Craft Spells – Nausea

C’è una band che seguo ormai da 3 anni e alla quale sono un bel po’ affezionata, forse perché col frontman ho avuto modo di farci una chiacchierata piacevole prima di un concerto, oppure perché il chitarrista ha cercato di conquistarmi con un bicchiere di succo d’arancia alla fine dello show (ci è riuscito): Craft Spells.
La band di San Francisco torna dopo l’esordio “Idle Labor” (2011) e l’EP “The Gallery” (2012), di cui ho amato per mesi e mesi la seconda traccia “Warmth”.

I quattro ragazzi, capitanati da Justin Vallesteros, si presentano nuovamente sulle scene con “Nausea” e si sente come questo progetto coinvolga di più tutta la band e non solamente il frontman, nonostante sia sempre presente quel lato intimista tipico dei vocalist di questo genere.
Quindi, mi sembra giusto parlare di “Nausea” come un prodotto discografico completo dove strumentisti e vocalist si ritrovano in perfetta armonia.

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Le undici tracce presenti in questo nuovo album presentano tonalità malinconiche e un certo stato d’ansia, ma rivelano anche melodie rilassanti, atmosfere estive e sonorità più elaborate che ricordano altre band che si dedicano a questo dream-pop influenzato dal lato cupo \ new wave anni ’80 e dalla shoegaze (Real Estate, Cloud Nothings, Still Corners…): questo miscuglio di sensazioni, creato dall’arrangiamento, realizza un mondo fatato e suggestivo che, ascolto dopo ascolto, riesce a far crollare proprio quel sentimento di forte ansia che porta alla nausea.
Questa nuova uscita discografica svela il lato più maturo della giovane band: agli inizi della loro carriera non credo avessero in mente di inserire una scia di accordi al piano e di violini per dare maggiore intensità alle proprie tracce (“Komorebi”, ad esempio, rimanda subito alla magia dell’oriente e l’intro evocativa potrebbe far parte della colonna sonora di un film di Miyazaki).

I Craft Spells con il nuovo “Nausea” sono alla ricerca sia della loro maturità artistica sia di quel senso di evasione: in entrambi i casi, la band ritrova una certa stabilità in grado di risollevare gli animi e, dunque, riesce ad allontanarsi dalle ansie e dalle paure.
Un album perfetto per l’estate (“Breaking the Angle Against the Tide” in primis), pop e adatto a chi ama quella voce sussurrata che si perde in mezzo a una verve di chitarre e di tastiere.

Tracklist:

01. Nausea
02. Komorebi
03. Changing Faces
04. Instrumental
05. Dwindle
06. Twirl
07. Laughing For My Life
08. First Snow
09. If I Could
10. Breaking the Angle Against the Tide
11. Still Fields (October 10, 1987)

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Panic on the streets of Modena \ Liebster Award

Questa sera di musica ce n’è poca.

Come potete notare parlo poco di nuovi album in uscita e mi dedico di più ai live report, sempre più soggettivi e scritti con una certa ansia: ahimé la passione per la scrittura sta un po’ svanendo, ma voglio credere che sia solo colpa del Binge, dello stress universitario e del fatto che non riesca a viaggiare tanto come vorrei.

Dopo questa premessa, ho deciso di tirare un po’ su il blog facendo questo piacevole questionario (ho letto 3 domande e sono già in crisi) segnalatomi da Valeria. E grazie a Valeria proprio per questa nomina (meglio questa rispetto a quella di facebook in cui ci si sfonda di alcool).

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Il regolamento:

1) Ringraziare chi ti ha nominato.

2) Rispondere alle 10 domande rivolte insieme alla nomina.

3) Nominare altri 10 blog con meno di 200 followers e rivolgere loro 10 domande (seguo alcuni blog con più di 200 followers, quindi pazienza).

1) Il primo amore, ovvero il primo libro/film/canzone di cui ti sei trovato/a perdutamente innamorato/a.

Libro: Norwegian Wood (Tokyo Blues) di Haruki Murakami
Film: “A qualcuno piace caldo” di Wilder a pari merito con “I Vitelloni” di Fellini.
Canzone: “Something” dei Beatles (ansia)

2) L’ultimo libro che hai letto/film che hai visto/album che hai ascoltato.

Libro: “La pioggia prima che cada” J. Coe
Film: “This is England”: pochi minuti fa, di nuovo
Album: “Everyday Robots” di Damon Albarn

3) 3 film o registi che secondo te hanno cambiato il cinema negli ultimi 20 anni.

Vado sui registi: Quentin Tarantino, i fratelli Coen, Wes Anderson (Lars Von Trier e Tim burton).

4) 3 libri o autori che secondo te hanno segnato un pezzo di storia della letteratura negli ultimi 20 anni.

Autori: Hornby, Coe, Welsh.

5) 3 album o canzoni che secondo te hanno segnato un pezzo di storia della musica negli ultimi 20 anni.

Album.

“Blur” – Blur
“Turn on the Bright Lights” – Interpol
“Different Class” – Pulp

6) Il concerto più bello della tua vita.

