Stephen Malkmus & The Jicks @ Covo Club

Ammetto di non conoscere alla perfezione la carriera da solista di Stephen Malkmus e nemmeno la sua attività coi The Jicks, ma ci tenevo troppo a vedere l’ex cantante dei Pavement in concerto, dopo essermi persa la reunion del 2010 all’estragon.

E, quindi, eccomi qui a parlarvi in maniera estremamente soggettiva di questo bellissimo concerto del 24 gennaio al Covo: STEPHEN MALKMUS & THE JICKS.
La mia più grande paura, vedendo la band in apertura, riguarda l’acustica: del gruppo spalla ci ho capito poco\niente, anche perché li ho seguiti a tratti.
I MEGAPHONIC THRIFT sono Norvegesi e fanno tantissimo casino. Nel corso del loro live sento del noise, del garage, della shoegaze, ma il tutto in maniera troppo superficiale. E mi fermo qui, sperando di recuperarli al più presto.

L’attesa è tutta per la band headliner, ovviamente: Covo pienissimo di gente di tutte le età, compresi i tanti che i Pavement li hanno vissuti per davvero.
Aver visto questo concerto mi fa sentire meno ignorante, musicalmente parlando, perché SM e band propongono un mix di generi e di sonorità.
Stephen Malkmus resta sempre un ragazzino: avrà i capelli più grigi e qualche ruga in più, ma è rimasto ai primi anni ’90, ha lo stesso ciuffo ed è alla continua ricerca di una libertà che solo la musica può garantirgli.

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Quest’artista dà lezioni a tutti di come si suona la chitarra e ci ricorda che è stato uno dei primi musicisti a presentare quel genere indie-rock \ lo-fi, ricco di cambi repentini al ritmo, che, a volte, sprofonda in una psichedelia acida anni ’70: questa discontinuità, fortemente voluta e presente sia nella voce che nella parte strumentale, è alla base del concerto al Covo che risulterà estremamente divertente e coinvolgente.

Sicuramente i Jicks sono una band che supportano alla perfezione una personalità travolgente e bizzarra come quella di Malkmus, del resto anche loro sono dei personaggi: tipo il chitarrista che fa headbanging pur non avendo capelli e socializza coi presenti delle prime fila.
Durante questo concerto si respira quell’atmosfera polverosa indie rock, lo-fi e, ogni tanto, punk-rock di inizio anni ’90, almeno fino alla cover finale di “Immigrant Song” quando capisci davvero quanto sia stonato, geniale, imprevedibile ed affascinante questo Stephen Malkmus.

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Mode Moderne – Occult Delight

Questa sera si ritorna indietro tra gli anni ’70 e gli anni ’80 a Manch… No, non siamo a Manchester, ma a Vancouver poiché la band di cui voglio scrivere è canadese.
Fin dal primo ascolto pensavo che il gruppo in questione fosse della città dei Joy Division, ma questo non è di certo un caso: indovinate un po’ da chi sono fortemente influenzati questi MODE MODERNE?

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Occult Delight è il nome del loro nuovo lavoro discografico ed è fin troppo influenzato dal Post-Punk: “Time’s Up” potrebbe essere una canzone degli Smiths; ci sono brani in cui si sentono giri di basso à la Peter Hook e, allo stesso tempo, chitarre più sciolte à la Cure; tracce che ricordano una buona parte di “Unknown Pleasures”; parti strumentali imponenti à la Echo & the Bunnymen; la voce del frontman Phillip Intilé potrebbe essere una fusione tra il timbro vocale di Paul Banks (Interpol) e quello di Morrissey (Smiths).

Ma i Mode Moderne non sono solo l’ennesima band che fa post-punk \ dark-wave revival: le dodici tracce presentate in questo “Occult Delight” sono legate tra loro da un’armonia comune, una sorta di ritmo frenetico che trascina l’ascoltatore in una specie di limbo che si trova a metà strada tra l’inquietante e l’affascinante.
Quest’attrazione verso l’oblio è dovuta sia all’arrangiamento che alla melodia vocale di Phillip e continua fino all’ultima, piuttosto deprimente, traccia “Running Scared”.

