Top of the world…

Scegliere 10 album su 250 ascoltati è stato davvero difficile, a parte per le prime 3 posizioni che erano già state selezionate da più di un mese (nel caso dei primi due da maggio).
Ascoltati e sentiti in vari modi: in macchina, anche di notte, a un volume improponibile per fuggire da tutti e da tutto, “away from the city\away from the light” canterebbe qualcuno; in camera allo stesso volume di quando li ascoltavo macchina facendo vibrare i vetri delle finestre e fissando il vuoto; in sottofondo mentre leggevo\studiavo; mentre bestemmiavo e basta; mentre mi sfogavo e guidavo in strade buie desolate; dalla prima all’ultima traccia; dall’ultima alla prima; prima di un concerto; dopo un concerto; col mal di testa; durante i viaggi mentali e quelli vari e reali; alle 5 di mattina e ad ogni orario impossibile quando tutto tace, c’è buio e nessuno rompe le palle (tipo ora).
Per quanto riguarda i primi 3 album resto molto soggettiva, mi hanno colpito tanto e anche il doppio live dei primi in classifica mi ha condizionata tanto, ma il resto..
Beh il resto è così:

10. Fang Island – Fang Island

Voce in secondo piano e quasi inesistente, parte strumentale onnipresente e riffs profondi e frutto di buona tecnica: in poche parole l’album omonimo dei Fang Island.
L’album scorre velocemente in dieci pezzi post rock, con qualche minimo riferimento all’elettronica, dalle tonalità vivaci e piuttosto spensierate.

9. Tame Impala – Innerspeaker

Psichedelico, geniale e uno degli album più suggestivi dell’anno.
“Innerspeaker” è l’album del 2010 che ci riporta ai tempi di Woodstock, del LSD e di una psichedelia piena di creatività e unica.

8. Darkstar – North

“North” rappresenta il naufragio e, allo stesso tempo, una sorta di “quiete dopo la tempesta”: l’album, infatti, presenta evidenti spunti Pop molto orecchiabili che, però, entrano in contrasto con un lato oscuro.
Un album “Pop-Wave” surreale e ricco di sperimentazione, perché, nonostante tutto, ciò che domina è l’elettronica.

7. Arcade Fire – The Suburbs

L’album che mette tutti d’accordo, perché gli Arcade Fire sono dei Musicisti seri e che amano fare bene il proprio lavoro.
The Suburbs è l’album “universale”, l’album per tutti: ci sono i soliti spunti legati alla classica, meno rispetto agli album precedenti; c’è dell’ Indie Rock ben costruita (Month of May \ Ready To Start); ci sono dei pezzi intensi ed eseguiti con una certa rabbia ( The Suburbs).
L’album per tutti e che porta al successo, meritatissimo, la band capitanata da Win e Regine Butler.

6. Everything Everything – Man Alive

Il riassunto degli ultimi album usciti nel Regno Unito in questi ultimi anni.
Non sono indie rock e non sono nemmeno una band elettro. Sono un miscuglio tra i due generi? Nemmeno, o forse sì. Particolari, pungenti e tanto innovativi, soprattutto a livello vocale: la band si stacca dalla tipica scena musicale di Manchester alla ricerca di nuove sonorità.
(Sento che questi diventeranno la mia nuova fissa del 2011, in seguito al concerto di marzo al covo…)

5. Liars – Sisterworld

Uno dei primi album di cui mi sono realmente innamorata quest’anno è il “lato oscuro”\\”mondo parallelo” dei Liars.
Quest’album è la rappresentazione, a livello uditivo, dell’inquietudine, della paura vera e propria e del terrore: la band è grande amante della sperimentazione e trascina l’ascoltatore in questo suo nuovo mondo.

4. Pantha Du Prince – Black Noise

Il “Black Noise” è ciò che percepiscono gli animali prima di una catastrofe\tempesta e l’intento dell’artista tedesco è proprio quello di racchiudere, in 11 tracce, alcune sonorità che andrebbero sentite in assoluto silenzio per poterle identificare al meglio.
Intenso e ricco di atmosfere sognanti: il produttore-musicista ricerca, grazie a queste caratteristiche, il rapporto tra uomo e natura.

