The Pains of Being Pure at Heart @ Hana-bi

L’ultima volta al Hana-Bi, prima di questo martedì 17 giugno, la ricordo a tratti: c’erano i Crocodiles, era la chiusura di stagione e con qualcuno di loro ho urlato “Common People” durante il dj set. Ricordo anche che sulle prime due note di “Girls & Boys” dei Blur è iniziata la mia corsa verso il mare, che a Marina di Ravenna fa veramente schifo, mi sono tolta scarpe e blusa (non la gonna) e mi ci sono tuffata dentro, come se dovessi liberarmi di qualche peso.
Ora, però, sembra che il bagno di notte non si possa più fare, quindi mi rassegno e su “Song 2” dei Blur mi trattengo: invece di buttarmi in mare, mi affido al Bombay Sapphire e dentro ci annego i pensieri.
La sensazione di libertà, però, c’è stata prima del dj-set, ma non durante il concerto dei Fear of Men o dei Pains of Being Pure at Heart: durante il soundcheck.
Un po’ mi fa ridere quest’ultima cosa perché il mio limite di snobismo, prima di martedì, arrivava a: “erano meglio *aggiungi anno-album-lineup a caso*… “; ma, alla soglia dei 26 anni: “oh, certo che il soundcheck è stato meraviglioso, quasi meglio del concerto”.
È solo una considerazione personale e scrivere boiate fa parte delle mie “recensioni”, ma vi spiego: c’è quella bellissima sensazione che ti avvolge quando si fa aperitivo al Hana-Bi, la fetta di lime galleggia dolcemente nella Corona e il tempo sembra fermarsi; immaginatevi tutto questo con in sottofondo i Pains of Being Pure at Heart, il rumore delle onde che si infrangono sulla spiaggia e il fatto che non ci siano delle persone (di merda) che parlano per tutta la durata del concerto.

Alle 21.30 circa salgono sul palco i Fear of Men, band capitanata da Jessica Weiss e proveniente da Brighton.
La band propone una dolce indie-pop che fa ondeggiare, ma ci sono evidenti accenni agli Smiths e il songwriting è pensato, esistenzialista e che va ben oltre l’apparenza; peccato solo che, dopo una quindicina di minuti, l’arrangiamento mi sia sembrato fin troppo costante e ripetitivo.
Prevedibile, ma almeno differente dalla maggior parte del live, è l’esplosione strumentale dell’ultimo brano della setlist,”Inside”, che coinvolge e mette in risalto le influenze noise e shoegaze della band.

Dopo quattro anni ritorna a Marina di Ravenna il gruppo di New York, o meglio: ritorna Kip Berman, dato che, nel frattempo, la line-up è stata completamente stravolta.
In occasione del concerto viene presentato il nuovo “Days of Abandon”, un album parecchio differente da “Belong” e dall’esordio, ma con alcune tracce interessanti che dimostrano avere maggior intensità\espressività al momento dell’esecuzione.

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Intorno alle 22.15 entra Kip Berman in compagnia della sua Telecaster e con “Art Smock” inizia questo piacevole concerto al Hana-Bi: applausi ne abbiamo e c’è un bel silenzio suggestivo tra i presenti che mette in risalto la voce morbida ed inconfondibile del frontman, nonché la bellezza di questa traccia.
Alla fine del brano entrano sul palco i strumentisti che accompagnano Berman nei live: si parte in quinta con una delle tracce più seducenti del nuovo album, “Until the Sun Explodes”, fino ad ondeggiare e canticchiare classici come “The Body”, “Heart in your Heartbreak”, “Young Adult Friction”, “This Love is Fucking Right”.
La nuova line-up è all’altezza della situazione, in particolar modo Jessica Weiss (la vocalist dei Fear of Men) che si trova in perfetta sintonia con Kip: due voci leggere che si uniscono e che fanno sognare ad occhi aperti, con in sottofondo certe smielate à la Smiths e Smashing Pumpkins.

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È tutto davvero piacevole e c’è questa bellissima atmosfera che domina al Hana-Bi, ma ci sono anche evidenti cambiamenti nel sound che fanno storcere il naso agli amanti dei primi due album: compare, infatti, una certa “lentezza” in quei brani che dovrebbero essere più spensierati e suonati con più energia.
Il peggio, però, avviene subito dopo una breve pausa, quando Kip torna sul palco da solo per eseguire “Ramona”: della canzone si sentirà giusto qualcosina, ma la voce del frontman viene coperta da chiacchierate riguardanti vacanze improbabili (andare affanculo, no?) e progetti del genere.
Fortunatamente, i strumentisti ritornano sul palco e il nostro amato Kip continua a scatenarsi, a ballare, a fare passi scoordinati e a cercare di coinvolgere il più possibile il pubblico del Hana-Bi: Kip ama questa venue e ce lo dimostra, ma è il suo pubblico che, forse, tra gioie e dolori, non lo ricambia appieno.
Eccoci dunque arrivati alla fine del concerto con lo snobismo generale del tipo: “erano meglio 4 anni fa, quando c’era Peggy Wang” che circola nell’aria, ma sempre e comunque con un botto di gente a fare fila al banchetto del merchandise.

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