Sulk – Graceless

“Graceless” del quintetto di Londra che prende il nome di “Sulk” è stato, almeno per me, uno degli album più attesi di quest’anno: dopo i singoli, bellissimi, “Wishes” e “Back in Bloom” è finalmente giunto alle mie orecchie.

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Già dai singoli si capiva l’andazzo della band e l’album, ovviamente, non delude le aspettative.
La band è di Londra, certo, ma il sound è quello della capitale della musica (Manchester) di fine anni ’80: si sentono tantissimo, forse fin troppo, gli Stone Roses, sia a livello di sound (la linea di basso di “Mirian Shrine” , tra le tante cose) che di voce.
Non ci sono solo sonorità della Madchester (The Charlatans, taglio di capelli del frontman à la Tim Burgess compreso \ The Stone Roses), ma anche delle belle schitarrate psichedeliche, note shoegaze à la My Bloody Valentine, un bel po’ di sfacciataggine Gallagheriana (Oasis)  e un’attitudine Britpop (Suede e Gay Dad in primis e tra i tanti).

I Sulk guardano tantissimo indietro, musicalmente parlando, e prendono d’ispirazione quei mostri sacri della musica British, ma, allo stesso tempo, sanno bene come mantenersi attuali e seguono la scia di band come The Horrors (“Back in Bloom”, che sembra essere una traccia di “Skying” ) e Toy.
Non aspettatevi troppe novità da questa band che ha bisogno di cercare uno stile più personale, ma, nonostante tutto, “Graceless” è un album davvero piacevole, veloce e che suona bene alle orecchie di chi ha nostalgia del periodo Madchester-Britpop.

Tracklist:

  1. Sleeping Beauty
  2. Flowers
  3. Diamonds In Ashes
  4. The Big Blue
  5. Marian Shrine
  6. Back In Bloom
  7. Wishes
  8. Down
  9. If You Wonder
  10. End Time
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The Courteeners @ Spazio 211

Dopo 3 anni torno in viaggio per andare a rivedere questi Courteeners che, sia per il loro essere così umani e per come suonano i due primi album (St. Jude e Falcon), meritano parecchio live.

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Ieri sera allo Spazio 211, però, mi sono sembrati un po’ mosci: è colpa dei pezzi nuovi che ancora non riesco a digerire, “Are you in love with a notion?” che apre lo show, a parte.
Un po’ mosci per le canzoncine mielose del nuovo album, forse adatte a un pubblico che adora i sing-along e che adora andarli a vedere quando sono sold out nelle arene.
Poi passano quei 4-5 pezzi di “St. Jude” e si ricaricano come molle, insieme al singolo “That Kiss” e due brani del secondo album “Falcon”. Il resto per me resta ancora un’incognita, nel senso che i nuovi pezzi sono passati talmente veloci da non avermi fatto un minimo di effetto.
In realtà, tutto il concerto è molto veloce, parecchio intimo, abbastanza semplice e nel complesso decente, a parte l’acustica con alti e bassi che, a quanto pare, seguiva la voce, a volte stonata, di Liam Fray: forse un po’ stanchi per il tour, forse perché non si sentiva troppo bene quello che veniva dal palco (ed ero a due passi), forse perché “sì, ho capito che siete di Manchester e ho capito che il Morrissey vi ha dato una bella spinta, ma basta vè”.
Si salvano per i brani di St. Jude, per la loro spontaneità, per il fatto di essere così umani (dai, è impossibile non volergli bene).
Speriamo che a Bologna vada meglio, soprattutto per l’aspetto acustico e per la resa.

 

Setlist*

*setlist uguale, ma senza traccia 14.

Black Rebel Motorcycle Club @ O2 Academy Brixton

Ho saltato Milano (odio Milano, tantissimo) per andare a vedere il mio Robert Levon Been e il mio Peter Hayes (cuori sparsi) a Londra. Anche a costo di stare sulle balconate.
Stare su in alto alla O2 Academy Brixton per un concerto dei BRMC è una di quelle cazzate epiche che NON si devono fare a un concerto simile, infatti alla traccia “Red Eyes and Tears” mi volevo buttare di sotto.
Ho i sensi di colpa per aver visto i Black Rebel Motorcycle Club dalle balconate.

