Franz Ferdinand & The Cribs @ Ferrara Sotto Le Stelle. – RadioNation

http://www.radionation.it/2014/08/02/franz-ferdinand-the-cribs-ferrara-stelle/

Altro concerto figo, altra recensione. Questa volta i protagonisti sono i Franz Ferdinand che ho avuto modo di rivedere a  Ferrara, venerdi 1 agosto.

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Panic on the streets of Modena \ Liebster Award

Questa sera di musica ce n’è poca.

Come potete notare parlo poco di nuovi album in uscita e mi dedico di più ai live report, sempre più soggettivi e scritti con una certa ansia: ahimé la passione per la scrittura sta un po’ svanendo, ma voglio credere che sia solo colpa del Binge, dello stress universitario e del fatto che non riesca a viaggiare tanto come vorrei.

Dopo questa premessa, ho deciso di tirare un po’ su il blog facendo questo piacevole questionario (ho letto 3 domande e sono già in crisi) segnalatomi da Valeria. E grazie a Valeria proprio per questa nomina (meglio questa rispetto a quella di facebook in cui ci si sfonda di alcool).

liebsteraward-1

Il regolamento:

1) Ringraziare chi ti ha nominato.

2) Rispondere alle 10 domande rivolte insieme alla nomina.

3) Nominare altri 10 blog con meno di 200 followers e rivolgere loro 10 domande (seguo alcuni blog con più di 200 followers, quindi pazienza).

1) Il primo amore, ovvero il primo libro/film/canzone di cui ti sei trovato/a perdutamente innamorato/a.

Libro: Norwegian Wood (Tokyo Blues) di Haruki Murakami
Film: “A qualcuno piace caldo” di Wilder a pari merito con “I Vitelloni” di Fellini.
Canzone: “Something” dei Beatles (ansia)

2) L’ultimo libro che hai letto/film che hai visto/album che hai ascoltato.

Libro: “La pioggia prima che cada” J. Coe
Film: “This is England”: pochi minuti fa, di nuovo
Album: “Everyday Robots” di Damon Albarn

3) 3 film o registi che secondo te hanno cambiato il cinema negli ultimi 20 anni.

Vado sui registi: Quentin Tarantino, i fratelli Coen, Wes Anderson (Lars Von Trier e Tim burton).

4) 3 libri o autori che secondo te hanno segnato un pezzo di storia della letteratura negli ultimi 20 anni.

Autori: Hornby, Coe, Welsh.

5) 3 album o canzoni che secondo te hanno segnato un pezzo di storia della musica negli ultimi 20 anni.

Album.

“Blur” – Blur
“Turn on the Bright Lights” – Interpol
“Different Class” – Pulp

6) Il concerto più bello della tua vita.

Blur @ Hyde Park \ 2012

7) Chi vorresti incontrare? Un regista, un musicista e un autore con cui vorresti fare quattro chiacchiere di persona.

Regista: Quentin Tarantino
Musicista: Steven Patrick Morrissey
Autore: Haruki Murakami

8) Cover e remake. Cosa ne pensi?

C’è chi ci riesce e chi no.

9) Cinema o dvd?

Cinema

10) Qualcosa che vorresti ti chiedessero – e relativa risposta

“Vuoi un calice di Weissburgunder?”
-“Ovvio”.

Nomino:

1. Hodimenticatoqualcosa

2. FardRock

3. RestoVaghissimo

4. I più grandi in assoluto Teatrino degli Errori

5. IlNegoziante

6. Larockeuse

7. Rrrollingturtle

8. Fizzyballerinas

9. Dayofflondra

10.Roundmount

Domande

1. Mods o Rockers?

2. Citazione preferita (da canzone-libro-film)?

3. Le 3 migliori band degli ultimi 20 anni?

4. Concerto intimo o festival?

5. Vino o birra?

6. Miglior frontman di una band degli ultimi 10 anni?

7. Peggior album mai ascoltato?

8. Il prossimo artista che non arriva vivo ai 28 anni?

9. 3 registi preferiti?

10. Quanto Tavernello si è bevuto Andrea Pirlo in questo spot? http://www.youtube.com/watch?v=fQlEqL3WK_0

Music when the lights go out

Il titolo del post, l’ultimo di quest’anno, ha senso: prima di un concerto ci sono le luci accese, si nota l’ansia sulle facce gente che hai intorno e si sentono solo voci; a un certo punto tutto questo scompare e le luci si spengono, a volte c’è il fumo, la band sale sul palco e inizia la musica.

