Damon Albarn e il tocco gelido della Morte.

Il titolo di questo post potrebbe essere legato a una nuova avventura di Harry Potter, ma questa volta il protagonista è proprio il cantante dei Blur.
Grazie a lui ho avuto delle allucinazioni spaventose non appena giunta in hotel, alla fine del concerto di Roma: nonostante tutto voglio troppo bene a Damon Albarn.

La recensione completa del concerto, però, la trovate su Radionation:

Damon Albarn live @ Auditorium Parco della Musica, Roma.

Ho deciso di postare il link sul mio blog, perché questo concerto mi ha riempito il cuore di gioia: lui è un artista al quale voglio veramente troppo bene, poi “Everyday Robots” è l’album per il quale sono in fissa da mesi.

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E niente, buona lettura.

(Prima o poi scriverò due righe sul concerto assurdo degli Is Tropical: anche loro visti a Roma, ma in una situazione totalmente differente…).

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The Pains of Being Pure at Heart @ Hana-bi

L’ultima volta al Hana-Bi, prima di questo martedì 17 giugno, la ricordo a tratti: c’erano i Crocodiles, era la chiusura di stagione e con qualcuno di loro ho urlato “Common People” durante il dj set. Ricordo anche che sulle prime due note di “Girls & Boys” dei Blur è iniziata la mia corsa verso il mare, che a Marina di Ravenna fa veramente schifo, mi sono tolta scarpe e blusa (non la gonna) e mi ci sono tuffata dentro, come se dovessi liberarmi di qualche peso.
Ora, però, sembra che il bagno di notte non si possa più fare, quindi mi rassegno e su “Song 2” dei Blur mi trattengo: invece di buttarmi in mare, mi affido al Bombay Sapphire e dentro ci annego i pensieri.
La sensazione di libertà, però, c’è stata prima del dj-set, ma non durante il concerto dei Fear of Men o dei Pains of Being Pure at Heart: durante il soundcheck.
Un po’ mi fa ridere quest’ultima cosa perché il mio limite di snobismo, prima di martedì, arrivava a: “erano meglio *aggiungi anno-album-lineup a caso*… “; ma, alla soglia dei 26 anni: “oh, certo che il soundcheck è stato meraviglioso, quasi meglio del concerto”.
È solo una considerazione personale e scrivere boiate fa parte delle mie “recensioni”, ma vi spiego: c’è quella bellissima sensazione che ti avvolge quando si fa aperitivo al Hana-Bi, la fetta di lime galleggia dolcemente nella Corona e il tempo sembra fermarsi; immaginatevi tutto questo con in sottofondo i Pains of Being Pure at Heart, il rumore delle onde che si infrangono sulla spiaggia e il fatto che non ci siano delle persone (di merda) che parlano per tutta la durata del concerto.

Alle 21.30 circa salgono sul palco i Fear of Men, band capitanata da Jessica Weiss e proveniente da Brighton.
La band propone una dolce indie-pop che fa ondeggiare, ma ci sono evidenti accenni agli Smiths e il songwriting è pensato, esistenzialista e che va ben oltre l’apparenza; peccato solo che, dopo una quindicina di minuti, l’arrangiamento mi sia sembrato fin troppo costante e ripetitivo.
Prevedibile, ma almeno differente dalla maggior parte del live, è l’esplosione strumentale dell’ultimo brano della setlist,”Inside”, che coinvolge e mette in risalto le influenze noise e shoegaze della band.

Dopo quattro anni ritorna a Marina di Ravenna il gruppo di New York, o meglio: ritorna Kip Berman, dato che, nel frattempo, la line-up è stata completamente stravolta.
In occasione del concerto viene presentato il nuovo “Days of Abandon”, un album parecchio differente da “Belong” e dall’esordio, ma con alcune tracce interessanti che dimostrano avere maggior intensità\espressività al momento dell’esecuzione.

