Socc’mel, cazzomerda e grazie: ovvero il concerto dei Foals a Bruxelles.

EPICO. Se andate a cercare questa parola sul dizionario trovate come sinonimo cinque facce di musicisti chiamati FOALS accompagnati dalla parola “concerto”. Il sinonimo di EPICO, dunque, è FOALS IN CONCERTO.

A Edimburgo mi stavo pisciando addosso dalla paura e dall’ansia.
A Bruxelles, prima che iniziassero i Foals, ho detto a Chicca: ” Oh cazzo, ora sbocco l’anima in faccia al nano e lo faccio diventare biondo… Oddio che cazzo di scena orribile! Biondo?? Meglio di no”.
Prima fila, nessuna transenna (roba che se ti spingono finisci in braccio ai musicisti) e davanti a noi c’è l’asta del microfono di Yannis Philippakis (roba che se gli prende male, ti uccide).
Non ho idea di che ora sia, ho l’ansia, un macigno sullo stomaco e poi finalmente si spengono le luci.

Invisible sono un trio di Londra il cui genere è impossibile da descrivere perché in mezzo alla loro musica ci sono tanti e troppi spunti per definire la corrente della quale fanno parte.

Sicuramente sono uno dei gruppi spalla più bravi che abbia mai visto, nonostante la voce dell’omone-frontman sia troppo sottile e resti bassa per tutto il concerto.
Dal punto di vista strumentale sono mo.., scusate SONO MOSTRUOSI e lo scrivo così per rendere al meglio l’idea.

Il genere vaga dal post-rock, per tutta l’importanza che danno alla parte strumentale, al jazz, ebbene si ha pure quest’influenza, al grunge e all’indie-rock più comune con qualche piccolo riferimento all’elettronica.
SONO DAVVERO BRAVI. Punto.

Il pubblico è tranquillo, fin troppo, e il locale, grande quanto le due sale del Covo, è pieno di gente. C’è il sold out.
Sul palco salgono i cinque di Oxford e l’ansia si triplica. Partono con Blue Blood e la scaletta sarà uguale a quella di Edimburgo, scartando Two Trees.
Non mi sognerei mai di fare due concerti con la stessa scaletta, ma sono i Foals e, come per i Franz Ferdinand, questi hanno una grandissima qualità in più che viene a mancare a molte grandi e spettacolari band come Arcade Fire: l’improvvisazione.
Oltre all’improvvisazione, c’è anche la sorellina chiamata imprevedibilità: non si sa cosa voglia fare la band sul palco.
Il pubblico è fermo, un bel po’ moscio… che bello non siamo in Italia: senza transenne, appiccicata ad un palco e proprio ai piedi di quel disgraziato che vorrebbe ballare come Michael Jackson, schizofrenico, che non sta un attimo fermo e ha una spugna di mare sulla testa che gli fa da capelli.

La solita mina vagante, ma questa volta leggermente più calmo perché invece di buttarsi dagli amplificatori si arrampica, scende da una scalinata al lato dove ci sono backliner\tecnici e infine ricompare all’improvviso in mezzo al pubblico, accompagnato bene da quell’altro che si sposta e danzereccia in continuazione, Walter al basso.
A Jimmy parte un pedale dalla chitarra forse montato male e a un certo punto, non sapendo cosa fare, inizia a ballare: avrei voluto filmarlo.

I Foals iniziano a improvvisare, molto più di Edimburgo, e hanno la stessa carica di un mese fa: un loro concerto non potrà mai essere uguale a quello del giorno dopo e nonostante un tour interminabile riescono a mantenersi in forma, almeno sul palco perché all’aftershow… Poveracci, non ce la facevano più.
Rispetto a Edimburgo, la voce di Yannis è migliorata e molto più profonda (grazie al rum che si è scolato?), ma l’uomo al basso… Walter è UN BASSISTA DELLA MADONNA.

Bassista e batterista solitamente vanno insieme e Jack Bevan alla batteria è uno dei più bravi batteristi che abbia mai visto live. Con due braccina così scatena il putiferio.

I Foals sono davvero tutti troppo bravi: Edwin alle tastiere crea quelle melodie schizofreniche che farebbero ballare chiunque, peccato che il pubblico di Bruxelles non fosse ben predisposto per il ballo o i saltelli.

