Panic on the streets of Modena \ Liebster Award

Questa sera di musica ce n’è poca.

Come potete notare parlo poco di nuovi album in uscita e mi dedico di più ai live report, sempre più soggettivi e scritti con una certa ansia: ahimé la passione per la scrittura sta un po’ svanendo, ma voglio credere che sia solo colpa del Binge, dello stress universitario e del fatto che non riesca a viaggiare tanto come vorrei.

Dopo questa premessa, ho deciso di tirare un po’ su il blog facendo questo piacevole questionario (ho letto 3 domande e sono già in crisi) segnalatomi da Valeria. E grazie a Valeria proprio per questa nomina (meglio questa rispetto a quella di facebook in cui ci si sfonda di alcool).

liebsteraward-1

Il regolamento:

1) Ringraziare chi ti ha nominato.

2) Rispondere alle 10 domande rivolte insieme alla nomina.

3) Nominare altri 10 blog con meno di 200 followers e rivolgere loro 10 domande (seguo alcuni blog con più di 200 followers, quindi pazienza).

1) Il primo amore, ovvero il primo libro/film/canzone di cui ti sei trovato/a perdutamente innamorato/a.

Libro: Norwegian Wood (Tokyo Blues) di Haruki Murakami
Film: “A qualcuno piace caldo” di Wilder a pari merito con “I Vitelloni” di Fellini.
Canzone: “Something” dei Beatles (ansia)

2) L’ultimo libro che hai letto/film che hai visto/album che hai ascoltato.

Libro: “La pioggia prima che cada” J. Coe
Film: “This is England”: pochi minuti fa, di nuovo
Album: “Everyday Robots” di Damon Albarn

3) 3 film o registi che secondo te hanno cambiato il cinema negli ultimi 20 anni.

Vado sui registi: Quentin Tarantino, i fratelli Coen, Wes Anderson (Lars Von Trier e Tim burton).

4) 3 libri o autori che secondo te hanno segnato un pezzo di storia della letteratura negli ultimi 20 anni.

Autori: Hornby, Coe, Welsh.

5) 3 album o canzoni che secondo te hanno segnato un pezzo di storia della musica negli ultimi 20 anni.

Album.

“Blur” – Blur
“Turn on the Bright Lights” – Interpol
“Different Class” – Pulp

6) Il concerto più bello della tua vita.

Blur @ Hyde Park \ 2012

7) Chi vorresti incontrare? Un regista, un musicista e un autore con cui vorresti fare quattro chiacchiere di persona.

Regista: Quentin Tarantino
Musicista: Steven Patrick Morrissey
Autore: Haruki Murakami

8) Cover e remake. Cosa ne pensi?

C’è chi ci riesce e chi no.

9) Cinema o dvd?

Cinema

10) Qualcosa che vorresti ti chiedessero – e relativa risposta

“Vuoi un calice di Weissburgunder?”
-“Ovvio”.

Nomino:

1. Hodimenticatoqualcosa

2. FardRock

3. RestoVaghissimo

4. I più grandi in assoluto Teatrino degli Errori

5. IlNegoziante

6. Larockeuse

7. Rrrollingturtle

8. Fizzyballerinas

9. Dayofflondra

10.Roundmount

Domande

1. Mods o Rockers?

2. Citazione preferita (da canzone-libro-film)?

3. Le 3 migliori band degli ultimi 20 anni?

4. Concerto intimo o festival?

5. Vino o birra?

6. Miglior frontman di una band degli ultimi 10 anni?

7. Peggior album mai ascoltato?

8. Il prossimo artista che non arriva vivo ai 28 anni?

9. 3 registi preferiti?

10. Quanto Tavernello si è bevuto Andrea Pirlo in questo spot? http://www.youtube.com/watch?v=fQlEqL3WK_0

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Che fine ha fatto il mio Gin&Tonic?