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Intorno alle 22.15 entra Kip Berman in compagnia della sua Telecaster e con “Art Smock” inizia questo piacevole concerto al Hana-Bi: applausi ne abbiamo e c’è un bel silenzio suggestivo tra i presenti che mette in risalto la voce morbida ed inconfondibile del frontman, nonché la bellezza di questa traccia.
Alla fine del brano entrano sul palco i strumentisti che accompagnano Berman nei live: si parte in quinta con una delle tracce più seducenti del nuovo album, “Until the Sun Explodes”, fino ad ondeggiare e canticchiare classici come “The Body”, “Heart in your Heartbreak”, “Young Adult Friction”, “This Love is Fucking Right”.
La nuova line-up è all’altezza della situazione, in particolar modo Jessica Weiss (la vocalist dei Fear of Men) che si trova in perfetta sintonia con Kip: due voci leggere che si uniscono e che fanno sognare ad occhi aperti, con in sottofondo certe smielate à la Smiths e Smashing Pumpkins.

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È tutto davvero piacevole e c’è questa bellissima atmosfera che domina al Hana-Bi, ma ci sono anche evidenti cambiamenti nel sound che fanno storcere il naso agli amanti dei primi due album: compare, infatti, una certa “lentezza” in quei brani che dovrebbero essere più spensierati e suonati con più energia.
Il peggio, però, avviene subito dopo una breve pausa, quando Kip torna sul palco da solo per eseguire “Ramona”: della canzone si sentirà giusto qualcosina, ma la voce del frontman viene coperta da chiacchierate riguardanti vacanze improbabili (andare affanculo, no?) e progetti del genere.
Fortunatamente, i strumentisti ritornano sul palco e il nostro amato Kip continua a scatenarsi, a ballare, a fare passi scoordinati e a cercare di coinvolgere il più possibile il pubblico del Hana-Bi: Kip ama questa venue e ce lo dimostra, ma è il suo pubblico che, forse, tra gioie e dolori, non lo ricambia appieno.
Eccoci dunque arrivati alla fine del concerto con lo snobismo generale del tipo: “erano meglio 4 anni fa, quando c’era Peggy Wang” che circola nell’aria, ma sempre e comunque con un botto di gente a fare fila al banchetto del merchandise.

Cold Cave + Nine Inch Nails @ Unipol Arena, Bo

Non sono abituata ad assistere a concerti che iniziano presto, ma alle 20 di questo afoso 3 giugno si entra alla Unipol Arena di Casalecchio per vedere Cold Cave in apertura ai mostruosi Nine Inch Nails.

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Il duo di Los Angeles, ovvero il frontman Wesley Eisold accompagnato da Amy Lee alle tastiere \ synth \ basi, è avvolto nel buio più totale, a parte qualche raggio luminoso improvviso e delle schermate sullo sfondo che caratterizzano una piccola, ma efficace, scenografia che si lega perfettamente alla musica dei Cold Cave.
C’è un evidente stacco tra le canzoni che fanno parte della compilation “Full Cold Moon”, decisamente cupa ed inquieta, rispetto alle tracce più ballabili ed entusiasmanti degli album precedenti, anche se il sound resta fisso su quella scia tra post-punk, new-wave e dark-wave (“Confetti”, “Love Comes Close”…).
L’atmosfera è davvero pesante, vedo qualche mossa di Wesley sul palco e il suo ciuffo che fa avanti-indietro; il rapporto col pubblico è distaccato, tipicamente americano, ma alla fine ci ci sono i soliti ringraziamenti e un “ci rivediamo ad ottobre” (sì, al Locomotiv).
Alla fin dei conti è un concerto decente, anche se il frontman ogni tanto stecca e il live è pieno zeppo di basi: preferisco una band al completo, piuttosto che sonorità registrate, ma valuterò meglio questo progetto tra qualche mese, proprio in occasione del loro live al Locomotiv.

L’opening di Cold Cave ai Nine Inch Nails, però, è perfettamente azzeccato: la dark-wave di Wesley e di Amy creano un’atmosfera che si ritroverà anche negli headliner.
Proprio da un ciuffo di capelli che sta tra new wave- dark wave e post-punk, si passa a cinque animali da palcoscenico che esplodono e passano da un genere all’altro: i Nine Inch Nails guidati da -ma-ha-davvero-quarantanove-anni-?- Trent Reznor.

