Miles Kane & Arctic Monkeys @ Ferrara Sotto Le Stelle

Ero molto incuriosita ad andare a vedere nuovamente Miles Kane e Arctic Monkeys l’11 luglio a due anni dal loro ultimo concerto vissuto: Miles al Rock en Seine, a Parigi; gli altri di Sheffield prima sempre al festival parigino e, la settimana dopo, a Bologna.

Miles Kane, in occasione di quest’edizione di Ferrara Sotto le Stelle, si presenta sul palco con una nuova band, decisamente più giovane e col sound meno 2000 e più ’60s: non potrei essere più felice.

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Il ragazzo di Birkenhead ha trovato il suo stile e propone una mezz’ora di concerto travolgente e piacevole: Miles Kane ha carisma da vendere, è un buon intrattenitore e ha una voce che riesce a esprimere tanta gioia di vivere.
Il suo concerto riscalda e mette di buon umore gran parte dei presenti che canta e resta, ovviamente, incantato dal fascino dell’artista sul palco: l’influenza di Paul Weller gli ha fatto bene, sia per quanto riguarda il fattore musicale che quello di presenza scenica\estetico-tanta roba.
La band segue il capobranco e non perde un colpo: le tracce entusiasmano, fanno ballare e fanno respirare una bella atmosfera Mod \ 60’s.
Peccato abbia suonato pochino e solo i brani più conosciuti \ singoli dell’album precedente “Colour of the Trap” e del nuovo “Don’t Forget Who You Are”, ma ha dato ai presenti la giusta spinta per andarlo a rivedere da solo a Milano quest’autunno.

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E ora arriva la parte difficile: Arctic Monkeys.
Dalla scenografia e dal gioco luci sul palco un po’ si intuisce il tipo di show che la band di Sheffield presenta in occasione di questo concerto: sono cresciuti.
La band capitanata da Alex Turner, come Miles Kane, ha raggiunto sicuramente la maturità, almeno da un certo punto di vista: da “Humbug”, il terzo album in studio, la band ha preso un’altra strada e ha optato per una più distaccata dalle sonorità indie-rock\British dei primi due album e più vicina a un sound completo e decisamente americano (Josh Homme ha lasciato il segno).
Gli Arctic Monkeys hanno scelto un percorso differente e decisamente più complesso di quello che si erano prefissati all’inizio: sono migliorati tecnicamente parlando, fanno canzoni più impegnate e incazzate di quelle della loro adolescenza, sanno come fare presenza scenica.
MA.
Onestamente, almeno per quanto mi riguarda, gli Arctic Monkeys non mi hanno lasciato assolutamente niente di questo concerto.
Sul palco sono freddissimi, non intrattengono come dovrebbero e si preoccupano più del fattore estetico che della musica, della sostanza, che, in teoria, dovrebbe essere la vera protagonista di un concerto.
Ogni canzone parte con una carica strepitosa, surreale e che coinvolge, poi, a circa metà brano, si verifica un blackout improvviso, un rallentamento, sia a livello strumentale che vocale: Alex Turner traballa con la voce e la stessa cosa succede al gruppo che segue il proprio frontman.
Diciamo che, oltre a questo, le canzoni-limone hanno davvero scartavetrato le pale eoliche: capisco che la band voglia conquistarsi una larga fetta di pubblico (non sono i primi, sia chiaro), ma non era necessario che diventasse così piatta e così infighettata.
La situazione va di male in peggio, perché, non appeno sento una tra le mie canzoni preferite (Mardy Bum) fatta in versione semi-acustica, mi rassegno totalmente al loro poco-spessore-tanta-superficie: la canzone dei postumi e del ritorno a casa dalla cassa atomica è diventata una traccia da colpo di sonno.
Un concerto appena sufficiente, grazie alla loro varietà musicale e a “505” con Miles Kane, ma davvero freddo e deludente.

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