Questa è l’ultima parte del post “classifiche di ‘sta ceppa del 2010” dedicata ai dieci live più entusiasmanti, deliranti, malati che ho visto proprio quest’anno.

1.

La band che ho vissuto appieno, sia nei momenti di estrema gioia che di massima tristezza.
Dopo il concerto di Edimburgo si torna a casa con un “hollow heart” e nel giro di 4 settimane si va a Bruxelles, di nuovo, per questa band del cazzo (davvero eh) che riempie un locale di 1000 persone a malapena: fanno sold out, certo, ma “who the fuck are foals?!”
Improvvisano, giocano, si ammazzano, scompaiono quando corrono sulla scalinata del locale di Edimburgo e cadono, sono imprevedibili e sono davvero bravi: nel live, questa band si impegna tanto ed esprime, attraverso la musica e spaccando le drumsticks su un tamburo, le proprie emozioni sul momento.
La loro musica è un mare in tempesta che ti fa annegare e respirare allo stesso tempo: roba da strapparsi i capelli e temere la propria vita perché uno di loro sul palco è talmente incazzato che ha voglia di uccidere-uccidersi.
Poi ci sono dei dj set, c’è il palco del dj set dove balli con qualcuno di loro “Odessa” di Caribou (roba che in Italia non ti metteranno mai) e altre canzoni elettro (mi pare di aver sentito pure Darkstar ma ero troppo ubriaca per dirlo con certezza ora) che sono proprio belle, non sono tunztunz e ti fanno ballare fino alle 5 di mattina…
…E poi saluti tutti, o meglio quei tre che ti hanno tenuto compagnia, con quasi le lacrimucce agli occhi, e riparti un’ora dopo per tornare in Italia.
Ormai sono 40 le ore passate in piedi senza chiudere occhio: si arriva a Bologna, con i vestiti che puzzano di birra e i capelli che puzzano di birra e fumo, bloccata dalla bufera di neve e, infine, tiri giù santi-cristi e madonne perché devi guidare e le strade fanno schifo; si arriva a casa devastata e si crolla alle 19 sul letto dormendo fino alle 11 di mattina del giorno dopo )con i capelli che puzzano, ancora, di birra e fumo).
Solo per loro.
Le lezioni di bolognese, i viaggi, i km a piedi, i musicisti che hai conosciuto e le facce da “oscar”: “ehi Walter!!!!” e Waltey, il vatusso con le gambe di 2 metri, che si gira come per dire “sì, ok ripigliati che tra un po’ cadi tanto che sei sbronza eh!”; poi l’indimenticabile“dobbiamo farci 7km fino in hotel… e con l’alcool viene meglio!”, quando il nostro uomo, un po’ pirla certo ma senza di lui io e Simo non saremmo mai entrate a Bruxelles e all’aftershow, fa un verso tipo “errr”, sbuffa e ci guarda come per dire “state proprio male”.
Solo per loro II.
Oppure ti fai quei 7 km a piedi -dopo aver parlato per un buon 10 minuti con un tizio che ti abbraccia\stritola nemmeno fosse un amico che rivedi dopo mesi e mesi di distacco; una foto del genere