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Premetto di conoscere davvero poco dei Nine Inch Nails, ma una band così completa, musicalmente e non, capita raramente di trovarla in concerto a Bologna.
La band di Cleveland inizia con una “calma” apparente, con quasi tutta la formazione (4/5) allineata e sotto una doccia di luci blu\violette: qualcosa non quadra, è tutto tropo tranquillo.
Dopo nemmeno tre canzoni, infatti, iniziano i fuochi d’artificio e l’intera Unipol Arena (band e pubblico) esplode in un ruggito potente e della durata di circa un’ora e quaranta.
Poco in forma per la prova costume? Ci pensa Trent che, per tutta la durata del concerto, dimostra di avere un timbro vocale sempre costante e travolgente, anche durante le sue lezioni di workout e di gag per avere glutei sodi e gambe snelle: trovarlo un frontman di quarantanove anni così in forma…
I NIN si caricano e travolgono, mentre una scenografia pazzesca segue alla perfezione questa esplosione di suoni tra post punk, dark wave, heavy metal e industrial: si ha quasi l’impressione di essere sospesi tra un rave e un concerto metal.
A rendere il concerto della band di Cleveland ancora più spettacolare è proprio questo fantastico sfondo visivo caratterizzato da giochi di luce in perfetta sintonia con la musica, in particolar modo con la parte ritmica basso-batteria, dei NIN: un vero e proprio show completo che coinvolge tutti i sensi e che, prima dell’encore, con “The Hand That Feeds” e “Head Like a Hole”, quasi ci acceca.
Dopo la brevissima pausa, la band torna sul palco e ci saluta con “The Day the World Went Away” e, infine, con la bellissima “Hurt”, cantata da tutti i presenti col cuore, grazie alla quale si ritorna alla realtà e si riacquista quel senso di calma iniziale.
Un concerto intenso, esplosivo, caldo e ricco di emozioni: uno show perfetto.

Craft Spells – Nausea

C’è una band che seguo ormai da 3 anni e alla quale sono un bel po’ affezionata, forse perché col frontman ho avuto modo di farci una chiacchierata piacevole prima di un concerto, oppure perché il chitarrista ha cercato di conquistarmi con un bicchiere di succo d’arancia alla fine dello show (ci è riuscito): Craft Spells.
La band di San Francisco torna dopo l’esordio “Idle Labor” (2011) e l’EP “The Gallery” (2012), di cui ho amato per mesi e mesi la seconda traccia “Warmth”.

I quattro ragazzi, capitanati da Justin Vallesteros, si presentano nuovamente sulle scene con “Nausea” e si sente come questo progetto coinvolga di più tutta la band e non solamente il frontman, nonostante sia sempre presente quel lato intimista tipico dei vocalist di questo genere.
Quindi, mi sembra giusto parlare di “Nausea” come un prodotto discografico completo dove strumentisti e vocalist si ritrovano in perfetta armonia.

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Le undici tracce presenti in questo nuovo album presentano tonalità malinconiche e un certo stato d’ansia, ma rivelano anche melodie rilassanti, atmosfere estive e sonorità più elaborate che ricordano altre band che si dedicano a questo dream-pop influenzato dal lato cupo \ new wave anni ’80 e dalla shoegaze (Real Estate, Cloud Nothings, Still Corners…): questo miscuglio di sensazioni, creato dall’arrangiamento, realizza un mondo fatato e suggestivo che, ascolto dopo ascolto, riesce a far crollare proprio quel sentimento di forte ansia che porta alla nausea.
Questa nuova uscita discografica svela il lato più maturo della giovane band: agli inizi della loro carriera non credo avessero in mente di inserire una scia di accordi al piano e di violini per dare maggiore intensità alle proprie tracce (“Komorebi”, ad esempio, rimanda subito alla magia dell’oriente e l’intro evocativa potrebbe far parte della colonna sonora di un film di Miyazaki).

I Craft Spells con il nuovo “Nausea” sono alla ricerca sia della loro maturità artistica sia di quel senso di evasione: in entrambi i casi, la band ritrova una certa stabilità in grado di risollevare gli animi e, dunque, riesce ad allontanarsi dalle ansie e dalle paure.
Un album perfetto per l’estate (“Breaking the Angle Against the Tide” in primis), pop e adatto a chi ama quella voce sussurrata che si perde in mezzo a una verve di chitarre e di tastiere.

