Drowner

Se vi piacciono le atmosfere shoegaze, quelle del dream pop e quelle evocate da una voce femminile che mentre canta crea quel fantastico effetto “sussurro”, i Drowner fanno proprio per voi.
Questa nuova realtà viene dal Texas ed è formata da Anna Bouchard (vocalist), Darren Emanuel e Sean Evans (chitarre) e Mike Brewer al basso.

Questo nuovo progetto, che ha dato vita all’album omonimo, è ricco di influenze: dai The Cure ai The Pains of Being Pure at Heart, da Zola Jesus a qualche nota più vicina ai My Bloody Valentine; inoltre non mancano quelle note magiche e quasi ambient tipiche del genere.
Le prime otto tracce che si ritrovano in “Drowner” sono sognanti e profonde, ma anche nettamente contrastanti, leggermente cupe ed esaltate da una dolce malinconia; i due brani che concludono questo nuovo album (“Chime”, “Never Go Away”), invece, sono due remix che tendono ad allontanarsi dal genere proposto dalla band.

Drowner

Schitarrate, melodie new wave e una voce brillante e sublime entrano in collisione tra loro regalandoci così armonie surreali che caratterizzano questo bellissimo esordio chiamato “Drowner”, ovvero un album in cui la sensazione dello sprofondare è davvero un’emozione irresistibile.

Tracklist

01 – Point Dume
02 – Never Go Away
03 – Chime
04 – Wildflowers
05 – Written
06 – Tiny Ship
07 – Here
08 – This
09 – Chime (Apples to Earth Remix)
10 – Never Go Away (Nikki Gunz Remix)

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Future starts slow

L’influenza di Jack White si sente tanto nell’album “Blood pressures”, la nuova uscita discografica di uno dei gruppi più cool di questi ultimi dieci anni: The Kills.

Alison si ritrova ormai a stretto contatto proprio col genio di White, che collabora suonando il basso, anche nei Kills e il nuovo album, quindi, non può che prendere una giusta piega.
Blood Pressures, infatti, risulta come un’opera che colpisce fin dal primo ascolto poiché immediato sia a livello di sound che per quanto riguarda i testi: dopo un solo ascolto qualche melodia resta in mente e non si può fare a meno di canticchiare.
Non è una novità che Jamie e Alison amino mescolare rispettivamente il sound inglese e quello americano: tracce di indie e alternative, con gradevoli sfumature di blues e sano rock à la Velvet underground, non mancano nemmeno in questo nuovo lavoro del duo, anche se, sicuramente, questi riferimenti sono meno “potenti” e accesi rispetto ai lavori precedenti.

Legata alla considerazione precedente, a questo punto, si può parlare di una delle caratteristiche fondamentali di questo nuovo album riguardante la presenza incontrastata di melodie orecchiabili e dannatamente Pop.
Ci sarà una chitarra che ricorda sempre e comunque i vecchi Kills e il loro sound “so cool”, ma il duo, questa volta, punta su tonalità molto più riflessive e meno dirompenti: Alison e Jamie, grazie all’aiuto da parte dell’uomo “da un milione di idee al minuto”, hanno raggiunto una certa maturità e anche questa volta riescono a stupire i loro fan.

“Blood Pressures” è album discreto, piacevole e multiforme, dato l’alternarsi continuo tra tracce decisamente più movimentate e potenti con altre dai toni meno accesi, molto più tranquille e, nel caso di “Wild Charms” e “The Last Goodbye”, vicine al cantautorato.
Nonostante il sound, i testi gradevoli e la presenza di Jack White, sono le voci di Alison e Jamie che, anche questa volta, rendono il loro lavoro così figo e senza paragoni.

Tracklist
1. Future Starts Slow
2. Satellite
3. Heart Is A Beating Drum
4. Nail In My Coffin
5. Wild Charms
6. DNA
7. Baby Says
8. Last Goodbye
9. Damned If She Do
10. You Don’t Own The Road
11. Pots and Pans

Cherish The Light Years

Se gli americani si impegnano, riescono a trattare bene il genere della New Wave e a farne un buon revival: Cherish The Light Years, il nuovo album dei -sempre molto produttivi – Cold Cave, ne è un esempio evidente.

