Occhiali da sole osceni e Muse.

Ieri pomeriggio alle 16 non avevo nessuna intenzione di andare a vedere i Muse al futurshow di Bologna: appena arrivata volevo essere da tutt’altra parte e ripetevo in continuazione che volevo vendere il biglietto per andare a vedere Cribs e Franz Ferdinand in Germania.
Dopo un buon cappuccino e una buonissima fetta di torta al cioccolato svedese, presa chissà dove (Ikea), mi è salita la famosa “ansia-muse”: questo tipo di ansia solitamente mi viene una settimana prima di vedere i Muse, ma ieri mi è venuta 3 ore prima del concerto.
Dopo il giretto da Ikea, io e Robi torniamo davanti al futurshow, sempre più convinti di andare in tribuna e non nel parterre per paura di non vedere nulla: a un quarto d’ora dell’apertura cancelli, troviamo due ragazzi che vogliono scambiare i loro posti in tribuna per due parterre.
Evito parole sulla gente presente al concerto: i Muse hanno un pubblico vastissimo e molto vario, fin troppo. Non aggiungo altro, ma potete immaginare.
Io e Robi andiamo davanti all’ ingresso 4 per i posti in tribuna attendendo l’apertura dei cancelli; la security apre l’ingresso per il parterre e vedo-sento di tutto: gente che corre come se fosse alle olimpiadi o come se fosse il primo giorno di saldi, persone che ULULANO o emettono strane urla, gente impazzita che spinge per poter entrare fregandosene di altre persone…
Ovviamente lì in mezzo, e per fortuna, c’è anche gente normale che ha fatto fila per ore e ore: fino a qualche mese fa, vedi concerto di Franz Ferdinand e White Lies il 14 luglio, anche io ho fatto fila dalla mattina presto per stare davanti e tenermi stretta a una transenna, prendendo poi un sacco di botte e non essere abbastanza preparata, poi, per scrivere qualcosa di sensato su un blog, ma solo ricordi spezzati o frantumati, saltando l’essenziale.
Ieri sono entrata, per la prima volta, tranquilla, pronta con il mio quadernino per appunti (per la scaletta e altro) e tanta voglia a rivalutare il mio gruppo preferito.
Alle 19.30 circa iniziano i Biffy Clyro, ma io pensavo troppo ai Muse e non ero affatto lucida: sentivo solo forti schitarrate e basta.
Alle 20.10 circa finiscono i Biffy Clyro e sul mio quadernino per appunti scrivo questo:
“Tribuna. Occhi lucidi. 4° concerto dei Muse dopo 2 anni di assenza. Cazzo quanto mi mancano. Li amo! Altro? No, solo che.. non ho parole per descrivere quello che sento. Ho la felpa dei Franz Ferdinand: appena arrivata pensavo ai 4 di Glasgow, ora penso solo ai 3 del Devon. Il loro concerto deve ancora iniziare, ma so con certezza che non mi deluderanno: non ho dubbi.
Amo questo fottuto posto in tribuna. “Mascara bleeds into my eye” cantava Alex, ma…”.

Si spengono le luci, boato incredibile e smetto di scrivere: no, è solo uno scherzo, ancora niente Muse.
Compaiono di nuovo le luci, ma solo per qualche minuto: di nuovo boato generale di un pubblico immenso e straordinario, intro di qualche minuto ed entrano i Muse, su tre piattaforme alte: la stessa altezza di dove ero io.

Uprising
Resistance
New Born
Map of the Problematique
Supermassive Black Hole
MK Ultra
Interlude
Hysteria
Nishe
United States of Eurasia
Cave
Guiding Light
Helsinki Jam
Undisclosed Desires
Starlight
Plug In Baby
Time Is Running Out
Unnatural Selection
Encore:
Exogenesis Symphony: Part 1 (Overture)
Stockholm Syndrome
Man With A Harmonica
Knights of Cydonia

