Suede, Morrissey e altri vegetariani…

Stavo seriamente pensando di smetterla di scrivere di musica, ma una lampadina si è accesa all’improvviso nel mio cervello da zombie: sono ancora qui a scrivere boiate colossali e di musicisti che, nonostante l’età, riescono ancora a farti bagnare (tipo Brett Anderson che resta un gran fregno).
In questo periodo, nonostante gli attacchi di panico, mi è capitato di vedere qualcuno in concerto.

Suede

Morrissey

E chi lo sa, devo solo evitare di lasciarmi andare e continuare a scrivere due boiate.
Presto ritorneranno anche quelle recensioni di nuovi artisti che non considera nessuno: insomma, ritornano il trash e i vari deliri mentali.

È arrivato dunque il momento di ritrovare la retta via e di offendere coloro che proprio non ce la fanno a stare zitti durante i concerti.12105798_1035312859846493_8190268262083130871_n

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Find your way out of the wild, wild wood

Odio le classifiche e odio chi le fa, va bene? Pensare a una classifica, mi fa riflettere sul Modena calcio (o quello della Volley maschile) che non è messo benissimo e, quindi, l’intero post finisce col degenerare. Ma io vorrò sempre bene al Modena FC e a Mr. Novellino (e anche al Sassuolo perché sono nata là e seguivo la squadra al Ricci in C1).
Dopo la parentesi calcistica, passiamo alla musica.
Io non faccio classifiche, semplicemente vi parlo della musica che più mi piace e ve la consiglio.
La prima parte del post parte dai LIVE.

Questo 2013 per me è stato spettacolare, anche se pieno di “pochi ma buoni“.

INSPIRAL CARPETS @ koko, Londra.

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Questo concerto mi ha cambiato la vita. Pensare al tipo che mi rovescia addosso, tra le tette, un’intera pinta di birra, mi fa ancora sorridere: questo perché la band di Manchester ha suonato (quasi) tutto quel capolavoro di “Life” e il barista aveva capito due gin tonic invece di uno. Il mood era giusto, l’atmosfera perfetta e il pubblico era assuefatto (erano dei cinquantenni cocainomani) dalla “moosica” degli Inspiral Carpets.
Clint Boon, più di chiunque altro, era in ottima forma e un concerto della durata di due ore e mezza non tutti sono in grado di sostenerlo. Poi mi sono divertita da morire: smettere di ballare era impossibile. E, a nove mesi di distanza, non riesco a descrivere quella felicità di entrare in quel cesso di ostello coi vestiti che puzzavano di droga-alcol-che-ne-so.
Immensi.

PAUL WELLER @ Royal Albert Hall – Londra.

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Questo è stato sicuramente il miglior concerto dell’anno. La Royal Albert Hall di Londra crea un’atmosfera unica in cui ci si sente quasi a casa.
Poi, in questo caso, si parla di Paul Weller, il Modfather, colui che ha influenzato gran parte dei gruppi inglesi che ascolto.
Lui è perfetto ed è seguito da una band mozza-fiato che cambia genere tra una canzone e l’altra: dalla soul, al mod revival dei Jam. “That’s Entertainment” cantata al ritorno fino a King’s Cross in metro da gente che stava messa peggio di me; quei due ragazzi tedeschi coi quali mi sono abbracciata, per l’emozione, su “Wild Wood” e su “Just Who Is the 5 O’Clock Hero?”; il ballare, rischiando di cadere a terra per via dei gradini; la birra volante perché “oddio-è-Paul-Weller-e-mi-hanno-messa-al-lato-palco-non-ci-posso-credere”.

MILES KANE @ Ferrara

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Meglio 30 minuti di Miles Kane che un’ora e quindici minuti di Arctic Monkeys (live, perché su album è una bella lotta).
Miles è figlio di Paul Weller, anche se musicalmente si ritrova in un “revival” e, quindi, in un territorio musicalmente più ristretto.
La nuova band, comunque, lo porta verso una spinta più anni ’60 e meno indie-rock degli anni 2000. Anche se, vacca boia, il suo taglio di capelli a Ferrara era uguale a quello di Howard Wolowitz di The Big Bang Theory.