Nel giro di due anni, tra una release e l’altra, i Cold Cave hanno cambiato molte cose, primo tra tutte la formazione, e questo “Cherish The Light Years” può essere considerato come il secondo capitolo della storia del creatore di questo progetto, Wesley Eisold.
Il nuovo album del trio newyorkese, che uscirà il 5 aprile, propone un buon revival della New Wave, con evidenti tracce di Synthpop e Darkwave, unito a una buona sperimentazione che crea delle atmosfere contrastanti e, allo stesso tempo, molto coinvolgenti.

Nonostante questo nuovo album sia stato descritto come un “massive, ambitious love letter to New York”, i sound e le influenze dominanti sono strettamente legati ai maestri inglesi del genere: New Order, The Smiths, Depeche Mode, Siouxie and the Banshees e The Cure.
“Cherish The Light Years” è un vero e proprio omaggio alle band poco fa citate e a questa New\\Dark Wave, genere che si è spento nel corso di questi ultimi anni grazie a band poco creative: proprio la sperimentazione, i sound particolari e l’espressività della voce di Wesley , a tratti davvero sensuale ed intensa, sono gli aspetti chiave di questo nuovo -ottimo- lavoro dei Cold Cave.

L’album scorre via velocemente in nove canzoni, ma queste sono di un’immediatezza unica e plasmano una serie di sensazioni differenti: vi sono tracce synthpop danzerecce e movimentate che riportano direttamente agli anni ’80, tra le braccia dei New Order (“Confetti”); altre, in particolar modo “Catacombs”, fanno spostare la mente dell’ascoltatore da New York a Manchester in pochi secondi, poiché sono una vera e propria dedica d’amore ai The Smiths; “Icons of Summer” è una canzone che viaggia tra passato e presente , o un miscuglio di sound molto più attuali e sperimentali con altri chiaramente anni ’80 e appartenenti ai Depeche Mode; ci sono tracce con piccoli intro Indie\Rock (“Alchemy Around You” e “Villains of the moon”) che sottolineano ancora l’evoluzione musicale tra ieri e oggi.
In “Cherish The Light Years” colpisce, prima di ogni altro sound e atmosfera, la voce di Wesley, sempre molto vigorosa e passionale, che si esprime e “recita” a seconda della canzone.
Atmosfere cupe (“Burning Sage”), altre più sperimentali, psichedeliche, romantiche e danzerecce si mescolano tra di loro senza sosta, creando così un album immediato, coinvolgente e semplicemente meraviglioso.

Tracklist

1. The Great Pan Is Dead
2. Pacing Around The Church
3. Confetti
4. Catacombs
5. Underworld USA
6. Icons Of Summer
7. Alchemy and You
8. Burning Sage
9. Villains of the Moon

Dream a little dream

Mi resi conto di una band chiamata Chapel Club solo qualche mese fa, quando nme iniziò a parlarne in qualche articoletto tra le novità e, successivamente, quando Indipendente annunciò la line-up completa dell’I-Day Festival.
Verso agosto dello scorso anno iniziai a chiedermi chi fosse questa band e cosa facesse, quindi mi misi a cercare qualcosa di concreto da ascoltare, ma apparte youtube e le loro canzoni sul myspace, non trovai nulla.
Andai all’I-Day conoscendo giusto una canzone di questa band e le facce dei cinque ragazzotti bianchissimi: molto cupi, energici, con una presenza scenica decente e grandi amanti del Post Punk Revival.
Mi erano piaciuti tanto, ma anche dopo il loro concerto non trovai niente di quella band, apparte un semplice Ep che non mi colpì più di tanto.
A ‘sto punto non mi resta che dire una cosa: fortuna che in questi giorni è uscito il loro album d’esordio, “Palace“, o li avrei lasciati perdere definitivamente.