Non so cosa ho provato quando sono entrati, non lo so, ma ho visto:
il Bellamy con gli occhiali da sole del video di “Undisclosed Desires” che erano a dir poco osceni; Chris con dei baffetti alla Kapranos , quindi non come quelli molto “cowboy” di qualche anno fa, oriribili; e Dom che nemmeno inizia “Uprising” e già se la ride.
La scaletta non è stata male: ci sono molti singoli, e questo fa capire come sia cambiato il pubblico dei Muse, e pochi pezzi di Origin e Showbiz; beh, del resto dovevano promuovere l’album nuovo.
“Undisclosed Desires” e” Guiding Light” non le ho proprio rivalutate: sono e restano oscene anche live, scartando ovviamente la voce del Bells che regge per tutto il concerto ovviamente, col basso e batteria quasi inesistenti; le altre canzoni di The Resistance, Mk Ultra e Unnatural Selection su tutte, live rendono meglio rispetto l’album:e come nel 2006, quando rivalutai “Absolution”, ora rivaluto in parte “The Resistance”.
Tecnicamente sono cresciuti, in particolar modo l’ometto-teletubbies sempre sorridente alla batteria: l’improvvisazione batteria-basso prima di “Undisclosed Desires”, è stata a dir poco perfetta e maestosa; Matthew e Chris più che cresciuti tecnicamente, si sono perfezionati.
Un gran bel concerto, forse fin troppo perfettino dato che sembrava uno show tutto preparato: il solito discorso finale di Dominic, i “gruazie muille” del Bellamy, molto freddo dato il suo scarso dialogo col pubblico (fisicamente, per tutti i saltelli da puffo, le sue scivolate sul palco, ma soprattutto quella sua voce così perfetta, lo rendono un frontman folle e geniale che fa divertire, e tanto, il suo pubblico) e proprio questa freddezza che ha fatto andare il concerto “troppo veloce”.
Vogliamo parlare di scenografia?
Ecco come i Muse “buttano via” i soldi dei biglietti dei fan: giochi di luci, piattaforme che si alzano improvvisamente, laser e via dicendo.
Scenografia da premio oscar, non c’è altro da aggiungere.
Sfortunatamente nella “scenografia” mancavano i pantaloni multicolor e la camicia leopardata di Dominic, ma al contrario Mr Bellamy si è presentato con dei pantaloni turchesi (stupendi) che facevano invidia ai puffi.

Dopo 2 ore piene di concerto finisce tutto e il mascara alla fine è colato poco, per fortuna o mi ritrovavo la faccia da Yattapanda, ma giusto perchè non hanno fatto Space dementia…ok mi fermo o inizio a lamentarmi della scaletta.
Per i Muse non andrò a Torino, anche perchè sarà uno spettacolo simile a quello di ieri con una scaletta uguale, quindi aspetterò un festival inglese per rivederli (probabilmente Glasto) e non di certo S. Siro dato che per vedere e SENTIRE decentemente si deve pagare 50 euro, e questi miei 50 euro li uso come biglietto a\r per uno di questi festival (e un muffin enorme al cioccolato).

Ringraziamenti finali:
– a colui che mi sopporta sempre, Robi;
-persone che ho rivisto dopo un bel pò di tempo, quindi Francesca, Arianna, Chiara e Mauro;
– coloro che ho conosciuto di persona, anche se ho visto per poco tempo (poi ci organizzeremo per una reunion): Alessandra, Fullo e Betty.

Prima o poi posterò qualche video, venuto malissimo, ma la qualità audio è buona (compreso un mio bel Porco D** su Exogenesis, ma dettagli!!!).

Let’s fuckin’ Wrestle!!!