Un disco che è un vero e proprio inno al Post-Punk.

1. Strangle the Shadows

2. Grudges Crossed

3. Thieving Babys Breath

4. Severed Heads

5. She, Untamed

6. Occult Delight

7. Times Up!

8. Unburden Yrself

9. Dirty Dream #3

10. Baby Bunny

11. Come Sunrise

12. Running Scared

Drowners – s\t

Se c’è un genere che non ho mai smesso di ascoltare e amare è quello riguardante la musichetta Indie Rock cazzona e ruffiana che dalla fine degli anni ’90\ inizio 2000 si è diffuso pressoché ovunque.
Oggi si parla di questo gruppetto americano, anche se il frontman è gallese, che ha fatto cover di Adam Green, ha realizzato un ep nel 2012, “Between Us Girls”, e ora arriva con un album completo: i Drowners e il loro esordio omonimo.

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Le presentazioni:

Matt Hitt (voce\chitarra),
Jack Ridley (chitarra),
Erik Snyder (basso),
David Rubin (batteria).

La band prende il nome dal primissimo singolo dei Suede, anche se le influenze principali si riferiscono agli Smiths, in particolar modo a certi giri di chitarra che ricordano Johnny Marr (“Long Hair”), e al Punk di Buzzcocks e Eddie & The Hot Rods (“Bar Chat”).

La prima cosa che viene all’orecchio, però, è quella sfacciataggine di inizio 2000 tipica di band come Libertines, Strokes e, successivamente, Paddingtons, primi Wombats e Vaccines: canzoni velocissime (non superano i tre minuti e mezzo), melodie orecchiabili e ripetitive, ritornelli che restano in testa dopo pochissimi ascolti.
I Drowners si mostrano più ruvidi in certe tracce, ma in altre viene eseguita l’indie-pop più dolce: in entrambi casi domina quella spensieratezza che ha caratterizzato la parte strumentale di molti gruppi del genere.
Una band che si trova tra il Britpop (revival), il garage e l’Indie Rock e che, sicuramente, conquisterà una buona parte di pubblico grazie alla schiettezza e all’orecchiabilità delle dieci tracce che costituiscono l’album d’esordio.

QUI potete trovare lo streaming integrale dell’album.

Tracklist:

Ways To Phrase A Rejection
Long Hair
Luv, Hold Me Down
Watch You Change
You\’ve Got It Wrong
Unzip Your Harrington
Pure Pleasure
Bar Chat
A Button On Your Blouse
Let Me Finish
Well, People Will Talk
Shell Across The Tongue

Patterns – Waking Lines

Io non lo faccio apposta, sono i gruppi di Manchester che raggiungono le mie orecchie. Questa notte, infatti, vi voglio parlare di una “nuova” band proveniente proprio da quella capitale della musica che ha lanciato sulle scene tantissimi artisti-della-madonna: i PATTERNS.

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L’album d’esordio dei Patterns prende il nome “Waking Lines”, ma questi ragazzi sono già abbastanza conosciuti nel Regno Unito grazie a qualche singolo uscito negli ultimi quattro anni.
Questo lavoro discografico è costituito da dieci tracce soavi ed armoniose che vagano tra shoegaze, dream-pop, chillwave, qualche sfumatura elettronica e psichedelia.
In questo disco dei Patterns non c’è nulla di nuovo, poiché sono presenti tantissimi generi ed influenze che ricordano: Cocteau Twins, My Bloody Valentine, Jesus & Mary Chain, Youth Lagoon, Beach House.