(Risposta: l’ho lasciato nei cessi dell’Arterìa, zio boia).
Per un po’ di tempo non aggiornerò il blog: non lo chiudo, ma stacco un po’ dato che la testa è ai party, tra gli amici e affondata in qualche bicchiere – di troppo- di vino (rigorosamente rosso, fermo e da “botta in testa). Oppure la testa pensa ad altro: non volevo scrivere “chiuso per lutto” poiché è deprimente, e dopo aver pianto per 2 ore dietro-fila ed essermi rincoglionita (trip mentale incluso con stelline fluo) con 25 gocce di antidepressivo (spero non scaduto) anche basta eh (mi sono rotta le palle e ho un mal di testa che nemmeno le sbronze).
Sono sempre più convinta che l’unico dio in cui credere sia Ian Curtis, o Damon Albarn perché è un puro genio.
Un’altra persona a me cara, probabilmente la persona alla quale tenevo di più in famiglia, se ne va: via così, lasciando dentro di me un bellissimo ricordo e quella frase che va ben oltre a un semplice “ti voglio bene”.
Almeno quello.
Comunque lui aveva 91 anni, e diceva di averne 75 (tutti gli credevano ovviamente), amava la vita e ha fatto tante di quelle corna alla mia povera nonna che manco uno come Liam Gallagher: probabilmente avrà avuto qualche figlio sparso per il mondo (dato che negli anni ’40 fu mandato in Libia* da quel “cornuto di Mussolini”, come lui amava chiamarlo).
E lo voglio ricordare un po’ così, anche ironicamente, perché come offendeva lui La Russa, nessuno: “Guarda! C’è satana in tv”. Oppure, riferendosi a qualche politico di Lega Nord \ PDL e di destra: “ma ancora non lo hanno ucciso?” di Bossi, “quella faccia da porco” di Borghezio e quel “mafioso cornuto” di Berlusconi (il “cornuto” per lui era un intercalare).
Insomma: non solo una rockstar che aveva ventimila fidanzate, ma anche una persona estremamente colta, sempre elegante e con penna stilografica e fazzoletto ben piegato nel taschino della giacca.
Grazie nonno, e grazie a coloro che alle 3.40 di questa mattina mi hanno risollevata.

You're gonna live forever

Music when the lights go out

Il titolo del post, l’ultimo di quest’anno, ha senso: prima di un concerto ci sono le luci accese, si nota l’ansia sulle facce gente che hai intorno e si sentono solo voci; a un certo punto tutto questo scompare e le luci si spengono, a volte c’è il fumo, la band sale sul palco e inizia la musica.

Questa è l’ultima parte del post “classifiche di ‘sta ceppa del 2010” dedicata ai dieci live più entusiasmanti, deliranti, malati che ho visto proprio quest’anno.

1.

La band che ho vissuto appieno, sia nei momenti di estrema gioia che di massima tristezza.
Dopo il concerto di Edimburgo si torna a casa con un “hollow heart” e nel giro di 4 settimane si va a Bruxelles, di nuovo, per questa band del cazzo (davvero eh) che riempie un locale di 1000 persone a malapena: fanno sold out, certo, ma “who the fuck are foals?!”
Improvvisano, giocano, si ammazzano, scompaiono quando corrono sulla scalinata del locale di Edimburgo e cadono, sono imprevedibili e sono davvero bravi: nel live, questa band si impegna tanto ed esprime, attraverso la musica e spaccando le drumsticks su un tamburo, le proprie emozioni sul momento.
La loro musica è un mare in tempesta che ti fa annegare e respirare allo stesso tempo: roba da strapparsi i capelli e temere la propria vita perché uno di loro sul palco è talmente incazzato che ha voglia di uccidere-uccidersi.
Poi ci sono dei dj set, c’è il palco del dj set dove balli con qualcuno di loro “Odessa” di Caribou (roba che in Italia non ti metteranno mai) e altre canzoni elettro (mi pare di aver sentito pure Darkstar ma ero troppo ubriaca per dirlo con certezza ora) che sono proprio belle, non sono tunztunz e ti fanno ballare fino alle 5 di mattina…
…E poi saluti tutti, o meglio quei tre che ti hanno tenuto compagnia, con quasi le lacrimucce agli occhi, e riparti un’ora dopo per tornare in Italia.
Ormai sono 40 le ore passate in piedi senza chiudere occhio: si arriva a Bologna, con i vestiti che puzzano di birra e i capelli che puzzano di birra e fumo, bloccata dalla bufera di neve e, infine, tiri giù santi-cristi e madonne perché devi guidare e le strade fanno schifo; si arriva a casa devastata e si crolla alle 19 sul letto dormendo fino alle 11 di mattina del giorno dopo )con i capelli che puzzano, ancora, di birra e fumo).
Solo per loro.
Le lezioni di bolognese, i viaggi, i km a piedi, i musicisti che hai conosciuto e le facce da “oscar”: “ehi Walter!!!!” e Waltey, il vatusso con le gambe di 2 metri, che si gira come per dire “sì, ok ripigliati che tra un po’ cadi tanto che sei sbronza eh!”; poi l’indimenticabile“dobbiamo farci 7km fino in hotel… e con l’alcool viene meglio!”, quando il nostro uomo, un po’ pirla certo ma senza di lui io e Simo non saremmo mai entrate a Bruxelles e all’aftershow, fa un verso tipo “errr”, sbuffa e ci guarda come per dire “state proprio male”.
Solo per loro II.
Oppure ti fai quei 7 km a piedi -dopo aver parlato per un buon 10 minuti con un tizio che ti abbraccia\stritola nemmeno fosse un amico che rivedi dopo mesi e mesi di distacco; una foto del genere