Allora: i Big Pink mi fanno schifo su album, ma live sono anche peggio. SONO IMBARAZZANTI e non si possono sentire: anche io riesco a fare un concerto con tutte basi, dai.
Perché vi sto parlando dei Big Pink? Perché ad aprire il concerto degli Altissimi BRMC ci sono stati proprio loro. E la finisco qui, dato che sono una di quelle band di cui scriverei un intero post in negativo e basta.

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Che dire dei Black Rebel Motorcycle Club: sono semplicemente e tecnicamente mostruosi.
La band californiana spezza in due il concerto: la prima è decisamente più coinvolgente \ sconvolgente e strappa-mutande; la seconda è nettamente più riflessiva e caratterizzata da tre tracce (“Mercy”, “Feel it Now” e “Devil’s Waitin'”) che vengono eseguite come se fossero parte di un monologo (prima Peter e poi Robert, che fa commuovere proprio con “Mercy”).
L’atmosfera che si respira a un concerto simile è piuttosto calda e passionale: vuoi per le due voci, per le canzoni dei primi album e per il gioco di luci (manco una foto è venuta decente) che accompagnano alla perfezione le tracce presentate della band.
Comunque la “Whatever Happened To My Rock’n’Roll” e l’altro singolaccio  “Beat the Devil’s Tattoo” una dietro l’altra sono “la-morte” se stai nel parerre. E se ci fossi stata, su “Red Eyes and Tears”, “Love Burns”, “Spread Your Love” e “666 Conducer”, mi sarei buttata direttamente sul palco.
Peter Hayes, Robert Levon Been e l’instacabile Leah Shapiro regalano un concerto mozzafiato, ricco nell’improvvisazione e adatto per gli amanti di vario genere (blues, rock, psichedelia, garage…): con due ore piene di live hanno dimostrato di essere una tra le band più complete che abbia mai visto.
Insomma: sembrava ci fossero altri 5 componenti sul palco.

Setlist:

http://www.setlist.fm/setlist/black-rebel-motorcycle-club/2013/o2-academy-brixton-london-england-43d897bf.html

The Strypes.

Questa sera voglio parlarvi di una band scoperta nella City proprio recentemente e di cui ogni rivista, musicale e non, ne parla come se fosse arrivata la rivoluzione musicale che tutti stavano aspettando.
No, aspettate: questi qui hanno 16 anni e io gli sto scrivendo un post.
Ok, devo ammettere che mi hanno incuriosita: sentirli suonare live lassù è pressoché un’impresa (venerdì scorso sarei dovuta andare a vederli, ma erano sold out da un bel pezzo), tutti ne parlano come se fossimo in presenza di una resurrezione e molti li descrivono come i nuovi Rolling Stones (movenze à la Mick Jagger e genere che-siamo-lì).
Fa’ te se i The Strypes coi loro parka, i loro completi mod e il loro taglio di capelli, non fanno venire domande agli amanti della British music.
Presente.

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(Vacca boia: paiono un nuovo gruppo per sbarbine).

Questi 4 adolescenti arrivano da Cavan, Irlanda, e questa è la line up:

Ross Farrelly (vocalist, armonica, percussioni);
Josh McClorey (chitarra, tastiere, back vocals);
Pete O’Hanlon (basso, armonica);
Evan Walsh (batteria).

Ok, sentite: le loro canzoni sono molto adolescenziali, ma se fossero venuti fuori negli anni ’60 avrebbero conquistato una buona parte d’Europa col loro rock’n’roll e rhythm and blues fortemente influenzato da Rolling Stones, Chuck Berry e The Yardbirds.
L’apparenza inganna.
Non facciamogli montare la testa fin da subito, già ci pensano i britannici e il Modfather, ma non ascoltarli sarebbe davvero un peccato. E io, ancora, non posso credere che questi siano così giovani e talmente capaci da proporre un genere simile.
Certo bisogna ascoltarsi un album completo di questa band per poterli giudicarli al meglio, ma su Spotify potete trovare la loro cover di “You can’t judge a book by the cover” (Bo Diddley) e le tracce dell’EP “Blue Collar Jane” per farvi un’idea.


Una band che segue la scia dei Miles Kane – Jake Bugg – The Moons, che riporta sulle scene la musica 60s e la riempie con qualcosa di più attuale e “garage”: segnatevi il nome ed ascoltateli. E se non vanno sold out, andate pure a vederveli nel Regno Unito.

Paul Weller, Dio, il Modfather live @ Royal Albert Hall

Fino alla settimana prima di partire per Londra ero indecisa se andare a rivedere o meno il Modfather alla Royal Albert Hall. Meno male che ho preso il biglietto.
Appena arrivo alla venue, situata nella zona  di South Kensington, mi metto in fila per andare in piccionaia (gallery), ma il concerto non è sold out e mi spostano a lato del palco: arriva la prima parte della tachicardia.
La venue è ovviamente stupenda e un concerto di Paul Weller, di Dio, ci sta alla perfezione.
Per gradi. Ancora non ce la faccio. Ancora mi sento là alla Royal Albert Hall quasi tra le lacrime e con la modalità strappa-capelli \ urla -disperate on.

Palma Violets. Su album mi sono sembrati molto “boh” , ma live sono tutt’altra cosa: l’ennesima band che rende meglio live.
Il pubblico non era molto entusiasta dalla musica della giovane band, del resto il genere è parecchio differente da quello che si aspettano i fan del Weller.
La loro musica è la tipica indie-rock britannica che segue la linea Libertines – Paddingtons – Mystery Jets: una band che mostra le proprie capacità proprio nel settore live, anche se, ormai lo sanno pure i muri, è un genere che viene ripetuto all’infinito.
In concerto questi Palma Violets non sono per niente male, anzi, sono rimasta piacevolmente sorpresa dall’energia e dalla vitalità che esprimono su un palco, anche se la prossima volta mi aspetto di vederli in qualche piccolo club dove si salta e si suda.

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Paul Weller chiude la serie di concerti dedicati alla Teenage Cancer Trust, e chi ha avuto l’onore di ospitare le serate? Noel Gallagher.
Vederlo sul palco a presentare il concerto di Paul Weller e ringraziare tutti i presenti è stata una botta di panico, perché, ovviamente, sono arrivati i viaggi mentali del tipo: e se suona col Modfather?
No, niente duetto Noel G. – Paul W.
Il concerto comunque è un qualcosa di epico, di meraviglioso e di estremamente emozionante: pezzoni dei The Jam, altri dei Style Council ed altri ancora del Weller da solista, con sonorità messe in luce da un’ottima acustica e il backing vocals di Andy Crofts (Moons) che, quando non litiga con la sua frangetta, riempie alla perfezione il timbro esemplare e variabile del frontman.

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Paul Weller è uno di quegli artisti che rende perfettamente in qualsiasi occasione e in qualsiasi luogo, ma l’aspetto suggestivo e teatrale della Royal Albert Hall non lo supera nessuna altra location: l’atmosfera che si respira a questo concerto incredibile è davvero calda e piacevole, come se Paul Weller fosse il protagonista, l’eroe, di una vicenda teatrale.
E noi del pubblico siamo lì ad “abbracciare” il nostro Dio su ogni canzone, su ogni ballata commovente e su ogni brano dei Jam su cui ci si vorrebbe buttare in mezzo a scatenarsi e a vedere parka e Fred Perry volare per aria: tutto quello che propone quest’uomo arriva direttamente al cuore e fa venire i brividi.
Paul Weller è un artista carismatico, usa la sua voce come vero e proprio strumento e la sua personalità è talmente coinvolgente ed affascinante da essere un vero e proprio simbolo, in tutti i sensi e non solo musicalmente parlando, del Regno Unito.

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Un concerto mozzafiato, ricco di improvvisazioni ed imperdibile che termina con “That’s Entertainment” quando, tutti in piedi e con poca voce, si urla e si balla in ogni dove della Royal Albert Hall.
E lo spettacolo non finisce qui, ma continua con l’ubriachezza British e vari sing-along in metropolitana.

SETLIST:

‘Private Hell’
‘Kling I Klang’
‘Blink And You’ll Miss It’
‘My Ever Changing Moods’
‘Fast Car/Slow Traffic’
‘That Dangerous Age’
‘Sea Spray’
‘The Attic’
‘Wild Wood’
‘The Weaver’
‘Porcelain Gods’
‘Dragonfly’
‘When Your Garden’s Overgrown’
‘Brand New Start’
‘Study In Blue’
‘7&3 Is The Striker’s Number’
‘Peacock Suit’
‘From The Floorboards Up’
‘Woodcutters Son’
‘Whirlpool’s End’

‘Dust And Rocks’
‘Just Who Is The Five O’Clock Hero’
‘Foot Of The Mountain’

‘That’s Entertainment’