“Waking Lines” resta comunque un buon album d’esordio, almeno per gli amanti di quelle sonorità “mielose -pop”: la voce è sfumata e ricca di echi, del resto si lega perfettamente al genere sognante proposto dalla band; la parte strumentale (soprattutto: chitarre, synth e tastiere) si rincorre, creando delle melodie suggestive e surreali.
I Patterns realizzano un album variopinto, incantevole e che tende a viaggiare a metà strada tra due mondi in collisione, ovvero quello della spensieratezza e quello della malinconia.
Consigliato a chi apprezza la semplicità e a chi vuole abbandonarsi a quell’arrangiamento magico e melenso.

TRACKLIST

This Haze
Blood
Broken Trains
Face Marks
Our Ego
Waking Lines
Street Fires
Wrong Two Words
Induction
Climbng Out

John Lennon McCullagh + Pete Macleod @ CovoClub

La prima recensione dell’anno riguarda un doppio concerto di due artisti britannici che si stanno facendo conoscere in giro per il Regno Unito e l’Europa grazie a un genere tradizionale, il cantautorato, e grazie al personaggio di Alan McGee, che li ha scoperti: Pete Macleod e John Lennon McCullagh.

Entrambi gli artisti si sono presentati sul palco del Covo Club, venerdì 10 dicembre, per farci ascoltare brani tratti dai loro album e qualche nota citazione di spunto Britpop, Rock’n’Roll, Popular e, ovviamente, Folk.

A iniziare la stagione concertistica del Covo ci pensa Pete Macleod, cantautore di Glasgow, che ha proposto brani di “Rolling Stone”, il suo album d’esordio, e che ha catturato l’attenzione del pubblico grazie ai suoi tour: da spalla a Ocean Colour Scene e Shed Seven; con altri concerti da headliner accompagnato da Bonehead (ex Oasis).
Il suo songwriting è ovviamente legato alle sonorità e alle influenze britanniche, in particolar modo a: Oasis, Stone Roses, Beatles e Smiths (per qualche giro di chitarra che mi ricordavano un certo Johnny Marr…).

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Si parla, quindi, di un genere (pop) piuttosto orecchiabile, semplice e armonioso, del resto il duo chitarra-voce regala alle liriche maggiore significato.
Pete Macleod racconta in maniera piuttosto suggestiva le sue storie, buttandoci in mezzo qualche parola di “I Wanna Be Adored” (Stone Roses) e di “Wonderwall” (Oasis): la serata è quella della Cool Britannia, quindi non si può che apprezzare.
Un bravo cantautore e concerto ben realizzato, sia per la buona presenza scenica che per il suo songwriting diretto e, a volte, davvero delicato.

Dopo pochi minuti sale sul palco John Lennon McCullagh: stile British dal capello-a-fungo ai piedi e uno di quelli della nuova generazione di musicisti (Strypes, Mellor, 45’s) che amano tanto il sound del passato, nonostante abbiano ancora tanto da imparare.
Questo ragazzino sedicenne di Doncaster si presenta sul palco accompagnato da una chitarra e dalle sue tre armoniche, eseguendo canzoni del suo album d’esordio “North South Divide” e una bellissima cover di “We Belong Together” di Ritchie Valens che fa tornare, anche per pochi istanti, agli anni ’60.

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A differenza del primo cantautore salito sul palco, J.L. McCullagh è un songwriter più vicino alla tradizione folk\popular, ricordandoci che la sua fonte d’ispirazione principale è Bob Dylan.
Il suo colore vocale fa riferimento ad altri artisti da “revival”, tra cui Miles Kane e Jake Bugg, ma, a differenza di questi, John ci aggiunge la forza della Protest Song e, quindi, inserisce nei suoi testi dei messaggi a sfondo politico e sociale, più pensati e su cui riflettere.
J.L. McCullagh dimostra di essere un musicista più deciso e valido in concerto, rispetto ad album, dato che ha “quel qualcosa” (le canzoni che trasmettono emozioni, la competenza, il carisma, la passione) che gli permette di esprimersi al meglio quando si trova su un palco.
Non voglio esagerare, perché ne deve fare ancora tanta di strada, ma John Lennon McCullagh rappresenta per davvero la voce di una nuova generazione.