BLACK REBEL MOTORCYCLE CLUB @ Bologna \ Londra

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A Londra avrei tanto voluto buttarmi dalle balconate per andare nel parterre e godermi il live di Peter -ti-amo- Hayes, Robert Levon Been e Leah Shapiro.
A livello strumentale fanno tanto di quel casino da sembrare in 10 su un palco, quando sono solo in tre.
Bologna è stato meglio di Londra, nonostante la scaletta spezzata. Chissenefrega se mi hanno strappato i collant, se le scarpe erano distrutte e se ero conciata peggio di una zombie di The Walking Dead: ho vissuto TUTTO il concerto. E scusate, ma Peter Hayes è un gran figo.

JOHNNY MARR @ Bologna

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Le emozioni vincono sempre e ti fottono il cervello. Vedere il chitarrista di una band alla quale ho dedicato una parte della mia pelle è un sogno che si realizza.
Johnny Marr mi ha fatto piangere e vi assicuro che ce ne vuole.
“The Messenger” è il mio album preferito di questo 2013 perché, in un modo o nell’altro, racconta le “storie” e le esperienze vissute da questo grande artista. Quest’uomo, che ha SOPPORTATO E HA SUPPORTATO MORRISSEY, riesce a trasmetterci tutto quello che ha passato come musicista e come persona.

CROCODILES @ Hana-Bi

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Se li ho buttati in questo post significa che il loro nuovo album mi ha catturata proprio tanto: saranno americani, ma in “Crimes of Passion” si sentono più riferimenti a Primal Scream, Charlatans, Ride e Spiritualized.
I Cocodiles suonano per divertirsi e sul palco si vede questo loro entusiasmo: un gruppo di amici che suonano per amici. Semplicemente stupendi. Decisamente fuori di capa.

MY BLOODY VALENTINE @ Bologna

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Fottesega dei tappi nelle orecchie: è un onore diventare sordi dopo un concerto del genere. Partono amplificatori; la parte cantata che si sente è composta da poche vocali aperte perché l’acustica fa abbastanza schifo; le melodie che si percepiscono sono suggestive; tutto quel frastuono \ ammasso di rumore, simile al boato prima di un terremoto, fa venire la pelle d’oca.
“You Made Me Realise”, in realtà, è la natura che si scatena.

BLUR @ Milano

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Io non so che effetto mi fanno questi. Semplicemente mi arrendo alle loro canzoni. Mi lascio andare e me ne frego se questo concerto non è come quello di Hyde Park e la scaletta è piena di singoli. Non ce la faccio, va bene?
Le emozioni entrano in contrasto: lacrime a palate, ballo sfrenato e mazzate alla gente che mi trovo di fianco – davanti -dietro – ovunque.
“Tender” e “Under the Westway” mi riportano a quel concertone di agosto 2012, mi riportano su quella metro Victoria – King’s Cross in cui la gente canta e se ne frega. NON CI POSSO FARE NIENTE, sono una parte di me e sono consapevole del fatto che questa band resterà con me fino alla fine. SONO I BLUR e sono la mia band preferita a quanto pare.
“Oh, che cazzo aspetti a piangere che questa è To The End ?!?”

Una nuova British Invasion (parte 1)?

Questo post sarà una sintesi di quei gruppetti britannici, e non, che si dedicano al genere Mod \ Mod Revival \ British Invasion (soul, rhythm’n’blues, beat, rock’n’roll, indie-rock, britpop…) e il cui credo è quello del Modfather.

The Beat Movement. Questi 4 ragazzi arrivano da Greenock e dal loro nome si capisce tutto.

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Loro sono i miei preferiti in assoluto al momento.
Una band molto spontanea, energica e che riprende un sacco il sound di Small Faces,  Jam e soprattutto Yardbirds.

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The 45s, ovvero i fratellini più scatenati e più rock’n’roll degli Strypes.
Gli anni ’50-’60 scorrono nelle vene di questa nuova rivelazione da Carlisle che, infatti, riprende un bel po’ di Rhythm and Blues e Rock’n’Roll.

promo

Tra le influenze ritroviamo il sound americano di Chuck Berry e Bo Diddley mescolato all’animo British dei Fab. 4.
Il loro nuovo singolo, “Around and Around”, dice molto sull’attitudine, lo stile e l’energia rock’n’roll di questa giovanissima band.

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Mellor. Altri sbarbini, ancora tanta influenza di tutti i generi di inizio post.

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Le sonorità di questa band di Reading riprendono la fase più pop e chiamiamola “indie-rock” della musica Britannica, ma dato che abbiamo solo singoli (l’ep dovrebbe uscire tra poco) aspetto a parlarne in maniera completa. Intanto accontentiamoci…

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Jamie Reilly. Il fratello di Jake Bugg, ma molto meno folk e, secondo me, molto più capace di Jake Bugg.

Jamie Reilly su Soundcloud

Questo ragazzo avrà sì e no 18 anni e con la sua chitarra, nella sua cameretta, si dedica a rhythm’n’blues e “musichetta” della prima British Invasion.

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Ce ne sarebbero tanti altri di cui parlare ma intanto consiglio questi, di cui scriverò in maniera più esauriente in futuro.

Black Rebel Motorcycle Club @ O2 Academy Brixton

Ho saltato Milano (odio Milano, tantissimo) per andare a vedere il mio Robert Levon Been e il mio Peter Hayes (cuori sparsi) a Londra. Anche a costo di stare sulle balconate.
Stare su in alto alla O2 Academy Brixton per un concerto dei BRMC è una di quelle cazzate epiche che NON si devono fare a un concerto simile, infatti alla traccia “Red Eyes and Tears” mi volevo buttare di sotto.
Ho i sensi di colpa per aver visto i Black Rebel Motorcycle Club dalle balconate.

Allora: i Big Pink mi fanno schifo su album, ma live sono anche peggio. SONO IMBARAZZANTI e non si possono sentire: anche io riesco a fare un concerto con tutte basi, dai.
Perché vi sto parlando dei Big Pink? Perché ad aprire il concerto degli Altissimi BRMC ci sono stati proprio loro. E la finisco qui, dato che sono una di quelle band di cui scriverei un intero post in negativo e basta.

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Che dire dei Black Rebel Motorcycle Club: sono semplicemente e tecnicamente mostruosi.
La band californiana spezza in due il concerto: la prima è decisamente più coinvolgente \ sconvolgente e strappa-mutande; la seconda è nettamente più riflessiva e caratterizzata da tre tracce (“Mercy”, “Feel it Now” e “Devil’s Waitin'”) che vengono eseguite come se fossero parte di un monologo (prima Peter e poi Robert, che fa commuovere proprio con “Mercy”).
L’atmosfera che si respira a un concerto simile è piuttosto calda e passionale: vuoi per le due voci, per le canzoni dei primi album e per il gioco di luci (manco una foto è venuta decente) che accompagnano alla perfezione le tracce presentate della band.
Comunque la “Whatever Happened To My Rock’n’Roll” e l’altro singolaccio  “Beat the Devil’s Tattoo” una dietro l’altra sono “la-morte” se stai nel parerre. E se ci fossi stata, su “Red Eyes and Tears”, “Love Burns”, “Spread Your Love” e “666 Conducer”, mi sarei buttata direttamente sul palco.
Peter Hayes, Robert Levon Been e l’instacabile Leah Shapiro regalano un concerto mozzafiato, ricco nell’improvvisazione e adatto per gli amanti di vario genere (blues, rock, psichedelia, garage…): con due ore piene di live hanno dimostrato di essere una tra le band più complete che abbia mai visto.
Insomma: sembrava ci fossero altri 5 componenti sul palco.

Setlist:

http://www.setlist.fm/setlist/black-rebel-motorcycle-club/2013/o2-academy-brixton-london-england-43d897bf.html

The Strypes.

Questa sera voglio parlarvi di una band scoperta nella City proprio recentemente e di cui ogni rivista, musicale e non, ne parla come se fosse arrivata la rivoluzione musicale che tutti stavano aspettando.
No, aspettate: questi qui hanno 16 anni e io gli sto scrivendo un post.
Ok, devo ammettere che mi hanno incuriosita: sentirli suonare live lassù è pressoché un’impresa (venerdì scorso sarei dovuta andare a vederli, ma erano sold out da un bel pezzo), tutti ne parlano come se fossimo in presenza di una resurrezione e molti li descrivono come i nuovi Rolling Stones (movenze à la Mick Jagger e genere che-siamo-lì).
Fa’ te se i The Strypes coi loro parka, i loro completi mod e il loro taglio di capelli, non fanno venire domande agli amanti della British music.
Presente.

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(Vacca boia: paiono un nuovo gruppo per sbarbine).

Questi 4 adolescenti arrivano da Cavan, Irlanda, e questa è la line up:

Ross Farrelly (vocalist, armonica, percussioni);
Josh McClorey (chitarra, tastiere, back vocals);
Pete O’Hanlon (basso, armonica);
Evan Walsh (batteria).

Ok, sentite: le loro canzoni sono molto adolescenziali, ma se fossero venuti fuori negli anni ’60 avrebbero conquistato una buona parte d’Europa col loro rock’n’roll e rhythm and blues fortemente influenzato da Rolling Stones, Chuck Berry e The Yardbirds.
L’apparenza inganna.
Non facciamogli montare la testa fin da subito, già ci pensano i britannici e il Modfather, ma non ascoltarli sarebbe davvero un peccato. E io, ancora, non posso credere che questi siano così giovani e talmente capaci da proporre un genere simile.
Certo bisogna ascoltarsi un album completo di questa band per poterli giudicarli al meglio, ma su Spotify potete trovare la loro cover di “You can’t judge a book by the cover” (Bo Diddley) e le tracce dell’EP “Blue Collar Jane” per farvi un’idea.


Una band che segue la scia dei Miles Kane – Jake Bugg – The Moons, che riporta sulle scene la musica 60s e la riempie con qualcosa di più attuale e “garage”: segnatevi il nome ed ascoltateli. E se non vanno sold out, andate pure a vederveli nel Regno Unito.

Paul Weller, Dio, il Modfather live @ Royal Albert Hall

Fino alla settimana prima di partire per Londra ero indecisa se andare a rivedere o meno il Modfather alla Royal Albert Hall. Meno male che ho preso il biglietto.
Appena arrivo alla venue, situata nella zona  di South Kensington, mi metto in fila per andare in piccionaia (gallery), ma il concerto non è sold out e mi spostano a lato del palco: arriva la prima parte della tachicardia.
La venue è ovviamente stupenda e un concerto di Paul Weller, di Dio, ci sta alla perfezione.
Per gradi. Ancora non ce la faccio. Ancora mi sento là alla Royal Albert Hall quasi tra le lacrime e con la modalità strappa-capelli \ urla -disperate on.

Palma Violets. Su album mi sono sembrati molto “boh” , ma live sono tutt’altra cosa: l’ennesima band che rende meglio live.
Il pubblico non era molto entusiasta dalla musica della giovane band, del resto il genere è parecchio differente da quello che si aspettano i fan del Weller.
La loro musica è la tipica indie-rock britannica che segue la linea Libertines – Paddingtons – Mystery Jets: una band che mostra le proprie capacità proprio nel settore live, anche se, ormai lo sanno pure i muri, è un genere che viene ripetuto all’infinito.
In concerto questi Palma Violets non sono per niente male, anzi, sono rimasta piacevolmente sorpresa dall’energia e dalla vitalità che esprimono su un palco, anche se la prossima volta mi aspetto di vederli in qualche piccolo club dove si salta e si suda.

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Paul Weller chiude la serie di concerti dedicati alla Teenage Cancer Trust, e chi ha avuto l’onore di ospitare le serate? Noel Gallagher.
Vederlo sul palco a presentare il concerto di Paul Weller e ringraziare tutti i presenti è stata una botta di panico, perché, ovviamente, sono arrivati i viaggi mentali del tipo: e se suona col Modfather?
No, niente duetto Noel G. – Paul W.
Il concerto comunque è un qualcosa di epico, di meraviglioso e di estremamente emozionante: pezzoni dei The Jam, altri dei Style Council ed altri ancora del Weller da solista, con sonorità messe in luce da un’ottima acustica e il backing vocals di Andy Crofts (Moons) che, quando non litiga con la sua frangetta, riempie alla perfezione il timbro esemplare e variabile del frontman.

