Yuck @ Barfly: batteristi americani che regalano calore umano, gente malata che non si trova sui Blur e fegato che se ne va.

Lo scazzo del 29 novembre a Londra: niente guest list per gli Starfucker e biglietti sold out al Madame Jojo’s. Le bestemmie. Ma siamo a Londra. E a Londra, a differenza di qualsiasi altra città italiana, ci sono una quindicina (a dir poco) di concerti al giorno.
Stasera al Barfly della Chalk Farm Road ci sono gli Yuck accompagnati dagli Unknown Mortal Orchestra, band indie-rock \ lo-fi americana che consiglio, nonostante me la sia persa perché arrivata tardi (altre bestemmie).
Anche gli Yuck sono sold out ma, tra dignità persa e sguardo da cane bastonato, oltre alla presenza di un bestione della security italiano, si entra al Barfly e si vedono gli Yuck per la seconda volta in un anno.
Mi faccio spazio per stare davanti e vedere meglio: grazie al sensuale abbraccio di un giovincello (scoprirò in seguito che è il batterista degli Unknown Mortal Orchestra), mi ritrovo davanti a Max Bloom, chitarrista degli Yuck.

Al Wireless c’era un pubblico caldissimo, ma in quel caso ero ad un festival. Qui mi ritrovo in un pub che nasconde altro: una saletta al piano superiore, poco più grande di quella dedicata ai concerti al Covo.
Il Barfly è un locale intimo, gradevole, uno di quei posti in cui ci passerei almeno una serata alla settimana se vivessi a Londra: è accogliente, pieno di bella gente, pieno di persone ubriache e studenti universitari pronti a dare il peggio di se stessi (soprattutto quando si ballano e canticchiano i “Blur”…).
E qui, alla fine di questo 29 novembre ricco di scazzi vari, ci sono gli Yuck; Yuck che sono amici di chiunque e diventano amici di chiunque si metta a parlare con loro, in particolar modo il batterista dai capelli stupendi.
Sul palco sono sempre dei ragazzi piuttosto calorosi, gentili e piuttosto espressivi, ovvero in grado di cambiare tonalità alle canzoni che propongono: canzoni malinconiche, noise, piacevoli, mielose, incazzate, stile giapponese (ecco la cover cantata in giapponese dalla bassista, ovvero l’unica più freddina nei confronti del pubblico).

E il pubblico canta, balla e comunica con i ragazzi sul palco; musicisti che interagiscono continuamente tra di loro attraverso qualche risata e sguardo che tradotti potrebbero significare “ti voglio bene e qui apprezzano tanto”.
Quindi sarebbe meglio parlare di un gruppo di amici, piuttosto che di una band vera e propria: un gruppo di amici che si merita tante recensioni positive, che riesce a cambiare e a coinvolgere pezzo dopo pezzo e che alla fine di un tour europeo riesce a reggersi in piedi senza mostrare un briciolo di stanchezza.
Brillanti, gradevoli e davvero carini: un’ottima alternativa agli Starfucker insomma!

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