Tracklist:

01. Nausea
02. Komorebi
03. Changing Faces
04. Instrumental
05. Dwindle
06. Twirl
07. Laughing For My Life
08. First Snow
09. If I Could
10. Breaking the Angle Against the Tide
11. Still Fields (October 10, 1987)

Panic on the streets of Modena \ Liebster Award

Questa sera di musica ce n’è poca.

Come potete notare parlo poco di nuovi album in uscita e mi dedico di più ai live report, sempre più soggettivi e scritti con una certa ansia: ahimé la passione per la scrittura sta un po’ svanendo, ma voglio credere che sia solo colpa del Binge, dello stress universitario e del fatto che non riesca a viaggiare tanto come vorrei.

Dopo questa premessa, ho deciso di tirare un po’ su il blog facendo questo piacevole questionario (ho letto 3 domande e sono già in crisi) segnalatomi da Valeria. E grazie a Valeria proprio per questa nomina (meglio questa rispetto a quella di facebook in cui ci si sfonda di alcool).

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Il regolamento:

1) Ringraziare chi ti ha nominato.

2) Rispondere alle 10 domande rivolte insieme alla nomina.

3) Nominare altri 10 blog con meno di 200 followers e rivolgere loro 10 domande (seguo alcuni blog con più di 200 followers, quindi pazienza).

1) Il primo amore, ovvero il primo libro/film/canzone di cui ti sei trovato/a perdutamente innamorato/a.

Libro: Norwegian Wood (Tokyo Blues) di Haruki Murakami
Film: “A qualcuno piace caldo” di Wilder a pari merito con “I Vitelloni” di Fellini.
Canzone: “Something” dei Beatles (ansia)

2) L’ultimo libro che hai letto/film che hai visto/album che hai ascoltato.

Libro: “La pioggia prima che cada” J. Coe
Film: “This is England”: pochi minuti fa, di nuovo
Album: “Everyday Robots” di Damon Albarn

3) 3 film o registi che secondo te hanno cambiato il cinema negli ultimi 20 anni.

Vado sui registi: Quentin Tarantino, i fratelli Coen, Wes Anderson (Lars Von Trier e Tim burton).

4) 3 libri o autori che secondo te hanno segnato un pezzo di storia della letteratura negli ultimi 20 anni.

Autori: Hornby, Coe, Welsh.

5) 3 album o canzoni che secondo te hanno segnato un pezzo di storia della musica negli ultimi 20 anni.

Album.

“Blur” – Blur
“Turn on the Bright Lights” – Interpol
“Different Class” – Pulp

6) Il concerto più bello della tua vita.

Blur @ Hyde Park \ 2012

7) Chi vorresti incontrare? Un regista, un musicista e un autore con cui vorresti fare quattro chiacchiere di persona.

Regista: Quentin Tarantino
Musicista: Steven Patrick Morrissey
Autore: Haruki Murakami

8) Cover e remake. Cosa ne pensi?

C’è chi ci riesce e chi no.

9) Cinema o dvd?

Cinema

10) Qualcosa che vorresti ti chiedessero – e relativa risposta

“Vuoi un calice di Weissburgunder?”
-“Ovvio”.

Nomino:

1. Hodimenticatoqualcosa

2. FardRock

3. RestoVaghissimo

4. I più grandi in assoluto Teatrino degli Errori

5. IlNegoziante

6. Larockeuse

7. Rrrollingturtle

8. Fizzyballerinas

9. Dayofflondra

10.Roundmount

Domande

1. Mods o Rockers?

2. Citazione preferita (da canzone-libro-film)?

3. Le 3 migliori band degli ultimi 20 anni?

4. Concerto intimo o festival?

5. Vino o birra?

6. Miglior frontman di una band degli ultimi 10 anni?

7. Peggior album mai ascoltato?

8. Il prossimo artista che non arriva vivo ai 28 anni?

9. 3 registi preferiti?

10. Quanto Tavernello si è bevuto Andrea Pirlo in questo spot? http://www.youtube.com/watch?v=fQlEqL3WK_0

Nicole Willis & The Soul Investigators @ Off, Modena

Mi sento ignorante quando mi capita di assistere a concerti di band del genere, poiché, sfortunatamente, non vado spesso a vedere cantanti soul accompagnate da strumentisti che si dedicano al Soul-Funk revival con evidenti cenni vintage che rimandano alla Motown.
Sono le 22.30 di venerdì 16 maggio, è un po’ tardi, e aspetto la mia collega di bevute che venga a prendermi per andare all’Off di Modena: fortunatamente riesco ad arrivare in tempo e vedermi anche una parte di live dei Calibro 35.
Questa è una serata piuttosto inusuale per il locale di via Morandi, dato che proprio la band di Gabrielli è in apertura a Nicole Willis in compagnia dei suoi Soul Investigators.