che ti fa riflettere:“oh cazzo, ma questo ci ha provato di brutto e io sono una pirla”; senza pensare alle conseguenze, tipo il male atroce alle gambe o la “pipì da birra” e nessun pub nei paraggi.
Fare km e km solo per loro perché ti ripetono più volte che l’Italia è un bel posto per le vacanze, oppure non vengono perché sono poco conosciuti (= non è stata una bella esperienza quella del 2008 eh…).
Urlare fuori dal locale e fino in hotel parole in accento bolognese; cantare le canzone degli smiths, dei blur, la versione allegra di spanish sahara e quelle dei libertines senza pensare.. senza pensare al freddo che fa, perché con tutto l’alcool che si ha in corpo, in quell’istante si hanno i calori.
La birra extrastrong, per dire che vogliamo tanto alcool dentro e poche bazze, quando invece è la double malt beer che dobbiamo chiedere. La furbizia. La birra rossa è spettacolare.
Solo per loro III.
Va beh, era halloween e stavamo male: abbiamo visto anche due ragazzi svestiti da mignotte e con solo una minigonna (erano due universitari. Figata vedere certi personaggi di notte: voglio trasferirmi a Edimburgo).
Freddo, calori, shampo con la birra, aerei, concerti meravigliosi, gente gentilissima, panini buonissimi, pioggia che distrugge scarpe e ombrelli, tizio che suona la fisarmonica con la maschera dell’assassino di Scream, il freddo gelido e la gente seminuda per strada, i muffin, l’accento scozzese, dvd dei kol in hotel, due deficienti che non sanno far funzionare un dvd, la colazione epica di Edimburgo, cinque pirla, le bestemmie liberatorie in hotel e in giro per strada (chi vuoi che le capisca), i 15 album comprati e schiacciati nel bagaglio a mano, la birra scroccata, il telefono lanciato a terra per scatenarsi, le bestemmie contro unicredit, le cinque facce -da cazzo- sul fly magazine, il dickhead e la stretta forte al polso da parte di un ragazzo con la spugna al posto dei capelli, l’hotel puzzolente di Bruxelles, la bestemmia prima-durante-dopo il concerto (chi vuoi che ci capisca 2), i “rossi” di Edimburgo, SpongY, pesciolino, polipo, zio poldo (la fauna marina insomma), provoloni, il batterista gentleman, il macrocefalo, l’uomo con i labbroni, stecchini al posto delle gambe, roba da manicomio, il francese incomprensibile, l’invito in hotel, i “socc’mel-grazie-cazzomerda” insegnati, l’aver ballato con loro e aver parlato con loro di musica, averli conosciuti un po’ a fondo “meno musicisti e più persone” (scoprire che non sono persone ma solo dei grandissmi pirla che potrebbero farti compagnia durante la lezione di antropologia culturale), aver conosciuto tanta gente che ti guarda come per dire “non ce la fai” quando loro stanno messi peggio di te, non pensare, divertirsi e stare belli ubriachi in compagnia fregandosene di quello che succede in Italia e di tutto il resto: There’s a thing called Love (per i Foals).

2. Arcade Fire.

Il concerto in contrapposizione a quello dei Foals: non c’è improvvisazione, la presenza scenica è discreta e i musicisti non sono dei pazzi scatenati che vogliono uccidere-uccidersi.
Gli Arcade Fire sono musicisti seri, si impegnano e la loro musica è un miscuglio di atmosfere e sensazioni gradevoli.
Uno dei live più belli dell’anno: il loro show, nonostante sia premeditato e Règine sappia già le mossettine da fare su “Sprawl II”, è semplice e allo stesso tempo cattura in maniera impressionante i presenti.

3. Kings Of Leon

…o la band più “figa”, nel senso di estetico, dell’universo; ma lasciamo da parte gli ormoni svolazzanti e diamo spazio alla musica di questa band.
La voce di Caleb è mostruosa ed è lui che tiene in mano il pubblico del Futurshow. Nonostante la mancanza di troppi pezzi vecchi e la presenza di troppi pezzi nuovi, questo concerto è stato straordinario.
Peccato l’acustica e peccato io preferisca le band minchia che si uccidono su un palco.
La presenza dei Kings of Leon consiste nell’incantarsi e sbavare, ma tutto questo merita eh.

4. Frightened Rabbit.

Presente le fisse? Se non fossero venuti in Italia, avrei fatto un viaggio à la Foals e sarei andata in Europa a vederli da qualche parte.
Una delle band del genere (indie-folk-rock e bazze simili) più brave che abbia mai visto: un misto tra sonorità tipicamente scozzesi, molto folkloristiche, e una voce, calda e profonda, americana. Che carucci poi.