che ti fa riflettere:“oh cazzo, ma questo ci ha provato di brutto e io sono una pirla”; senza pensare alle conseguenze, tipo il male atroce alle gambe o la “pipì da birra” e nessun pub nei paraggi.
Fare km e km solo per loro perché ti ripetono più volte che l’Italia è un bel posto per le vacanze, oppure non vengono perché sono poco conosciuti (= non è stata una bella esperienza quella del 2008 eh…).
Urlare fuori dal locale e fino in hotel parole in accento bolognese; cantare le canzone degli smiths, dei blur, la versione allegra di spanish sahara e quelle dei libertines senza pensare.. senza pensare al freddo che fa, perché con tutto l’alcool che si ha in corpo, in quell’istante si hanno i calori.
La birra extrastrong, per dire che vogliamo tanto alcool dentro e poche bazze, quando invece è la double malt beer che dobbiamo chiedere. La furbizia. La birra rossa è spettacolare.
Solo per loro III.
Va beh, era halloween e stavamo male: abbiamo visto anche due ragazzi svestiti da mignotte e con solo una minigonna (erano due universitari. Figata vedere certi personaggi di notte: voglio trasferirmi a Edimburgo).
Freddo, calori, shampo con la birra, aerei, concerti meravigliosi, gente gentilissima, panini buonissimi, pioggia che distrugge scarpe e ombrelli, tizio che suona la fisarmonica con la maschera dell’assassino di Scream, il freddo gelido e la gente seminuda per strada, i muffin, l’accento scozzese, dvd dei kol in hotel, due deficienti che non sanno far funzionare un dvd, la colazione epica di Edimburgo, cinque pirla, le bestemmie liberatorie in hotel e in giro per strada (chi vuoi che le capisca), i 15 album comprati e schiacciati nel bagaglio a mano, la birra scroccata, il telefono lanciato a terra per scatenarsi, le bestemmie contro unicredit, le cinque facce -da cazzo- sul fly magazine, il dickhead e la stretta forte al polso da parte di un ragazzo con la spugna al posto dei capelli, l’hotel puzzolente di Bruxelles, la bestemmia prima-durante-dopo il concerto (chi vuoi che ci capisca 2), i “rossi” di Edimburgo, SpongY, pesciolino, polipo, zio poldo (la fauna marina insomma), provoloni, il batterista gentleman, il macrocefalo, l’uomo con i labbroni, stecchini al posto delle gambe, roba da manicomio, il francese incomprensibile, l’invito in hotel, i “socc’mel-grazie-cazzomerda” insegnati, l’aver ballato con loro e aver parlato con loro di musica, averli conosciuti un po’ a fondo “meno musicisti e più persone” (scoprire che non sono persone ma solo dei grandissmi pirla che potrebbero farti compagnia durante la lezione di antropologia culturale), aver conosciuto tanta gente che ti guarda come per dire “non ce la fai” quando loro stanno messi peggio di te, non pensare, divertirsi e stare belli ubriachi in compagnia fregandosene di quello che succede in Italia e di tutto il resto: There’s a thing called Love (per i Foals).

2. Arcade Fire.

Il concerto in contrapposizione a quello dei Foals: non c’è improvvisazione, la presenza scenica è discreta e i musicisti non sono dei pazzi scatenati che vogliono uccidere-uccidersi.
Gli Arcade Fire sono musicisti seri, si impegnano e la loro musica è un miscuglio di atmosfere e sensazioni gradevoli.
Uno dei live più belli dell’anno: il loro show, nonostante sia premeditato e Règine sappia già le mossettine da fare su “Sprawl II”, è semplice e allo stesso tempo cattura in maniera impressionante i presenti.

3. Kings Of Leon

…o la band più “figa”, nel senso di estetico, dell’universo; ma lasciamo da parte gli ormoni svolazzanti e diamo spazio alla musica di questa band.
La voce di Caleb è mostruosa ed è lui che tiene in mano il pubblico del Futurshow. Nonostante la mancanza di troppi pezzi vecchi e la presenza di troppi pezzi nuovi, questo concerto è stato straordinario.
Peccato l’acustica e peccato io preferisca le band minchia che si uccidono su un palco.
La presenza dei Kings of Leon consiste nell’incantarsi e sbavare, ma tutto questo merita eh.

4. Frightened Rabbit.

Presente le fisse? Se non fossero venuti in Italia, avrei fatto un viaggio à la Foals e sarei andata in Europa a vederli da qualche parte.
Una delle band del genere (indie-folk-rock e bazze simili) più brave che abbia mai visto: un misto tra sonorità tipicamente scozzesi, molto folkloristiche, e una voce, calda e profonda, americana. Che carucci poi.

5. Crystal Castles. “Alice alza la voce come fai su album perché all’estragon si sente poco”: nonostante questo piccolo problema tecnico, il live dei Crystal Castles è stato malato e fuori di testa.
Ballare-pogare-cadere a terra, ma divertirsi come non mai e uscire che sei un bagno di sudore: ne è valsa la pena, certo, ma se mai dovessi rivedere questa band, solo ed unicamente all’estero.

