Get Well Soon – The Scarlet Beast O’ Seven Heads

Il senso di colpa: ecco perché voglio assolutamente parlarvi di quest’artista incredibile, autore del progetto Get Well Soon.
Perché mi sento in colpa? Perché sono stata al Rock en Seine e invece di correre da lui, il venerdì pomeriggio prima dei Bloc Party, mi sono bloccata a scolarmi una caraffa di vino. E in sottofondo, mentre la pioggia pomeridiana faceva ubriacare un bel po’ di persone, chi c’era?
C’era il creatore di questo progetto, Konstantin Gropper, accompagnato da un’orchestra.
Lui, sotto alla pioggia e con l’orchestra, mentre io mi scolavo del vino: un momento davvero suggestivo, ma se avessi vissuto il concerto sotto alla pioggia, credo, sarebbe stata un’esperienza mistica.
Solo ascoltandolo in lontananza avevo brividi,  quindi non vedevo l’ora di tornare a casa e di dedicarmi il suo terzo album “The Scarlet Beast O’ Seven Heads”.

 

E Konstantin ritorna sulle scene dopo “Rest Now, Weary Head” You Will Get Well Soon!” (2008) e “Vexations” (2010) con questa nuova uscita discografica che, anche questa volta, è piuttosto affascinante e variopinta.

GWS

Konstantin plasma degli arrangiamenti che, canzone dopo canzone, tendono a sublimarsi e raggiungono un mondo idilliaco, poetico e favoloso, nonostante la presenza di elementi piuttosto contrastanti e in continua trasformazione: questo miscuglio meraviglioso di strumenti, infatti, crea parecchi effetti sorpresa che lasciano l’ascoltatore senza parole e con la voglia di riprendere la traccia dall’inizio per cercare di comprendere il messaggio che l’artista vuole trasmettere.
Konstantin Gropper si comporta come un artista completo e innovativo che non realizza “solo” musica, ma dipinge delle vere e proprie immagini musicali e opere d’arte che riescono a sconvolgere chi le sente.
Questo giovane ragazzo di Berlino propone delle opposizioni tra tracce più leggere, sognanti, da fiaba e altri pezzi leggermente più inquietanti, ma comunque dotati di un certo linguaggio poetico ricco di enfasi: “The Scarlet Beast O’ Seven Heads”,  infatti, potrebbe essere la colonna sonora ideale per una favola, ma, ovviamente, non vi sto a rovinare il gran finale…

Tracklist

Prologue
Let Me Check My Mayan Calendar
The Last Days Of Rome
The Kids Today
Roland, I Feel You
Disney
A Gallows
Oh My! Good Heart
Just Like Henry Darger
Dear Wendy
Courage, Tiger!
The World’s Worst Shrink
You Cannot Cast Out The Demons (You Might As Well Dance)

It really really really could happen: Blur @ Hyde Park

Sono partita dall’Italia senza pensare all’unica e vera ragione (il concerto dei Blur) per cui andavo a Londra: niente ansia, solo tanta tranquillità. E ho fatto malissimo a non farmi venire un po’ di ansia prima.
Mi è ancora un po’ impossibile crederci, ma domenica 12 agosto mi sono svegliata alle 7.30 di mattina e alle 7.45 ero già alla stazione metro di King’s Cross ad aspettare il treno per Hyde Park Corner.
Poco dopo mi sono ritrovata fuori dall’area concerti di Hyde Park ad aspettare che aprissero i cancelli. E niente, nessuna traccia dell’ansia pre-concerto.
Alle 12 ci fanno entrare e mi metto nella zona centrale, quella più distante dallo stage immenso, che mi garantirà un’ottima prospettiva: si vede tutto e vedrò tutti.
Dopo quattro ore e mezza di attesa, inizia il primo concerto della giornata: i giovani, a parte la stempiatura di Jack Steadman, Bombay Bicycle Club.

La band di Londra cerca di riscaldare l’atmosfera, ma in apertura a un concerto del genere fanno anche fatica: c’è tantissima gente e tutti sono in attesa dei gruppi successivi.
Il live che propongono questi cinque sarà comunque molto carino e piacevole, un po’ come il genere da loro trattato: il loro sound, infatti, è tipicamente pop e quindi molto orecchiabile.
Una band che deve crescere per affrontare live di questo livello e che, al momento, rende molto di più in piccoli locali.

