Nicole Willis & The Soul Investigators @ Off, Modena

Mi sento ignorante quando mi capita di assistere a concerti di band del genere, poiché, sfortunatamente, non vado spesso a vedere cantanti soul accompagnate da strumentisti che si dedicano al Soul-Funk revival con evidenti cenni vintage che rimandano alla Motown.
Sono le 22.30 di venerdì 16 maggio, è un po’ tardi, e aspetto la mia collega di bevute che venga a prendermi per andare all’Off di Modena: fortunatamente riesco ad arrivare in tempo e vedermi anche una parte di live dei Calibro 35.
Questa è una serata piuttosto inusuale per il locale di via Morandi, dato che proprio la band di Gabrielli è in apertura a Nicole Willis in compagnia dei suoi Soul Investigators.

Mi perdo la prima parte di concerto dei Calibro 35, band che avevo già visto circa 2-3 anni fa sempre in questa venue: la loro attitudine sul palco mi pare leggermente diversa rispetto a qualche anno fa, dato che mi danno l’impressione di essere più sciolti e variabili (magari è solo l’effetto del gin tonic).
Ovviamente, la loro musica è legata al genere poliziottesco e si può benissimo parlare di vera e propria colonna sonora: ci si tuffa direttamente negli anni ’70, anche se l’atmosfera è parecchio differente da quella che presenteranno gli headliner della serata.

Cenerentola a mezzanotte fa ritorno a casa, ma questa è l’ora perfetta per iniziare un concerto simile: la band di strumentisti The Soul Investigators introduce lo show con una opening strumentale pazzesca che fa quasi percepire quell’odore di talco su cui si scivola dolcemente e che ci riporta in una Detroit, o in una New York, inizio anni ’70, dove la lacca per alzare la cofana cotonata di capelli era d’obbligo e dove la voce era lo strumento perfetto per esprimere l’ineffabile e il sentimento più profondo.
Questa intro risveglia la vocalist Nicole Willis che inizia ad incantare i presenti con un colore vocale profondo e ricco di emozioni grazie alla seconda traccia dello show “Break Free”.

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L’atmosfera è calda, suggestiva e la pelle d’oca e i brividi lungo la schiena si provano a placare solo ballando, o, come ho già detto prima, ondeggiando ad occhi chiusi verso quel passato così intenso ed emozionante che solo una voce black-soul riesce ad esprimere.
La band che supporta Nicole è finlandese: è un po’ strano vedere un capellone (non mi sorprenderebbe se avesse un progetto parallelo e facesse metal) ai fiati che fa tanto di quel workout da far arrossire anche Jill Cooper e che si mostra più coordinato nei passi rispetto ad alzatore-centrale durante il primo tempo in una partita di pallavolo (esempio con Travica e Buti, se non avete idea di che cosa sia un primo tempo: https://www.youtube.com/watch?v=-HEDLhRge84).

Nel corso di questo live, voce e strumenti urlano insieme, si innalzano e incarnano perfettamente quello spirito vintage e, a volte, malinconico che, prima di oggi, ho avuto modo di sentire solo in occasione di qualche concerto di band che si dedicano al revival e tra i coristi dei Blur: questa sensazione di ricchezza sonora che Nicole Willis e i Soul Investigators regalano al loro pubblico è impressionante ed indescrivibile, anche grazie all’acustica dell’Off che fa la sua buona parte.
Il concerto passa velocemente tra ballate lente, brani sensuali, sfumature di jazz e tracce più movimentate con numerosi spunti funk; poi, dopo circa un’ora e un quarto di live, la band ringrazia e saluta il pubblico entusiasta, anche se il sogno di scivolare-ballare sul talco e di credere di essere da tutt’altra parte e in un’epoca differente da questa durerà almeno fino alle 3.30 di mattina.
Peccato solo che abbia distrutto le mie scarpe preferite, ma per un concerto simile ne è valsa la pena.