C’è un sito web, chiamato Last.fm, che la scorsa settimana mi ha consigliato un gruppo indie-pop-rock, molto più famoso in UK che in Italia, ovviamente:
I Let’s Wrestle.
I Let’s Wrestle si sono formati a Londra nel 2005, ma solo nel 2007 hanno iniziato a farsi conoscere dal pubblico, grazie a NME.
Il gruppo è formato da:
Wesley Patrick Gonzales, chiamato WPG (voce e chitarra);
Mike Ankin, chiamato Mike Lightning (basso e voce);
Louis Scase, chiamato Darkus Bishop (batteria).
Ieri mi sono recata al Covo Club di Bologna molto incuriosita da questo gruppo.
Il concerto del trio di Londra inizia alle 23.30, dopo “l’esibizione” di un gruppo italiano che riprendeva lo stile, nell’abbigliamento, di Kooks e Strokes, ma di cui non sono riuscita a capire molto, musicalmente parlando, a causa dell’acustica pessima.
Il pubblico del Covo fino a 10 minuti prima del concerto dei Let’s Wrestle comprendeva a malapena una decina di persone, poi , fortunatamente, è arrivata più gente.
Alle 23.30 arrivano i Let’s Wrestle, con la mia paura per l’acustica, ma alla fine non è andata così male come per il gruppo spalla e sono riuscita a godermi il concerto.
Il gruppo si presenta con: il cantante chitarrista mezzo nerd, il bassista a.k.a il belloccio e il batterista più nascosto, di cui vedrò solo la testa.
Dopo qualche canzone mi rendo conto che questi tre ragazzi di Londra sono parecchio bravi e molto validi, a differenza di altri gruppi indie visti un pò di tempo fa:
WPG, ad esempio, riesce ad arrivare in alto con la voce e non stona; la sua è una voce pulita e sicura che non ha paura di sbagliare e questo lo dimostra cambiando tono della voce tra le varie canzoni.
Mike , il bassista, sembra essere il vero frontman della band poichè cerca sempre il dialogo col pubblico in modo tale da coinvolgerlo il più possibile: tecnicamente parlando è un buon bassista, che come il resto della band deve crescere, anche perchè sono solo agli inizi e devono cercare di affermarsi continuando i loro live.
Il batterista, Louis\Darkus, è molto nascosto rispetto agli altri due componenti, anche perchè il “palco” del Covo è minuscolo e non consente movimento, ma tecnicamente picchia tanto, è veloce e si fa sentire.
Le loro canzoni live danno tanta energia , garantiscono movimento e fanno divertire tanto il pubblico di Bologna: non sono brani monotoni, ma variano e sono caratterizzati dalla giusta dose di spensieratezza e allegria.
Durante il concerto si riesce ad individuare l’influenza di altri gruppi del genere, e non, sul trio di Londra; per citarne alcuni: Libertines, Fugazi, Rakes, Art Brut, Pete & The Pirates…
Come ogni concerto che si tiene al Covo, questo dura meno di un’oretta e alle 00.25 finisce tutto, così come al merchandise sono terminati l’ultimo album e l’ep (meno male che c’era l’ep del tour).
Consiglio veramente di ascoltare, ma soprattutto di andare a vedere live questa band: giovane, vivace e che farà strada.

Voto del concerto: 8

-7 ai Muse.

The Resistance

Prima di iniziare a parlare del 5° album dei Muse, “The Resistance”, voglio fare una piccola premessa: dite addio ai cari vecchi muse e date il benvenuto (oppure no) a questi nuovi Muse, piuttosto ambigui. non riconoscibili e tamarri.
(Proprio ora sto ascoltando un live dei Muse del’97: ehh addio miei cari vecchi Muse).

Ok: posso iniziare a parlare del nuovo album dei 3 sorci che è uscito oggi in Italia e il 14 nel resto del mondo.