Da qui in poi il pubblico inizia ad accendersi: non a caso è il turno dei New Order.

Ho incontrato gente che era a Hyde Park solo ed esclusivamente per vedere live la band capitanata da Bernard Sumner, e, dopo aver assistito a questo concerto, capisco il perché: questo gruppo è a dir poco straordinario e perfetto.
New Order che fanno ballare, grazie ai grandi classici della band (Blue Monday, Bizarre Love Triangle, Temptation…), e fanno emozionare e sospirare il pubblico, ma in questo caso il merito va a “Isolation” e alla struggente “Love Will Tear Us Apart” accompagnata, sullo sfondo, da immagini di Ian Curtis e Joy Division.
E Bernard Sumner, oltre a tutti gli applausi, si merita anche i vari “I love you” che vengono urlati dai fan.

Dopo questo live, talmente suggestivo da riportarci ai tempi d’oro della fantastica, ma ovviamente inquietante, New Wave, è il momento di cambiare genere, rimanere ancora a metà degli anni ’70 e divertirci un -bel- po’ con i The Specials.

La band di Coventry ha solo “una certa età” a livello anagrafico, ma su palco mostra di essere rimasta a fine anni ’70 portando e trasmettendo quell’animo ska-rocksteady vivace, ma pur sempre ricco di messaggi a sfondo sociale e politico, ai presenti.
All’inizio del loro live si inizia a respirare un’atmosfera differente, una sensazione che si estende dal palco per tutto Hyde Park: i The Specials trasmettono felicità pura, sarà per lo stile mod inconfondibile e per il ballare come se si trovassero in un locale del sud di Londra a metà anni ’60.
Estremamente contagiosi.

Da qui in poi la descrizione degli eventi cambia forma.
La mia vicina di transenna: “Lo sai vero che ora ci sono solo LORO? Non c’è più nessuno in apertura, cioè: ci sono LORO e basta”.
Credo che sia stato proprio quello il momento esatto in cui mi sono resa conto di essere al concerto dei Blur a Hyde Park. Probabilmente l’ultimo concerto dei Blur. Il concerto della mia vita. Il concerto che aspettavo più di qualsiasi altro.
E da questo istante inizio a piegarmi sulla transenna per il mal di stomaco e a iniziare a fare “no – no” con la testa: non ci credo.
Non ci credo nemmeno quando la schermata con la scritta “blur” mi compare davanti agli occhi e subito dopo, sotto a una scenografia immensa,