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The Strypes @ Covo Club

Stasera voglio scrivere due righe sul concerto degli Strypes al Covo Club di Bologna: unica data italiana per la giovanissima band di Cavan, pompata fin troppo dalla stampa inglese, dai fan esagitati del Mod Revival del Mod Revival (e derivati) e da Paul Weller.
E, come al solito, non prendete tutto troppo seriamente.

PARTE PRIMA:

Appena ho visto entrare gli Strypes sul palco del Covo, ho subito pensato di ritrovarmi più a un saggio scolastico che a un concerto vero e proprio: a vederli, così, potrebbero essere considerati come una boyband, bassista a parte che ha gli stessi capelli di Roger Daltrey a metà anni ’60.
Uno crede davvero di stare a un concerto di qualche nuova band buttata fuori da disney channel, dato che questa sera c’è fin troppa acne e ci sono tanti genitori, tra cui le mamme più esaltate delle figlie.

In realtà, non appena questi giovincelli irlandesi iniziano a suonare, cadono molti pregiudizi: sì, ma vedere tutta questa gioventù al Covo fa impressione (ok, 8 anni fa, magari, qualcuno pensava lo stesso di me: ma che ci fa ‘sta ragazzetta qui dentro?).
Una cosa bella del concerto è proprio la varietà, ovvero vedere tutte queste differenti generazioni mescolate tra loro in questa saletta, con ‘sti Strypes che ci riportano indietro nel tempo quando le fan dei Beatles piangevano e urlavano come disgraziate.
Tutto questo fa davvero sorridere, anche perché significa che la band riesce a unire gruppi differenti di persone: direi sia un punto a favore per gli Strypes.

Questa sera mi aspettavo una mezz’oretta di concerto, ma la band di Cavan continua per un’altra ora e venti (circa): c’è questo sfogo rock’n’roll fluente e spontaneo, ricco di influenze (Beatles, Bo Diddley, Chuck Berry, Hollies, Yardbirds, Zombies, Stones…), che è un vero piacere ascoltare e riascoltare.

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Gli Strypes hanno capito tutto troppo in fretta: suonano come se avessero alle spalle una carriera di almeno 5 anni; sanno comunicare col proprio pubblico (meno quest’ultimo, però, che non capisce una fava di quello che dice il chitarrista, quindi è tutto un “yeeeeee” e applausi); sono stati spinti sia da personalità che nel mondo della musica ci stanno da una vita, sia dalla stampa inglese (anche quella che con la musica non c’entra assolutamente niente: ho conosciuto gli Strypes grazie a una rivista di moda) e non sono così tanto stupidi.

Gli Strypes hanno una presenza scenica spaventosa, hanno carisma, sono dotati di una certa eleganza, musicale e non, e hanno questo spirito Rhythm and Blues che ti fa muovere, o almeno vorresti, dato che ci sono le scope-in-culo “ma perché balli?!”, oppure il solito gruppetto che poga (meglio loro delle scope-in-culo, almeno si muovono, ma evviva i gomiti alti per evitare che un giandone ti trasformi in un panda).

Una band che sa come trattare il revival creando un’atmosfera nostalgica, per i riferimenti musicali, ma pur sempre intrigante e divertente.

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PARTE SECONDA:

C’è una parte di me che degli Strypes pensa questo:
1. Bravi, belle le influenze, canzoni veloci e coinvolgenti, MA non hanno personalità e sembra una band costruita dalla testa ai piedi;
2. Non sono gli unici a fare quel genere: si sa, musica e moda sono sempre state unite, ma non vedo perché una band debba adattarsi alla massa e non esprimere veramente quello che pensa;
3. La stampa inglese butta fuori cani e porci, basta che ci sia ‘sta roba chiamata hype (uno dei termini più hipster e sgraziati che mi fa pensare subito a: “ok, ‘sta roba è ‘nammerda e te la ascolti te, brutta capra”);
4. Mi auguro davvero che questi ragazzini non assumano l’attitudine di certi personaggi giusto perché “è quello che va di più ora”, “perché piace al pubblico”: una band DEVE piacere per l’individualità che la differenzia da tutti gli altri gruppi, quindi spero che quest’ondata tra r’n’b e mod revival del mod revival del mod revival sopravviva e non finisca nel cesso per via dell’arrivo di una nuova moda;
5. Basta con ‘ste cover: ragassoli siete da un’ora e mezza sul palco e ormai siete diventati ripetitivi.

6. Mi rendo conto di essere una snob. E pazienza.

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CONCLUSIONI:

Gli Strypes sono ancora troppo giovani, di strada davanti ne hanno ancora da percorrere e, a mio avviso, non si fermeranno di certo qui: se hanno così tanta voglia di suonare, di coinvolgere e di far urlare madri e figlie, come si faceva ai tempi della British Invasion, andranno un bel po’ avanti (sempre che il punto 4 della parte seconda non prenda il sopravvento…).

Setlist:

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Fargas live @ Kalinka

Karma: fottiti.
Mi piace credere che sia il karma a farmi saltare concerti, a cacciarmi in situazioni davvero imbarazzanti, oppure a farmi dimenticare altri concerti (Metronomy a Milano: ancora bestemmio, ma li rivedrò quest’estate per la terza\quarta volta).
Me la prendo anche con qualche divinità del libro fantasy per eccellenza per non aver visto gli Eagulls, una di quelle band che propone sonorità post-punk pesanti e il cui frontman ha una voce parecchio incazzata e più vicina al Punk: roba che a me piace tantissimo, ma ci sono ventimila gruppi come questo.

Proprio in occasione di questo venerdì santo (per alcuni, per me è un venerdì in cui ci si sfonda di gin tonic e, dopo, si hanno sensi di colpa a gogo) si rinuncia al Mattatoio, a tutto ‘sto hype hipsteriano che circola a Carpi, e si cambia totalmente genere e locale.

Vado al Kalinka: c’è mia “sorella” e ci sono i Fargas.
E premetto una cosa: non ho mai ascoltato questa band (in realtà sì, ma c’era l’alcool), non so che genere facciano e non ho idea di quanti album abbiano all’attivo; so solo che sono italiani, sono di Modena, il cantante ha un gran barbone (“ha una barba vera, mica quella hipster o quella che va di ‘moda’…”).

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La band capitanata da Luca Spaggiari è al terzo album e si trova sul palco del Kalinka per presentare il nuovo “Galera”: siamo in quattro gatti, ma possiamo trovare la scusa del “concerto intimo”, e il live suonerà piuttosto bene alle mie orecchie.
Le liriche sono profonde, ricche di metafore e giochi di parole che riprendono amore, morte, vita, allucinazioni, situazioni personali \ reali e tanta, tantissima, malinconia.
Strumentazione e voce realizzano un concerto variopinto, mai monotono: si parte con un registro vocale più rude ed arrabbiato, per poi arrivare a un tocco decisamente più morbido e, qualche volta, marcato da un pizzico d’ironia.
L’arrangiamento, quindi, è in perfetta armonia: due parti, quella strumentale e quella vocale, che vagano sia verso tracce più eleganti ed accurate, sia verso canzoni più dirette e con qualche scatto di rabbia.
Nelle canzoni dei Fargas si sente anche qualche nota pop, qualche tocco di psichedelia, una buona dose di cantautorato italiano e tratti rock-folk; ma il punto in cui converge tutto, a parte la malinconia e i testi fin troppo realistici, è questa sensazione di “evasione”, di libertà che si respira alla fine di ogni brano. O forse è solo una mia impressione, dato che, tra un brano e l’altro, la band prova a spezzare questa visione malinconica, questa triste realtà e quest’atmosfera pesante con qualche battutina divertente.
Una band che si esprime perfettamente su un palco e che, senza troppi giri di parole, piace fin dal primo istante proprio per una certa “semplicità” e complicità col proprio pubblico: forse la scena indipendente italiana non fa così tanto schifo.

Il 19 maggio sono di nuovo dalle mie parti e, chissà: magari vi racconterò in maniera più dettagliata ed esauriente un concerto dei Fargas.

The Veils @ Off Modena

È un parolone chiamare questa che segue “Recensione”, “Live Review”: ecco perché ho deciso di riferirmi a questa band in maniera completamente differente dal solito, ovvero come se stessi parlando a un ragazzo che amo.
Ho scritto una lettera d’amore, dato che questi Veils hanno fatto una cosa bellissima l’11 aprile scorso all’Off di Modena: mi hanno fatto emozionare. Tipo come quando muore Izzie in Grey’s Anatomy; o come quando Joey di “Friends” crede di saper ballare e mostra le sue doti a Phoebe e a Chandler; o quando ho incontrato Dave Rowntree a Bologna; oppure quando MI ABBRACCIO la transenna a Hyde Park perché “ma zio boia, questi sono i Blur e zio can di un porco zio maledetto che cazzo devo fare?” (non era lo zio, era proprio la divinità).
Tutto il delirio da “rincitrullulita” l’ho scritta su RADIONATION, quindi: buona lettura.

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QUI c’è anche la mia chiacchierata via mail col frontman della band.

Live Review: Toy @ Covo Club

C’è questa intro strumentale che mi cattura e mi trascina quasi con forza in questo mondo psichedelico e surreale realizzato dai Toy.
Sul palco del Covo Club, venerdì 28 marzo in occasione della serata dedicata alle sonorità British (Cool Britannia), è il turno della band di Brighton capitanata da Tom Dougall.

TOY band profile

Dall’apertura strumentale fino al quinto brano della scaletta c’è questo ritmo costante e ripetitivo che caratterizza il lato più “oscuro” dei Toy: si denota, quindi, una certa “pesantezza” uditiva che, unita ad un particolare utilizzo delle luci (scure, ma sulle tonalità del blu, rosso, fucsia), crea una piccola scenografia in grado di descrivere visivamente la musica di questa band.
I Toy vagano tra il post-punk, dettagli shoegaze e tanta psichedelia: tra un genere e l’altro, il pubblico ondeggia e, per tutta la durata del live, resta come ipnotizzato da queste sonorità sempre più fragorose ed intense che coprono totalmente la voce del frontman (c’è anche il problema dell’acustica, quindi del cantato si sente giusto qualche vocale aperta e niente più).
Le chitarre, intanto, tendono a scontrarsi ed innalzarsi, anche perché l’intento principale della band è quello di creare un vero e proprio muro sonoro variopinto attraverso queste profonde atmosfere shoegaze.
Ma questo tipo di intensità, ad un certo punto, viene spezzata da canzoni pop con un’influenza più 60’s, da qualche tastierina à la Horrors, da chitarre più sciolte che ricordano i primi Strokes e qualcosina che riprende vagamente gli immensi Cure.

I Toy amano dare colore e diverse forme alla loro musica spaccando il live in due parti ben distinte: da un lato sono presenti sonorità più cupe e vigorose, mentre dall’altro compare questa “dolcezza” psichedelica che fa oscillare (o pogare, soprattutto tra le prime file) ancora di più i presenti.