Questo, almeno per me, è stato uno degli album più attesi del 2009: non ho mai avuto paura di ascoltare un album, ma questa volta sì.
Avevo paura di ascoltare The Resistance perchè temevo seriamente di essere delusa, poi tre giorni fa circa ho deciso di aggregarmi al gruppo di MuseLive e ascoltare questo dannato album, che è in loop.
Album che mi ha lasciato senza parole in parte e delusa dall’altra: si può parlare di un doppio, presente tra una canzone e l’altra o contrastante nella stessa canzone.
Sicuramente è un album che deve essere ascoltato con tanta calma e pazienza, ma a differenza di quello delle Scimmie, ha riferimenti confusi e che con i Muse non c’entrano proprio nulla : Undisclosed desires potrebbe essere una canzone di Justin Timberlake e compagnia ; la parte elettronica, che ha turbato ogni band del genere, di Uprising e di Guiding Light è ben lontana da quella dei cari Depeche Mode e compagnia, è banale, ricorda la musica anni ’80 più scadente e in certi casi un pezzo di Marylin Manson; Mk Ultra una canzone dei nuovi Placebo.
Altre canzoni hanno riferimenti più azzeccati, o circa: insomma, al Dr Jekyll si alterna l’odioso Mr Hyde.
United States of Eurasia, Exogenesis, in parte Unnatural Selection e in parte I Belong to You hanno ben altre influenze e sono più legate ai Muse: ritorna lo stile di Absolution; minimi riferimenti ai Queen, usati magari per esaltare di più la parte cantata; riferimenti ai Musical anni ’60, per esempio quando il Bellamy inizia a cantare in francese su I Belong to You; la musica romantica dell’800 spettacolare che fa dimenticare tutto ciò che è prima di Exogenesis (stupenda) oppure Collateral Damage, composizione di Chopin.
Un album piuttosto vario e multiforme, in certi punti piacevole, in altri non troppo; un album che dividerà in due parti contrastanti i fan dei Muse: delusione oppure no.
I Muse si sono evoluti verso una direzione piuttosto ambigua e sconcertante: sembra che in parte vogliano dare il meglio di loro stessi, ma nell’altra si mettono in mostra con canzoncine banali e non loro, vogliono solo puntare al successo e al fare soldi.
Tecnicamente The Resistance non è da buttare, nonostante si senta la forte differenza tra canzoni impegnate e quelle che sembrano buttate lì a casaccio.
Sui testi delle canzoni non c’è niente da dire: rimane lo stile dei Muse, ma in certi casi potevano essere messi in rilievo in modo differente (Undisclosed Desire, la canzone tamarra, per esempio).
Quest album non supera Black Holes and Revelations e mostra come questi vogliano evolversi in più generi, un aspetto che non deve essere considerato negativo, anzi; è un peccato però che allo stesso tempo cadano così in basso su certi brani.
E’ sicuramente un album che non provoca emozioni forti, almeno fino a Exogenesis, nonostante testi profondi, e che può essere ascoltato inizialmente con molta calma per formare un proprio giudizio e poi con molta più tranquillità.

Voto: 6.5 – giusto per Exogenesis, la voce del Bellamy che salva qualcosa e poco altro-.

Spero solo che live dimostrino di valere, ma su questo non dovrebbero esserci problemi, quindi tanta fiducia.

Piccole scimmiette artiche crescono… e i muse sono dei fottuti bastardi

Prima di iniziare a parlare di Arctic Monkeys e del nuovo album, preferisco parlare di altro.
L’avventura culinaria di stasera per esempio è un buon inizio di post: ho mangiato cinese, in un ristorante in cui facevano anche Thailandese e Giapponese: riso alla cantonese e taufu (tofu) alla piastra.
Non male e per fortuna che avevano le posate, se no ero ancora lì dietro con le bacchette (che ho rubato) a mangiare il riso.
Il resto della serata è passato tra ricordi dei vecchi cartoni animati e il dubbio su come si chiamasse il gattone cattivo di Topo Gigio (Megalo).

Ho finito di leggere la biografia dei Franz Ferdinand: scritta benissimo, non solo per i fan e un gran viaggione tra la loro musica, l’arte, i film e via dicendo.

Ok torniamo ad “Humbug” e alle Scimmiette Artiche.