Parto nel dire che sono felicissima di poter scrivere note positive su quest’album, perché questi Chapel Club non fanno uso smisurato di synth e tastierine strane, per cui niente revival della New Wave come gli ultimi Editors e i nuovi-pessimi White Lies, ma riprendono solo il Post Punk e l’essenza rock di ‘sto genere.
“Palace” è un buon album e ricco, ovviamente, di influenze e di cose già sentite: la voce cerca di essere lugubre e misteriosa in onore del Dio Ian Curtis, ma al massimo arriva ai livelli di Scott dei The Cinematics e dei giovani vocalist inglesi di quest’ondata musicale.
L’arrangiamento è decente e si mescola tra canzoni con sonorità più malinconiche e deprimenti ad altre caratterizzate da atmosfere più sognanti ed intense, presenti soprattutto nelle prime tracce.

Qualche sfumatura dei The Smiths, ma molto più cupi; leggere note di shoegaze e roba anni ’90; i White Lies dell’album precedente; i primi Editors: questi sono, per spiegare meglio le influenze e la loro musica, i Chapel Club, con l’unica differenza sostanziale che “Palace” è il loro album ed è estremamente personale, oltre al fatto di non avere atmosfere piatte e monotone rispetto alle sonorità dei White Lies.
La “copia della copia”, il revival del revival, del genere originario e pieno di roba già sentita, ma intanto questo album d’esordio è davvero variopinto, suggestivo e a tratti molto “ipnotico”, tanto da ascoltarlo più volte in loop.

Tracklist
1. “Depths”
2. “Surfacing”
3. “Five Trees ”
4. “After the Flood”
5. “White Knight Position”
6. “The Shore”
7. “Blind”
8. “Fine Light”
9. “O Maybe I ”
10. “All the Eastern Girls”
11. “Paper Thin”

F(Y)uck Yeah

Anno nuovo, concerti-album-band nuovi.
Si chiude un 2010 musicalmente sublime e si spera che questo 2011 sia, più o meno, allo stesso livello dell’anno precedente.

Inizio l’anno a parlare di una delle band rivelazioni, iniziamo piuttosto bene quindi, del 2011.

Le sonorità di Londra, del New Jersey e di Hiroshima si fondono tutte insieme creando uno degli album più interessanti, piacevoli e da consumare di questo 2011: sto parlando degli Yuck e del loro album omonimo che uscirà a febbraio.
Il nome della band sta a significare qualcosa del tipo “fesso”, ma questi Yuck non sono poi così stupidi.
Non ci sono sound tipici-“folkloristici” delle tre città elencate, ma sicuramente quest’album presenta più generi e tantissime influenze: c’è del noise, che riprende gli Sonic Youth; ci sono tracce di Indie Rock, probabilmente per fare riferimento e dichiarare amore a band come Pavement o Dinosaur Jr; ci sono tantissimi riferimenti alla musica Pop, quella più delicata e orecchiabile che non fa mai male ascoltare; ci sono brani shoegaze e dream pop in cui le voci dei vocalist (ragazzo\ragazza) interagiscono tra di loro garantendo effetti suggestivi ed atmosfere piuttosto sognanti.
Ripeto: questi “Yuck” tanto fessi non lo sono, anzi propongono una sottospecie di “revival” dei gruppi sopra elencati e si staccano da quello “lo-fi \\ surf-rock” che ha letteralmente invaso i media e le orecchie degli amanti di quel genere chiamato “Indie”(beh questa band lo è per davvero, o non avrebbe mai messo dei brani del nuovo da scaricare sul blog).
La band fondata da Max Bloom e Daniel Blumberg tenta, dunque, di rivoluzionare la musica dello scorso anno per arrivare a sonorità già sentite, certo, ma allo stesso tempo innovative e per niente banali.

Tra brani energici-vitali

ed altri molto Dream – Pop,

chi ascolta si dimenticherà dei The Drums, Beach Fossils, Wavves, Best Coast e via dicendo proprio in favore di questa band.