The Warlocks @ Mattatoio Club, Carpi

Nonostante preferisca una band vestita con Fred Perry, parka o giacca a tre bottoni, devo dire che il binomio giacca di pelle – jeans skinny-strizza-palle mi affascina comunque; e non mi fa schifo nemmeno il ricciolo ribelle, rispetto al capello a fungo tipicamente British.
I Warlocks sono di Los Angeles e, sia per le influenze che per l’abbigliamento, mi ricordano tantissimo i Black Rebel Motorcycle Club.
Questo live mi ha preso un po’ alla sprovvista, quindi mi scuso in anticipo per i tanti-troppi giri di parole, la sdolcinatezza (in mezzo a tutte le atmosfere dark-inquietanti è giusto alleggerire), le ripetizioni e la lunghezza di questo post: è complicato scrivere di un concerto così intenso ed emozionante, soprattutto quando le parole mi sembrano superficiali e vaporose.
Questa è la sensazione che mi hanno dato i Warlocks e, a mio avviso, è un’emozione positiva, bella, unica e quasi commovente: di band che ti lasciano senza parole se ne vedono davvero poche in questo periodo.

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La band di Los Angeles inizia ad esibirsi sul tardi e si nota subito la presenza di quest’atmosfera cupa-rigida che avvolge l’intero Mattatoio Club, quindi non è adatta a chi soffre di acluofobia e claustrofobia.

Bobby Hecksher e gruppo, circa a metà concerto, decidono di interrompere il clima iniziale, pesante e oscuro ma in sintonia col genere proposto, e lasciano entrare sul palco un po’ di “luce”: i cinque ragazzi sono ancora avvolti nel buio, ma ora i loro gesti si vedono meglio e l’arrangiamento è decisamente più leggero, poiché si passa da melodie cupe a sonorità più ipnotiche e psichedeliche.
I Warlocks regalano un concerto in crescendo: ci sono tanti contrasti e da un certo punto in poi ci si rende conto di quanto siano stati influenti i vari Beatles, Velvet Underground, Oasis, Spacemen 3 e Jesus and Mary Chain nella musica di questa band.
C’è anche una vocina nella mia testa che ripete: “BRMC, sono troppo BRMC”: è solo un particolare estetico, dato che i Warlocks, musicalmente parlando, sono più tetri e pessimisti rispetto al genere di Robert Levon Been e soci.
Il contrasto visivo e uditivo fa capire quanto la band sia talentuosa, anche se in mezzo a tutta quella sovrapposizione di chitarre e di ritmi frenetici-ossessivi, la voce del frontman perde il ruolo principale: in una situazione del genere ci vorrebbe un colore vocale basso e intenso, ma, in realtà, Bobby possiede un timbro morbido che tende a perdersi in mezzo al “caos” strumentale.

Una band che scatena tutta la forza suggestiva di questo genere musicale proprio su un palco, e un concerto, questo al Mattatoio, davvero coinvolgente dal punto di vista emotivo.

Crystal Stilts @ Off Modena

La puntualità nello scrivere post in questo periodo non è di certo il mio forte, ma meglio tardi che mai; ma diamo la colpa alle solite cose: serie tv, libri, tesi e altre cose da universitaria\disoccupata in crisi.

Stasera, finalmente, scrivo due righe sul live all’Off di Modena dei Crystal Stilts, band di New York il cui genere principale è quel Post-Punk revival (e non solo) che alla sottoscritta fa impazzire davvero tanto.

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Quello dei Crystal Stilts è stato un concerto che potrebbe essere paragonato a un fiume in piena: ricco nelle sonorità, suggestivo e caratterizzato da tracce che scorrono via velocemente.
Arrivo leggermente in ritardo a questo live (mi perdo le prime 4 tracce), ma, quando mi fermo ad osservare, resto incantata dal sound della band guidata dal carismatico Brad Hargett alla voce.
Il loro è un mix di generi che si lega perfettamente a oscillazioni psichedeliche che compongono la scenografia.
I Crystal Stilts sono la tipica band da revival che ama mescolare e stravolgere i generi per creare qualcosa di personale: dal noise si passa a qualche nota di garage; da piccoli accenni pop, si arriva ad attacchi psych; il post-punk, irrequieto e cupo, viene interrotto da brevi sezioni elettro.
Glaciali e fermi sul palco, ma questo gruppo di New York riesce a scatenare comunque affetti ed effetti nei presenti grazie a un certo fascino (musicale).