6. The Divine Comedy.

Andare a un concerto e conoscere a malapena solo l’ultimo album di una band o di un musicista, Neil Hannon, che ha una carriera musicale che parte dal 1989.
Spettacolo\ Commedia Teatrale intimo, stupendo, ricco di emozioni e tanta buona musica.

7. Mystery Jets.

Che carucci parte II. Mi aspettavo una band indie sul livello dei Cinematics, Teenagers, Pete and the Pirates… Quanto mi sbagliavo.
Rispetto a tutte le band che ho citato ora, questi Mystery Jets hanno qualcosa in più, sono molto innovativi e inseriscono più spunti rispetto ad altre band, ma la voce di Blaine Harrison poi….

8. 65 Days Of Static.

Una band della madonna, davvero preparata e che riesce a passare da un intenso Post-Rock a un’ Elettronica fuori dal comune e davvero malata, presente soprattutto negli ultimi lavori della band.
Concerto molto suggestivo, ma che sauna!

9. Toro Y Moi \ The Invisible.

Due gruppi spalla che si meritano un posto in questa classifica. Bravissimi: il primo trio ricerca nuove sonorità sognanti e spensierate che avvolgono il pubblico di Edimburgo; il secondo trio, invece, ama la parte strumentale e mischiare più generi e influenze.

10. Carl Barat e suoi amichettii.

Nonostante non abbia amato le sue canzoni da solista live, devo ammettere che Carletto è sostenuto da un’ottima band e le canzoni dei Libertines hanno fatto l’effetto “oddio, i LIBERTINEEES”. Durante il concerto ho urlato più volte quella frase, nonostante mancassero Peter, John e Gary, proprio a causa del mio amore nei confronti di quella band.
Ok basta.

Poi ci sarebbero:
I Fanfarlo, band sorprendente o figliastri degli arcade fire; i Chapel Club, altra buona rivelazione più “dark” e meno “indie”; i Modest Mouse e l’acustica di merda; i Blink 182 con un ottimo batterista e due che cercano di cantare ma, in realtà, vogliono distruggerti le orecchie; i Sum 41, meglio di quanto pensassi e meglio dei blink 182 live; I simple plan e gli all time low che vorresti vedere morti; i Crystal Castles,bravissimi e coinvolgenti, ma alice…la voce?!; quel pervertito adorabile di Adam Green (x2); quei due personaggi dolcissimi dei Blood Red Shoes; quei folk-ora mi addormento dei Rumble Strips; coinvolgenti e devastanti, nonostante tutto, sono i soliti Linea77; quei mocciosi bruttissimi che fanno tanto gli inglesi, ma in realtà sono francesi e fanno divertire anche un cinquantenne, dei Teenagers; quelle furie incazzate de Il Teatro degli Orrori; il dj set del Kapranos e il Kapranos che non ce la fa a fare il dj, ma che uomo meraviglioso; la simpatia e la dolcezza dei Courteeners; la semplicità dei Pete and the Pirates e Mystery Jets; la dolcezza pura e l’affetto degli scozzesi, Frightened Rabbit e Cinematics; lo spettacolo fuori di testa e strappalacrime, dalle risate, degli EELST; l’energia dei Male Bonding; l’americanaggine dei Band of Skulls, che ricordano tanto White stripes e Kills; la nuova band di Carl Barat, davvero preparata, e le canzoni dei libertines “ballate-urlate” nemmeno fossimo a un concerto dei Libertines; la nuova band dell’ex placebo Steve Hewitt, bravissima; la bravura impressionante degli Invisible; la ricerca di nuovi suoni e atmosfere sognanti da parte di Toro y Moi e Pet Moon; la provolaggine e i balletti sugli Swimming; la gentilezza degli You Say Party e di quella persona sublime che è Adam Ficek; la bonaggine dei KOL e il pacco in primo piano del cantante dei The Whigs; l’eleganza e il fascino di Neil Hannon; la tecnica e l’impegno dei The Notwist; l’amore profondo e che per ogni minima cosa c’è un messaggio su facebook (vero Simo??) per quei Cinque Brutti Cessi e per chi lavora con loro; il delirio post-rock\elettro dei 65daysofstatic in un locomotiv che può fare da sauna; i gruppi italiani tanto carucci, pure questi: Le Altre di B, Matinèe, Heike has the Giggles, Joycut e tutti gli altri…

Ho perso troppe band, ma recupererò prossimo anno: mi basta sapere che vedrò Everything Everything, Foo Fighters, PULP (CAZZO I PULP) e finirò a qualche festival all’estero…
Buon anno X

Ora mi piscio addosso!