This is how it feels… A un concerto degli Inspiral Carpets (Koko 22\3)

Il barista del KOKO voleva uccidermi prima degli Inspiral Carpets, ma devo ringraziarlo tantissimo poiché è anche grazie a  lui se sono riuscita a vivere quell’atmosfera da concerto di una band della Madchester di fine anni ’80 alla perfezione: praticamente non ci capivo niente.
E le mie annotazioni sulla moleskine,  per fortuna che ci sono quelle, partono con: “The Only One I Know” urlata a squarciagola coi presenti, spaccata a metà perché gli Inspiral Carpets salgono sul palco.
Si inizia con la bellezza di 2 pinte di birra e 3 gin tonic in corpo e con la musica degli Inspiral Carpets, dopo un buon live di Danny Mahon, anche lui di Manchester, anche lui grande fan del songwriting britannico e anche lui molto “Gallagher” per le tracce in acustico che propone.

 “This is how it feels” è la traccia chiave del live della band guidata da Stephen Holt: terza traccia della setlist e una (pinta di) birra che mi percorre quasi tutto il corpo, mentre il pubblico si rivela per quello che è in realtà, ovvero dei cinquantenni imbevuti di alcool e di cocaina il cui equilibrio (fisico e mentale) è discutibile.
Dalla traccia-singolone tutti si ritrovano catapultati nell’atmosfera di cui vi ho parlato all’inizio, grazie anche a pezzoni come “She comes in the fall” e “Sun don’t shine” e, in cui, nessuno, ma proprio nessuno (sottoscritta compresa), si regge in piedi. In quest’occasione voglio ringraziare il tizio, imbevuto quanto me e col quale abbassavo la media di età, che prima mi ha fatto il bagno di birra, mi ha difeso dal pogo e poi mi ci ha trascinata: che roba.

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E quindi gli Inspiral Carpets iniziano alle 20.00 e fanno circa due ore e mezza di concerto, ma gente: che concerto.
La band non perde un colpo, fa un encore di un minuto e mezzo e i componenti chissà di che cosa sono pieni fino a scoppiare, ma chissenefrega: quello che conta è il risultato.
Il risultato è un concerto, un’esperienza di vita in grado di riportarti indietro nel tempo, quando “Life” era al n° 2 in classifica e quando ci si ritrova in una situazione tipica del genere: indescrivibile, piena di vuoti di memoria, ricca di alcool sui vestiti.
E come sono stati gli Inspiral Carpets? Sapete, gli aggettivi “stupendi, esilaranti, fuori-di-testa” si sprecano  in questa (chiamiamola) review.
Mi sembra impossibile non parlare del concerto in maniera soggettiva: nessuno scappa e tutti vengono travolti  dall’energia degli Inspiral Carpets, dalle tastiere e dalla seconda voce del grandissimo Clint Boon, dalla parte ritmica in cui i neuroni (pochi in queste occasioni) iniziano a pogare e a creare una confusione nella testa che ti trascina e ti porta direttamente al centro del delirio, dalla voce\strumento sempre costante di Stephen Holt (convintissima che ci fosse Tom Hingley: sono rimasta indietro) e dalla scenografia in perfetta sintonia con la musica proposta.

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Ci si ritrova al concerto e si esce strafatti di musica degli Inspiral Carpets, la cui overdose arriva dopo le due ore e mezza di concerto e, come alla fine di un hangover, ti chiedi cosa sia successo.
Beh, quello che è capitato durante il concerto di questa band di Oldham al KOKO è davvero irripetibile e credo che nessuna band, almeno per me fino ad ora, sia in grado di portarti proprio ai suoi inizi (o quasi) lasciando “parlare” solo la propria musica.
Qualsiasi sia la tua età, qualsiasi sostanza (intanto non c’è mai nessuno sano di mente a ‘sti concerti a Londra) domini nel tuo corpo e qualsiasi cosa ti stia passando per la testa, tutto quanto per gli Inspiral Carpets si dissolve e l’unica cosa che resta è la forza suggestiva\espressiva della loro musica.
E quindi lasciamo parlare la “moosica” e basta, perché descrivere un concerto degli IC, a voi che non c’eravate, è piuttosto complicato. Oppure fatevi di brutto. Oppure il tutto può riassumerlo Clint Boon che dopo “Besides Me” ripete: “Thank you, this is so fuckin’ brilliant!”.