Tracklist

1. Get Away
2. The Wall
3. Shook Down
4. Holing Out
5. Suicide Policeman
6. Georgia
7. Suck
8. Stutter
9. Operation
10. Sunday
11. Rose Gives A Lilly
12. Rubber

Music when the lights go out

Il titolo del post, l’ultimo di quest’anno, ha senso: prima di un concerto ci sono le luci accese, si nota l’ansia sulle facce gente che hai intorno e si sentono solo voci; a un certo punto tutto questo scompare e le luci si spengono, a volte c’è il fumo, la band sale sul palco e inizia la musica.

Questa è l’ultima parte del post “classifiche di ‘sta ceppa del 2010” dedicata ai dieci live più entusiasmanti, deliranti, malati che ho visto proprio quest’anno.

1.

La band che ho vissuto appieno, sia nei momenti di estrema gioia che di massima tristezza.
Dopo il concerto di Edimburgo si torna a casa con un “hollow heart” e nel giro di 4 settimane si va a Bruxelles, di nuovo, per questa band del cazzo (davvero eh) che riempie un locale di 1000 persone a malapena: fanno sold out, certo, ma “who the fuck are foals?!”
Improvvisano, giocano, si ammazzano, scompaiono quando corrono sulla scalinata del locale di Edimburgo e cadono, sono imprevedibili e sono davvero bravi: nel live, questa band si impegna tanto ed esprime, attraverso la musica e spaccando le drumsticks su un tamburo, le proprie emozioni sul momento.
La loro musica è un mare in tempesta che ti fa annegare e respirare allo stesso tempo: roba da strapparsi i capelli e temere la propria vita perché uno di loro sul palco è talmente incazzato che ha voglia di uccidere-uccidersi.
Poi ci sono dei dj set, c’è il palco del dj set dove balli con qualcuno di loro “Odessa” di Caribou (roba che in Italia non ti metteranno mai) e altre canzoni elettro (mi pare di aver sentito pure Darkstar ma ero troppo ubriaca per dirlo con certezza ora) che sono proprio belle, non sono tunztunz e ti fanno ballare fino alle 5 di mattina…
…E poi saluti tutti, o meglio quei tre che ti hanno tenuto compagnia, con quasi le lacrimucce agli occhi, e riparti un’ora dopo per tornare in Italia.
Ormai sono 40 le ore passate in piedi senza chiudere occhio: si arriva a Bologna, con i vestiti che puzzano di birra e i capelli che puzzano di birra e fumo, bloccata dalla bufera di neve e, infine, tiri giù santi-cristi e madonne perché devi guidare e le strade fanno schifo; si arriva a casa devastata e si crolla alle 19 sul letto dormendo fino alle 11 di mattina del giorno dopo )con i capelli che puzzano, ancora, di birra e fumo).
Solo per loro.
Le lezioni di bolognese, i viaggi, i km a piedi, i musicisti che hai conosciuto e le facce da “oscar”: “ehi Walter!!!!” e Waltey, il vatusso con le gambe di 2 metri, che si gira come per dire “sì, ok ripigliati che tra un po’ cadi tanto che sei sbronza eh!”; poi l’indimenticabile“dobbiamo farci 7km fino in hotel… e con l’alcool viene meglio!”, quando il nostro uomo, un po’ pirla certo ma senza di lui io e Simo non saremmo mai entrate a Bruxelles e all’aftershow, fa un verso tipo “errr”, sbuffa e ci guarda come per dire “state proprio male”.
Solo per loro II.
Oppure ti fai quei 7 km a piedi -dopo aver parlato per un buon 10 minuti con un tizio che ti abbraccia\stritola nemmeno fosse un amico che rivedi dopo mesi e mesi di distacco; una foto del genere

