Music when the lights go out

Il titolo del post, l’ultimo di quest’anno, ha senso: prima di un concerto ci sono le luci accese, si nota l’ansia sulle facce gente che hai intorno e si sentono solo voci; a un certo punto tutto questo scompare e le luci si spengono, a volte c’è il fumo, la band sale sul palco e inizia la musica.

Questa è l’ultima parte del post “classifiche di ‘sta ceppa del 2010” dedicata ai dieci live più entusiasmanti, deliranti, malati che ho visto proprio quest’anno.

1.

La band che ho vissuto appieno, sia nei momenti di estrema gioia che di massima tristezza.
Dopo il concerto di Edimburgo si torna a casa con un “hollow heart” e nel giro di 4 settimane si va a Bruxelles, di nuovo, per questa band del cazzo (davvero eh) che riempie un locale di 1000 persone a malapena: fanno sold out, certo, ma “who the fuck are foals?!”
Improvvisano, giocano, si ammazzano, scompaiono quando corrono sulla scalinata del locale di Edimburgo e cadono, sono imprevedibili e sono davvero bravi: nel live, questa band si impegna tanto ed esprime, attraverso la musica e spaccando le drumsticks su un tamburo, le proprie emozioni sul momento.
La loro musica è un mare in tempesta che ti fa annegare e respirare allo stesso tempo: roba da strapparsi i capelli e temere la propria vita perché uno di loro sul palco è talmente incazzato che ha voglia di uccidere-uccidersi.
Poi ci sono dei dj set, c’è il palco del dj set dove balli con qualcuno di loro “Odessa” di Caribou (roba che in Italia non ti metteranno mai) e altre canzoni elettro (mi pare di aver sentito pure Darkstar ma ero troppo ubriaca per dirlo con certezza ora) che sono proprio belle, non sono tunztunz e ti fanno ballare fino alle 5 di mattina…
…E poi saluti tutti, o meglio quei tre che ti hanno tenuto compagnia, con quasi le lacrimucce agli occhi, e riparti un’ora dopo per tornare in Italia.
Ormai sono 40 le ore passate in piedi senza chiudere occhio: si arriva a Bologna, con i vestiti che puzzano di birra e i capelli che puzzano di birra e fumo, bloccata dalla bufera di neve e, infine, tiri giù santi-cristi e madonne perché devi guidare e le strade fanno schifo; si arriva a casa devastata e si crolla alle 19 sul letto dormendo fino alle 11 di mattina del giorno dopo )con i capelli che puzzano, ancora, di birra e fumo).
Solo per loro.
Le lezioni di bolognese, i viaggi, i km a piedi, i musicisti che hai conosciuto e le facce da “oscar”: “ehi Walter!!!!” e Waltey, il vatusso con le gambe di 2 metri, che si gira come per dire “sì, ok ripigliati che tra un po’ cadi tanto che sei sbronza eh!”; poi l’indimenticabile“dobbiamo farci 7km fino in hotel… e con l’alcool viene meglio!”, quando il nostro uomo, un po’ pirla certo ma senza di lui io e Simo non saremmo mai entrate a Bruxelles e all’aftershow, fa un verso tipo “errr”, sbuffa e ci guarda come per dire “state proprio male”.
Solo per loro II.
Oppure ti fai quei 7 km a piedi -dopo aver parlato per un buon 10 minuti con un tizio che ti abbraccia\stritola nemmeno fosse un amico che rivedi dopo mesi e mesi di distacco; una foto del genere

