S.C.U.M @ Covo Club

ATTENZIONE!: dopo tanto mi metto a sparlare di una band. Anche se va contro le mie credenze da indieminchia (diamo una possibilità, o anche due-tre, a una nuova band), questa volta la delusione ha avuto la meglio.
E altra cosa: prima degli S.C.U.M ho avuto l’occasione di vedere i The Horrors (Rock en Seine).

Venerdì sera ho assistito al concerto di una delle band più in voga negli ultimi mesi, almeno per quanto riguarda il genere Post-Punk Revival e Art Rock: i giovanissimi S.C.U.M che presentano sul palco del Covo il loro (bellissimo) esordio “Again Into Eyes”.

Di questa band hanno parlato in tanti, sempre in maniera molto positiva come se fossero l’innovazione in carne e ossa, ma, come dico sempre, è live che bisogna testare la validità e la grandezza di una band.
Gli S.C.U.M sono capitanati da Thomas Cohen, frontman che sul palco ricorda, e non poco, Faris Badwan dei The Horrors.
Sfortunatamente il live non mi entusiasma granché, sonorità a parte che riescono sempre e comunque ad attirare la mia attenzione forse proprio perché uno dei generi che più adoro: sono la copia più giovane della band di Faris; la voce del frontman inizialmente non si sente e, quando finalmente le questioni tecniche si risolvono, arriva un Brian Molko con un palo ficcato chissà dove (immaginate) che canta; addirittura anche Huw Webb si muove come il fratello (Spider Webb).

Quello che più infastidisce della band, oltre alla voce che si spera possa migliorare con l’esperienza, è il loro atteggiamento sul palco; cioè: sono davvero una seconda versione di altre band del genere (sound ripetuti e giochi di luce copiati che creano le atmosfere evocative tipiche di questo revival) e questo può far pensare a una ben poca immaginazione e creatività.
Gli S.C.U.M non sono da escludere completamente come live band, poiché si possono prendere in riferimento le sonorità, nonostante siano ben lontane dall’innovazione e vengano ripetute più volte nel corso dello show, molto cupe, sognanti e in grado di coinvolgere i presenti; inoltre si nota l’energia della batterista, l’unica che improvvisa leggermente di più rispetto agli altri componenti, e l’espressività del gruppo che mostra -almeno- qualche piccola emozione.
Potete amare la bellezza del frontman e potete giustificarli con la loro voglia di eseguire un genere che non sempre “suona bene” in certi locali, oppure con un ” ma sono giovani e hanno bisogno di esperienza”: questi ragazzi devono trovare una propria strada da seguire e suonare live il più possibile, o si può affermare con sicurezza che sono solo la solita band revival da studio.

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The end of all things

The end of all things. Lo so: è un album del 2011. Lo so: gli indie snob tendono a lasciarsi indietro il 2011 e catalogare ormai solo album del 2012.
Sono in ritardo di qualche mese, ma dato che in pochi ne hanno parlato mi sembra giusto scrivere di quest’album e di questo progetto, Tropic of Cancer, creato da un duo che su lastfm si descrive così: Camella Lobo & John Mendez, a.k.a. Silent Servant. Solo i due protagonisti, niente indizi sulle influenze e sul genere trattato: quello che conta davvero è ascoltare.

Un album -quasi- tutto incentrato sull’aspetto strumentale, nonostante la presenza vocale improvvisa e piuttosto inquietante.
The end of all things, ovvero un titolo che non promette niente di buono e niente di allegro (musicalmente parlando): i Tropic of Cancer, infatti, si dedicano a un genere cupo, innovativo, new\dark wave (à la Cold Cave) mescolata a shoegaze.
Le sonorità dell’album sono molto suggestive e creano una sorta di nebbia dalla quale si cerca, inutilmente, di fuggire; queste atmosfere cupe sono perfettamente accompagnate dal turbamento interiore dei due protagonisti che esprimono un certo disagio nei confronti della vita e una poca fiducia nei confronti del mondo circostante.

Awake

“Awake”, la penultima traccia, è la canzone della rinascita e quella che esprime più “voglia di vivere”, ma non illudetevi: proprio all’ultimo, con “Chrome Vox”, si ricade nell’oblio.
“The end of all things” non è un album, ma un vero e proprio incantesimo che cattura e affascina chi lo ascolta.

Tracklist:

01 – The Dull Age
02 – Victims
03 – Be Brave
04 – L.O.V.E. Feelings
05 – Distorted Horizon
06 – Awake
07 – Chrome Vox

Given to the Wild

attesa[at-té-sa] s.f.
1 Lasso di tempo che intercorre tra il preannuncio di un evento e il suo verificarsi: a. di una notizia; stato d’animo di chi aspetta: a. penosa || sala d’a., sala d’aspetto

Il primo post del 2012 è strettamente collegato proprio a quest’attesa, ovvero un aspetto contrastante della vita che può essere stupendo \ orribile a seconda della situazione.
Sarà stato questo periodo interminabile, l’amore nei confronti di questa band, o semplicemente perché non vedevo l’ora di scrivere qualcosa su questo nuovo album: “Given to the Wild” dei raggazzoni di Brighton The Maccabees.

Orlando Weeks, Felix e Hugo White, Rupert Jarvis e Sam Doyle sono giunti a una maturazione più o meno completa, passando prima per una indie-rock à la Libertines e riprendendo, poi, gli Arcade Fire, realizzando questa nuova uscita discografica Given to the Wild.
Il primo ascolto mi ha lasciata un po’ “così”, in termini da nerd potrei usare il “meh”, soffermandomi solo sulla bellissima traccia numero quattro “Ayla”.
Dopo più ascolti l’album cresce, ma i The Maccabees dovranno comunque fare i conti coi vecchi fan che sicuramente non potevano immaginare un cambiamento così marcato nella musica della band.
Tra le influenze principali, a parte qualche piccolo aspetto elettro e una intro molto à la Sigur Ros, ci sono: Coldplay, soprattutto alla voce e in alcuni sound molto pop; gli Editors, a tratti alla batteria e in certe note regalateci dai fratelli White; gli Snow Patrol.
Una crescita a livello di sonorità, malinconiche e molto riflessive, che tendono essere meno complesse, più dirette e fatte apposta per un pubblico molto più ampio.
Non l’album dell’anno e nemmeno la perfezione assoluta, ma i The Maccabees con questo “Given to the Wild” mostrano una profonda crescita, e non solo musicale…

Tracklist

1. Given to the Wild (Intro)
2. Child
3. Feel to Follow
4. Ayla
5. Glimmer
6. Forever I’ve Known
7. Heave
8. Pelican
9. Went Away
10. Go
11. Unknow
12. Slowly One
13. Grew up at Midnight