Il delirio e, finalmente, le prime spinte iniziano a farsi sentire solo sulla penultima canzone “Hummer”, in cui noi del pubblico ci preoccupiamo di canticchiare quel “Shine like million” che mancano i back-vocalist e la sottoscritta lancia il telefono a terra per poter ballare come un’idiota (alla fine il telefono me lo riconsegnerà un ragazzo gentilissimo… Dato che lo avevo perso), e ovviamente su quella traccia meravigliosa che è “Two Steps Twice”, la classicona che chiude il concerto e che in questo caso fa impazzire-partire di testa-arrivederciegrazie.
Electric Bloom, però, è la canzone “da paura” sia per l’improvvisazione, sia per il fatto che SpongYannis prima inizia a spaccare le bacchette su un tamburo (ora capisco le 2000£ spese per le drumsticks), poi si arrampica e infine me lo ritrovo di fianco, dopo essersi buttato tra la gente cercando di passare da qualche parte (dove sono io è un po’ impossibile dato che ci sono gli amplificatori e in mezzo l’asta del tuo microfono, vedi tu!). E’ incazzatissimo Yannis e su questa canzone vuole esplodere, sia a livello vocale che corporeo: impressionante come sempre.
L’altra canzone della madonna che colpisce e avvolge tutti i presenti è Spanish Sahara, eseguita alla PERFEZIONE, ancora una volta, e cantata a un volume improponibile dalla sottoscritta che lascia un polmone ai piedi di Yannis.
I Foals si sono mostrati, ancora una volta, la miglior band del 2010. Sono incredibili e non hanno bisogno di uno spettacolo premeditato e uguale ad ogni singolo concerto per coinvolgere il pubblico: a loro basta salire su un palco e improvvisare, o buttarsi… In tutti i sensi.

A fine concerto li si aspetta fuori, con altre due ragazze del Belgio conosciute al concerto, per scambiarci due chiacchiere e a farci dire dove sarà l’aftershow con dj set di quell’altro pazzo-geniale uomo di nome Dan (colui che ha dato vita ai Caribou), Edwin e Dave, voce Invisible.
Yannis esce e parlando di Grecia, cibo, Italia, italiani in Grecia e roba simile, ci dice poi che l’unica parola che conosce in italiano è “vaffanculo”: davvero?? Non me lo sarei mai aspettata. L’uomo spugna non riesce nemmeno a dire “grazie” ma solo “grazi” e “grazia”, solo dopo le lezioni della sottoscritta e al terzo tentativo riuscirà a dirmi un “grazie”.
La parola dopo che mi viene in mente, grazie al gin bevuto alla goccia, è l’intercalare bolognese che esprime meraviglia ma è di una certa volgarità: “socc’mel”. Dopo averglielo ripetuto due volte, lo ripete alla perfezione includendo l’accento inglese ben marcato.
Bravo Yannis, ora ne sai tre di parole.
Dopo le minchiate sparate da questo ragazzino di 24 anni, in realtà ne mostra dieci in più ma va beh, si arriva alle cose serie: io e Simo siamo a Bruxelles. Siamo andate per i Foals prima a Edimburgo e ora a Bruxelles, dall’Italia. I Foals in Italia ci tornano?
Yannis ci dice che certi posti è meglio saltarli e che l’Italia è un buon posto per le vacanze (= no grazie, l’esperienza del 2008 è stata una merda e vengo lì giusto per passare le vacanze).
Dopo questo gli dico che fa bene e che non ci sono problemi: tanto li seguo all’estero!