che ti fa riflettere:“oh cazzo, ma questo ci ha provato di brutto e io sono una pirla”; senza pensare alle conseguenze, tipo il male atroce alle gambe o la “pipì da birra” e nessun pub nei paraggi.
Fare km e km solo per loro perché ti ripetono più volte che l’Italia è un bel posto per le vacanze, oppure non vengono perché sono poco conosciuti (= non è stata una bella esperienza quella del 2008 eh…).
Urlare fuori dal locale e fino in hotel parole in accento bolognese; cantare le canzone degli smiths, dei blur, la versione allegra di spanish sahara e quelle dei libertines senza pensare.. senza pensare al freddo che fa, perché con tutto l’alcool che si ha in corpo, in quell’istante si hanno i calori.
La birra extrastrong, per dire che vogliamo tanto alcool dentro e poche bazze, quando invece è la double malt beer che dobbiamo chiedere. La furbizia. La birra rossa è spettacolare.
Solo per loro III.
Va beh, era halloween e stavamo male: abbiamo visto anche due ragazzi svestiti da mignotte e con solo una minigonna (erano due universitari. Figata vedere certi personaggi di notte: voglio trasferirmi a Edimburgo).
Freddo, calori, shampo con la birra, aerei, concerti meravigliosi, gente gentilissima, panini buonissimi, pioggia che distrugge scarpe e ombrelli, tizio che suona la fisarmonica con la maschera dell’assassino di Scream, il freddo gelido e la gente seminuda per strada, i muffin, l’accento scozzese, dvd dei kol in hotel, due deficienti che non sanno far funzionare un dvd, la colazione epica di Edimburgo, cinque pirla, le bestemmie liberatorie in hotel e in giro per strada (chi vuoi che le capisca), i 15 album comprati e schiacciati nel bagaglio a mano, la birra scroccata, il telefono lanciato a terra per scatenarsi, le bestemmie contro unicredit, le cinque facce -da cazzo- sul fly magazine, il dickhead e la stretta forte al polso da parte di un ragazzo con la spugna al posto dei capelli, l’hotel puzzolente di Bruxelles, la bestemmia prima-durante-dopo il concerto (chi vuoi che ci capisca 2), i “rossi” di Edimburgo, SpongY, pesciolino, polipo, zio poldo (la fauna marina insomma), provoloni, il batterista gentleman, il macrocefalo, l’uomo con i labbroni, stecchini al posto delle gambe, roba da manicomio, il francese incomprensibile, l’invito in hotel, i “socc’mel-grazie-cazzomerda” insegnati, l’aver ballato con loro e aver parlato con loro di musica, averli conosciuti un po’ a fondo “meno musicisti e più persone” (scoprire che non sono persone ma solo dei grandissmi pirla che potrebbero farti compagnia durante la lezione di antropologia culturale), aver conosciuto tanta gente che ti guarda come per dire “non ce la fai” quando loro stanno messi peggio di te, non pensare, divertirsi e stare belli ubriachi in compagnia fregandosene di quello che succede in Italia e di tutto il resto: There’s a thing called Love (per i Foals).

2. Arcade Fire.

Il concerto in contrapposizione a quello dei Foals: non c’è improvvisazione, la presenza scenica è discreta e i musicisti non sono dei pazzi scatenati che vogliono uccidere-uccidersi.
Gli Arcade Fire sono musicisti seri, si impegnano e la loro musica è un miscuglio di atmosfere e sensazioni gradevoli.
Uno dei live più belli dell’anno: il loro show, nonostante sia premeditato e Règine sappia già le mossettine da fare su “Sprawl II”, è semplice e allo stesso tempo cattura in maniera impressionante i presenti.

3. Kings Of Leon

…o la band più “figa”, nel senso di estetico, dell’universo; ma lasciamo da parte gli ormoni svolazzanti e diamo spazio alla musica di questa band.
La voce di Caleb è mostruosa ed è lui che tiene in mano il pubblico del Futurshow. Nonostante la mancanza di troppi pezzi vecchi e la presenza di troppi pezzi nuovi, questo concerto è stato straordinario.
Peccato l’acustica e peccato io preferisca le band minchia che si uccidono su un palco.
La presenza dei Kings of Leon consiste nell’incantarsi e sbavare, ma tutto questo merita eh.

4. Frightened Rabbit.

Presente le fisse? Se non fossero venuti in Italia, avrei fatto un viaggio à la Foals e sarei andata in Europa a vederli da qualche parte.
Una delle band del genere (indie-folk-rock e bazze simili) più brave che abbia mai visto: un misto tra sonorità tipicamente scozzesi, molto folkloristiche, e una voce, calda e profonda, americana. Che carucci poi.

5. Crystal Castles. “Alice alza la voce come fai su album perché all’estragon si sente poco”: nonostante questo piccolo problema tecnico, il live dei Crystal Castles è stato malato e fuori di testa.
Ballare-pogare-cadere a terra, ma divertirsi come non mai e uscire che sei un bagno di sudore: ne è valsa la pena, certo, ma se mai dovessi rivedere questa band, solo ed unicamente all’estero.

6. The Divine Comedy.

Andare a un concerto e conoscere a malapena solo l’ultimo album di una band o di un musicista, Neil Hannon, che ha una carriera musicale che parte dal 1989.
Spettacolo\ Commedia Teatrale intimo, stupendo, ricco di emozioni e tanta buona musica.

7. Mystery Jets.

Che carucci parte II. Mi aspettavo una band indie sul livello dei Cinematics, Teenagers, Pete and the Pirates… Quanto mi sbagliavo.
Rispetto a tutte le band che ho citato ora, questi Mystery Jets hanno qualcosa in più, sono molto innovativi e inseriscono più spunti rispetto ad altre band, ma la voce di Blaine Harrison poi….

8. 65 Days Of Static.