Blur @ Hyde Park \ 2012

7) Chi vorresti incontrare? Un regista, un musicista e un autore con cui vorresti fare quattro chiacchiere di persona.

Regista: Quentin Tarantino
Musicista: Steven Patrick Morrissey
Autore: Haruki Murakami

8) Cover e remake. Cosa ne pensi?

C’è chi ci riesce e chi no.

9) Cinema o dvd?

Cinema

10) Qualcosa che vorresti ti chiedessero – e relativa risposta

“Vuoi un calice di Weissburgunder?”
-“Ovvio”.

Nomino:

1. Hodimenticatoqualcosa

2. FardRock

3. RestoVaghissimo

4. I più grandi in assoluto Teatrino degli Errori

5. IlNegoziante

6. Larockeuse

7. Rrrollingturtle

8. Fizzyballerinas

9. Dayofflondra

10.Roundmount

Domande

1. Mods o Rockers?

2. Citazione preferita (da canzone-libro-film)?

3. Le 3 migliori band degli ultimi 20 anni?

4. Concerto intimo o festival?

5. Vino o birra?

6. Miglior frontman di una band degli ultimi 10 anni?

7. Peggior album mai ascoltato?

8. Il prossimo artista che non arriva vivo ai 28 anni?

9. 3 registi preferiti?

10. Quanto Tavernello si è bevuto Andrea Pirlo in questo spot? http://www.youtube.com/watch?v=fQlEqL3WK_0

Nicole Willis & The Soul Investigators @ Off, Modena

Mi sento ignorante quando mi capita di assistere a concerti di band del genere, poiché, sfortunatamente, non vado spesso a vedere cantanti soul accompagnate da strumentisti che si dedicano al Soul-Funk revival con evidenti cenni vintage che rimandano alla Motown.
Sono le 22.30 di venerdì 16 maggio, è un po’ tardi, e aspetto la mia collega di bevute che venga a prendermi per andare all’Off di Modena: fortunatamente riesco ad arrivare in tempo e vedermi anche una parte di live dei Calibro 35.
Questa è una serata piuttosto inusuale per il locale di via Morandi, dato che proprio la band di Gabrielli è in apertura a Nicole Willis in compagnia dei suoi Soul Investigators.

Mi perdo la prima parte di concerto dei Calibro 35, band che avevo già visto circa 2-3 anni fa sempre in questa venue: la loro attitudine sul palco mi pare leggermente diversa rispetto a qualche anno fa, dato che mi danno l’impressione di essere più sciolti e variabili (magari è solo l’effetto del gin tonic).
Ovviamente, la loro musica è legata al genere poliziottesco e si può benissimo parlare di vera e propria colonna sonora: ci si tuffa direttamente negli anni ’70, anche se l’atmosfera è parecchio differente da quella che presenteranno gli headliner della serata.

Cenerentola a mezzanotte fa ritorno a casa, ma questa è l’ora perfetta per iniziare un concerto simile: la band di strumentisti The Soul Investigators introduce lo show con una opening strumentale pazzesca che fa quasi percepire quell’odore di talco su cui si scivola dolcemente e che ci riporta in una Detroit, o in una New York, inizio anni ’70, dove la lacca per alzare la cofana cotonata di capelli era d’obbligo e dove la voce era lo strumento perfetto per esprimere l’ineffabile e il sentimento più profondo.
Questa intro risveglia la vocalist Nicole Willis che inizia ad incantare i presenti con un colore vocale profondo e ricco di emozioni grazie alla seconda traccia dello show “Break Free”.

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L’atmosfera è calda, suggestiva e la pelle d’oca e i brividi lungo la schiena si provano a placare solo ballando, o, come ho già detto prima, ondeggiando ad occhi chiusi verso quel passato così intenso ed emozionante che solo una voce black-soul riesce ad esprimere.
La band che supporta Nicole è finlandese: è un po’ strano vedere un capellone (non mi sorprenderebbe se avesse un progetto parallelo e facesse metal) ai fiati che fa tanto di quel workout da far arrossire anche Jill Cooper e che si mostra più coordinato nei passi rispetto ad alzatore-centrale durante il primo tempo in una partita di pallavolo (esempio con Travica e Buti, se non avete idea di che cosa sia un primo tempo: https://www.youtube.com/watch?v=-HEDLhRge84).

Nel corso di questo live, voce e strumenti urlano insieme, si innalzano e incarnano perfettamente quello spirito vintage e, a volte, malinconico che, prima di oggi, ho avuto modo di sentire solo in occasione di qualche concerto di band che si dedicano al revival e tra i coristi dei Blur: questa sensazione di ricchezza sonora che Nicole Willis e i Soul Investigators regalano al loro pubblico è impressionante ed indescrivibile, anche grazie all’acustica dell’Off che fa la sua buona parte.
Il concerto passa velocemente tra ballate lente, brani sensuali, sfumature di jazz e tracce più movimentate con numerosi spunti funk; poi, dopo circa un’ora e un quarto di live, la band ringrazia e saluta il pubblico entusiasta, anche se il sogno di scivolare-ballare sul talco e di credere di essere da tutt’altra parte e in un’epoca differente da questa durerà almeno fino alle 3.30 di mattina.
Peccato solo che abbia distrutto le mie scarpe preferite, ma per un concerto simile ne è valsa la pena.