L’aftershow è un devasto: io, Simo, Martina e Lidjia arriviamo a questo Magasin4, un locale più piccolo dell’estragon, ma meglio organizzato, dove a mettere su buona musica ci sono Caribou, Edwin e infine Dave.
Un’ondata di pura elettronica fuori di testa invade il locale, in cui la birra costa meno di due euro e non sà di marcio come quella del covo, e tra il dj set di Edwin e quello di Dave finiamo sul palco grazie a colui che prima ci ha fatto entrare al Botanique per il concerto e poi in questo Magasin4.
Conosciamo batterista degli Invisible, un vero e proprio gentleman e amante del Chianti, che ci fa conoscere un backliner dei Foals: con questi tre finiamo tutte sul palco del dj set e balliamo\beviamo\scrocchiamo birra.
Un tizio della security, che parla in francese e IO NON CI CAPISCO NIENTE, anche perché in corpo ci avevo litri di alcool, ci invita ad andarcene dopo un quarto d’ora: a un certo punto un nano con la spugna in testa mi guarda e urla “No no, stay here” seguito da “Sorry but he has no power” e seguito da “Security man is a dickhead”. Yannis è UN MITO.
Dopo pochi minuti, però, si rientra di nuovo sul palco del dj set, grazie a un dj del posto che dice al “dickhead” che è tutto apposto e che siamo con loro = edwin-yannis-dave-johnny e compagnia.
Si balla, si beve e si scroccano litri di birra di nuovo.
Finisce il dj set di Dave, strepitosa “Spanish Sahara” remixata, e si torna giù dal palco.
I Foals, musicisti, se ne vanno ma restiamo sempre in ottima compagnia con Invisible e i due che lavorano con i foals: si parla di musica, dell’alcool, della situazione di merda che c’è in Italia (conoscono bene lo scandalo “bunga bunga” e il fatto che il nostro presidente di ‘sta ceppa stia distruggendo l’Italia), dei concerti in zona e delle tre parole in italiano in questione: “grazie”, “cazzomerda” (che gli ho tradotto come una sottospecie di holycrap) e il solito intercalare. Le lezioni di italiano funzionano bene e bastano solo due tentativi per sentire queste parole con un bellissimo accento inglese (contate che in corpo avevo litri e litri di alcool e niente sangue).
Tornando al discorso “concerti in Italia”, il batterista degli Invisible, che sostituisce “l’originale”, ci dice che verranno a Bologna presto (a quanto pare sono stata piuttosto convincente parlandogli dell’ottimo vino rosso che c’è), mentre qualcun altro ci ripete che al momento i Foals in Italia non ci vengono perché vendono poco e sono sconosciuti…
Scoppio a ridere perché gli Invisible sono i veri sconosciuti in Italia, ma anche in questo caso si ripete il concetto “Nessun problema, vi seguiamo volentieri per l’Europa”.
Tra ragazzi più provoloni, che ci provano alla fine anche in maniera spudorata e senza un briciolo di buon senso bruciato dall’alcool, e altri più timidi e veramente gentlemen si torna ubriache marce in hotel dal quale ne usciremo un’ora dopo, alle 6, per andare a prendere un aereo.

Com’è Bruxelles?
Ma che ne so e chi l’ha vista poi. Quello che so per certo è che l’evento di sabato sera è stato un qualcosa di EPICO.

Half in love with Mystery Jets…

Ieri sera, finalmente, ho avuto l’occasione di vedere una delle due band che aspettavo da un po’: i Mystery Jets (l’altra non la nomino nemmeno dato che ci pensa tumblr).
La band si presenta dopo la buona esibizione degli italiani Matinée, solo per il nome meritano di essere ascoltati, che sono cresciuti tanto dall’ultima volta che li ho visti, ovvero prima dei Paddingtons un anno e mezzo fa e sempre al Covo.
Matinée che scherzano tra di loro sul palco, fanno divertire e con una musica semplice ed orecchiabile riescono ad intrattenere il pubblico di Bologna: bravi.
Passiamo ai Mystery Jets che si presentano una ventina di minuti dopo la band italiana.

Nonostante il cantante-frontman, amato alla follia da tutte, o quasi, le ragazze presenti al concerto (no ma ho sentito della roba tipo: “non parlavo di quello, ma di quello figo”; “Oddio quanto è figo quello” e simili. Tutto nella norma, più o meno. Io ritengo figo Alex Kapranos o Julian Casablancas, ecco…).
…Comunque: nonostante Blaine Harrison fosse costretto a suonare seduto, dato il suo problema (http://www.bbc.co.uk/ouch/interviews/13-questions-blaine-harrison.shtml), il concerto dei Mystery Jets è mostruoso, almeno a livello indie-rock con influenze anni ’80 danzerecce molto orecchiabili.
Insomma, hanno dimostrato di essere una delle migliori band del genere in circolazione… Punto. E’ così e basta.
Sono un’ottima band live e hanno un’ottima presenza scenica: il giovane frontman non riuscirà a muoversi, ma con grande forza d’animo e con l’aiuto di bassista e chitarrista, la band riesce a tenere caldo il pubblico.