Una band della madonna, davvero preparata e che riesce a passare da un intenso Post-Rock a un’ Elettronica fuori dal comune e davvero malata, presente soprattutto negli ultimi lavori della band.
Concerto molto suggestivo, ma che sauna!

9. Toro Y Moi \ The Invisible.

Due gruppi spalla che si meritano un posto in questa classifica. Bravissimi: il primo trio ricerca nuove sonorità sognanti e spensierate che avvolgono il pubblico di Edimburgo; il secondo trio, invece, ama la parte strumentale e mischiare più generi e influenze.

10. Carl Barat e suoi amichettii.

Nonostante non abbia amato le sue canzoni da solista live, devo ammettere che Carletto è sostenuto da un’ottima band e le canzoni dei Libertines hanno fatto l’effetto “oddio, i LIBERTINEEES”. Durante il concerto ho urlato più volte quella frase, nonostante mancassero Peter, John e Gary, proprio a causa del mio amore nei confronti di quella band.
Ok basta.

Poi ci sarebbero:
I Fanfarlo, band sorprendente o figliastri degli arcade fire; i Chapel Club, altra buona rivelazione più “dark” e meno “indie”; i Modest Mouse e l’acustica di merda; i Blink 182 con un ottimo batterista e due che cercano di cantare ma, in realtà, vogliono distruggerti le orecchie; i Sum 41, meglio di quanto pensassi e meglio dei blink 182 live; I simple plan e gli all time low che vorresti vedere morti; i Crystal Castles,bravissimi e coinvolgenti, ma alice…la voce?!; quel pervertito adorabile di Adam Green (x2); quei due personaggi dolcissimi dei Blood Red Shoes; quei folk-ora mi addormento dei Rumble Strips; coinvolgenti e devastanti, nonostante tutto, sono i soliti Linea77; quei mocciosi bruttissimi che fanno tanto gli inglesi, ma in realtà sono francesi e fanno divertire anche un cinquantenne, dei Teenagers; quelle furie incazzate de Il Teatro degli Orrori; il dj set del Kapranos e il Kapranos che non ce la fa a fare il dj, ma che uomo meraviglioso; la simpatia e la dolcezza dei Courteeners; la semplicità dei Pete and the Pirates e Mystery Jets; la dolcezza pura e l’affetto degli scozzesi, Frightened Rabbit e Cinematics; lo spettacolo fuori di testa e strappalacrime, dalle risate, degli EELST; l’energia dei Male Bonding; l’americanaggine dei Band of Skulls, che ricordano tanto White stripes e Kills; la nuova band di Carl Barat, davvero preparata, e le canzoni dei libertines “ballate-urlate” nemmeno fossimo a un concerto dei Libertines; la nuova band dell’ex placebo Steve Hewitt, bravissima; la bravura impressionante degli Invisible; la ricerca di nuovi suoni e atmosfere sognanti da parte di Toro y Moi e Pet Moon; la provolaggine e i balletti sugli Swimming; la gentilezza degli You Say Party e di quella persona sublime che è Adam Ficek; la bonaggine dei KOL e il pacco in primo piano del cantante dei The Whigs; l’eleganza e il fascino di Neil Hannon; la tecnica e l’impegno dei The Notwist; l’amore profondo e che per ogni minima cosa c’è un messaggio su facebook (vero Simo??) per quei Cinque Brutti Cessi e per chi lavora con loro; il delirio post-rock\elettro dei 65daysofstatic in un locomotiv che può fare da sauna; i gruppi italiani tanto carucci, pure questi: Le Altre di B, Matinèe, Heike has the Giggles, Joycut e tutti gli altri…

Ho perso troppe band, ma recupererò prossimo anno: mi basta sapere che vedrò Everything Everything, Foo Fighters, PULP (CAZZO I PULP) e finirò a qualche festival all’estero…
Buon anno X

L’uomo rigatone.

