Paradise Not Lost It’s In You

“Under the Westway” dei Blur dà il titolo all’ultimo post di questo 2012 tremendo: il post dei concerti più belli che ho vissuto proprio durante l’anno.
Mi scuso in anticipo per le cose insensate che scriverò, a causa di ricordi e “varie ed eventuali” personali che vagano tra famiglia, salute ed università.
Basta baggianate e basta farsi venire in mente pensieri deprimenti: iniziamo con ‘sto post, così, finalmente, riuscirò a dormire almeno… Uhm, 5 ore?

Is Tropical
S.C.U.M.
Ed Laurie
Pterodactyl
Josh Beech
Polarsets
Sonny and the Sunsets
Still Corners
Slow Magic w/ Selebrities
Xiu Xiu
A Place To Bury Strangers
Subsonica
Cloud Nothings
M83 w/ Man Without Country
Tribes
Paul Weller
Pulp
Kasabian
The Stone Roses
Marivaux
Blur
The Specials
New Order
Bombay Bicycle Club
Placebo
Bloc Party
dEUS

Noel Gallagher (x2)
The Dandy Warhols
Social Distortion
The Beach House
Green Day
Jake Bugg
Japandroids
Tim Burgess

Meno concerti e gruppi visti rispetto allo scorso anno, ma sicuramente migliori e di maggior intensità: sia da sola che in ottima compagnia.

Proprio quest’anno mi sono decisa di andare a rivedere, per la decima volta, uno di quei gruppi che ascolto da almeno dieci anni, nonostante non abbia la minima idea di cosa abbiano combinato negli ultimi 2-3 album: i Subsonica all’ Unipol Arena di Bologna.
Mi è andata piuttosto bene, dato che li ho beccati proprio in quella serie di concerti dedicati al loro primo album, e quindi ho davvero apprezzato la scelta della scaletta, a parte qualche traccia di cui non conoscevo nemmeno l’esistenza.
Ottima band live, come al solito, capace di portarsi dietro un pubblico variopinto sia per quanto riguarda l’età sia per i gusti musicali: i Subsonica sanno sempre come comportarsi su un palco, grazie alle loro capacità ed esperienza. Non deludono MAI.

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Il personaggio, l’essere divino, che vedete nella foto sovrastante non è un Umpa-Lumpa, nonostante il colorito arancione-lampadato: è il MODFATHER, il padre fondatore del Mod Revival, conosciuto anche come Sir. Paul Weller.
Questo grandissimo cantante, nonché ottimo polistrumentista, mi è piaciuto davvero tanto a Ferrara poiché in grado di suonare\cantare qualsiasi cosa.

A proposito dell’ottima compagnia di inizio post, direi proprio che uno dei migliori è stato quello del 13 luglio ad Azzano Decimo: i Pulp, quasi a un anno esatto dopo averli visti per il concerto-reunion a Hyde Park.

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Il viaggio è stato esilarante, a parte l’autista schizofrenico che si ascoltava la Pausini e che, a un certo punto, pensavo ci uccidesse uno a uno.
Nessun dubbio sui Pulp che si confermano una delle mie live band preferite, anche perché Sir. Jarvis Cocker mostra sul palco le sue doti teatrali e la sua forte sensualità, grazie ai suoi balletti da spogliarellista, nonostante qualche nota non presa e l’età: lui ha 49 anni, ma uno di 20 anni non riuscirà mai a reggere un ritmo del genere.
Concerto davvero divertente, molto più intimo rispetto a quello di Londra e con gente fantastica (poi quell’abbraccio su “Bar Italia”. EH).

E’ il turno di un’altra band inglese: The Stone Roses.
Non sono riuscita ad andare a  Manchester, ma mi sono accontentata di Milano: odio quella città, ma per band del genere cerco di tenere l’odio da parte e via.

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Pensavo peggio, come ad esempio le “leggendarie” stonature di Ian Brown nel corso del live, invece, grazie anche al supporto dell’ottimo back vocalist, alla batteria, Reni, devo ammettere che non è stato così terribile.
L’atmosfera regalata da queste canzoni è davvero surreale, suggestiva e sognante. Ma ci voleva qualche droga in corpo per viverlo meglio.

Della serie: “Ma chi se lo aspettava di vedere un concerto così emozionante!”; in questo post non possono mancare i Placebo.
Li avevo sottovalutati davvero tanto per vari motivi: 1. Brian Molko ha le mestruazioni e se salta anche ‘sto concerto lo ammazzo; 2. non c’è più il vecchio batterista, quindi boh; 3. c’è sempre stata la rivalità muse-placebo, quindi se ho preferito andare a vedere i muse piuttosto che i placebo ci sarà stato un motivo (vedi 1. e mancanza di materia prima per entrare ai concerti).