Mi perdo la prima parte di concerto dei Calibro 35, band che avevo già visto circa 2-3 anni fa sempre in questa venue: la loro attitudine sul palco mi pare leggermente diversa rispetto a qualche anno fa, dato che mi danno l’impressione di essere più sciolti e variabili (magari è solo l’effetto del gin tonic).
Ovviamente, la loro musica è legata al genere poliziottesco e si può benissimo parlare di vera e propria colonna sonora: ci si tuffa direttamente negli anni ’70, anche se l’atmosfera è parecchio differente da quella che presenteranno gli headliner della serata.

Cenerentola a mezzanotte fa ritorno a casa, ma questa è l’ora perfetta per iniziare un concerto simile: la band di strumentisti The Soul Investigators introduce lo show con una opening strumentale pazzesca che fa quasi percepire quell’odore di talco su cui si scivola dolcemente e che ci riporta in una Detroit, o in una New York, inizio anni ’70, dove la lacca per alzare la cofana cotonata di capelli era d’obbligo e dove la voce era lo strumento perfetto per esprimere l’ineffabile e il sentimento più profondo.
Questa intro risveglia la vocalist Nicole Willis che inizia ad incantare i presenti con un colore vocale profondo e ricco di emozioni grazie alla seconda traccia dello show “Break Free”.

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L’atmosfera è calda, suggestiva e la pelle d’oca e i brividi lungo la schiena si provano a placare solo ballando, o, come ho già detto prima, ondeggiando ad occhi chiusi verso quel passato così intenso ed emozionante che solo una voce black-soul riesce ad esprimere.
La band che supporta Nicole è finlandese: è un po’ strano vedere un capellone (non mi sorprenderebbe se avesse un progetto parallelo e facesse metal) ai fiati che fa tanto di quel workout da far arrossire anche Jill Cooper e che si mostra più coordinato nei passi rispetto ad alzatore-centrale durante il primo tempo in una partita di pallavolo (esempio con Travica e Buti, se non avete idea di che cosa sia un primo tempo: https://www.youtube.com/watch?v=-HEDLhRge84).

Nel corso di questo live, voce e strumenti urlano insieme, si innalzano e incarnano perfettamente quello spirito vintage e, a volte, malinconico che, prima di oggi, ho avuto modo di sentire solo in occasione di qualche concerto di band che si dedicano al revival e tra i coristi dei Blur: questa sensazione di ricchezza sonora che Nicole Willis e i Soul Investigators regalano al loro pubblico è impressionante ed indescrivibile, anche grazie all’acustica dell’Off che fa la sua buona parte.
Il concerto passa velocemente tra ballate lente, brani sensuali, sfumature di jazz e tracce più movimentate con numerosi spunti funk; poi, dopo circa un’ora e un quarto di live, la band ringrazia e saluta il pubblico entusiasta, anche se il sogno di scivolare-ballare sul talco e di credere di essere da tutt’altra parte e in un’epoca differente da questa durerà almeno fino alle 3.30 di mattina.
Peccato solo che abbia distrutto le mie scarpe preferite, ma per un concerto simile ne è valsa la pena.

The Strypes @ Covo Club

Stasera voglio scrivere due righe sul concerto degli Strypes al Covo Club di Bologna: unica data italiana per la giovanissima band di Cavan, pompata fin troppo dalla stampa inglese, dai fan esagitati del Mod Revival del Mod Revival (e derivati) e da Paul Weller.
E, come al solito, non prendete tutto troppo seriamente.

PARTE PRIMA:

Appena ho visto entrare gli Strypes sul palco del Covo, ho subito pensato di ritrovarmi più a un saggio scolastico che a un concerto vero e proprio: a vederli, così, potrebbero essere considerati come una boyband, bassista a parte che ha gli stessi capelli di Roger Daltrey a metà anni ’60.
Uno crede davvero di stare a un concerto di qualche nuova band buttata fuori da disney channel, dato che questa sera c’è fin troppa acne e ci sono tanti genitori, tra cui le mamme più esaltate delle figlie.