The Strypes @ Covo Club

Stasera voglio scrivere due righe sul concerto degli Strypes al Covo Club di Bologna: unica data italiana per la giovanissima band di Cavan, pompata fin troppo dalla stampa inglese, dai fan esagitati del Mod Revival del Mod Revival (e derivati) e da Paul Weller.
E, come al solito, non prendete tutto troppo seriamente.

PARTE PRIMA:

Appena ho visto entrare gli Strypes sul palco del Covo, ho subito pensato di ritrovarmi più a un saggio scolastico che a un concerto vero e proprio: a vederli, così, potrebbero essere considerati come una boyband, bassista a parte che ha gli stessi capelli di Roger Daltrey a metà anni ’60.
Uno crede davvero di stare a un concerto di qualche nuova band buttata fuori da disney channel, dato che questa sera c’è fin troppa acne e ci sono tanti genitori, tra cui le mamme più esaltate delle figlie.

In realtà, non appena questi giovincelli irlandesi iniziano a suonare, cadono molti pregiudizi: sì, ma vedere tutta questa gioventù al Covo fa impressione (ok, 8 anni fa, magari, qualcuno pensava lo stesso di me: ma che ci fa ‘sta ragazzetta qui dentro?).
Una cosa bella del concerto è proprio la varietà, ovvero vedere tutte queste differenti generazioni mescolate tra loro in questa saletta, con ‘sti Strypes che ci riportano indietro nel tempo quando le fan dei Beatles piangevano e urlavano come disgraziate.
Tutto questo fa davvero sorridere, anche perché significa che la band riesce a unire gruppi differenti di persone: direi sia un punto a favore per gli Strypes.

Questa sera mi aspettavo una mezz’oretta di concerto, ma la band di Cavan continua per un’altra ora e venti (circa): c’è questo sfogo rock’n’roll fluente e spontaneo, ricco di influenze (Beatles, Bo Diddley, Chuck Berry, Hollies, Yardbirds, Zombies, Stones…), che è un vero piacere ascoltare e riascoltare.

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Gli Strypes hanno capito tutto troppo in fretta: suonano come se avessero alle spalle una carriera di almeno 5 anni; sanno comunicare col proprio pubblico (meno quest’ultimo, però, che non capisce una fava di quello che dice il chitarrista, quindi è tutto un “yeeeeee” e applausi); sono stati spinti sia da personalità che nel mondo della musica ci stanno da una vita, sia dalla stampa inglese (anche quella che con la musica non c’entra assolutamente niente: ho conosciuto gli Strypes grazie a una rivista di moda) e non sono così tanto stupidi.

Gli Strypes hanno una presenza scenica spaventosa, hanno carisma, sono dotati di una certa eleganza, musicale e non, e hanno questo spirito Rhythm and Blues che ti fa muovere, o almeno vorresti, dato che ci sono le scope-in-culo “ma perché balli?!”, oppure il solito gruppetto che poga (meglio loro delle scope-in-culo, almeno si muovono, ma evviva i gomiti alti per evitare che un giandone ti trasformi in un panda).

Una band che sa come trattare il revival creando un’atmosfera nostalgica, per i riferimenti musicali, ma pur sempre intrigante e divertente.

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PARTE SECONDA:

C’è una parte di me che degli Strypes pensa questo:
1. Bravi, belle le influenze, canzoni veloci e coinvolgenti, MA non hanno personalità e sembra una band costruita dalla testa ai piedi;
2. Non sono gli unici a fare quel genere: si sa, musica e moda sono sempre state unite, ma non vedo perché una band debba adattarsi alla massa e non esprimere veramente quello che pensa;
3. La stampa inglese butta fuori cani e porci, basta che ci sia ‘sta roba chiamata hype (uno dei termini più hipster e sgraziati che mi fa pensare subito a: “ok, ‘sta roba è ‘nammerda e te la ascolti te, brutta capra”);
4. Mi auguro davvero che questi ragazzini non assumano l’attitudine di certi personaggi giusto perché “è quello che va di più ora”, “perché piace al pubblico”: una band DEVE piacere per l’individualità che la differenzia da tutti gli altri gruppi, quindi spero che quest’ondata tra r’n’b e mod revival del mod revival del mod revival sopravviva e non finisca nel cesso per via dell’arrivo di una nuova moda;
5. Basta con ‘ste cover: ragassoli siete da un’ora e mezza sul palco e ormai siete diventati ripetitivi.

6. Mi rendo conto di essere una snob. E pazienza.

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CONCLUSIONI:

Gli Strypes sono ancora troppo giovani, di strada davanti ne hanno ancora da percorrere e, a mio avviso, non si fermeranno di certo qui: se hanno così tanta voglia di suonare, di coinvolgere e di far urlare madri e figlie, come si faceva ai tempi della British Invasion, andranno un bel po’ avanti (sempre che il punto 4 della parte seconda non prenda il sopravvento…).

Setlist:

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