Due secondi prima che iniziasse “Blue Blood” ho urlato, e meno male che erano tutti scozzesi gli altri intorno, a Chicca proprio il “Ora mi piscio addosso”.
In realtà non avevo proprio quello stimolo eh, ero solo troppo emozionata. Forse troppo emozionata da farmi venire un attacco d’asma improvviso, e meno male che avevo il ventolin.

Il 30 ottobre sono arrivata qui proprio con Simo:

Questa nella foto è Edimburgo, una città meravigliosa con gente meravigliosa e un freddo impossibile da affrontare.
Risate a non finire, freddo gelido al quale mi sono adattata alla perfezione, pioggia devastante e ballerine ai piedi, arti distrutti, cazzate sparate al secondo: tutto questo fa parte dei 4 giorni nella città scozzese passati con la mia compagna di viaggio, Simo.

Motivo del viaggio solo uno, solo una band: Foals.
“Chi cazzo sono i Foals?” Nel nostro paese non sono conosciuti come all’estero, ma questi hanno tirato fuori l’album più bello del 2010, si girano mezza Europa tra novembre e dicembre, senza venire in Italia, e la loro musica ha fatto ciò che hanno fatto tanti amici in questo periodo per me (=sollevarmi\\sopportarmi\\supportarmi).

Il giorno del concerto è un delirio dietro l’altro. A parte che noi italiani ci presentiamo davanti al luogo dell’evento ore e ore prima, mentre gli scozzesi\inglesi no: le prime persone per il concerto dei Foals al HMV Picture House arrivano 5\10 minuti prima dell’apertura porte e la fila è PERFETTA, senza coglioni che passano davanti, spingono o via dicendo.
Ci sono tre ragazzi italiani in Erasmus che ci danno delle pazze solo perché “il motivo principale del viaggio è il concerto dei Foals”: non saranno gli unici.
Si entra in maniera ordinata e tranquilla nel locale, parecchio largo ma non grandissimo, che verrà riempito completamente prima dell’esibizione dei Toro Y Moi.
Ad aprire le danze ci pensano i PetMoon, band dell’ex puledro Andrew Mears, arrivata al loro quinto concerto.

Il trio di Oxford presenta un Math Rock piuttosto particolare, con ottimi arrangiamenti e una discreta presenza scenica: questi tre ragazzi se la cavano piuttosto bene per essere agli inizi!
Andrew Mears ha una voce singolare che varia da canzone a canzone, a tratti piace tanto ma in altre occasioni un po’ meno, e che si mostra essere un buon frontman.
Dopo tre canzoni dei Kings of Leon, che segnano il passaggio da una band all’altra, sul palco del locale scozzese arriva un altro trio, quello dei Toro Y Moi.

Questa band sperimentale-elettro è davvero molto valida, capace e capitanata da un altro frontman giovanissimo alla voce\synth.
La band crea atmosfere sognanti e poco danzerecce che catturano, e tanto, l’attenzione di chi sta ascoltando: sono veramente bravi, la voce è molto semplice e pulita e le sonorità sono molto suggestive.
Finiscono loro e io inizio a preoccuparmi seriamente.
Prima una sottospecie di attacco di panico che mi fa mancare il respiro, ma per fortuna ho la mia droga che mi aiuta, e poi la frase-titolo del post in questione.
Sto male, di testa, e l’unico posto in grado di gestirmi in quel momento è un manicomio.
Luci basse, fumo maledetto e i magnifici cinque che salgono sul palco. Io e Simo siamo sotto al nano greco, che detta così…

Iniziano con l’intensa Blue Blood e mi sento morire dentro. Sono paralizzata, non riesco a fare niente e solo a metà canzone inizio a cantare.
A un certo punto mi accorgo di essere osservata dall’alto, molto in alto dato che quell’uomo è un vatusso, dal bassista dei Foals, Walter, che mi fissa peggio di un maniaco.
Inizia “Olympic Airways” e la sottoscritta si sblocca: inizio a muovermi e a cantare, insieme a pochi altri dato che l’ambiente al lato sinistro del palco è tranquillo, e noto ancora che quel gigantone mi\ci fissa.
A un certo punto mi sveglio e mi rendo conto di quanto siano bravi Yannis, Jack, Walter, Jimmy e Edwin.
Continua il concerto e ho i brividi seguiti da pelle d’oca perché non realizzo e non posso credere a ciò che stanno facendo questi cinque di Oxford sul palco.
Il loro genere è fuori dal normale: c’è tantissima improvvisazione e tanta tecnica nella loro musica, si potrebbe parlare di progressive rock à la foals ovvero con netti riferimenti all’elettronica ed effetti piuttosto suggestivi.
La presenza scenica è allucinante: anche se ci fosse uno solo di loro su questo palco, riuscirebbe a tenere tra le mani l’intero pubblico della location.
Yannis è un pazzo schizofrenico con una voce MOSTRUOSA e con un corpo pieno di rabbia pronto ad esplodere… Ed esplode alla perfezione dopo Total Life Forever: corre in giro per il locale, fa le scale e arriva sulle balconate, dove vorrebbe buttarsi giù per nuotare tra il pubblico ma la sicurezza lo blocca dato che il posto dal quale vorrebbe buttarsi è troppo in alto; torna giù velocemente per le scale, scivolando e dando una culata a terra (lui già è basso, se poi cade non lo si vede più), ma poi si rialza e torna sul palco per terminare lo sfogo di rabbia (Two Steps Twice). Su Electric Bloom sale sugli amplificatori, non sa come scendere, e poi spicca il volo rischiando di rompersi ginocchia\caviglie; rischia, poi, di ammazzare più volte Jimmy, alla chitarra, col microfono; poi balla, si scatena, salta, urla, picchia su un tamburo come se vorrebbe spaccarlo, strimpella, vorrebbe lanciare qualsiasi cosa per aria, vorrebbe uccidere qualcuno.
Un frontman che va oltre all’essere frontman. E’ geniale. E’ un pazzo.
Vogliamo parlare di Walter al basso? E’ un mostro e segue quell’altro ragazzotto rossiccio che picchia e pesta come se avesse Satana (Dave Grohl) in circolazione nelle sue vene: sicuramente è uno dei migliori batteristi del momento.
Edwin alle tastiere, intanto, crea quelle melodie psichedeliche che farebbero ballare pure un sasso e Jimmy mostra grande tecnica alla chitarra, si muove tanto e rischia la morte più volte.
Spanish Sahara è la canzone del 2010, intensa e un crescendo di emozioni: si urla e,allo stesso tempo, vedo gente che si asciuga le lacrime e poga (Sì, nel mezzo si poga ma non è come il massacro in Italia).
Prima di Two Steps Twice, che chiude il concerto, arriva una delle due canzoni inaspettate, ovvero Hummer (l’altra è What Remains che mi fa paralizzare di nuovo): Hummer è meravigliosa, ma quei grandissimi pirla dei back-vocalist si sono dimenticati del “shine like million”.
Il concerto dei Foals si rivela un’esplosione, a livello vocale-strumentale e corporeo, intensa caratterizzata da armonie e ritmi a tratti leggeri e, altri, molto coinvolgenti e ricchi di emozioni tutte diverse, urlate a pieni polmoni da quel FRONTMAN che fa PAURA tanto che è bravo.
L’età media è di 26 anni: trovare un gruppo che a ventisei anni fa concerti con un’energia del genere è davvero raro.
Live, quasti puledri selvaggi, sono una band superlativa e con un carisma unico, ai livelli di altri gruppi che fanno musica e concerti da anni e anni.
Band da rivedere e che fa venire la pelle d’oca.
Mi verrebbe quasi da dire che su album i Foals fanno veramente schifo rispetto al live: se non avete visto i Foals in concerto, non potete capire.

Setlist
1.Blue Blood
2.Olympic Airways
3.Total Life Forever
4.Cassius
5.Balloons
6.Miami
7.After Glow
8.2 Trees
9.What Remains
10.Spanish Sahara
11.Red Socks Pugie
12.Electric Bloom
Encore:
13.The French Open
14.Heavy Water \ Hummer
15.Two Steps, Twice

Mio caro amico Win(nie Pooh)

Sono davvero pronta a scrivere questo resoconto sul concertone di ieri, aka primo giorno dell’ I-day festival? Non lo so, ma provo.
Alle 15, quando ancora non ci sono tante persone, io e Laura arriviamo davanti ai cancelli dell’Arena Parco Nord, che apriranno un quarto d’ora dopo.
Si entra, si perlustra la zona e intanto inizia la band italiana, Joycut, che ho considerato veramente in minima parte: quello che posso dire con certezza è che ci sono band italiane nettamente migliori di loro.