In realtà, non appena questi giovincelli irlandesi iniziano a suonare, cadono molti pregiudizi: sì, ma vedere tutta questa gioventù al Covo fa impressione (ok, 8 anni fa, magari, qualcuno pensava lo stesso di me: ma che ci fa ‘sta ragazzetta qui dentro?).
Una cosa bella del concerto è proprio la varietà, ovvero vedere tutte queste differenti generazioni mescolate tra loro in questa saletta, con ‘sti Strypes che ci riportano indietro nel tempo quando le fan dei Beatles piangevano e urlavano come disgraziate.
Tutto questo fa davvero sorridere, anche perché significa che la band riesce a unire gruppi differenti di persone: direi sia un punto a favore per gli Strypes.

Questa sera mi aspettavo una mezz’oretta di concerto, ma la band di Cavan continua per un’altra ora e venti (circa): c’è questo sfogo rock’n’roll fluente e spontaneo, ricco di influenze (Beatles, Bo Diddley, Chuck Berry, Hollies, Yardbirds, Zombies, Stones…), che è un vero piacere ascoltare e riascoltare.

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Gli Strypes hanno capito tutto troppo in fretta: suonano come se avessero alle spalle una carriera di almeno 5 anni; sanno comunicare col proprio pubblico (meno quest’ultimo, però, che non capisce una fava di quello che dice il chitarrista, quindi è tutto un “yeeeeee” e applausi); sono stati spinti sia da personalità che nel mondo della musica ci stanno da una vita, sia dalla stampa inglese (anche quella che con la musica non c’entra assolutamente niente: ho conosciuto gli Strypes grazie a una rivista di moda) e non sono così tanto stupidi.

Gli Strypes hanno una presenza scenica spaventosa, hanno carisma, sono dotati di una certa eleganza, musicale e non, e hanno questo spirito Rhythm and Blues che ti fa muovere, o almeno vorresti, dato che ci sono le scope-in-culo “ma perché balli?!”, oppure il solito gruppetto che poga (meglio loro delle scope-in-culo, almeno si muovono, ma evviva i gomiti alti per evitare che un giandone ti trasformi in un panda).

Una band che sa come trattare il revival creando un’atmosfera nostalgica, per i riferimenti musicali, ma pur sempre intrigante e divertente.

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PARTE SECONDA:

C’è una parte di me che degli Strypes pensa questo:
1. Bravi, belle le influenze, canzoni veloci e coinvolgenti, MA non hanno personalità e sembra una band costruita dalla testa ai piedi;
2. Non sono gli unici a fare quel genere: si sa, musica e moda sono sempre state unite, ma non vedo perché una band debba adattarsi alla massa e non esprimere veramente quello che pensa;
3. La stampa inglese butta fuori cani e porci, basta che ci sia ‘sta roba chiamata hype (uno dei termini più hipster e sgraziati che mi fa pensare subito a: “ok, ‘sta roba è ‘nammerda e te la ascolti te, brutta capra”);
4. Mi auguro davvero che questi ragazzini non assumano l’attitudine di certi personaggi giusto perché “è quello che va di più ora”, “perché piace al pubblico”: una band DEVE piacere per l’individualità che la differenzia da tutti gli altri gruppi, quindi spero che quest’ondata tra r’n’b e mod revival del mod revival del mod revival sopravviva e non finisca nel cesso per via dell’arrivo di una nuova moda;
5. Basta con ‘ste cover: ragassoli siete da un’ora e mezza sul palco e ormai siete diventati ripetitivi.

6. Mi rendo conto di essere una snob. E pazienza.

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CONCLUSIONI:

Gli Strypes sono ancora troppo giovani, di strada davanti ne hanno ancora da percorrere e, a mio avviso, non si fermeranno di certo qui: se hanno così tanta voglia di suonare, di coinvolgere e di far urlare madri e figlie, come si faceva ai tempi della British Invasion, andranno un bel po’ avanti (sempre che il punto 4 della parte seconda non prenda il sopravvento…).

Setlist:

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