High Highs – Open Season

Se da una parte abbiamo quel tipo di musica che regala una certa sensazione di corporeità e solidità, dall’altro lato abbiamo, ovviamente, una musica impalpabile e lieve.
A sublimare l’ultima condizione basta aggiungerci un particolare, un effetto musicale, che è sempre stato di forte impatto, nel corso dei secoli, e presente anche nella musica classica: il sonoro silenzio.
Ovviamente non vi parlerò di musica classica, nonostante mi sia davvero affezionata al genere, ma di qualcosa di decisamente più immediato e meno difficile.

E dopo questa piccola premessa, vi voglio parlare del ritorno sulle scene, dopo l’omonimo EP del 2011, di una band di New York, originaria di Sidney, che prende il nome di High Highs.

images

Lineup:

Oli Chang: parte elettronica,
Jack Milas: voce,
Zach Lipkins: batteria.

Proprio la qualità del silenzio è una parte fondamentale dell’album di debutto, “Open Season”, di questa band, poiché esprime una perfetta unione tra parte vocale e parte strumentale.
L’arrangiamento presentato da questi tre ragazzi è conciso, orecchiabile e semplice (attenzione: semplice non vuol dire banale!): una voce delicata, quasi modificata dal vento, si trasforma in un’eco proveniente da un posto lontano e si aggrega a sonorità sottili e armoniose, perlopiù in versione acustica.

Gli High Highs presentano quel genere portato avanti da band come: Wild Nothing, Work Drugs e Teen Daze.
Le dodici canzoni presentate in “Open Season” sono sognanti e suggestive, tipiche della corrente chillwave e, soprattutto in questo caso, dream pop: sono tracce che potrebbero essere delle vere canzonette da ninna-nanna e che lasciano un certo senso di pace a chi li ascolta.

Tracklist:

01. Dey
02. Milan
03. Flowers Bloom
04. White Water
05. Open Season
06. Bridge
07. Phone Call
08. In A Dream
09. Once Around The House
10. Love Is All
11. Slow It Down
12. Pines

Bleeding Rainbow – Yeah Right

Ma voi ve lo immaginate un arcobaleno che esce fuori dalle note di una band garage rock \ indie pop?
Probabilmente il nome di questa band di cui sto per parlarvi oggi ha deciso di scegliere questo nome, ovvero BLEEDING RAINBOW, per catturare l’attenzione immediata di chi non li conosce.

Bleeding-RainbowPrima di chiamarsi così, però, questa band, che era un duo e poi si sono estesi a 4 elementi, si chiamava Reading Rainbow e, a quanto pare, il cambio nome è servito proprio a farli conoscere meglio.

Ma passiamo alle cose serie, ovvero a questo nuovo album, in uscita il 29 gennaio, che prende il nome di “Yeah Right”.

Come vi ho già indicato all’inizio di questo post, si possono individuare elementi tipicamente garage rock in qualche traccia, ma non ci si ferma qui:  la band evoca scenari surreali e immagini sfocate grazie alla presenza di elementi tipicamente shoegaze.
Ma non ci si sofferma nemmeno su quest’ultimo genere, poiché la band, aggiungendo sonorità ripetibili e convenzionali nell’album, non può fare a meno di quel tocco pop che, bene o male, tende sempre a riempire le tracce.

http://www.youtube.com/watch?v=IPmste-qIsE

“Yeah Right” è un album compatto e ricco di influenze che riprendono, insieme a tutta la roba elencata precedentemente, sonorità noise-rock davvero interessanti; anche se, probabilmente, c’è un po’ troppa roba e questi sbalzi d’umore potrebbero far confondere le idee a chi li ascolta.
Nel complesso,  a parte una voce poco piacevole in quelle tracce che vorrebbero essere più energiche ma che non rendono perfettamente, è un album decente, soprattutto per la parte shoegaze e noise.

Tracklist:

1 Go Ahead
2 Pink Ruff
3 You’re Not Alone
4 Drift Away
5 Shades of Eternal Night
6 Fall Into Your Eyes
7 Inside My Head
8 Waking Dream
9 Losing Touch
10 Cover the Sky
11 Get Lost

disappear

Post randomico.
Mi ritrovo in una situazione un po’ strana e stare incollata al computer non mi va più di tanto, nemmeno per scrivere una review. Anzi, diciamo che mi sto stancando anche dello scrivere di musica e consigliare band: oltre a non essere ripagata, e vi assicuro che dopo circa 6 anni a fare ‘ste cose, mi butta veramente giù, sento davvero di sprecare il mio tempo.
Peccato che a parte scoprire nuove band non sappia fare altro di così sostanziale: o divento una groupie, ma questo dopo varie sedute dallo psichiatra, oppure mi metto a lavorare in un call center.
Ed ecco che arriva il “mi sento davvero una fallita”: magari sono certe situazioni che non dovrebbero capitarmi ora, ovviamente relativi a problemi ben più seri di questo, ma l’unica cosa che mi fa andare avanti è la laurea. Sì, perché dopo la laurea mando TUTTI  affanculo, a partire da chi non conosce questi problemi e, quindi, parla a vanvera e critica. Andatevene a ‘fanculo, ma tipo ora: aspettare luglio è troppo.
E dopo questo sfogo personale, utile anche per riempire un po’ il post: due band.

BLUE HAWAII si sono formati nel 2010 a Montreal e il loro secondo album prende il nome di UNTOGETHER.
L’album presenta elementi tipici della corrente chillwave \ dream-pop, tra cui sonorità decisamente più  sperimentali che mettono in rilievo e danno maggior efficacia a quella voce femminile così lieve e dolce.

http://www.youtube.com/watch?v=NmW-0lJzoEY
Un buon album per chi ama queste dolci atmosfere sognanti e surreali, nonché suggestive, ma allo stesso tempo quasi palpabile. Un album solido.

Tracklist:

1. Follow
2. Try To Be
3. In Two
4. In Two II
5. Sweet Tooth
6. Sierra Lift
7. Yours To Keep
8. Daisy
9. Flammarion
10. Reaction II
11. The Other Day

Se, invece,  non apprezzate al massimo band di questo genere, buttatevi sulla musica British: ok, questi non saranno proprio britannici, ma il loro stile riprende proprio quel genere.

http://www.youtube.com/watch?v=WTgNO9AGOF0

The Jam, Small Faces, The Who e i più attuali The Moons: anche questi The Sha La La’s fanno parte dell’ondata Mod Revival -del-revival-del-revival- e non posso non consigliarveli.

https://www.facebook.com/TheShaLaLas?fref=ts