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Quanto mi sbagliavo. Brian Molko, nonostante il mal di gola, ha dato il massimo al Rock en Seine. E il batterista? Steve Forrest dei Placebo è un MOSTRO DI BRAVURA. E Stefan? Che figo, si voleva ingroppare il basso. E no, non sono in 3 sul palco: il solito trio è accompagnato da una banda (4-5, se non ricordo male) di strumentisti che danno maggior energia alle canzoni dei Placebo.
Una band che lascia senza fiato: e pensare che Brian Molko non era al 100%!

Restando al Rock en Seine, un altro bel concerto che mi sono goduta è stato quello dei dEUS.

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Una band che fa bagnare, in particolar modo grazie al loro frontman Tom Barman che sprizza sesso da tutti i pori: è un uomo sensuale che non solo si muove benissimo sul palco, ma riscalda, grazie a un timbro vocale decisamente affascinante e coinvolgente.

Sessanta-che? Non è l’età che mostrano su un palco i The Specials.

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Ce ne fossero di musicisti come loro.
Una band che mi ha riportato, con la mente, indietro di qualche anno e che mi ha fatto ballare dall’inizio alla fine. Divini.

(Ancora inglesi, ma si può?)
Anzi, questa volta è solo uno l’inglese e temo di essermi innamorata follemente: il suo live ne è stata la conferma.
Sto parlando di Tim Burgess, la voce dei The Charlatans.

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Il sonoro silenzio gli fa da sottofondo e lui, con questo registro di voce regolare, basso e piuttosto intenso, si mette lì sul palco, come se fosse un ragazzino al suo primo concerto.
Anche lui ha 40 anni e si comporta così sul palco per dare maggior rilievo alle sue canzoni: è affettuoso.
Stavo per piangere alla prima traccia “Tobacco Fields”, peccato che c’erano due tizi che, per almeno dieci minuti, hanno parlato dei cuscini del loro divano: ma andare a fare la fila da Ikea, no?
Per un concerto di Tim Burgess, ma in realtà per ogni concerto che si va a vedere, occorre davvero starsene zitti: la sua voce immersa nel silenzio è una delle due cose più emozionanti e commoventi che abbia sentito quest’anno.

L’altra cosa emozionante e commovente è…
Potete immaginare.
Voglio dire: sono andata a Londra per loro; ho dormito 3 ore e mi sono svegliata alle 6.30 per prendere la metro fino a Hyde Park Corner; mi sono sorbita gente inutile nell’attesa prima che aprissero i cancelli; mi sono sorbita i Bombay Bicycle Club che non c’entravano niente coi gruppi dopo (bravini eh, ma per niente adatti a un concerto del genere); ho rotto le mie scarpe preferite e ho camminato praticamente scalza per Londra; avevo una voglia assurda di bere birra, ma dovevo stare lì attaccata alla transenna perché ero davanti.
Poi sono saliti loro e ogni pensiero si è placato, sono rimasta paralizzata e mi sono ripetuta almeno venti volte che non era vero e che tutto il live era frutto di qualche strana sostanza presente in quei cioccolatini che venivano dati dalla security prima che entrassimo.
Mi è capitato più volte, quest’anno, di ripetermi “non ci posso credere”, sia per una cosa che mi ha sconvolto la vita in senso negativo (e ormai è pensiero fisso tutti i giorni, o almeno 5 giorni a settimana e a distanza di 8 mesi non mi è ancora passata), sia per questo concerto dei Blur (avevate dubbi?!).

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Andare da sola mi ha fatto proprio bene: mi ha fatto riflettere su tante cose. Uno va ai concerti  per provare emozioni: io sono andata lì per sfogarmi, per non pensare, per far sì che qualcosa dentro di me cambiasse e diventasse un sentimento positivo.
E, in fondo, è stato proprio così: quando penso e parlo di quel concerto, arriva la logorrea e ancora mi vengono fuori emozioni che, magari, a Hyde Park non ricordo.
Potrei dire che è stato epico, ma non so proprio come descrivere quello che mi hanno fatto sentire i Blur: è stato stupendo cantare in metro “Tender”, mangiare il riso con-chissà-cosa-di-cinese-dentro alle 4 di notte, camminare per Londra scalza, abbracciarmi la transenna (sì, abbracciare: avete presente quando viene il mal di stomaco e vi piegate in due dal dolore? Ecco, a me non faceva male lo stomaco ma è stato un gesto spontaneo) per l’emozione, vedere i Blur sul palco.
Forse se ho provato tutte queste sensazioni, così confuse ma vere e reali, non sono così male (ma va là: la miglior band che abbia mai visto e sentito live!).

E…

Buoni propositi per il 2013:

1. Non scrivere troppe cattiverie sui gruppi italiani, sui gruppi hipster, sugli hipsters, sulla gente che segue e che va a X Factor, sulla gente col “palo-dietro”;
2. Evitare di parlare da sola, lanciare accidenti ed offendere la gente nei cessi del covo;
3. LAUREARMI E SCAPPARE DA ‘STO PAESE DI PUPÙ;
4. Perdere tra i 10 e i 12 kg e andare in palestra;
5. Non considerare pensieri superficiali e lasciare andare senza 2.;
6. Bere di meno;
7. Scrivere di più;
8. Andare a vedere i Blur al Primavera;
9. Andare a vedere i Blur al Werchter;
10. Trovarmi un amante (non un moroso, UN AMANTE) inglese e musicista (tamburello incluso, ma rigorosamente no hipster, no indiii, no folk: un Paul Weller da giovane va benissimo).