Il mio concerto inizia con la band inglese, che arriva dopo questi Joycut, ovvero i Chapel Club: band che mi incuriosiva parecchio prima di questo concerto, ma di cui non ho trovato niente sul web, se non i video di youtube.
Non appena entra quest’uomo

si iniziano a fare apprezzamenti sul suo essere inglese.
A parte questa piccola scia di groupismo, inizio ad ascoltare la band che si mostra veramente interessante e valida: indie, quello che volete, ma con sfumature decisamente più dark e certamente non prevedibili. Non sono la solita indie-rock band inglese, decisamente no.
La voce sottolinea proprio questo lato cupo e più che indie, sarebbe meglio definirli come una band che riprende tratti del classico “post-punk”.
Aspetto l’album e magari un altro live per capire al meglio questa band, che ieri mi ha colpita veramente tanto.

La band che aspettavo più dei Modest Mouse e meno degli Arcade Fire, è quella che segue i Chapel Club, i Fanfarlo.

Il loro album, nonostante i tanti ascolti mesi prima di questo concerto, non mi è entrato in testa per niente e temevo anche per questo live.
Quanto mi sbagliavo.
Questa band indie-pop di Londra si mostra all’altezza e viene subito apprezzata dal pubblico, che intanto sta aumentando numericamente.
I Fanfarlo si possono descrivere con pochi aggettivi: teneri, semplici, chiari e, soprattutto, capaci.
Capaci perché sanno suonare bene molti strumenti a loro disposizione; sono puliti e lucidi sia a livello vocale che sonoro; sono semplici e allo stesso tempo riempiono l’aria di musica ricca e piena di particolari sonori.
La band mostra dall’inizio fino a fine concerto una certa umiltà e semplicità, qualità che piacciono tanto al pubblico che li ascolta e rimane coinvolto da quest’atmosfera serena\sognante data proprio dalla loro musica.
Questi Fanfarlo sono veramente tanto bravi e potrebbero essere, a causa del saper suonare bene ogni strumento di cui fanno uso e del loro essere puliti e chiari, i figliastri degli stessi Arcade Fire.

Passiamo poi alla penultima band: i Modest Mouse.

Se i Fanfarlo sono dei ragazzini dolci e puliti, i Modest Mouse sono dei pazzi schizofrenici e senza un minimo di buon senso, a livello musicale ovviamente.
Inizialmente credevo che l’acustica facesse veramente schifo poiché non riuscivo a sentire la voce del cantante: mi accorgerò, in seguito a 3-4 canzoni, che non è colpa dell’acustica.
Il cantante, per esaltare l’ aspetto da “pazzo-fottuto di mente”, ha una voce quasi spezzata: a tratti la si comprende, a tratti non si capisce niente.
E’ una cosa voluta dallo stesso vocalist e, nonostante non amassi tanto questa sua scelta, riescono a prendermi.
A livello strumentale, invece, mi sono sembrati parecchio movimentati, multiformi e particolari: la band mostra una certa esperienza e sicuramente sa come muoversi su un palco.
La presenza scenica è decente e fanno muovere una buona parte di pubblico, ormai ci siamo tutti.
Ammetto di non conoscere benissimo questa band, ma devo dire che mi ha preso parecchio, nonostante quella voce così spezzata che mi ha lasciata un po’ perplessa.

Passiamo alla band sulla quale vorrei scrivere un romanzo intero: gli Arcade Fire.