Gli Arctic Monkeys sono tornati con un album tutto nuovo e diverso dai precedenti, che uscirà in Italia il 28 agosto (in UK il 24).
Scordatevi gli album precedenti e scordatevi il vecchio sound degli Arctic, quello che faceva ballare sempre e comunque, in particolar modo quello di Whatever people say…, e ovviamente quello del secondo, un album che non ha avuto un grandissimo impatto e che ha deluso il pubblico.
Le Scimmie sono cresciute tecnicamente, sul piano voce e batteria meglio non parlarne:
Alex riesce a variare la voce da una canzone all’altra con una facilità incredibile, mentre Matt Helders, probabilmente grazie al pugilato, picchia sulla batteria con forza e velocità mostrando di valere e tanto.
Altro punto a favore delle scimmie è la semplicità con la quale questi 4 di Sheffield riescono a far sì che una canzone sia diversa dall’altra:
nell’album ci sono canzoni che potrebbero non essere degli arctic, altre che permettono all’ascoltatore di vagare e perdersi in un altro mondo, altre che lasciano a bocca aperta.
Alcune canzoni (My propeller, Dangerous Animals, Potion Approachig..) sono caratterizzate da un’aria pesante e inquietante che sembrano turbare lo stesso ascoltatore: Alex e le sue corde vocali, come in Fire and The Thud, creano un effetto che potrebbe essere messo in relazione con un lungo sospiro che viene prolungato fino alla fine. Inizialmente questo effetto può provocare un senso di angoscia nell’ascoltatore stesso, ma con l’ascolto approfondito delle canzoni si percepisce qualcosa di nuovo e straordinario.
Per citare altre due canzoni, ovvero Cornerstone e Secret Door, l’effetto che viene a crearsi è l’opposto di quello citato in precedenza: un senso di serenità e tranquillità invade l’ascoltatore che vaga su un altro mondo, senza preoccuparsi di tutto ciò che è negativo presente nella realtà.
La tranquillità si mescola,dunque, con una profonda angoscia: canzone dopo canzone l’ascoltatore si trova in bilico tra questi due poli e fino alla fine dell’album non sa come uscirne.
Gli Arctic Monkeys, quei quattro ragazzini che spiazzarono in pieno Definitely Maybe nel 2005, sono nuovi, sono cresciuti e sono riusciti ad accumulare le esperienze vissute per diventare ciò che questo album mette in mostra.
Se prima si ballava allegramente sugli Arctic Monkeys, ora c’è il rischio di pogare dannatamente e prendersi un sacco di botte e proprio questo è il caso di “Pretty Visitors”: una canzone cantata velocissima da Alex ed eseguita meravigliosamente.
Due punti da tenere in considerazione per descrivere al meglio questo album, sono:
Alex e il suo progetto parallelo, ovvero i Last Shadow Puppets;
Il produttore di questo album, Josh Homme- cantante dei Queens of The Stone Age-.
Oltre al nuovo stile degli Arctic, di cui ho già parlato precedentemente, ovviamente c’è una profonda influenza da parte dei due punti elencati:
alcuni tratti, o addirittura intere canzoni, potrebbero far parte appunto del progetto di Alex con Miles Kane ;
l’aria pesante, di cui ho parlato in precedenza, la presenza di canzoni-e voci- “cupe” sono nettamente riprese dallo stile dei QOTSA, nonostante il genere sia altro.

Humbug è un miscuglio tra tutti gli elementi elencati sopra: è un esperimento dato dalle esperienze, influenze, dalle vite dei 4 ragazzini, ormai cresciuti e non più tanto ragazzini, di Sheffield.
Un buon album che deve essere ascoltato con moltissima attenzione, in tranquillità e con molta calma: inizialmente si tende a rifiutare questo nuovo stile, non si riconoscono le scimmie e i tratti degli album precedenti, ma se ascoltato in questo modo lo si apprezza sempre di più ascolto dopo ascolto.

Voto: 7.5

Sono le 3.44 e amo i neozelandesi.
Grazie ai neozelandesi per aver postato un’oretta fa il nuovo singolo dei Muse, COMPLETO, su youtube.
Grazie a Muselive.
Grazie ai Muse che hanno tirato fuori un pezzo fantastico, nonostante ci sia un qualcosa che ricorda i depeche Mode:
come avevo scritto qualche post fa, torno ad affermare che synth e tastiere in UK vanno per la maggiore.
I cori sono una meraviglia.
Grazie a quei fottuti bastardi dei muse che mi hanno fatto venire un bell’attacco d’asma mentre ascoltavo la canzone (e grazie al ventolin che mi ha salvato la vita).

Buon ascolto (e se siete asmatici tenetevi vicini il ventolin!)