che ti fa riflettere:“oh cazzo, ma questo ci ha provato di brutto e io sono una pirla”; senza pensare alle conseguenze, tipo il male atroce alle gambe o la “pipì da birra” e nessun pub nei paraggi.
Fare km e km solo per loro perché ti ripetono più volte che l’Italia è un bel posto per le vacanze, oppure non vengono perché sono poco conosciuti (= non è stata una bella esperienza quella del 2008 eh…).
Urlare fuori dal locale e fino in hotel parole in accento bolognese; cantare le canzone degli smiths, dei blur, la versione allegra di spanish sahara e quelle dei libertines senza pensare.. senza pensare al freddo che fa, perché con tutto l’alcool che si ha in corpo, in quell’istante si hanno i calori.
La birra extrastrong, per dire che vogliamo tanto alcool dentro e poche bazze, quando invece è la double malt beer che dobbiamo chiedere. La furbizia. La birra rossa è spettacolare.
Solo per loro III.
Va beh, era halloween e stavamo male: abbiamo visto anche due ragazzi svestiti da mignotte e con solo una minigonna (erano due universitari. Figata vedere certi personaggi di notte: voglio trasferirmi a Edimburgo).
Freddo, calori, shampo con la birra, aerei, concerti meravigliosi, gente gentilissima, panini buonissimi, pioggia che distrugge scarpe e ombrelli, tizio che suona la fisarmonica con la maschera dell’assassino di Scream, il freddo gelido e la gente seminuda per strada, i muffin, l’accento scozzese, dvd dei kol in hotel, due deficienti che non sanno far funzionare un dvd, la colazione epica di Edimburgo, cinque pirla, le bestemmie liberatorie in hotel e in giro per strada (chi vuoi che le capisca), i 15 album comprati e schiacciati nel bagaglio a mano, la birra scroccata, il telefono lanciato a terra per scatenarsi, le bestemmie contro unicredit, le cinque facce -da cazzo- sul fly magazine, il dickhead e la stretta forte al polso da parte di un ragazzo con la spugna al posto dei capelli, l’hotel puzzolente di Bruxelles, la bestemmia prima-durante-dopo il concerto (chi vuoi che ci capisca 2), i “rossi” di Edimburgo, SpongY, pesciolino, polipo, zio poldo (la fauna marina insomma), provoloni, il batterista gentleman, il macrocefalo, l’uomo con i labbroni, stecchini al posto delle gambe, roba da manicomio, il francese incomprensibile, l’invito in hotel, i “socc’mel-grazie-cazzomerda” insegnati, l’aver ballato con loro e aver parlato con loro di musica, averli conosciuti un po’ a fondo “meno musicisti e più persone” (scoprire che non sono persone ma solo dei grandissmi pirla che potrebbero farti compagnia durante la lezione di antropologia culturale), aver conosciuto tanta gente che ti guarda come per dire “non ce la fai” quando loro stanno messi peggio di te, non pensare, divertirsi e stare belli ubriachi in compagnia fregandosene di quello che succede in Italia e di tutto il resto: There’s a thing called Love (per i Foals).

2. Arcade Fire.

Il concerto in contrapposizione a quello dei Foals: non c’è improvvisazione, la presenza scenica è discreta e i musicisti non sono dei pazzi scatenati che vogliono uccidere-uccidersi.
Gli Arcade Fire sono musicisti seri, si impegnano e la loro musica è un miscuglio di atmosfere e sensazioni gradevoli.
Uno dei live più belli dell’anno: il loro show, nonostante sia premeditato e Règine sappia già le mossettine da fare su “Sprawl II”, è semplice e allo stesso tempo cattura in maniera impressionante i presenti.

3. Kings Of Leon

…o la band più “figa”, nel senso di estetico, dell’universo; ma lasciamo da parte gli ormoni svolazzanti e diamo spazio alla musica di questa band.
La voce di Caleb è mostruosa ed è lui che tiene in mano il pubblico del Futurshow. Nonostante la mancanza di troppi pezzi vecchi e la presenza di troppi pezzi nuovi, questo concerto è stato straordinario.
Peccato l’acustica e peccato io preferisca le band minchia che si uccidono su un palco.
La presenza dei Kings of Leon consiste nell’incantarsi e sbavare, ma tutto questo merita eh.