I Mystery Jets passano a pieni voti e ora tocca ai… Mi fermo, perché prima di loro, forse, tocca ai Blank Dogs.
Il dj set con Rhys Jones, cantante dei Good Shoes, è quasi un flop: rispetto al Kapranos, lui riesce decentemente a fare il lavoro da dj e mette su roba bella (inutile dire che quando gli ho chiesto gli innominabili, non in senso dispregiativo eh, aveva gli occhi a cuore): Libertines, Strokes, Cribs, innominabili, Interpol, Hot Chip, Smiths, Vampire Weekend e altra roba che non ricordo.
Nessuno ballava però: che cazzo voleva il pubblico, Lady Batta? Bah.
Nonostante tutto, e questo ci sta, è stata una bella serata. Pogo, o quello che era, su “Fuck Forever” dei Babyshambles compreso.

Sia chiara una cosa: questa è la “recensione” (buahauahuuhauhauha, bazinga!) cazzona del concerto, quella più seria (oddio, mi faccio paura da sola) per il blog goldmine è in fase di costruzione.

Mindlessnesslessness

Sono viva ma mi manca il tempo di aggiornare il blog: di album ne ascolto, forse molti di meno rispetto a qualche mese fa, ma molto velocemente e a volte non ricordo nemmeno i nomi delle band e degli album di cui vorrei parlare.
Nonostante tutto qualcosa mi è rimasto in testa e posso scrivere due righe giusto perché non è mia intenzione smettere.
Un album che consiglio è quello dei canadesi (la scena musicale di questo paese è meravigliosa, si sa) Hot Panda, How come I’m dead?”.
La band è dello stesso genere dei Winter Gloves, ma questo “How come I’m dead?” è decisamente più creativo e piuttosto particolare rispetto a quello della band canadese di cui parlai ad agosto.
L’influenza indie-rock inglese, come al solito, prende il posto più importante poiché in mezzo alle 13 tracce si sentono sonorità e voci à Los Campesinos, Supergrass e Art Brut.
La band sa giocare con gli strumenti e crea sonorità particolari e piacevoli: “Mindlessnesslessness”, ad esempio, è una traccia “malata” che ricorda un po’ i Late of the Pier, a causa delle voci, e si stacca da tutte le altre tracce del genere pop-rock o comunque con meno tastiere; “Masculinity”, invece, nasconde l’amore del gruppo nei confronti di quei figazzi dei Supergrass.
Un album ricco di inventiva, divertente e a tratti danzereccio di una band considerata, almeno nel loro paese, la “next big thing”.

Tracklist

01 – Membership Fees (Intro)
02 – Evil Nature
03 – Pools
04 – Shoot Your Horse
05 – Fuck Shit UpHell Hey Hex
06 – Start Making Sense
07 – Poor Little Ambulance
08 – Clever Fox
09 – Mindlessnesslessness
10 – 1995
11 – Masculinity
12 – The Ghost
13 – Late Night Calling (Outro)

Sabato scorso, parlando di live invece, mi sono vista i Band of Skulls al Covo di Bologna.
Molto bravi live, soprattutto sui pezzi veloci, e ricordano tanto il garage rock americano di Dead Weather, The Kills e White Stripes.
Non aggiungo altro dato che il resto è su Radionation.

Di questa band invece vorrei parlare sempre e tanto. Uhm. Forse ci sono troppe band di cui vorrei parlare in continuazione. Ok basta. Questa cover è meravigliosa. Loro sono meravigliosi.

Let’s dance till tomorrow.

May

God Is An Astronaut – Age Of The Fifth Sun
TeenagersInTokyo – Sacrifice
The Dead Weather – Sea Of Cowards
The Morning Of – The Way I Fell In
Broken Bells – Broken Bells
Wintersleep – New Inheritor
Thieves Like Us – Again And Again
Club 8 – The People’s Record
The Fall – Our Future, Your Clutter
Born Ruffians – Say It
The Acorn – No Ghost
Tiger Riot – Look Up!
Wolf Parade – Expo ’86
We Are Scientists – Barbara
Sleigh Bells – Treats
Elephant Stone . The Glass Box
Sleepy Sun – Fever
Stornoway – Beachcambers Windowsill
Tokio Police Club – Champ
Detroit Social Club – Existence
Katie Melua – The House
Hot Hot Heat – Future Breeds
8 legs – Best Of Me

June

The Bluetones – New Athens
Mystery Jets – Serotonin
Math And Physics Club – Shouldn’t Look As Good As I Do
Delays – Star Tiger Star Ariel
Kula Shaker – Piligrim’s Progress
!!! – Strange Water, Isn’t It
The Bridgeheads – Foreigners
The British Robots – The British Robots
The Morning Benders – Big Echo
The Drums – The Drums
The Young Veins – Take A Vacation

