Fargas live @ Kalinka

Karma: fottiti.
Mi piace credere che sia il karma a farmi saltare concerti, a cacciarmi in situazioni davvero imbarazzanti, oppure a farmi dimenticare altri concerti (Metronomy a Milano: ancora bestemmio, ma li rivedrò quest’estate per la terza\quarta volta).
Me la prendo anche con qualche divinità del libro fantasy per eccellenza per non aver visto gli Eagulls, una di quelle band che propone sonorità post-punk pesanti e il cui frontman ha una voce parecchio incazzata e più vicina al Punk: roba che a me piace tantissimo, ma ci sono ventimila gruppi come questo.

Proprio in occasione di questo venerdì santo (per alcuni, per me è un venerdì in cui ci si sfonda di gin tonic e, dopo, si hanno sensi di colpa a gogo) si rinuncia al Mattatoio, a tutto ‘sto hype hipsteriano che circola a Carpi, e si cambia totalmente genere e locale.

Vado al Kalinka: c’è mia “sorella” e ci sono i Fargas.
E premetto una cosa: non ho mai ascoltato questa band (in realtà sì, ma c’era l’alcool), non so che genere facciano e non ho idea di quanti album abbiano all’attivo; so solo che sono italiani, sono di Modena, il cantante ha un gran barbone (“ha una barba vera, mica quella hipster o quella che va di ‘moda’…”).

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La band capitanata da Luca Spaggiari è al terzo album e si trova sul palco del Kalinka per presentare il nuovo “Galera”: siamo in quattro gatti, ma possiamo trovare la scusa del “concerto intimo”, e il live suonerà piuttosto bene alle mie orecchie.
Le liriche sono profonde, ricche di metafore e giochi di parole che riprendono amore, morte, vita, allucinazioni, situazioni personali \ reali e tanta, tantissima, malinconia.
Strumentazione e voce realizzano un concerto variopinto, mai monotono: si parte con un registro vocale più rude ed arrabbiato, per poi arrivare a un tocco decisamente più morbido e, qualche volta, marcato da un pizzico d’ironia.
L’arrangiamento, quindi, è in perfetta armonia: due parti, quella strumentale e quella vocale, che vagano sia verso tracce più eleganti ed accurate, sia verso canzoni più dirette e con qualche scatto di rabbia.
Nelle canzoni dei Fargas si sente anche qualche nota pop, qualche tocco di psichedelia, una buona dose di cantautorato italiano e tratti rock-folk; ma il punto in cui converge tutto, a parte la malinconia e i testi fin troppo realistici, è questa sensazione di “evasione”, di libertà che si respira alla fine di ogni brano. O forse è solo una mia impressione, dato che, tra un brano e l’altro, la band prova a spezzare questa visione malinconica, questa triste realtà e quest’atmosfera pesante con qualche battutina divertente.
Una band che si esprime perfettamente su un palco e che, senza troppi giri di parole, piace fin dal primo istante proprio per una certa “semplicità” e complicità col proprio pubblico: forse la scena indipendente italiana non fa così tanto schifo.

Il 19 maggio sono di nuovo dalle mie parti e, chissà: magari vi racconterò in maniera più dettagliata ed esauriente un concerto dei Fargas.

The Veils @ Off Modena

È un parolone chiamare questa che segue “Recensione”, “Live Review”: ecco perché ho deciso di riferirmi a questa band in maniera completamente differente dal solito, ovvero come se stessi parlando a un ragazzo che amo.
Ho scritto una lettera d’amore, dato che questi Veils hanno fatto una cosa bellissima l’11 aprile scorso all’Off di Modena: mi hanno fatto emozionare. Tipo come quando muore Izzie in Grey’s Anatomy; o come quando Joey di “Friends” crede di saper ballare e mostra le sue doti a Phoebe e a Chandler; o quando ho incontrato Dave Rowntree a Bologna; oppure quando MI ABBRACCIO la transenna a Hyde Park perché “ma zio boia, questi sono i Blur e zio can di un porco zio maledetto che cazzo devo fare?” (non era lo zio, era proprio la divinità).
Tutto il delirio da “rincitrullulita” l’ho scritta su RADIONATION, quindi: buona lettura.

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QUI c’è anche la mia chiacchierata via mail col frontman della band.

Live Review: Toy @ Covo Club

C’è questa intro strumentale che mi cattura e mi trascina quasi con forza in questo mondo psichedelico e surreale realizzato dai Toy.
Sul palco del Covo Club, venerdì 28 marzo in occasione della serata dedicata alle sonorità British (Cool Britannia), è il turno della band di Brighton capitanata da Tom Dougall.

TOY band profile

Dall’apertura strumentale fino al quinto brano della scaletta c’è questo ritmo costante e ripetitivo che caratterizza il lato più “oscuro” dei Toy: si denota, quindi, una certa “pesantezza” uditiva che, unita ad un particolare utilizzo delle luci (scure, ma sulle tonalità del blu, rosso, fucsia), crea una piccola scenografia in grado di descrivere visivamente la musica di questa band.
I Toy vagano tra il post-punk, dettagli shoegaze e tanta psichedelia: tra un genere e l’altro, il pubblico ondeggia e, per tutta la durata del live, resta come ipnotizzato da queste sonorità sempre più fragorose ed intense che coprono totalmente la voce del frontman (c’è anche il problema dell’acustica, quindi del cantato si sente giusto qualche vocale aperta e niente più).
Le chitarre, intanto, tendono a scontrarsi ed innalzarsi, anche perché l’intento principale della band è quello di creare un vero e proprio muro sonoro variopinto attraverso queste profonde atmosfere shoegaze.
Ma questo tipo di intensità, ad un certo punto, viene spezzata da canzoni pop con un’influenza più 60’s, da qualche tastierina à la Horrors, da chitarre più sciolte che ricordano i primi Strokes e qualcosina che riprende vagamente gli immensi Cure.

I Toy amano dare colore e diverse forme alla loro musica spaccando il live in due parti ben distinte: da un lato sono presenti sonorità più cupe e vigorose, mentre dall’altro compare questa “dolcezza” psichedelica che fa oscillare (o pogare, soprattutto tra le prime file) ancora di più i presenti.