4. Frightened Rabbit.

Presente le fisse? Se non fossero venuti in Italia, avrei fatto un viaggio à la Foals e sarei andata in Europa a vederli da qualche parte.
Una delle band del genere (indie-folk-rock e bazze simili) più brave che abbia mai visto: un misto tra sonorità tipicamente scozzesi, molto folkloristiche, e una voce, calda e profonda, americana. Che carucci poi.

5. Crystal Castles. “Alice alza la voce come fai su album perché all’estragon si sente poco”: nonostante questo piccolo problema tecnico, il live dei Crystal Castles è stato malato e fuori di testa.
Ballare-pogare-cadere a terra, ma divertirsi come non mai e uscire che sei un bagno di sudore: ne è valsa la pena, certo, ma se mai dovessi rivedere questa band, solo ed unicamente all’estero.

6. The Divine Comedy.

Andare a un concerto e conoscere a malapena solo l’ultimo album di una band o di un musicista, Neil Hannon, che ha una carriera musicale che parte dal 1989.
Spettacolo\ Commedia Teatrale intimo, stupendo, ricco di emozioni e tanta buona musica.

7. Mystery Jets.

Che carucci parte II. Mi aspettavo una band indie sul livello dei Cinematics, Teenagers, Pete and the Pirates… Quanto mi sbagliavo.
Rispetto a tutte le band che ho citato ora, questi Mystery Jets hanno qualcosa in più, sono molto innovativi e inseriscono più spunti rispetto ad altre band, ma la voce di Blaine Harrison poi….

8. 65 Days Of Static.

Una band della madonna, davvero preparata e che riesce a passare da un intenso Post-Rock a un’ Elettronica fuori dal comune e davvero malata, presente soprattutto negli ultimi lavori della band.
Concerto molto suggestivo, ma che sauna!

9. Toro Y Moi \ The Invisible.

Due gruppi spalla che si meritano un posto in questa classifica. Bravissimi: il primo trio ricerca nuove sonorità sognanti e spensierate che avvolgono il pubblico di Edimburgo; il secondo trio, invece, ama la parte strumentale e mischiare più generi e influenze.

10. Carl Barat e suoi amichettii.

Nonostante non abbia amato le sue canzoni da solista live, devo ammettere che Carletto è sostenuto da un’ottima band e le canzoni dei Libertines hanno fatto l’effetto “oddio, i LIBERTINEEES”. Durante il concerto ho urlato più volte quella frase, nonostante mancassero Peter, John e Gary, proprio a causa del mio amore nei confronti di quella band.
Ok basta.