July

22-20s – Shake \ Shiver \ Moon
The Boat People – Dear Darkly
Cloud Cult – Light Chasers
Deadhorse – We Can Create Our Own World
General Fiasco – Buildings
I Am Kloot – Sky At Night
The Lodger – Flashbacks
M.I.A. – Maya
Sky Larkin – Kaleide
The Rescues – Let Loose The Horses
Snow 2 Voices – Anything That Moves
Steel Train – Steel Train
Surfer Blood – Astro Coast
Wavves – King Of The Beach
Windsor For Derby – Against Love
Pulled Apart By Horses – Pulled Apart By Horses
Best Coast – Crazy For You
Die! Die! Die! – Form
The Vaselines – Sex With An X
Sky Sailing – An Airplane Carried Me To Bed
The Coral – Butterfly House
Bombay Bicycle Club – Flaws
Frankie Rose And The Outs – Frankie Rose And The Outs
Male Bonding – Nothing Hurts
Tame Impala – Innerspeaker
Les Savy Fav – Root For Ruin
Cherry Ghost – Beneath This Burning Shoreline
Arcade Fire – The Suburbs
Jukebox The Ghost – Everything Under The Sun
Autolux – Transit Transit
Soundpool – Mirror In Your Eyes
Of Montreal – False Priest
Tubelord – For The Grandparents
The Gaslight Anthem – American Slang

Inutile che io dica quale sia stato l’album migliore di questi ultimi mesi: è stato uno tra gli ultimi ascoltati di luglio e ne ho parlato tanto nel post precedente.
Tra questi di luglio non ho messo il nuovo degli Interpol, poiché la qualità audio del file che ho trovato è veramente scadente e, poi, devo ascoltarlo meglio.

Tra i tanti artisti ascoltati, consiglio soprattutto:

Summer mood

L’invasione di band Indie, soprattutto americane e che ricordano ai loro fan che siamo in estate, è iniziata.
Ci sono i Wavves, ci sono i Drums, ci sono i Surfer Blood e ci sono i Best Coast: tutte band che riprendono tanto il genere “surf” e che mi faranno compagnia quest’estate.
Le band citate sopra sono molto diverse tra di loro e questo retrogusto estivo e fresco, dato proprio dalla loro musica, porta sempre a effetti e a sensazioni differenti.
Parlerò dei Best Coast e del loro album Crazy for you” molto brevemente, poiché scriverò qualcosina in più per Indie-Zone tra qualche giorno: è un album estivo, molto suggestivo e ricco di riferimenti retrò e molto anni ’60.
Un album da ascoltare durante i momenti di massima tristezza, o quando si è in una città, senza mare, e con 35°-40°.
Su album sono veramente validi, ma con il live al BOtanique del 28 giudicherò meglio.

Tracklist

01 Boyfriend
02 Crazy for You
03 The End
04 Goodbye
05 Summer Mood
06 Our Deal
07 I Want To
08 When the Sun Don’t Shine
09 Bratty B
10 Honey
11 Happy
12 Each and Everyday

Bonus Track: “When I’m With You”

L’album dei Wavves “King of the beach” è un’esplosione di generi che vanno dal punk mescolato a indie e surf.
E’ un album di una band totalmente diversa dalle altre elencate all’inizio del post, insomma: l’influenza punk, allegro e di marchio californiano, si sente tanto a livello strumentale.
King of the beach diventerà uno degli album più sopravvalutati di quest’anno e con questo non voglio dire che l’album faccia schifo, anzi: l’unica “paura”, o dispiacere, per questi tre ragazzotti è che il loro album, dopo l’estate, possa essere messo da parte dopo averlo esaltato come non mai.
Tracce più “punk”, come “King of the beach” o “Super soacker”, si mescolano ad altre più lo-fi, “Baseball Cards”, e alla solita indie.
Credo che definirlo l’album dell’anno, come molta gente ha affermato in giro per il web, sia esagerato, ma comunque sia “King of the beach” è immediato, cattura subito l’attenzione di chi lo ascolta, è ricco di sonorità e influenze e fa dimenticare alla sottoscritta, a differenza dell’album dei Best Coast, l’aria bollente che sputa fuori il ventilatore (bazinga!).

Tracklist

01. King Of The Beach
02. Super Soaker
03. Idiot
04. When Will You Come?
05. Post Acid
06. Take On The World
07. Baseball Cards
08. Convertible Balloon
09. Green Eyes
10. Mickey Mouse
11. Linus Spacehead
12. Baby Say Goodbye

…e ora le band indigene-inglesi devono temere i cuginetti americani.

