[Questa non è una recensione] Kasabian (?) @ Ferrara sotto le Stelle (????)

Perché brutti coglioni infami vi mettete a urlare “Oasis, Oasis!” a un concerto dei Kasabian?
Perché?
Perché voi ragazzine, invece di venire ai concerti dei kasabian giusto perché impazzite su quell’inutilità di “Goodbye Kiss”, non ve ne state a casa a fare i foto-montaggi coi cuoricini sulle immagini di Tom Meighan?
Perché voi che vi scandalizzate per una bestemmia e sembrate delle povere timorate di dio, con una scopa in culo, non ve ne restate in convento?
Perché tizio devi tenere il colletto della lacoste alto? Dai, non fare il tamarro. In nome del Britopop abbassati quel colletto.
Perché mentre mi ammazzavo sui Kasabian pensavo ai Pulp?
La risposta c’è: cantavo, ballavo e mi prendevo mazzate sui kasabian, ma avevo i Pulp e i balletti sconci di Jarvis Cocker ancora davanti agli occhi.
No, ma sono stati bravi i Kasabian. Sempre carichissimi, anzi: ogni volta che vado a vederli in concerto vanno oltre, sono sempre meglio. Un live meglio di quello precedente, nonostante da brava indie-snob preferisca la roba vecchia e conosca a malapena i singoli di “Velociraptor!”.
Forse, però, dovevo vedere Pulp – Kasabian a qualche giorno di distanza, anche perché ricordo poco-niente dei Kasabian (a parte l’essere uscita dalla seconda fila in uno stato trasandato).
Se ero così messa male, forse, sono stati proprio bravi Sergio e compagnia.
Sì, Sergio perché era colui che il pubblico chiamava di più, anche se Tom Meighan ha cercato di attirare l’attenzione con dei balletti che… Ehm… No, tesoro mio, non sei Jarvis Cocker: se tu balli così, mostrando la panza-dovuta-alla-fame-chimica, la gente si mette a ridere.
Sei figo lo stesso, Tom Meighan.
Sei figo perché sei fottuto, alla fine sei anche divertente e, a quanto pare, tirare coca non ti fa così male.
E ridi. E fai ridere. E rompi le palle a Serge. E spari un “fuck off” dietro l’altro. E fai i cuoricini (sei proprio fottuto). E… E canti. Canti. “Canti”.
Ma preferisco Serge quando canta, decisamente. Poi Sergio è il lato dolce e tenero dei Kasabian, almeno come personalità dato che come musicista è un folle.
E adoro anche il vostro chitarrista, Jay o il “hey you”, che lancia una decina di plettri a fine concerto.
La coppia “Vlad the impaler – Fire” è la morte.
Concerto bello carico di adrenalina.
Ma i Pulp, ecco… Sono e saranno sempre oltre. E hanno passato i 40 da un pezzo.

 

Qui c’è la recensione dei Pulp, almeno potete capire tutta la follia di questo post.

Anche perché:

Echo Lake: Wild Peace

L’invasione della dream pop e della shoegaze continua e, questa volta, con l’album di debutto “Wild Peace” della band inglese, di Londra, Echo Lake.

La band capitanata, per così dire dato che la voce resta in secondo piano, da Linda Jarvis propone un genere sentito e risentito all’infinito, in cui un vortice di chitarre sono unite a linee di basso profonde e sensuali e a qualche synth: il risultato è quell’atmosfera surreale e suggestiva tipica del genere.

La vocalist, quindi, ha il ruolo di sottofondo e supporto a queste armonie strumentali dettate dall’inconscio del songwriter e multistrumentista Thom Hill, ma questo non significa che sia meno importante: Linda Jarvis riempie le sonorità grazie a questo suo stile di canto che si avvicina a sussurri e a eco.
Niente di nuovo quindi, anzi l’ennesimo gruppo che ama trattare quel genere, ma, nonostante tutto,  gli Echo Lake realizzano un album “pieno” e delizioso, in cui la bellezza e la forza suggestiva della strumentazione entrano in contrasto con l’aspetto selvaggio, ma pur sempre affascinante, di quel mondo surreale e lontano in cui ci trasporta la band.

Tracklist:

01 – Another Day
02 – Breathe Deep
03 – Wild Peace
04 – Even the Blind
05 – Monday 5AM
06 – Young Silence
07 – In Dreams
08 – Last Song of the Year
09 – Swimmers
10 – Just Kids

E massimo supporto a questa giovane band che, in un momento come questo, ne ha proprio bisogno:

http://pitchfork.com/news/46963-rip-echo-lake-drummer-pete-hayes/

Fixers – We’ll be the moon

Jack Goldstein, Jason Warner, Christopher Dawson, Roo Bhasin e Michael Thompson sono i Fixers, l’ennesima band di Oxford, il cui album d’esordio “We’ll be the moon”, brillante e dal retrogusto piacevolmente estivo, è uscito lo scorso 18 giugno.

L’esordio vero e proprio di questi cinque elementi, però, avviene nel 2009 e da quel momento la band rilasciati alcuni singoli \ ep (“Amsterdam”, “Crystals”) che possiamo ritrovare anche all’interno di “We’ll be the Moon”.

Il debutto discografico dei Fixers è un miscuglio di sonorità che riprende vari generi (dream-pop, elettro, rock) e che ricorda tanto band come Friendly Fires, Crystal Fighters, Chad Valley e Is tropical. Oltre alla fortissima influenza pop, che consente ai Fixers di mostrarsi più diretti e orecchiabili, e agli elementi più sperimentali, non manca in “We’ll be the moon” la forte ispirazione di matrice psichedelica.
Insomma, la band di Oxford, dopo 3 anni di tanta pratica, arriva sulle scene con quest’album semplice ma, allo stesso tempo, davvero molto interessante: non solo tracce spensierate e brillanti, ma anche, in particolar modo verso il finale dell’esordio, leggermente malinconiche e riflessive.
Una band da amore al primo ascolto e davvero perfetta per l’estate. E poi con quei coretti che ricordano vagamente  “Jump in the Pool”  o “Skeleton Boy” dei Friendly Fires…