Damon Albarn, Graham Coxon, Alex James e Dave Rowntree sono lì, sul palco, e partono in quinta con l’uragano “Girls&Boys”.
Damon Albarn è un frontman perfetto: lo avete presente nel video di “Charmless Man” quando salta come un dannato sul ritornello? Ecco, immaginatevelo così sulle canzoni più ironiche, energiche e coinvolgenti dei Blur suonate a Hyde Park. Questo vocalist con una voce niente male, starnazzi a parte su “Girls&Boys”, rischia la vita quando decide di ricevere un po’ di calore umano da parte del pubblico delle prime fila, ma si calma quando iniziano i brani più riflessivi e struggenti.
E adoro questi cambi, una sorta di sbalzo d’umore improvviso, nella setlist di Hyde Park: le canzoni dei Blur sono un’esplosione di gioia, ironia, rabbia e malinconia e il modo in cui i quattro musicisti mescolano e riprendono queste sensazioni è stupefacente.
L’improvvisazione, infatti, gioca un ruolo fondamentale nei Blur: a parte il mix di sensazioni ed emozioni regalate dalla diversità delle loro tracce, questa band può permettersi di cambiare la scaletta all’ultimo minuto, oppure di allungare le canzoni fino ad arrivare a un crescendo intenso ed indescrivibile.
I riff di Graham, per esempio, sono come l’effetto “sasso gettato nell’acqua” e si espandono per tutto Hyde Park; per non parlare della base ritmica della linea di basso di Alex e dal picchiare forte di Dave sulla batteria: strumentisti mostruosi.
I cori, tra l’altro, vengono riempiti da quattro voci soul che regalano maggiore intensità a certe canzoni (“Tender” e “Under the Westway”); così come i sound completati da tre fiati e dalle tastiere: un muro di suoni, caratterizzato da differenti stili e generi, che cattura chiunque stia ascoltando.
I Blur sono una di quelle band che non hanno paura di provare e sperimentare cose nuove e riescono a tenere con facilità il palco, grazie all’incredibile esperienza e complicità che c’è tra i componenti della band (il bacetto di Damon sulla guancia di Coxon). Inutile, poi, parlare del fantastico legame coi loro fan: nonostante siano i Blur, mostrano un’umiltà e spontaneità unica nei confronti di chi li supporta.
Potrei riassumervi tutto questo dicendovi che vi siete persi un concerto stupendo, un’esperienza di vita, oppure: non potete nemmeno immaginare i continui sing-along strappa-lacrime su “Tender”; la magia di “Out of Time”, grazie ai suoni regalati da Khyam Allami; la commozione su “Under the Westway” (live è un pezzone) e “No Distance Left to Run”; le risate nel vedere il comico inglese Harry Enfield travestito da Tea Lady, o l’entusiasmo di Phil Daniels su “Parklife”; i riferimenti a Londra con “Jubilee” e “London Loves”; il delirio collettivo su “Song 2”; la sorpresa di sentire “Young & Lovely” e “Caramel”; l’emozione indescrivibile di cantare a squarciagola, in continuo crescendo, “The Universal”.
E a fine concerto sentire le farfalle nello stomaco, avere gli occhi lucidi e continuare a cantare in coro IN METRO: “Oh my baby \ Oh why, oh my”.
E ancora adesso ho quella sensazione di aver immaginato tutto, di non essere stata lì per davvero e di aspettarmi da qualcuno: “guarda Tere che ti sei svegliata ora dal coma e il tuo era solo un sogno”; ma poi riguardo foto e video e rileggo quello che ho scritto subito dopo il concerto e mi viene da pensare che, forse, ho vissuto i Blur per davvero.

Setlist

Qui trovate qualche foto.

Marivaux live @ Barfly, Londra

Finalmente torno a scrivere, e mi ci voleva Londra per capire questa necessità del buttare giù due righe per sentirsi meglio. E scrivere di musica mi fa sentire decisamente meglio. E scrivere di concerti visti a Londra, nell’ostello a King’s Cross, mi fa stare benissimo.
Ok, basta.
No, non vi dico come sono stati i Blur perche’ non ce la faccio: Damon e compagni mi hanno distrutta psicologicamente e, se penso a loro, mi viene da piangere come una poppante. Magari, quando supero questa crisi, scrivo qualcosina.

Passiamo ad altri gruppi, tipo questi Marivaux visti al Barfly di Londra, lo stesso locale in cui con mio nipote ho visto gli Yuck lo scorso novembre.

Sarò breve perché questi quattro artisti mi hanno entusiasmata a tratti: magari, inconsciamente, pensavo troppo al concerto del giorno dopo (quelli li’ di Hyde Park), oppure perché mi ricordavano un po’ i The Kooks (e non è che impazzisca per loro, anzi…).
Questi Marivaux sono quattro ragazzini di Manchester capitanati da un manager esaltastissimo che ha cercato di coinvolgere il più possibile il pubblico presente: in parte ci è anche riuscito, ma perché essere così disperato? Boh.
Loro stessi dicono di essere influenzati dalla scena musicale di Manchester, ma, a parte qualche piccolo riferimento Gallagheriano, il maggior punto di riferimento lo si può ritrovare nella scena indie-pop-rock britannica che comprende band come Mystery Jets, The Libertines e The Kooks.
La loro musica, dunque, fa parte di quello stile semplice, pop e molto orecchiabile: niente di così esaltante e straordinario, ma comunque diretti e di facile ascolto.
Uno di quei concerti che puoi beccare solo ed unicamente a Londra: sì, perché questa città consente ai musicisti di farsi conoscere e di fare esperienza, non come in altri paesi…