Ladies and Gentlemen… and Adam Green.

Ieri sera, al BOtanique, Adam Green si è presentato in maniera differente da quel concerto al Covo di qualche mese fa: sale sul palco asciutto e pulito, non sudato e sbronzo marcio fin dall’inizio insomma; i suoi capelli riccioluti, stupendi, sono in ordine e se ne sta “””tranquillo””” (pure io che lo definisco “””tranquillo”””…ok non sto bene) sul palco.
Salta, balla, ha lo stesso timbro del Casablancas, assomiglia in un modo incredibile a Julian di “Is this it?” ed è veramente diverso dall’Adam Green di febbraio, o almeno così mi ha fatto credere durante i suoi primi venti minuti di concerto.
Al Covo ogni 2 secondi, a parte limonarsi chiunque, era in mezzo al pubblico a fare surf. Al BOtanique decide di lanciarsi in mezzo al pubblico dopo quei venti minuti e… semi-travolge, le sue gambe erano da tutt’altra parte, la sottoscritta (grazie a Adam ho scoperto che 13 anni di pallavolo sono serviti a qualcosa…e forse a settembre riprenderò, del resto prossimo anno torneranno i Franz Ferdinand e pure questi hanno una strana abitudine).
Come al solito intrattiene, ha un’ottima voce ed è un ottimo frontman: una personalità del genere deve essere supportato da una band con le palle. Proprio la band che supporta ‘sto ragazzo, magrolino col bulbo alcolico di cui ci si rende conto non appena si toglie la camicia, è preparata e segue senza paura quel pazzo di frontman.
Impossibile, o quasi, fare video e foto: o si limona qualcuna, o salta e corre, o si butta tra la folla.
Ecco l’Adam Green che conosco: sudato, ballerino, ubriaco, intrattenitore, folle e assolutamente geniale.
Diverte senza essere troppo banale e probabilmente è uno dei cantanti più spontanei, forse fin troppo, per quanto riguarda la scena indie-folk-rockquellochevolete.
E’ l’unico cantante-frontman-showman, almeno fin ora, capace di mostrare tutta questa follia e genialità sul palco: chi non ha mai visto Adam Green, non può capire.
Inutile parlare del suo rapporto, definirlo “intimo” è niente, col pubblico.
Un’ora e un quarto, circa, di concerto veramente divertente e soprattutto travolgente da parte di un essere vivente determinato, cazzone e tanto tanto sbronzo. Ma Adam Green, almeno per quanto mi riguarda, piace così.

The only dream is valium for me

Tornano i Tokyo Police Club con “Champ”, album uscito ieri, se non sbaglio.
Il secondo album, almeno per molti, è un album di transizione, difficile da dire se vale la pena ritenerlo un buon album o, al contrario, una schifezza.
Beh a primo impatto “Champ” mi ha messo in difficoltà, poiché molto differente dal primo album della band; ma questo nuovo lavoro dei Tokyo Police Club, realizzato durante il tour interminabile della band tra il 2008-2009, dopo un po’ cresce con gli ascolti.
Non a caso è un album molto “veloce”, immediato e orecchiabile: non c’è niente di complicato, basta sottolineare questo fatto dell’immediatezza, poiché alcune tracce “end of spark”, “favourite food” entrano immediatamente in testa e si iniziano a canticchiare.
L’influenza di altre band ci sono e restano: a tratti si sente qualcosa degli Strokes e, non in senso negativo altrimenti non starei ore ed ore ad ascoltarmi band di ‘sto genere, della solita musica del solito genere indie\rock.
Ora, e ne parlai qualche giorno fa dell’argomento “rapporto tra band straniere in Italia”, aspetto di vederli live…

…se si decidono a venire nel nostro paese infame, o magari fanno come i Courteeners e si presenteranno per l’ultima data del tour europeo per questo nuovo album tra due anni.

L’album numero due?
C’è, ma lo devo ascoltare meglio.
L’album in questione è “Piligrim’s progress” dei Kula Shaker che, a primo impatto, mi sembra un buon album.

Devo parlare dei Muse e dei live di ieri?
Ho sentito molte opinioni contrastanti: fan parecchio delusi vs fan parecchio presi.
Si sa già che live sono coinvolgenti,ma basta…ed è meglio ascoltarci sopra gli Smiths di Mr. Morrissey…

O una cosa del genere: