This is how it feels… A un concerto degli Inspiral Carpets (Koko 22\3)

Il barista del KOKO voleva uccidermi prima degli Inspiral Carpets, ma devo ringraziarlo tantissimo poiché è anche grazie a  lui se sono riuscita a vivere quell’atmosfera da concerto di una band della Madchester di fine anni ’80 alla perfezione: praticamente non ci capivo niente.
E le mie annotazioni sulla moleskine,  per fortuna che ci sono quelle, partono con: “The Only One I Know” urlata a squarciagola coi presenti, spaccata a metà perché gli Inspiral Carpets salgono sul palco.
Si inizia con la bellezza di 2 pinte di birra e 3 gin tonic in corpo e con la musica degli Inspiral Carpets, dopo un buon live di Danny Mahon, anche lui di Manchester, anche lui grande fan del songwriting britannico e anche lui molto “Gallagher” per le tracce in acustico che propone.

 “This is how it feels” è la traccia chiave del live della band guidata da Stephen Holt: terza traccia della setlist e una (pinta di) birra che mi percorre quasi tutto il corpo, mentre il pubblico si rivela per quello che è in realtà, ovvero dei cinquantenni imbevuti di alcool e di cocaina il cui equilibrio (fisico e mentale) è discutibile.
Dalla traccia-singolone tutti si ritrovano catapultati nell’atmosfera di cui vi ho parlato all’inizio, grazie anche a pezzoni come “She comes in the fall” e “Sun don’t shine” e, in cui, nessuno, ma proprio nessuno (sottoscritta compresa), si regge in piedi. In quest’occasione voglio ringraziare il tizio, imbevuto quanto me e col quale abbassavo la media di età, che prima mi ha fatto il bagno di birra, mi ha difeso dal pogo e poi mi ci ha trascinata: che roba.

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E quindi gli Inspiral Carpets iniziano alle 20.00 e fanno circa due ore e mezza di concerto, ma gente: che concerto.
La band non perde un colpo, fa un encore di un minuto e mezzo e i componenti chissà di che cosa sono pieni fino a scoppiare, ma chissenefrega: quello che conta è il risultato.
Il risultato è un concerto, un’esperienza di vita in grado di riportarti indietro nel tempo, quando “Life” era al n° 2 in classifica e quando ci si ritrova in una situazione tipica del genere: indescrivibile, piena di vuoti di memoria, ricca di alcool sui vestiti.
E come sono stati gli Inspiral Carpets? Sapete, gli aggettivi “stupendi, esilaranti, fuori-di-testa” si sprecano  in questa (chiamiamola) review.
Mi sembra impossibile non parlare del concerto in maniera soggettiva: nessuno scappa e tutti vengono travolti  dall’energia degli Inspiral Carpets, dalle tastiere e dalla seconda voce del grandissimo Clint Boon, dalla parte ritmica in cui i neuroni (pochi in queste occasioni) iniziano a pogare e a creare una confusione nella testa che ti trascina e ti porta direttamente al centro del delirio, dalla voce\strumento sempre costante di Stephen Holt (convintissima che ci fosse Tom Hingley: sono rimasta indietro) e dalla scenografia in perfetta sintonia con la musica proposta.

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Ci si ritrova al concerto e si esce strafatti di musica degli Inspiral Carpets, la cui overdose arriva dopo le due ore e mezza di concerto e, come alla fine di un hangover, ti chiedi cosa sia successo.
Beh, quello che è capitato durante il concerto di questa band di Oldham al KOKO è davvero irripetibile e credo che nessuna band, almeno per me fino ad ora, sia in grado di portarti proprio ai suoi inizi (o quasi) lasciando “parlare” solo la propria musica.
Qualsiasi sia la tua età, qualsiasi sostanza (intanto non c’è mai nessuno sano di mente a ‘sti concerti a Londra) domini nel tuo corpo e qualsiasi cosa ti stia passando per la testa, tutto quanto per gli Inspiral Carpets si dissolve e l’unica cosa che resta è la forza suggestiva\espressiva della loro musica.
E quindi lasciamo parlare la “moosica” e basta, perché descrivere un concerto degli IC, a voi che non c’eravate, è piuttosto complicato. Oppure fatevi di brutto. Oppure il tutto può riassumerlo Clint Boon che dopo “Besides Me” ripete: “Thank you, this is so fuckin’ brilliant!”.

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