5. Crystal Castles. “Alice alza la voce come fai su album perché all’estragon si sente poco”: nonostante questo piccolo problema tecnico, il live dei Crystal Castles è stato malato e fuori di testa.
Ballare-pogare-cadere a terra, ma divertirsi come non mai e uscire che sei un bagno di sudore: ne è valsa la pena, certo, ma se mai dovessi rivedere questa band, solo ed unicamente all’estero.

6. The Divine Comedy.

Andare a un concerto e conoscere a malapena solo l’ultimo album di una band o di un musicista, Neil Hannon, che ha una carriera musicale che parte dal 1989.
Spettacolo\ Commedia Teatrale intimo, stupendo, ricco di emozioni e tanta buona musica.

7. Mystery Jets.

Che carucci parte II. Mi aspettavo una band indie sul livello dei Cinematics, Teenagers, Pete and the Pirates… Quanto mi sbagliavo.
Rispetto a tutte le band che ho citato ora, questi Mystery Jets hanno qualcosa in più, sono molto innovativi e inseriscono più spunti rispetto ad altre band, ma la voce di Blaine Harrison poi….

8. 65 Days Of Static.

Una band della madonna, davvero preparata e che riesce a passare da un intenso Post-Rock a un’ Elettronica fuori dal comune e davvero malata, presente soprattutto negli ultimi lavori della band.
Concerto molto suggestivo, ma che sauna!

9. Toro Y Moi \ The Invisible.

Due gruppi spalla che si meritano un posto in questa classifica. Bravissimi: il primo trio ricerca nuove sonorità sognanti e spensierate che avvolgono il pubblico di Edimburgo; il secondo trio, invece, ama la parte strumentale e mischiare più generi e influenze.

10. Carl Barat e suoi amichettii.

Nonostante non abbia amato le sue canzoni da solista live, devo ammettere che Carletto è sostenuto da un’ottima band e le canzoni dei Libertines hanno fatto l’effetto “oddio, i LIBERTINEEES”. Durante il concerto ho urlato più volte quella frase, nonostante mancassero Peter, John e Gary, proprio a causa del mio amore nei confronti di quella band.
Ok basta.

Poi ci sarebbero:
I Fanfarlo, band sorprendente o figliastri degli arcade fire; i Chapel Club, altra buona rivelazione più “dark” e meno “indie”; i Modest Mouse e l’acustica di merda; i Blink 182 con un ottimo batterista e due che cercano di cantare ma, in realtà, vogliono distruggerti le orecchie; i Sum 41, meglio di quanto pensassi e meglio dei blink 182 live; I simple plan e gli all time low che vorresti vedere morti; i Crystal Castles,bravissimi e coinvolgenti, ma alice…la voce?!; quel pervertito adorabile di Adam Green (x2); quei due personaggi dolcissimi dei Blood Red Shoes; quei folk-ora mi addormento dei Rumble Strips; coinvolgenti e devastanti, nonostante tutto, sono i soliti Linea77; quei mocciosi bruttissimi che fanno tanto gli inglesi, ma in realtà sono francesi e fanno divertire anche un cinquantenne, dei Teenagers; quelle furie incazzate de Il Teatro degli Orrori; il dj set del Kapranos e il Kapranos che non ce la fa a fare il dj, ma che uomo meraviglioso; la simpatia e la dolcezza dei Courteeners; la semplicità dei Pete and the Pirates e Mystery Jets; la dolcezza pura e l’affetto degli scozzesi, Frightened Rabbit e Cinematics; lo spettacolo fuori di testa e strappalacrime, dalle risate, degli EELST; l’energia dei Male Bonding; l’americanaggine dei Band of Skulls, che ricordano tanto White stripes e Kills; la nuova band di Carl Barat, davvero preparata, e le canzoni dei libertines “ballate-urlate” nemmeno fossimo a un concerto dei Libertines; la nuova band dell’ex placebo Steve Hewitt, bravissima; la bravura impressionante degli Invisible; la ricerca di nuovi suoni e atmosfere sognanti da parte di Toro y Moi e Pet Moon; la provolaggine e i balletti sugli Swimming; la gentilezza degli You Say Party e di quella persona sublime che è Adam Ficek; la bonaggine dei KOL e il pacco in primo piano del cantante dei The Whigs; l’eleganza e il fascino di Neil Hannon; la tecnica e l’impegno dei The Notwist; l’amore profondo e che per ogni minima cosa c’è un messaggio su facebook (vero Simo??) per quei Cinque Brutti Cessi e per chi lavora con loro; il delirio post-rock\elettro dei 65daysofstatic in un locomotiv che può fare da sauna; i gruppi italiani tanto carucci, pure questi: Le Altre di B, Matinèe, Heike has the Giggles, Joycut e tutti gli altri…

Ho perso troppe band, ma recupererò prossimo anno: mi basta sapere che vedrò Everything Everything, Foo Fighters, PULP (CAZZO I PULP) e finirò a qualche festival all’estero…
Buon anno X

Half in love with Mystery Jets…

Ieri sera, finalmente, ho avuto l’occasione di vedere una delle due band che aspettavo da un po’: i Mystery Jets (l’altra non la nomino nemmeno dato che ci pensa tumblr).
La band si presenta dopo la buona esibizione degli italiani Matinée, solo per il nome meritano di essere ascoltati, che sono cresciuti tanto dall’ultima volta che li ho visti, ovvero prima dei Paddingtons un anno e mezzo fa e sempre al Covo.
Matinée che scherzano tra di loro sul palco, fanno divertire e con una musica semplice ed orecchiabile riescono ad intrattenere il pubblico di Bologna: bravi.
Passiamo ai Mystery Jets che si presentano una ventina di minuti dopo la band italiana.

Nonostante il cantante-frontman, amato alla follia da tutte, o quasi, le ragazze presenti al concerto (no ma ho sentito della roba tipo: “non parlavo di quello, ma di quello figo”; “Oddio quanto è figo quello” e simili. Tutto nella norma, più o meno. Io ritengo figo Alex Kapranos o Julian Casablancas, ecco…).
…Comunque: nonostante Blaine Harrison fosse costretto a suonare seduto, dato il suo problema (http://www.bbc.co.uk/ouch/interviews/13-questions-blaine-harrison.shtml), il concerto dei Mystery Jets è mostruoso, almeno a livello indie-rock con influenze anni ’80 danzerecce molto orecchiabili.
Insomma, hanno dimostrato di essere una delle migliori band del genere in circolazione… Punto. E’ così e basta.
Sono un’ottima band live e hanno un’ottima presenza scenica: il giovane frontman non riuscirà a muoversi, ma con grande forza d’animo e con l’aiuto di bassista e chitarrista, la band riesce a tenere caldo il pubblico.

I Mystery Jets passano a pieni voti e ora tocca ai… Mi fermo, perché prima di loro, forse, tocca ai Blank Dogs.
Il dj set con Rhys Jones, cantante dei Good Shoes, è quasi un flop: rispetto al Kapranos, lui riesce decentemente a fare il lavoro da dj e mette su roba bella (inutile dire che quando gli ho chiesto gli innominabili, non in senso dispregiativo eh, aveva gli occhi a cuore): Libertines, Strokes, Cribs, innominabili, Interpol, Hot Chip, Smiths, Vampire Weekend e altra roba che non ricordo.
Nessuno ballava però: che cazzo voleva il pubblico, Lady Batta? Bah.
Nonostante tutto, e questo ci sta, è stata una bella serata. Pogo, o quello che era, su “Fuck Forever” dei Babyshambles compreso.

Sia chiara una cosa: questa è la “recensione” (buahauahuuhauhauha, bazinga!) cazzona del concerto, quella più seria (oddio, mi faccio paura da sola) per il blog goldmine è in fase di costruzione.

Like Violence you kill me, forever and after

Ieri sera mi sentivo come dieci anni fa: una povera dodicenne entrata nel mondo del punk dopo essere stata massacrata da musica inutile e senza senso, escludendo Beatles e Queen.
Dieci anni fa è iniziata la mia rivolta musicale, che poi si sarebbe ampliata uno-due anni dopo con l’arrivo del Brit Pop, della New Wave \ Post-Punk più deprimente e poi con alternative \ indie e derivati vari: una tragedia.
Ho iniziato col Panc, quindi, con un genere per niente tranquillo: ero alle medie e io e una mia cara amica, con la quale non parlo più da 4-5anni e non intendo parlarci per altri 50-60, eravamo in fissa con i Blink 182, NOFX e Rancid.
Ieri sera mi sono ritrovata a frugare nel passato di ricordi per un’ora e quindici minuti , quando sono stata sostenuta nel pogo, quindi tante botte, con occhi chiusi, per cercare di ricordare le cose più belle di quel periodo, e stare sospesa tra due armadi senza toccare terra.

Partiamo dalla mattina, con una fila incredibile davanti ai cancelli e con la pressione bassa – caldo che non volevano farmi proprio godere il concerto.
Il gruppo italiano “The Leeches” non mi convince proprio: ero nel bel mezzo della futura bolgia e mi sono tolta per non essere devastata\uccisa\massacrata alla fine della loro esibizione.
Sul palco, dopo poco, arriva la prima band che piace a un sacco di persone, soprattutto a gente patetica che era lì se non per loro e non avesse idea di che cosa fosse il “panc”, gli All Time Low.
Non mi piacciono proprio e sono una di quelle band che ritengo per bimbiminchia, ma alla fine devo ammettere che hanno preso tanto e hanno fatto male, a causa dei malati di mente rompicazzo presenti a ogni concerto e che pogherebbero anche durante gli Interpol, al pubblico che si trovava nel bel mezzo dell’inferno.
Sono una band per ragazzine infoiate: ero fuori e vedevo bambine che piangevano, che urlavano (povere le mie orecchie) e di un’età compresa tra i 12-14 anni, mi sono sentita una vecchia.
Ovviamente non c’era solo questa categoria di persone ad ascoltarle, ma anche gente più normale e che non ti urla nelle orecchie nemmeno se sul palco ci fossero i Jonas Brothers accompagnati da Justin Biber (o come si scrive, insomma!)… per fortuna e ringrazio quella parte di pubblico.
Una cosa che poi ho odiato sia di questi ragazzi, ma anche dei Simple Plan, a seguire, sono stati i soliti: “sexy Italian girls”, “Fuckin'”, “Motherfucker”, “Make some noise”. Quando lo hai detto una-due-tre-quattro volte, BASTA, smettila!
Mi sono piaciuti molto di più questi All Time Low, nonostante non fosse proprio il mio genere, che i Simple Plan: un set infinito in cui il cantante se la credeva nemmeno fosse il Bellamy. Calmati ragazzo, forza.
Ho notato, osservando da una collinetta dell’arena parco nord, che hanno tenuto comunque bene il pubblico: anche se là in mezzo c’era gente che avrebbe preferito vedere morti questi 4-5 ragazzini, piuttosto che sul palco, alla fine questa saltava e cantava gli “ohohhhhh” – “yeahyeah” promossi ripetutamente dalla band canadese.
Basta, vi prego.
Sì basta.
Al concerto non mancano le cazzate, del tipo fare la doccia con gli idranti: beh, ci voleva, dato che mi sono scottata naso e braccia.
Poi ai concerti non mancano gli incontri particolari: due fanboy-blink182 neozelandesi belli convinti che hanno chiesto una foto con me e un’amica (aiuto), un tizio ubriaco perso, gli armadi di due metri che durante il pogo assassino ti uccidono e poi ti chiedono continuamente scusa, e i gorilla che ti uccidono e basta.
Arriviamo ai Sum 41 e da qui inizia da qui il mio concerto.
Avevo intenzione di uccidermi e allo stesso tempo vedere qualcosa, ma ero troppo indietro: solo per le ultime tre canzoni mi è venuta in mente l’idea di buttarmi in mezzo alla mischia, dopo essermi comportata da Indie-snob con maglietta dei Foals fradicia, per prendermi e dare, certo meno di quante ne prendo, botte.
I Sum 41 hanno fatto un set più breve di quanto pensassi: sarà che i Simple Plan mi sono sembrati quasi infiniti, ma questi non hanno suonato tanto.
Il batterista è il migliore e il più bravo della band, ma Deryck ha tanto carisma, una buona presenza scenica e alla fine ha una buona voce, rispetto a quella di Tom dei Blink 281 che…
Insomma, mi sono piaciuti e mi hanno preso tanto, oltre ad aver dimostrato un buonissimo legame col pubblico. Bravi.
Ultima band.
I Blink 182, ovvero l’unica band con un minimo di scenografia: cartoni animati, oddio pessima scelta, ottime luci e meraviglioso quello che fa Travis durante l’assolo di batteria su quella pedana girevole.
Tom, Mark e Travis entrano alle 21.30 sul palco dell’I-day e per tre canzoni non ci ho capito niente, ero troppo occupata a proteggermi la testa e a cercare di dare gomitate.
Esco, poi, dal pogo assassino per buttarmi nel pogo “assassino-ma-scusami-se-ti-faccio-male”dove riuscirò anche a vedere qualcosina.
Il devasto è mescolato alle canzoni cantate a squarciagola dalle 27000 persone presenti, compresse come sardine, e alla voglia infinita di vedere questa band.
Il risultato del concerto dei Blink?
Una gran bella delusione da una parte, ma dall’altra una buona dose di finalmente-li-ho-visti-sono-troppo-contenta.
I Blink 182 una volta nella vita bisogna vederli, ma 46 euro sono troppi e forse mi aspettavo un po’ di più.
Travis e TUTTO il pubblico che cantava, e si ammazzava, hanno salvato la situazione.
Mark e Tom, sia a livello vocale che a livello tecnico non si possono sentire: a un certo punto, mentre Tom stonava tranquillamente, mi sono messa le mani nei capelli.
Mi aspettavo un qualcosa di più, ma alla fine qualcosa si è salvato: i Blink sono coinvolgenti e tanto divertenti; Tom è un malato di mente ma con ottima presenza scenica, togliendo la voce; Mark prova a cantare ma non riesce ad andare oltre a una certa ottava, “Stockholm Syndrome” me la aspettavo diversamente a livello del cantato.
La risposta del pubblico, nonostante tutto, è perfetta e per questo salvo, in parte, il concerto dei Blink.
E’ stato un concerto abbastanza veloce, insomma non volevano stare troppo sul palco, della durata di un’ora e un quarto, ma almeno ci sono stati i “pezzi storici” e la scaletta non è stata così breve.

# Dumpweed
# Feeling This
# The Rock Show
# What’s My Age Again?
# Violence
# I Miss You
# Stay Together For The Kids
# Down
# Always
# Stockholm Syndrome
# First Date
# Man Overboard
# Don’t Leave Me
# Not Now
# All The Small Things
# Reckless Abandon
# Josie
# Anthem Part 2

Encore:

# Travis Drum Solo
# Carousel
# Dammit
# Family Reunion

I Blink basta vederli una sola volta nella vita: mi ha fatto piacere vederli, se Tom non avesse cercato di distruggermi i timpani forse sarebbe andata meglio, sentirli, viverli in questo modo, pogare come una dannata e cantare fino ad avere una voce da trans.
46 euro, però, per una cazzata del genere e per un festival senza un minimo di organizzazione, non li spenderò mai più.

La ragazza del toast!

Io lo sapevo e, inoltre, NON si può andare contro la parola di un SIGNORE di nome Steven Patrick Morrissey.
Nonostante avessi un’ansia incredibile, la stessa che mi venne solo ad un altro concerto, quello degli Interpol a Ferrara, sapevo che i Courteeners non mi avrebbero delusa.
Si arriva alle 15 a Madonna dell’ Albero, dove sta il Bronson, con Meme e Dimi, giusto per cazzeggiare un po’ e iniziare a scaricare l’ansia con qualche litro di birra, non è che alle 15 posso scolarmi vodka\gin “lemon”.
Si arriva e 3 componenti su 4, manca Liam ovviamente, sono nel bar di fianco al Bronson per fare aperitivo: inizialmente la paura ad avvicinarmi è non alta, di più.
Intanto, mentre prendo la prima birra di una lunga serie al bar, incontro un ragazzo inglese disperato che vuole un toast e vorrebbe dire alla proprietaria se il toast si può tostare: quando bevo un pochetto capisco meglio l’inglese e lo so parlare in maniera più decente, quindi capisco quello che il ragazzo vorrebbe dire alla proprietaria e riesce a conquistare il suo toast.
Scoprirò dopo che ‘sto ragazzino è il tizio del merchandise.
Birra numero due e voglia di avvicinarmi ai 3 componenti della band su 4 è alta, ma so di essere una rompicoglioni pesante e quindi evito di avvicinarmi: solo dopo la terza birra riuscirò a parlare con Daniel (chitarra), non era al tavolo con gli amichetti in quell’istante, che ci guiderà, noi poveri tre disperati, verso il tavolo dove ci sono gli altri, Michael (batteria) e Mark (basso).
“Please, join us!”.
Mark proprio questo doveva dire.
Beh insomma: questi Courteeners, dalle 16.30 alle 18.40, più che dei musicisti mi sono sembrati dei compagni di corso del DAMS: “Studi?” “Sì, musica a Bologna. Una sottospecie di Performing Arts ma indietro anni luce dato che siamo in Italia” “Pure io studio Musica (a Manchester), a che anno sei?” “Secondo”.
Intanto aperitiviggiamo con loro che ci lasciano alle 18.40 per il soundcheck.
No. Questi qui non fanno parte di una band, sono amici di università.
Ok basta.
Il resto sono partite a ping pong e altra birra, fino alle 21.45 quando aprono il bronson e non c’è NESSUNO.
Mi avvicino al merchandise e: “Oh my god! You’re the girl who has helped me this afternoon!”. Per il tizio del merchandise sono la ragazza del toast.
I Courteeners inizieranno a suonare alle 23, ma del concerto non dico nulla dato che devo scrivere poi per radionation, e finiranno un’ora e un quarto dopo.
Quello che succede dopo si chiama delirio e le TANTE figure di merda sono frutto dei litri di birra bevuti in un certo periodo di tempo.
Un ragazzo si avvicina e chiede se restiamo in zona per un set acustico. Non capisco nulla e gli caccio prima un “No, sorry”..poi “What?!?!?! Fuck! Yeah!”.
Si vede un ragazzo alto, con pantaloni super aderenti, Brandon Flowers se vedesse Liam Fray con pantaloni aderenti si sentirebbe a disagio, e con chitarra acustica: “You’re Peter Doherty…with this hat…but with a better voice”. Liam inizia a suonicchiare allegramente, e con tanta vodka lemon per il corpo.

Mai gli avessi chiesto di suonare “Bide your time”.
A un certo punto di questa, il caro Liam, che del Gallagher non ha niente se non il taglio di capelli, non si ricorda tanto la canzone, si avvicina e mi chiede di continuare. Inizio con una parola…e poi. Il vuoto. Mi richiederà di nuovo un qualcosa della canzone e questa volta ce la faccio. Mai lo avessi fatto: si avvicina di più e mi schiaffa un bacio sulla guancia. “Tere sei bordeaux”. E’ l’alcool. Sono felice del fatto che questo cantante fosse Liam Fray e non Adam Green, essere che si limona qualsiasi cosa abbia un paio di tette.
Il resto è un set acustico meraviglioso nel “camerino” stracolmo di alcool e cibo con loro: la band offre da bere ai presenti e niente.

Fino all’1.40 Liam e compagni suonano qualcosa ai “pochimabuoni” presenti, poi tutti vengono sbattuti fuori dalla security: tra foto, deliri, ricordi, scambio di e-mail e una cosa del tipo “No, non venire ai festival. Ci rivedremo tra settembre\ottobre qui in Italia”.
Mark è affidabile, è il meno sbronzo e quindi aspetto ottobre per rivederli.
Liam è un ottimo frontman e posso dire una cosa? Ha riempito di baci, sulla guancia non pensate male, la sottoscritta, ha continuato poi con una battutina molto provola, seguita da un dolcissimo -tranquilla-sto scherzando-grazie per essere venuta-.
La sottoscritta in quel momento pensava fosse in compagnia di Damon Albarn, nel senso che ora si è aggiunto un altro personaggio da adorare.
Lo ripeto: questi qui sono amici che incontri in università, ma sfortunatamente studio a Bologna e non a Manchester, per ora.

“Uhh quanti ricordi”

L’unica sensazione che ho sentito ieri al concerto dei Linea 77, band che seguivo sia live che non fino a quattro anni fa, è stata quella del titolo del post: andiamo bene.
Perché sono andata? per accompagnare un’amica.
Comunque sia è stato un concerto veloce, a tratti ripetitivo a causa dei sound tutti uguali (l’unico che salvo, è Paolo Pavanello alla chitarra) e non ho sentito, per la maggior parte delle canzoni, Emiliano alla voce.
C’è da dire che i Linea 77 sono sempre stati coinvolgenti e via dicendo, ma probabilmente, almeno per quanto mi riguarda, non sono proprio il mio genere: se fosse stato un concerto con più tracce vecchie e meno tracce nuove, e non parlo solo dell’ultimo album ma degli ultimi due\tre, forse mi sarei messa a cantare convinta le canzoncine e non di certo a scrivere questo.
Il pubblico era assurdo, e scarso numericamente parlando: a gente normale si mischiavano emo, ragazzine e ragazzini che chiedevano che venisse tolta via “QUELLA CAZZO DI ROBA” suonata dai Beatles (se avessi visto chi ha detto ‘sta stronzata penso che lo avrei massacrato di botte o di parolacce e bestemmie) prima del concerto, metallari convinti, Twinky Winky, il Teletubbies, e io che me ne sono stata ferma cercando e provando ad “ascoltare” quello che avevano da proporre i linea77.

I Linea non fanno più per me e preferisco: Nick McCarthy che mi segue, fingendo di non farsi vedere, durante un aftershow; il Kapranos che ulula su Lucid Dreams; Bob Hardy con lo sguardo killer; Peter Doherty che non si regge in piedi (però intanto c’è la reunion dei Libertines e solo per questo farò la pazzia e andrò); Tom Meighan super truzzo; il Bellamy zarro; le sopracciglia da lupo, ma così sensuali, e la voce di Liam Fray dei Courteeners; il balletto dei Rakes su “22 grand job”; le solite band che cercano di fare la solita musica indie e di solito sono inglesi.

Concludo richiedendo al cantante dei Linea77, Nitto, un bel rutto sul palco mentre fa strani versi: ecco, grazie a queste piccole cose, Champagne Supernova per radio, urlata a squarciagola, in macchina al ritorno, i Beatles e ovviamente Moira (Brandy ha un pacco ribelle e prepotente, ma lui è sproporzionato) un po’ mi sono divertita.

Una recensione più o meno normale la trovate su radionation. Cheers.