Poi ci sarebbero:
I Fanfarlo, band sorprendente o figliastri degli arcade fire; i Chapel Club, altra buona rivelazione più “dark” e meno “indie”; i Modest Mouse e l’acustica di merda; i Blink 182 con un ottimo batterista e due che cercano di cantare ma, in realtà, vogliono distruggerti le orecchie; i Sum 41, meglio di quanto pensassi e meglio dei blink 182 live; I simple plan e gli all time low che vorresti vedere morti; i Crystal Castles,bravissimi e coinvolgenti, ma alice…la voce?!; quel pervertito adorabile di Adam Green (x2); quei due personaggi dolcissimi dei Blood Red Shoes; quei folk-ora mi addormento dei Rumble Strips; coinvolgenti e devastanti, nonostante tutto, sono i soliti Linea77; quei mocciosi bruttissimi che fanno tanto gli inglesi, ma in realtà sono francesi e fanno divertire anche un cinquantenne, dei Teenagers; quelle furie incazzate de Il Teatro degli Orrori; il dj set del Kapranos e il Kapranos che non ce la fa a fare il dj, ma che uomo meraviglioso; la simpatia e la dolcezza dei Courteeners; la semplicità dei Pete and the Pirates e Mystery Jets; la dolcezza pura e l’affetto degli scozzesi, Frightened Rabbit e Cinematics; lo spettacolo fuori di testa e strappalacrime, dalle risate, degli EELST; l’energia dei Male Bonding; l’americanaggine dei Band of Skulls, che ricordano tanto White stripes e Kills; la nuova band di Carl Barat, davvero preparata, e le canzoni dei libertines “ballate-urlate” nemmeno fossimo a un concerto dei Libertines; la nuova band dell’ex placebo Steve Hewitt, bravissima; la bravura impressionante degli Invisible; la ricerca di nuovi suoni e atmosfere sognanti da parte di Toro y Moi e Pet Moon; la provolaggine e i balletti sugli Swimming; la gentilezza degli You Say Party e di quella persona sublime che è Adam Ficek; la bonaggine dei KOL e il pacco in primo piano del cantante dei The Whigs; l’eleganza e il fascino di Neil Hannon; la tecnica e l’impegno dei The Notwist; l’amore profondo e che per ogni minima cosa c’è un messaggio su facebook (vero Simo??) per quei Cinque Brutti Cessi e per chi lavora con loro; il delirio post-rock\elettro dei 65daysofstatic in un locomotiv che può fare da sauna; i gruppi italiani tanto carucci, pure questi: Le Altre di B, Matinèe, Heike has the Giggles, Joycut e tutti gli altri…

Ho perso troppe band, ma recupererò prossimo anno: mi basta sapere che vedrò Everything Everything, Foo Fighters, PULP (CAZZO I PULP) e finirò a qualche festival all’estero…
Buon anno X

Top of the world…

Scegliere 10 album su 250 ascoltati è stato davvero difficile, a parte per le prime 3 posizioni che erano già state selezionate da più di un mese (nel caso dei primi due da maggio).
Ascoltati e sentiti in vari modi: in macchina, anche di notte, a un volume improponibile per fuggire da tutti e da tutto, “away from the city\away from the light” canterebbe qualcuno; in camera allo stesso volume di quando li ascoltavo macchina facendo vibrare i vetri delle finestre e fissando il vuoto; in sottofondo mentre leggevo\studiavo; mentre bestemmiavo e basta; mentre mi sfogavo e guidavo in strade buie desolate; dalla prima all’ultima traccia; dall’ultima alla prima; prima di un concerto; dopo un concerto; col mal di testa; durante i viaggi mentali e quelli vari e reali; alle 5 di mattina e ad ogni orario impossibile quando tutto tace, c’è buio e nessuno rompe le palle (tipo ora).
Per quanto riguarda i primi 3 album resto molto soggettiva, mi hanno colpito tanto e anche il doppio live dei primi in classifica mi ha condizionata tanto, ma il resto..
Beh il resto è così:

10. Fang Island – Fang Island

Voce in secondo piano e quasi inesistente, parte strumentale onnipresente e riffs profondi e frutto di buona tecnica: in poche parole l’album omonimo dei Fang Island.
L’album scorre velocemente in dieci pezzi post rock, con qualche minimo riferimento all’elettronica, dalle tonalità vivaci e piuttosto spensierate.

9. Tame Impala – Innerspeaker

Psichedelico, geniale e uno degli album più suggestivi dell’anno.
“Innerspeaker” è l’album del 2010 che ci riporta ai tempi di Woodstock, del LSD e di una psichedelia piena di creatività e unica.

8. Darkstar – North

“North” rappresenta il naufragio e, allo stesso tempo, una sorta di “quiete dopo la tempesta”: l’album, infatti, presenta evidenti spunti Pop molto orecchiabili che, però, entrano in contrasto con un lato oscuro.
Un album “Pop-Wave” surreale e ricco di sperimentazione, perché, nonostante tutto, ciò che domina è l’elettronica.