 

Quasi dimenticavo: buon anno!

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You Can’t Stop The Music *

(*Cantavano i The Kinks).

Devo ancora capire l’utilità di fare le classifiche di fine anno: non smetterò mai di ripetere che la musica è soggettiva e, onestamente, certi gruppi “indie” che molta gente ama, io, da vera snob, non li sopporto proprio.
Nonostante la mia poca presenza su questo blog, di album ne ho ascoltati tantissimi, anche se non ho trovato quello che mi ha colpito davvero nel profondo: sono sicura che la causa sia stata solo una, ma, dato che è una cosa piuttosto personale e ci ho scritto pure un post per trovare una sorta di sfogo, lasciamo perdere e procediamo.

Quest’anno mi sono fissata tanto con l’esordio omonimo di Jake Bugg, che potrà riprendere un certo tipo di musica e certi artisti, ok, ma il suo album di debutto mi piace proprio tanto, poiché sintesi di britpop e musica più popular costituito da dettagli folk: sia per quanto riguarda il timbro vocale che il motivo melodico dal quale si fa accompagnare.



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E questo è il primo artista, ma non significa che sia il n° 1, per me, nelle classifiche di album o altro: tutto questo è improvvisato. Niente cose preparatorie: la gente si fa le seghe mentali su queste classifiche, ce n’è davvero bisogno?

Ok, tornando agli album interessanti di quest’anno non posso non citare il nuovo da solista di Paul Banks, “Banks”, che, ancora una volta, dopo Julian Plenti, si è buttato su un lavoro più personale e  notevole che mostra le sue doti, già lo sappiamo, di ottimo singer-songwriter: poi ha una voce che fa bagnare chiunque, anche gli Amish.

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Rimanendo sui solisti, non posso non tenere indietro quel tenerone di Tim Burgess dei The Charlatans, uno spirito creativo che non solo si tiene legato alla cultura British, ma abbraccia anche quella americana (ovviamente in acustico). Lontano dai The Charlatans, ma con lo stesso colore e registro vocale inconfondibile. “Oh no, I love you” è un esempio di massima creatività artistica. Volergli bene.

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E’ il turno di Damon Albarn che ha tirato fuori un progetto colossale e adatto a un orecchio diverso, forse quello più teatrale e più raffinato: “Dr Dee”.
Non mi è mai capitato di sentirmi a disagio quando scrivo di un album, ma con questo nuovo progetto di Damon ho davvero paura di scrivere una grandissima boiata: mi sento ignorante a parlare di quest’opera, e questo basta e avanza a inserirlo tra i miei album preferiti di quest’anno. Da brividi.

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Ancora un altro solista, anche lui inglese (magari di origini portoghesi, ma ha più esperienza inglese per il genere trattato), ovvero Chad Valley col suo album “Young Hunger” che è una sintesi di tutta la roba che gira ora: anni ’80 dance e anni ’90 pop.

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E ora, rullo di tamburi: le band.
The Riots: un misto tra The Libertines, The Jam, The Paddingtons e Secret Affair. Un viaggio nella cultura british e del mod revival attraverso i sound e le parole di questa band… Dalla Russia! Ma della Russia hanno solo la nazionalità, anche perché il loro animo lo si ritrova proprio nello spirito Mod.

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Egyptian Hip Hop: new rave che? Hanno stupito tutti e hanno tirato fuori un album, oserei dire, quasi delicato e meno danzereccio del previsto. Un lavoro, questo “Good Don’t Sleep”, dalle tonalità decisamente più rilassate e sognanti.

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Japandroids: capolavoro questo “Celebration Rock”,  una sintesi di Punk e Emo anni ’90 (attenzione al termine). Energici e strepitosi. Mi dispiace non inserirli tra i concerti top, ma devo rivederli: al Covo, qualche mese fa, si sentiva tutto piuttosto male, quindi spero di rivederli in condizioni migliori, anche perché so benissimo che hanno un animo spietato e fuori controllo.

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Non dimentichiamoci di Get Well Soon: se c’è un album che mescola alla perfezione una componente poetica e una musicale e proprio The Scarlet Beast Of Seven Heads. Konstantin Gropper è un artista in tutti i sensi, in grado di rappresentare musicalmente sentimenti sublimi ed immagini poetiche: emozionante.

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“Blues Funeral” di Mark Lanegan: un uomo che ha il potere di farti sciogliere con il suo colore vocale blues profondo che, inoltre, sovrasta e dirige tutta l’altra roba.

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Il prossimo post, l’ultimo del 2012, sarà quello riguardante i concerti e -mammamia- sarà decisamente più “pensato”.