Gli Arcade Fire si presentano alle 21.30 spaccate sul palco dell’ I-day: c’è tantissima gente per loro che immediatamente viene sommersa dall’ondata musicale di “Ready to start”, il nuovo singolo della band canadese.
Appena i magnifici otto entrano sul palco, arriva in me un senso di perdita estrema, una certa malinconia: non sto male, ma sento qualcosa di veramente incredibile e indescrivibile che mi avvolge.
Dopo il singolo, arriva “Month of May”, altra canzone del nuovo album che amo alla follia e che registro, mentre la mia testa è in pieno Caos. Questo pezzo viene esaltato alla follia dalla band guidata da Win, grazie agli effetti sonori dati dai megafoni: sembra che il pubblico sia avvolto da una brezza fresca in grado di travolgere e poi rimettere tutto in ordine. Un uragano.
Ciò che mi fa passare tutto è quello che a fine concerto ho descritto come un’apocalisse interiore: con “Neighborhood 1 (Tunnel)” e “Crown of Love” esplodo in lacrime come un’idiota, senza pensare ai quintali di eyeliner e mascara (una furbona insomma) che poi mi coleranno sul viso, e non riesco a cantare, non riesco a rendermi conto di tutto e alla fine mi perdo nell’atmosfera incantata, perfetta che creano questi Arcade Fire con la loro MUSICA.
Règine, una donna meravigliosa e fantastica, lascia la batteria per passare avanti a cantare: arriva la canzone à la Blondie che mi ha colpita fin dal primo ascolto su album, “Sprawl II”.
Règine ha una voce incredibile, dolce, quasi da bambina e che farebbe commuovere anche un sasso; i suoi movimenti, quando balla, sono sereni, liberi e che arricchiscono l’incredibile presenza scenica che cattura e avvolge chi è presente.
Il concerto passa con le “sviolinate” di “The Suburbs”, la bellissima “Suburban War” , l’atmosfera spirituale creata dalla meravigliosa “Intervention” e dalla movimentata, almeno alla fine, “Modern Man”.
Inaspettate, almeno per la sottoscritta, sono state “No Cars Go”, sulla quale credo di aver lasciato un polmone all’arena parco nord tanto che ho urlato, e quella sensazione sognante data da “Haiti”.
Segue, poi, una canzone che non mi piace proprio, “We used to wait”, ma devo ammettere che anche questa live rende molto di più che su album.
Tornano le lacrime e torna la sensazione “ora-un-polmone-lo-lascio-all’-arena-intanto-c’è-l’altro!”, dato che prima viene interpretata una tra le mie canzoni preferite, “Neighborhood 3 (Power out)” e, successivamente, “Rebellion \ Lies”.
Per un istante tutto per me si ferma, la band non è più sul palco e mi sembra di vivere un sogno: gli Arcade Fire non hanno finito, manca l’encore.
La band torna sul palco dopo pochissimi minuti: è il momento di “Keep the car running” e della classica, ma che non deve mai mancare, “Wake up” che sopraffanno il pubblico che balla, salta, canta a squarciagola, si commuove e sogna.
Un concerto indescrivibile e che ho vissuto a pieno: credo di non aver mai provato emozioni e sensazioni così contrastanti tra loro a un evento del genere.
Gli Arcade Fire sono completi, perfetti, geniali, affascinanti, pieni di fantasia e ricchi di Musica sconvolgente: le sensazioni che creano e che interpretano una volta assorbite, non abbandonano più corpo e anima di chi li ha vissuti a pieno, di chi li ha visti in concerto.
Presenza scenica perfetta: tutti gli elementi della band, escludendo le due magnifiche violiniste, sanno suonare tutto e si alternano con una facilità incredibile mostrando carattere e grande tecnica.
La scenografia fa parte di tutto ciò: riferimenti al cinema muto-classico, scene e immagini che si alternano e giochi, semplici ma suggestivi, di luce riempiono quest’atmosfera viva e sognante che circonda tutto il pubblico di Bologna.
Incredibili e perfetti.
Questi Arcade Fire, in un’ora e mezza, mi hanno fatto provare tutto ciò che, solitamente, più band e di diverso genere mi fanno sentire.
Loro sono stati perfetti, sono decisamente migliori rispetto ad album e descrivere il loro spettacolo è impossibile: bisogna viverlo per poter comprendere a pieno tutto.

Dopo il passaggio dei Muse da musicisti a bimbiminchia, ho perso il punto di riferimento, la “band preferita”, il gruppo che mi sconvolge l’anima e il corpo: credo di averlo ritrovato.
Gli Arcade Fire mi rendono viva per davvero e ieri sera la loro musica mi ha fatto respirare, di nuovo.

Cazzo, che concerto.