7. Arcade Fire – The Suburbs

L’album che mette tutti d’accordo, perché gli Arcade Fire sono dei Musicisti seri e che amano fare bene il proprio lavoro.
The Suburbs è l’album “universale”, l’album per tutti: ci sono i soliti spunti legati alla classica, meno rispetto agli album precedenti; c’è dell’ Indie Rock ben costruita (Month of May \ Ready To Start); ci sono dei pezzi intensi ed eseguiti con una certa rabbia ( The Suburbs).
L’album per tutti e che porta al successo, meritatissimo, la band capitanata da Win e Regine Butler.

6. Everything Everything – Man Alive

Il riassunto degli ultimi album usciti nel Regno Unito in questi ultimi anni.
Non sono indie rock e non sono nemmeno una band elettro. Sono un miscuglio tra i due generi? Nemmeno, o forse sì. Particolari, pungenti e tanto innovativi, soprattutto a livello vocale: la band si stacca dalla tipica scena musicale di Manchester alla ricerca di nuove sonorità.
(Sento che questi diventeranno la mia nuova fissa del 2011, in seguito al concerto di marzo al covo…)

5. Liars – Sisterworld

Uno dei primi album di cui mi sono realmente innamorata quest’anno è il “lato oscuro”\\”mondo parallelo” dei Liars.
Quest’album è la rappresentazione, a livello uditivo, dell’inquietudine, della paura vera e propria e del terrore: la band è grande amante della sperimentazione e trascina l’ascoltatore in questo suo nuovo mondo.

4. Pantha Du Prince – Black Noise

Il “Black Noise” è ciò che percepiscono gli animali prima di una catastrofe\tempesta e l’intento dell’artista tedesco è proprio quello di racchiudere, in 11 tracce, alcune sonorità che andrebbero sentite in assoluto silenzio per poterle identificare al meglio.
Intenso e ricco di atmosfere sognanti: il produttore-musicista ricerca, grazie a queste caratteristiche, il rapporto tra uomo e natura.

3. Ariel Pink’s Haunted Graffiti – Before Today

L’album che racchiude alcuni “revival” di quest’anno: c’è stata l’esplosione del surf rock, del lo-fi, del noise e della musica sperimentale. Un riassunto di tutto questo è proprio in “Before Today”: psichedelico, ricco di sfumature pop e pieno di riferimenti, che partono da influenze retrò appartenti agli anni ’60 fino ad arrivare a dettagli degli anni ’80, riprendendo anche la rivoluzione musicale di questi ultimi anni.

2. Caribou – Swim

Sperimentazione ed elettronica pura e delirante in 43.11 minuti.
Swim è ricco di sinestesia, o quella forma retorica utilizzata soprattutto nel periodo del decadentismo \ corrente estetismo, che mescola sensazioni ed emozioni. L’album del 2010 che trasforma un’atmosfera, o una giornata piatta, in colori\immagini e sensazioni varie: è l’album dell’anno da gustare, sentire e vedere.

1. Total Life Forever – Foals

Sono la mia band “cicci” del 2010 (=They give me this western feeling). Anche nel 2008 mi avevano catturata per “ma questi stanno male” e colpita per tutta la rabbia e gli aspetti danzerecci che presentavano in “Antidotes”, ma mai quanto Total Life Forever (non oso immaginare se fossi andata nel 2008 a Milano a vederli). Non sto a scrivere altro, tutto il mio amore per loro è qui.

Oltre a questi dieci, mi pare giusto citare altri album meravigliosi: “Further” dei Chemical Brothers; “There is love in you” di Four Tet, molto vicino a ciò che combina Caribou; le atmosfere leggere e elettro-pop di “Acolyte” dei Delphic; quella meraviglia di “Hidden” dei These New Puritans; “New Inheritor” dei Wintersleep, la band canadese che mi ricorda un miscuglio tra Interpol e Arcade Fire; “Everything in between” dei No Age; “Suburban Timebombs” dell’ex babyshambles, Adami Ficek; il II capitolo dei Crystal Castles…
Tantissimi album, alcuni mi mancano e spero di recuperarli presto, che, almeno per quanto mi riguarda, resteranno nella mia testa e orecchie per moltissimo tempo.