -ottimo- lavoro dei Cold Cave.

L’album scorre via velocemente in nove canzoni, ma queste sono di un’immediatezza unica e plasmano una serie di sensazioni differenti: vi sono tracce synthpop danzerecce e movimentate che riportano direttamente agli anni ’80, tra le braccia dei New Order (“Confetti”); altre, in particolar modo “Catacombs”, fanno spostare la mente dell’ascoltatore da New York a Manchester in pochi secondi, poiché sono una vera e propria dedica d’amore ai The Smiths; “Icons of Summer” è una canzone che viaggia tra passato e presente , o un miscuglio di sound molto più attuali e sperimentali con altri chiaramente anni ’80 e appartenenti ai Depeche Mode; ci sono tracce con piccoli intro Indie\Rock (“Alchemy Around You” e “Villains of the moon”) che sottolineano ancora l’evoluzione musicale tra ieri e oggi.
In “Cherish The Light Years” colpisce, prima di ogni altro sound e atmosfera, la voce di Wesley, sempre molto vigorosa e passionale, che si esprime e “recita” a seconda della canzone.
Atmosfere cupe (“Burning Sage”), altre più sperimentali, psichedeliche, romantiche e danzerecce si mescolano tra di loro senza sosta, creando così un album immediato, coinvolgente e semplicemente meraviglioso.

Tracklist

1. The Great Pan Is Dead
2. Pacing Around The Church
3. Confetti
4. Catacombs
5. Underworld USA
6. Icons Of Summer
7. Alchemy and You
8. Burning Sage
9. Villains of the Moon