The Strypes – Snapshot

Nel Regno Unito hanno vari metodi infallibili per far emergere nuovi gruppi:
-la band suona in un pub gratuitamente e la gente, bene o male, la ascolta;
-la band, anche sotto la più cessa delle etichette indipendenti,non si pone troppi problemi e sa bene che emergerà, dato che ci sarà sempre e comunque il lancio del nuovo singolo in un pub\locale\stanza\casa da devastare;
-se il singolo funziona, la band finisce OVUNQUE: riviste cartacee che la spacciano come la più grande rivelazione del 2013; webzine \ blog online che la introducono come band del secolo; riviste di moda (?) che parlano di nuovi Rolling Stones e Yardbirds;
-la band suona con Paul Weller e viene osannata da Noel Gallagher.
Io gli Strypes li ho conosciuti seduta in metro, ovvero mentre leggevo una rivista che di musica parlava poco\niente; poi è arrivata la curiosità e la voglia immediata di vederli (sold out in un locale e bestemmie a parte).
Sono passati 6 mesi e gli Strypes arrivano (finalmente) con l’album d’esordio “Snapshot”.

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E il loro primo album non è tutta ‘sta roba miracolosa che, personalmente, mi aspettavo: i ragazzi avranno suonato col Modfather e i singoli\ep proposti non sono così orribili, ma a mio avviso quest’esordio presenta tantissime lacune.
Quello che più “critico”, in senso negativo, è l’originalità che tende a mancare: non c’è assolutamente niente di nuovo che altre 20000 band, dagli anni ’60 ad oggi, non abbiano già fatto.
Nonostante ci siano troppi gruppi che ripropongono fino alla nausea ‘sto genere sfrenato e scatenato, “Snapshot” non è nemmeno così tremendo: è un crescendo continuo e energico di chitarre e sonorità rock’n’roll che sanno come consumare piedi e scarpe di chi scende in pista.

Gli Strypes hanno saputo sfruttare quel vortice del revival per varie ragioni (età, al dedicarsi a un genere musicale piuttosto che a un altro, al vestirsi in un certo modo…) e sono riusciti a farsi conoscere dalle persone giuste e in più ambiti.
“Snapshot” è un album veloce, ricco di influenze apprezzabili (Dr. Feelgood, Bo Diddley, Stones, Yardbirds) e di melodie orecchiabili, fluide e coinvolgenti; però, se si cerca qualcosa di musicalmente “nuovo”, non è il lavoro adatto.
Ma, gente, quanto Rock’n’Roll.

Crocodiles live @ Hana-Bi

Dopo un bel po’ di tempo ho preso la giusta (?) decisione di non lasciare andare il blog e di aggiornarlo: l’ultimo esame pre-laurea mi sta uccidendo (al terzo tentativo lo passerò, no???).
E ritorno sul mio blog parlandovi di una band che ho visto 4/5 volte e che, ogni volta, apprezzo sempre di più per quanto riguarda l’aspetto live: i Crocodiles.
La line-up del gruppo, guidato da un carismatico Brandon Welchez e Charles Rowell, è cambiata rispetto all’ultima volta che ho avuto modo di vedere i Crocodiles (Rock en Seine 2011, credo), bassista a parte, ma il loro entusiasmo è rimasto costante.
Il 14 settembre si trovano davanti al buon pubblico del Hana-Bi che, ovviamente, resta piacevolmente sorpreso dall’esibizione di questa band.
Posso essere sincera? Amo alla follia loro e il nuovo album “Crimes of Passion”, probabilmente il lavoro che mi prende di più in assoluto, oltre a “Sleep Forever”, per le influenze di Ride, Charlatans, Spiritualized e Primal Scream. E lo sapete benissimo che per la musica Brit di fine anni ’80\inizi anni ’90 ho una cotta incredibile.

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I Crocodiles non sono per niente cambiati, dato che hanno quella voglia di suonare perenne e quella passione nell’intrattenere che non è da tutti: praticamente è come se fossimo a un concerto di amici.
La presenza scenica comprende: l’essere cazzoni, dato che Charles, alla chitarra, ha pensato bene di scolarsi una birra mentre suonava (ovviamente gli è uscita fuori dal naso e ha iniziato a sputarla…); il rosario recitato da Brandon con cani e porci in rilievo; bottiglie di vino consumate; parlantine in spagnolo.
“Crimes of Passion” domina nella scaletta della band di San Diego, ma i classici “Mirrors” e “Hearts of Love”, uniti alle loro melodie noise\pop, non mancano e ci travolgono.
La musica dei Crocodiles e la sabbia sotto ai piedi riescono ad esaltare la spensieratezza dell’estate, facendoci (quasi) dimenticare il fatto di essere a metà settembre.
Brandon e compagnia, insomma, migliorano sempre di più. E questa loro dedica al genere made in UK mi piace proprio tanto.