Jake Bugg & Noel Gallagher’s High Flying Birds @ Paladozza

Dopo il Rock en Seine mi sono messa a cercare i biglietti nel parterre per il concerto di Bologna di Noel Gallagher e i suoi High Flying Birds.
Là a Parigi, in mezzo a un pubblico per niente reattivo e nemmeno tanto felice di rivederlo, sale sul palco Noel e propone uno show intenso ed emozionante.
Uno show veloce e un pubblico osceno: che si fa? Si va anche a Bologna.
C’è bisogno di quell’atmosfera magica che solo un pubblico bello caldo come quello italiano riesce a regalare.
MA.

Dopo questa piccola premessa, voglio scrivere dell’artista che apre proprio all’ex Oasis: Jake Bugg.
Questo ragazzo di 18 anni arriva da Nottingham, come il suo taglio di capelli, e il genere si lega benissimo a ciò che propone il Gallagher, nonostante la presenza di canzoni tutte – o quasi- uguali in scaletta e nonostante la giovane età dell’artista: deve crescere e deve trovare un proprio percorso artistico\musicale da seguire.

Jake Bugg sale sul palco alla chitarra accompagnato da un batterista e un bassista a completare le sue canzoni, a volte più vicine al genere (brit) rock, altre verso una spinta decisamente più folk.
Inoltre, questo solista ha un timbro vocale piuttosto famigliare che ricorda parecchio i The Last Shadow Puppets, in modo particolare Miles Kane.
Da rivedere in futuro.

Noel, a noi due. E riprendiamo quel “MA”.

Questo live mi ha lasciato un po’ “così”: più del nostro, carissimo, Noel mi ha colpito il pubblico. Un pubblico che canta tutte le canzoni proposte e che resta sempre catturato, nonostante qualche notevole “copia-incolla” nella scaletta: alcune parti strumentali, infatti, vengono ripetute in maniera piuttosto nauseante durante il live, soprattutto nelle sue canzoni da solista in cui riconosco più volte l’intro di “Live Forever” della batteria e una base à la “Wonderwall” che “oddio-basta-ti-prego” in più tracce.
Magari c’è questo lato della personalità di Noel che tende a dominare sulla musica (praticamente potrebbe anche restare fermo sul palco a scaccolarsi e a mangiarsi le caccole: a noi ci va bene così); oppure il nostro frontman dà più importanza alle parole e alla voce; forse, a una parte di pubblico va bene un accompagnamento semplice ma pur sempre orecchiabile e coinvolgente: il live di Noel Gallagher, in base a quello che ho sentito in giro, varia da orecchio a orecchio.
E per quanto mi riguarda: sì bravo, ma c’è qualcosa che non mi convince del tutto.
Non condivido la scelta di suonare “Supersonic” sulla base di una canzone più lenta e in forma acustica: manca la voce di Liam, manca la carica di quella canzone, manca tutto. L’interpretazione di questa canzone da parte di Noel è “lammerda”.
“Whatever” viene leggermente penalizzata per la staticità del Gallagher sul palco: regala sicuramente emozioni, grazie al solito pubblico che la canta a squarciagola, ma non c’è quell’intensità profonda che apre la canzone, poi scende ed infine si conclude con un crescendo unico e maestoso che è da pelle d’oca.
Noel sembra bloccarsi sia come strumentista, sia sulla parte vocale delle canzoni degli Oasis solitamente cantate dal fratello (le due sopra citate): non esagera e non va oltre, verrebbe quasi da dire che ha un po’ di “paura”, quando in realtà sappiamo tutti che ha un’ottima voce e un colore vocale inconfondibile.
Niente da dire sull’incredibile “Don’t Look Back in Anger”, con sing-along a seguire, e “Talk Tonight”; oppure su alcuni sui brani da solista come “Freaky Teeth” e “Dream On”.
Poi ci sono i cori di “Live Forever”, “Stand by Me”, robe sul Manchester City (pfffff) dei presenti: ovviamente, parte della buona riuscita del concerto di Noel è dovuta al pubblico, pur sempre pieno di coglioni (mica fan, dei veri e propri coglioni), che riesce a regalare un certo “perché” a questo live.
Meglio il live di Parigi per la parte “tecnica”, ma qui in Italia decisamente, e ovviamente, più travolgente.

Setlist

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