Ieri sera ho scoperto una cosa, ovvero di essere in grado di sostenere una buona e corretta conversazione in inglese senza abusare di alcool.
Ho dei lividazzi e graffi sparsi in tutto il corpo che nemmeno un concerto punk possono dare. No.
Alcuni sono dovuti al concerto dei Crystal Castles, quelli su spalle e braccia, ma altri, su fianchi e graffi assurdi sulle gambe, causati dal concerto di Carletto Barat e la sua band.
Ero davanti ovviamente, da amante dei Libertines stare dietro avrebbe significato tragedia pura \ “che palle voglio andare davanti”.
Prima di Carl ci sono cinque ragazzotti inglesi, di cui uno spudorato..ehm, chiamati Swimming.
Questi giovinetti fanno la solita indie ma con piccoli effetti sperimentali e non sono per niente male, anzi credo che diventeranno una nuova fissa della sottoscritta. Togliamo via il “credo”.
Dopo una mezzoretta per il cambio di strumenti, salgono sul palco cinque elementi, la nuova band di Carl, e il libertino, come ogni frontman, sale sul palco del Covo per ultimo tra tanti applausi e urla isteriche in grado di far partire anti-furti e simili.
Carl e la sua band presentano venti tracce che vanno tra classiconi dei Libertines, quindi il massacro che ti fa finire direttamente ai piedi dei musicisti, le sue canzoni da solista e BangBangYou’reDead dei Dirty pretty things.
Sui Libertines sono una drogata senza buon senso, i pochi neuroni del mio cervello si sono fottuti con quella droga musicale e solo ora mi rendo conto di quanto cazzo male mi facciano fianchi e gambe, non per dire ma i miei pantacollant sono andati a farsi fottere col mio cervello.
Bravo Carlos, mai quanto Peter che reputo un ottimo singer-songwriter-poeta, sostenuto da una band con ottima tecnica.

Indimenticabile è il tempo passato a chiacchierare, tipo un’oretta, con la band di Carl, Carl e gli Swimming. Non sono mancati i provoloni. Diventerò una groupie e finirò tipo su quel libro da Feltrinelli International che parla di ragazze e capelloni “I Pooh ci fanno schifo, sono meglio gli stranieri” (la musica italiana e i musicisti italiani fanno schifo, sono sempre meglio gli inglesi).
Credevo che peggio di peter Doherty non ci fosse nessuno, ma l’uomo dei rigatoni (Carl che confessa di amare i “rigatoouuuni”) non è di certo messo meglio con la testa.

La roba più o meno seria sarà su Radionation

Carlos Ashley Raphael Barât… e il suo album.

Carl Barât, amico (?) di Peter Doherty e (ex?) cantante-chitarrista dei Libertines, ha completato il suo progetto da solista e presto lo si vedrà anche in Italia, per quanto mi riguarda l’11 novembre al Covo poiché da amante dei Libertines non posso perdermi quel frocetto di Carlos.
Il suo album omonimo uscirà presto, ma finalmente sono riuscita ad ascoltarlo e… Pensavo peggio, molto peggio.

Invece no: l’album proposto da Carletto è, stranamente, vario e ricco di influenze e spunti, alcuni molto teatrali e suggestivi.
Niente a che vedere col suo amichetto Peter, onestamente preferisco quest’ultimo da solista che Carl: sarà perché Peter Doherty ha una vena (e detta così…) più poetica e da esteta maledetto (basta vedere l’artwork del suo album da solista “Grace\Wastelands”).

Torniamo a Carlos: come ho detto pensavo che quest’album facesse schifo o fosse ai livelli dei Dirty Pretty Things, band che non amo particolarmente nonostante la presenza di Anthony Rossomando, Gary Powell e, appunto, Carl.
L’album del (ex?) Libertine si stacca da ogni riferimento delle band precedenti, meno la sua voce che è sempre molto riconoscibile: ci sono canzoni che sembrano uno spettacolo di magia, soprattutto The Magus e The Fall, e sono molto suggestive; altre sono più intense, riflessive e dolcissime, come “What have I done”, “Shadows Fall” (meravigliosa) e “Irony of Love”; alcune canzoni sono più delicate come se fossero una ninna-nanna, per esempio “Ode to a girl”; poco e niente di indie, se non “Run with the boys”.

E’ un album molto vario, ma non per questo meraviglioso : sicuramente Carlos ci mette tanto della sua vita, ci mette l’anima in questo album, ma al massimo si può parlare di un disco veramente “carino” e imprevedibile.
Fortunatamente le tracce “oscene”\inascoltabili sono pochissime , una o due al massimo, rispetto a quelle piacevoli, orecchiabili e dolci: che uomo tenero e innamorato è diventato Carl.
Un album un po’ contrastante per le influenze presenti, ma nel complesso è decente e lo si ascolta volentieri.

Ora voglio vedere cosa combinerà al Covo a novembre, sperando che inserisca nella scaletta qualche traccia Libertina.

(Una considerazione personale: l’artwork dell’album fa schifo. I suoi capelli sono osceni e sembra uno zarro.
Sistèmati quei capelli e fatti il ciuffo che non sta mai da un lato, Carl!)

Tracklist

1. The Magus
2. Je Regrette, Je Regrette
3. She’s Something
4. Carve My Name
5. Run With The Boys
6. The Fall
7. So Long, My Lover
8. What Have I Done
9. Shadows Fall
10. Ode To A Girl
11. Death Fires Burn At Night
12. Irony of Love