3. Ariel Pink’s Haunted Graffiti – Before Today

L’album che racchiude alcuni “revival” di quest’anno: c’è stata l’esplosione del surf rock, del lo-fi, del noise e della musica sperimentale. Un riassunto di tutto questo è proprio in “Before Today”: psichedelico, ricco di sfumature pop e pieno di riferimenti, che partono da influenze retrò appartenti agli anni ’60 fino ad arrivare a dettagli degli anni ’80, riprendendo anche la rivoluzione musicale di questi ultimi anni.

2. Caribou – Swim

Sperimentazione ed elettronica pura e delirante in 43.11 minuti.
Swim è ricco di sinestesia, o quella forma retorica utilizzata soprattutto nel periodo del decadentismo \ corrente estetismo, che mescola sensazioni ed emozioni. L’album del 2010 che trasforma un’atmosfera, o una giornata piatta, in colori\immagini e sensazioni varie: è l’album dell’anno da gustare, sentire e vedere.

1. Total Life Forever – Foals

Sono la mia band “cicci” del 2010 (=They give me this western feeling). Anche nel 2008 mi avevano catturata per “ma questi stanno male” e colpita per tutta la rabbia e gli aspetti danzerecci che presentavano in “Antidotes”, ma mai quanto Total Life Forever (non oso immaginare se fossi andata nel 2008 a Milano a vederli). Non sto a scrivere altro, tutto il mio amore per loro è qui.

Oltre a questi dieci, mi pare giusto citare altri album meravigliosi: “Further” dei Chemical Brothers; “There is love in you” di Four Tet, molto vicino a ciò che combina Caribou; le atmosfere leggere e elettro-pop di “Acolyte” dei Delphic; quella meraviglia di “Hidden” dei These New Puritans; “New Inheritor” dei Wintersleep, la band canadese che mi ricorda un miscuglio tra Interpol e Arcade Fire; “Everything in between” dei No Age; “Suburban Timebombs” dell’ex babyshambles, Adami Ficek; il II capitolo dei Crystal Castles…
Tantissimi album, alcuni mi mancano e spero di recuperarli presto, che, almeno per quanto mi riguarda, resteranno nella mia testa e orecchie per moltissimo tempo.

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Sleep on the dancefloor

I The Postelles sono una band nuovissima proveniente da New York, non sono inglesi maledetti Indie-snob, e il cui album omonimo è stato prodotto da Mr Albert Hammond Jr degli Strokes.

Dopo aver trattato di tante band indie, e non, che inseriscono tastiere e synth nella loro musica, finalmente si torna alle origini con la semplice indie\pop-indie\rock: nessuna tastiera in undici canzoni, solo tante influenze e buona musica.
Il riferimento principale è legato alle band del genere più recenti, come Wombats, Let’s wrestle e Vampire Weekend, ma la band newyorkese dà peso anche al rock’n’roll anni ’50-’60, ad esempio Beatles o Buddy Holly.
In mezzo a questo Indie\Rock tradotto e interpretato  dai The Postelles, ebbene sì, ci sono anche gli Strokes: “Stella”, ad esempio, mi ricorda tantissimo “Last Nite” o “Someday”, insomma una traccia che si balla volentieri, quanto le due canzoni appena citate di quell’altra band di New York che amo alla follia.

L’album dei The Postelles scorre in 32 minuti evitando pause o sbalzi tra una traccia e l’altra: tutte le tracce, infatti, sono piene di energia e dotate di una certa spensieratezza, caratteristiche che vengono sempre esaltate e non perdono mai colore.
Un album vivo, semplice e che viaggia tra le ali del rock’n’roll più classico e l’indie-rock più allegra di questo periodo che tratta le solite tematiche riguardanti le esperienze adolescenza e post dei componenti della band: trentadue minuti che scivolano via velocemente da ballare, cantare e da vivere in piena distensione.

Tracklist

01. White Night
02. Sleep on the Dance Floor
03. 123 Stop
04. Boy’s Best Friend
05. Can’t Stand Still
06. Hold On
07. Stella
08. Hey Little Sister
09. Whisper Whisper
10. Blue Room
11. She She

(Spero di vedere presto questa band, magari di apertura a Bologna ai Kings of Leon il 3 dicembre).