The Warlocks @ Mattatoio Club, Carpi

Nonostante preferisca una band vestita con Fred Perry, parka o giacca a tre bottoni, devo dire che il binomio giacca di pelle – jeans skinny-strizza-palle mi affascina comunque; e non mi fa schifo nemmeno il ricciolo ribelle, rispetto al capello a fungo tipicamente British.
I Warlocks sono di Los Angeles e, sia per le influenze che per l’abbigliamento, mi ricordano tantissimo i Black Rebel Motorcycle Club.
Questo live mi ha preso un po’ alla sprovvista, quindi mi scuso in anticipo per i tanti-troppi giri di parole, la sdolcinatezza (in mezzo a tutte le atmosfere dark-inquietanti è giusto alleggerire), le ripetizioni e la lunghezza di questo post: è complicato scrivere di un concerto così intenso ed emozionante, soprattutto quando le parole mi sembrano superficiali e vaporose.
Questa è la sensazione che mi hanno dato i Warlocks e, a mio avviso, è un’emozione positiva, bella, unica e quasi commovente: di band che ti lasciano senza parole se ne vedono davvero poche in questo periodo.

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La band di Los Angeles inizia ad esibirsi sul tardi e si nota subito la presenza di quest’atmosfera cupa-rigida che avvolge l’intero Mattatoio Club, quindi non è adatta a chi soffre di acluofobia e claustrofobia.

Bobby Hecksher e gruppo, circa a metà concerto, decidono di interrompere il clima iniziale, pesante e oscuro ma in sintonia col genere proposto, e lasciano entrare sul palco un po’ di “luce”: i cinque ragazzi sono ancora avvolti nel buio, ma ora i loro gesti si vedono meglio e l’arrangiamento è decisamente più leggero, poiché si passa da melodie cupe a sonorità più ipnotiche e psichedeliche.
I Warlocks regalano un concerto in crescendo: ci sono tanti contrasti e da un certo punto in poi ci si rende conto di quanto siano stati influenti i vari Beatles, Velvet Underground, Oasis, Spacemen 3 e Jesus and Mary Chain nella musica di questa band.
C’è anche una vocina nella mia testa che ripete: “BRMC, sono troppo BRMC”: è solo un particolare estetico, dato che i Warlocks, musicalmente parlando, sono più tetri e pessimisti rispetto al genere di Robert Levon Been e soci.
Il contrasto visivo e uditivo fa capire quanto la band sia talentuosa, anche se in mezzo a tutta quella sovrapposizione di chitarre e di ritmi frenetici-ossessivi, la voce del frontman perde il ruolo principale: in una situazione del genere ci vorrebbe un colore vocale basso e intenso, ma, in realtà, Bobby possiede un timbro morbido che tende a perdersi in mezzo al “caos” strumentale.

Una band che scatena tutta la forza suggestiva di questo genere musicale proprio su un palco, e un concerto, questo al Mattatoio, davvero coinvolgente dal punto di vista emotivo.

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Crystal Stilts @ Off Modena

La puntualità nello scrivere post in questo periodo non è di certo il mio forte, ma meglio tardi che mai; ma diamo la colpa alle solite cose: serie tv, libri, tesi e altre cose da universitaria\disoccupata in crisi.

Stasera, finalmente, scrivo due righe sul live all’Off di Modena dei Crystal Stilts, band di New York il cui genere principale è quel Post-Punk revival (e non solo) che alla sottoscritta fa impazzire davvero tanto.

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Quello dei Crystal Stilts è stato un concerto che potrebbe essere paragonato a un fiume in piena: ricco nelle sonorità, suggestivo e caratterizzato da tracce che scorrono via velocemente.
Arrivo leggermente in ritardo a questo live (mi perdo le prime 4 tracce), ma, quando mi fermo ad osservare, resto incantata dal sound della band guidata dal carismatico Brad Hargett alla voce.
Il loro è un mix di generi che si lega perfettamente a oscillazioni psichedeliche che compongono la scenografia.
I Crystal Stilts sono la tipica band da revival che ama mescolare e stravolgere i generi per creare qualcosa di personale: dal noise si passa a qualche nota di garage; da piccoli accenni pop, si arriva ad attacchi psych; il post-punk, irrequieto e cupo, viene interrotto da brevi sezioni elettro.
Glaciali e fermi sul palco, ma questo gruppo di New York riesce a scatenare comunque affetti ed effetti nei presenti grazie a un certo fascino (musicale).

Breton live @ Covo Club

Arrivo in ritardo di quasi un mese, ma la review dei Breton, live al Covo Club di Bologna lo scorso 14 febbraio, la scrivo.
Dunque…

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Me lo avevano detto in molti che i Breton sono davvero deliranti e coinvolgenti, e, in occasione di questa data a Bologna, non hanno deluso le mie aspettative.
Questi cinque ragazzi mi ricordano tante altre band del genere indieminchia-elettro con piccoli dettagli math rock (tipo i Foals), ma questa band londinese, proprio durante i live e rispetto ad altri gruppi, punta di più sull’elettronica, sulla sperimentazione e su un certo gioco di immagini e colori dati da un ottimo arrangiamento.
Tuttavia il passaggio da “Other People’s Problems”, l’album d’esordio, al nuovo lavoro “War Room Stories” è piuttosto evidente: durante il live si sente (e vede) un forte contrasto, poiché si passa da tracce più armoniose, tra musica pop-elettro, a synth ed “esperimenti” che costituiscono un vero e proprio scenario visivo alquanto suggestivo.

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Sul palco questi ragazzi si trovano in armonia: voce e cori si legano perfettamente, così come gli effetti sonori che si uniscono a un ritmo incalzante, grazie, soprattutto, alla profonda e forte presenza del basso.
Una band carismatica, divertente e davvero travolgente che si esprime meglio live, dato che il loro è uno show che coinvolge quasi tutti i sensi e sul quale è quasi impossibile restare fermi.