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Paul Weller è uno di quegli artisti che rende perfettamente in qualsiasi occasione e in qualsiasi luogo, ma l’aspetto suggestivo e teatrale della Royal Albert Hall non lo supera nessuna altra location: l’atmosfera che si respira a questo concerto incredibile è davvero calda e piacevole, come se Paul Weller fosse il protagonista, l’eroe, di una vicenda teatrale.
E noi del pubblico siamo lì ad “abbracciare” il nostro Dio su ogni canzone, su ogni ballata commovente e su ogni brano dei Jam su cui ci si vorrebbe buttare in mezzo a scatenarsi e a vedere parka e Fred Perry volare per aria: tutto quello che propone quest’uomo arriva direttamente al cuore e fa venire i brividi.
Paul Weller è un artista carismatico, usa la sua voce come vero e proprio strumento e la sua personalità è talmente coinvolgente ed affascinante da essere un vero e proprio simbolo, in tutti i sensi e non solo musicalmente parlando, del Regno Unito.

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Un concerto mozzafiato, ricco di improvvisazioni ed imperdibile che termina con “That’s Entertainment” quando, tutti in piedi e con poca voce, si urla e si balla in ogni dove della Royal Albert Hall.
E lo spettacolo non finisce qui, ma continua con l’ubriachezza British e vari sing-along in metropolitana.

SETLIST:

‘Private Hell’
‘Kling I Klang’
‘Blink And You’ll Miss It’
‘My Ever Changing Moods’
‘Fast Car/Slow Traffic’
‘That Dangerous Age’
‘Sea Spray’
‘The Attic’
‘Wild Wood’
‘The Weaver’
‘Porcelain Gods’
‘Dragonfly’
‘When Your Garden’s Overgrown’
‘Brand New Start’
‘Study In Blue’
‘7&3 Is The Striker’s Number’
‘Peacock Suit’
‘From The Floorboards Up’
‘Woodcutters Son’
‘Whirlpool’s End’

‘Dust And Rocks’
‘Just Who Is The Five O’Clock Hero’
‘Foot Of The Mountain’

‘That’s Entertainment’

Bleeding Rainbow – Yeah Right

Ma voi ve lo immaginate un arcobaleno che esce fuori dalle note di una band garage rock \ indie pop?
Probabilmente il nome di questa band di cui sto per parlarvi oggi ha deciso di scegliere questo nome, ovvero BLEEDING RAINBOW, per catturare l’attenzione immediata di chi non li conosce.

Bleeding-RainbowPrima di chiamarsi così, però, questa band, che era un duo e poi si sono estesi a 4 elementi, si chiamava Reading Rainbow e, a quanto pare, il cambio nome è servito proprio a farli conoscere meglio.

Ma passiamo alle cose serie, ovvero a questo nuovo album, in uscita il 29 gennaio, che prende il nome di “Yeah Right”.

Come vi ho già indicato all’inizio di questo post, si possono individuare elementi tipicamente garage rock in qualche traccia, ma non ci si ferma qui:  la band evoca scenari surreali e immagini sfocate grazie alla presenza di elementi tipicamente shoegaze.
Ma non ci si sofferma nemmeno su quest’ultimo genere, poiché la band, aggiungendo sonorità ripetibili e convenzionali nell’album, non può fare a meno di quel tocco pop che, bene o male, tende sempre a riempire le tracce.

http://www.youtube.com/watch?v=IPmste-qIsE

“Yeah Right” è un album compatto e ricco di influenze che riprendono, insieme a tutta la roba elencata precedentemente, sonorità noise-rock davvero interessanti; anche se, probabilmente, c’è un po’ troppa roba e questi sbalzi d’umore potrebbero far confondere le idee a chi li ascolta.
Nel complesso,  a parte una voce poco piacevole in quelle tracce che vorrebbero essere più energiche ma che non rendono perfettamente, è un album decente, soprattutto per la parte shoegaze e noise.

Tracklist:

1 Go Ahead
2 Pink Ruff
3 You’re Not Alone
4 Drift Away
5 Shades of Eternal Night
6 Fall Into Your Eyes
7 Inside My Head
8 Waking Dream
9 Losing Touch
10 Cover the Sky
11 Get Lost