Half in love with Mystery Jets…

Ieri sera, finalmente, ho avuto l’occasione di vedere una delle due band che aspettavo da un po’: i Mystery Jets (l’altra non la nomino nemmeno dato che ci pensa tumblr).
La band si presenta dopo la buona esibizione degli italiani Matinée, solo per il nome meritano di essere ascoltati, che sono cresciuti tanto dall’ultima volta che li ho visti, ovvero prima dei Paddingtons un anno e mezzo fa e sempre al Covo.
Matinée che scherzano tra di loro sul palco, fanno divertire e con una musica semplice ed orecchiabile riescono ad intrattenere il pubblico di Bologna: bravi.
Passiamo ai Mystery Jets che si presentano una ventina di minuti dopo la band italiana.

Nonostante il cantante-frontman, amato alla follia da tutte, o quasi, le ragazze presenti al concerto (no ma ho sentito della roba tipo: “non parlavo di quello, ma di quello figo”; “Oddio quanto è figo quello” e simili. Tutto nella norma, più o meno. Io ritengo figo Alex Kapranos o Julian Casablancas, ecco…).
…Comunque: nonostante Blaine Harrison fosse costretto a suonare seduto, dato il suo problema (http://www.bbc.co.uk/ouch/interviews/13-questions-blaine-harrison.shtml), il concerto dei Mystery Jets è mostruoso, almeno a livello indie-rock con influenze anni ’80 danzerecce molto orecchiabili.
Insomma, hanno dimostrato di essere una delle migliori band del genere in circolazione… Punto. E’ così e basta.
Sono un’ottima band live e hanno un’ottima presenza scenica: il giovane frontman non riuscirà a muoversi, ma con grande forza d’animo e con l’aiuto di bassista e chitarrista, la band riesce a tenere caldo il pubblico.

I Mystery Jets passano a pieni voti e ora tocca ai… Mi fermo, perché prima di loro, forse, tocca ai Blank Dogs.
Il dj set con Rhys Jones, cantante dei Good Shoes, è quasi un flop: rispetto al Kapranos, lui riesce decentemente a fare il lavoro da dj e mette su roba bella (inutile dire che quando gli ho chiesto gli innominabili, non in senso dispregiativo eh, aveva gli occhi a cuore): Libertines, Strokes, Cribs, innominabili, Interpol, Hot Chip, Smiths, Vampire Weekend e altra roba che non ricordo.
Nessuno ballava però: che cazzo voleva il pubblico, Lady Batta? Bah.
Nonostante tutto, e questo ci sta, è stata una bella serata. Pogo, o quello che era, su “Fuck Forever” dei Babyshambles compreso.

Sia chiara una cosa: questa è la “recensione” (buahauahuuhauhauha, bazinga!) cazzona del concerto, quella più seria (oddio, mi faccio paura da sola) per il blog goldmine è in fase di costruzione.

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The only dream is valium for me

Tornano i Tokyo Police Club con “Champ”, album uscito ieri, se non sbaglio.
Il secondo album, almeno per molti, è un album di transizione, difficile da dire se vale la pena ritenerlo un buon album o, al contrario, una schifezza.
Beh a primo impatto “Champ” mi ha messo in difficoltà, poiché molto differente dal primo album della band; ma questo nuovo lavoro dei Tokyo Police Club, realizzato durante il tour interminabile della band tra il 2008-2009, dopo un po’ cresce con gli ascolti.
Non a caso è un album molto “veloce”, immediato e orecchiabile: non c’è niente di complicato, basta sottolineare questo fatto dell’immediatezza, poiché alcune tracce “end of spark”, “favourite food” entrano immediatamente in testa e si iniziano a canticchiare.
L’influenza di altre band ci sono e restano: a tratti si sente qualcosa degli Strokes e, non in senso negativo altrimenti non starei ore ed ore ad ascoltarmi band di ‘sto genere, della solita musica del solito genere indie\rock.
Ora, e ne parlai qualche giorno fa dell’argomento “rapporto tra band straniere in Italia”, aspetto di vederli live…

…se si decidono a venire nel nostro paese infame, o magari fanno come i Courteeners e si presenteranno per l’ultima data del tour europeo per questo nuovo album tra due anni.

L’album numero due?
C’è, ma lo devo ascoltare meglio.
L’album in questione è “Piligrim’s progress” dei Kula Shaker che, a primo impatto, mi sembra un buon album.

Devo parlare dei Muse e dei live di ieri?
Ho sentito molte opinioni contrastanti: fan parecchio delusi vs fan parecchio presi.
Si sa già che live sono coinvolgenti,ma basta…ed è meglio ascoltarci sopra gli Smiths di Mr. Morrissey…

O una cosa del genere:

La ragazza del toast!

Io lo sapevo e, inoltre, NON si può andare contro la parola di un SIGNORE di nome Steven Patrick Morrissey.
Nonostante avessi un’ansia incredibile, la stessa che mi venne solo ad un altro concerto, quello degli Interpol a Ferrara, sapevo che i Courteeners non mi avrebbero delusa.
Si arriva alle 15 a Madonna dell’ Albero, dove sta il Bronson, con Meme e Dimi, giusto per cazzeggiare un po’ e iniziare a scaricare l’ansia con qualche litro di birra, non è che alle 15 posso scolarmi vodka\gin “lemon”.
Si arriva e 3 componenti su 4, manca Liam ovviamente, sono nel bar di fianco al Bronson per fare aperitivo: inizialmente la paura ad avvicinarmi è non alta, di più.
Intanto, mentre prendo la prima birra di una lunga serie al bar, incontro un ragazzo inglese disperato che vuole un toast e vorrebbe dire alla proprietaria se il toast si può tostare: quando bevo un pochetto capisco meglio l’inglese e lo so parlare in maniera più decente, quindi capisco quello che il ragazzo vorrebbe dire alla proprietaria e riesce a conquistare il suo toast.
Scoprirò dopo che ‘sto ragazzino è il tizio del merchandise.
Birra numero due e voglia di avvicinarmi ai 3 componenti della band su 4 è alta, ma so di essere una rompicoglioni pesante e quindi evito di avvicinarmi: solo dopo la terza birra riuscirò a parlare con Daniel (chitarra), non era al tavolo con gli amichetti in quell’istante, che ci guiderà, noi poveri tre disperati, verso il tavolo dove ci sono gli altri, Michael (batteria) e Mark (basso).
“Please, join us!”.
Mark proprio questo doveva dire.
Beh insomma: questi Courteeners, dalle 16.30 alle 18.40, più che dei musicisti mi sono sembrati dei compagni di corso del DAMS: “Studi?” “Sì, musica a Bologna. Una sottospecie di Performing Arts ma indietro anni luce dato che siamo in Italia” “Pure io studio Musica (a Manchester), a che anno sei?” “Secondo”.
Intanto aperitiviggiamo con loro che ci lasciano alle 18.40 per il soundcheck.
No. Questi qui non fanno parte di una band, sono amici di università.
Ok basta.
Il resto sono partite a ping pong e altra birra, fino alle 21.45 quando aprono il bronson e non c’è NESSUNO.
Mi avvicino al merchandise e: “Oh my god! You’re the girl who has helped me this afternoon!”. Per il tizio del merchandise sono la ragazza del toast.
I Courteeners inizieranno a suonare alle 23, ma del concerto non dico nulla dato che devo scrivere poi per radionation, e finiranno un’ora e un quarto dopo.
Quello che succede dopo si chiama delirio e le TANTE figure di merda sono frutto dei litri di birra bevuti in un certo periodo di tempo.
Un ragazzo si avvicina e chiede se restiamo in zona per un set acustico. Non capisco nulla e gli caccio prima un “No, sorry”..poi “What?!?!?! Fuck! Yeah!”.
Si vede un ragazzo alto, con pantaloni super aderenti, Brandon Flowers se vedesse Liam Fray con pantaloni aderenti si sentirebbe a disagio, e con chitarra acustica: “You’re Peter Doherty…with this hat…but with a better voice”. Liam inizia a suonicchiare allegramente, e con tanta vodka lemon per il corpo.

Mai gli avessi chiesto di suonare “Bide your time”.
A un certo punto di questa, il caro Liam, che del Gallagher non ha niente se non il taglio di capelli, non si ricorda tanto la canzone, si avvicina e mi chiede di continuare. Inizio con una parola…e poi. Il vuoto. Mi richiederà di nuovo un qualcosa della canzone e questa volta ce la faccio. Mai lo avessi fatto: si avvicina di più e mi schiaffa un bacio sulla guancia. “Tere sei bordeaux”. E’ l’alcool. Sono felice del fatto che questo cantante fosse Liam Fray e non Adam Green, essere che si limona qualsiasi cosa abbia un paio di tette.
Il resto è un set acustico meraviglioso nel “camerino” stracolmo di alcool e cibo con loro: la band offre da bere ai presenti e niente.

Fino all’1.40 Liam e compagni suonano qualcosa ai “pochimabuoni” presenti, poi tutti vengono sbattuti fuori dalla security: tra foto, deliri, ricordi, scambio di e-mail e una cosa del tipo “No, non venire ai festival. Ci rivedremo tra settembre\ottobre qui in Italia”.
Mark è affidabile, è il meno sbronzo e quindi aspetto ottobre per rivederli.
Liam è un ottimo frontman e posso dire una cosa? Ha riempito di baci, sulla guancia non pensate male, la sottoscritta, ha continuato poi con una battutina molto provola, seguita da un dolcissimo -tranquilla-sto scherzando-grazie per essere venuta-.
La sottoscritta in quel momento pensava fosse in compagnia di Damon Albarn, nel senso che ora si è aggiunto un altro personaggio da adorare.
Lo ripeto: questi qui sono amici che incontri in università, ma sfortunatamente studio a Bologna e non a Manchester, per ora.

Niente Arctic Monkeys, ma gli Stereophonics sì!

Quando vidi per la prima volta Adam Green lo scambiai subito per Julian Casablancas degli Strokes: era il 2002 e confondevo questi due personaggi continuamente. Inizialmente pensavo fossero gemelli o fratelli e musicalmente mi piacevano solo gli Strokes, Adam Green di meno, anche perchè non conoscevo la sua carriera da musicista.
Poi qualcosa è cambiato quando uscì ed ascoltai il terzo album di Adam, “Friends of mine”:mi piacque molto e da lì iniziai ad apprezzarlo.
Ora siamo nel 2010 e Adam Green è arrivato al suo sesto album: “Minor Love”.
Ho pensato bene di ascoltare quest’album appena sveglia questa mattina, del resto sono riuscita a trovarlo sul web ieri sera, e mi ha preso all’istante.
Se prima confondevo come niente Adam Green con Julian, ora è impossibile, anche perchè Julian ha tirato fuori un album da solista pessimo… a dir poco.
Adam Green con “Minor Love” ha dimostrato, ancora una volta, di saper fare buona musica e di avere una voce unica: tecnicamente ed artisticamente è cresciuto veramente tanto.
Oltre a tutto questo c’è da dire che Adam non è più il ragazzino strafottente, ma è cambiato, è diventato più maturo e adulto (finalmente aggiungerei), e questo lo si percepisce sentendo, e ascoltando, le sue nuove canzoni. “Minor Love” è un album personale in cui viene marcato il lato tenero e dolce dell’artista: ogni “songwriter” prima o poi ci cade in questo vortice.
Bazinga!*
Bazinga! perchè l’album di Adam Green non è solo questo lato tenero: è ironia, intrattenimento e voglia di mettersi in mostra (aspetti per niente negativi e sempre presenti negli album precedenti di Adam).
“Minor Love” non è un album indie , se lo fosse stato avrei le ovaie gonfie (non ne posso più di ‘sta indie monotona-nosense-truzza e via dicendo, cazzo!), ma è un album maturo in cui la voce di Adam Green domina su tutto il resto.

Tracklist

1. Breaking Locks
2. Give Them A Token
3. Buddy Bradley
4. Goblin
5. Bathing Birds
6. What Makes Him Act So Bad
7. Stadium Soul
8. Cigarette Burns Forever
9. Boss Inside
10. Castles And Tassels
11. Oh Shucks
12. Don’t Call Me Uncle
13. Lockout
14. You Blacken My Stay

Oltre al nuovo album di Adam Green, consiglio di ascoltare anche “The Golden Archipelago”, il nuovo album degli Shearwater, aka progetto parallelo di due componenti degli Okkervil River. Sconsiglio di ascoltarli in momenti di piena depressione, poichè alcune tracce sono un pò “cupe”, ma allo stesso tempo mescolate ad attimi di serenità.
Un album veramente intenso e da ascoltare in assoluto silenzio.

Tracklist

1. Meridian
2. Black Eyes
3. Landscape at Speed
4. Hidden Lakes
5. Corridors
6. God Made Me
7. Runners of the Sun
8. Castaways
9. An Insular Life
10. Uniforms
11. Missing Islands

Meraviglia di canzone.

[Bazinga!* :

Il 29 Gennaio e l’ 1 Febbraio avrò la stessa espressione di Sheldon nell’immagine che ho postato: maledetti esamiiiiiiiiii.
Mi consolerò con gli Stereophonics però! *-*

Buon ascolto