Damon Albarn e il tocco gelido della Morte.

Il titolo di questo post potrebbe essere legato a una nuova avventura di Harry Potter, ma questa volta il protagonista è proprio il cantante dei Blur.
Grazie a lui ho avuto delle allucinazioni spaventose non appena giunta in hotel, alla fine del concerto di Roma: nonostante tutto voglio troppo bene a Damon Albarn.

La recensione completa del concerto, però, la trovate su Radionation:

Damon Albarn live @ Auditorium Parco della Musica, Roma.

Ho deciso di postare il link sul mio blog, perché questo concerto mi ha riempito il cuore di gioia: lui è un artista al quale voglio veramente troppo bene, poi “Everyday Robots” è l’album per il quale sono in fissa da mesi.

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E niente, buona lettura.

(Prima o poi scriverò due righe sul concerto assurdo degli Is Tropical: anche loro visti a Roma, ma in una situazione totalmente differente…).

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CuT live @ Covo Club

Venerdì 31 gennaio mi reco al Covo Club di Bologna per vedere il concerto di questa nuova realtà inglese prodotta da Andy Ross (ex manager dei Blur): i CuT.

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La band è capace, le atmosfere regalate dalla loro musica sono suggestive e ricche di influenze, ma la durata breve del concerto fa pensare al: “manca qualcosa”, ovvero quel gran finale in grado di soddisfare appieno il pubblico.
Eppure questi CuT sono davvero validi, anche perché il loro genere è un post-punk mescolato a sonorità shoegaze, influenze punk e una buona dose di psichedelia: fanno viaggiare con la mente e si è catturati, quasi come se si fosse sotto acidi.
La band inglese fa riferimento a molti mostri sacri della musica quando si ritrova su un palco, tra cui: Ramones, soprattutto per la presenza scenica e per l’atteggiamento; Jesus and Mary Chain, per gli echi vocali e le sonorità shoegaze; Sonic Youth, perché questi quattro ragazzi fanno davvero tanta bella confusione.

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Peccato per la breve durata del concerto, ma, nonostante tutto, i CuT sono una band davvero folle ed entusiasmante: si spera di rivederli in futuro quando, magari, avranno più idee e materiale da presentare al pubblico italiano.

Intanto, potete trovarli su:

Soundcloud

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Find your way out of the wild, wild wood

Odio le classifiche e odio chi le fa, va bene? Pensare a una classifica, mi fa riflettere sul Modena calcio (o quello della Volley maschile) che non è messo benissimo e, quindi, l’intero post finisce col degenerare. Ma io vorrò sempre bene al Modena FC e a Mr. Novellino (e anche al Sassuolo perché sono nata là e seguivo la squadra al Ricci in C1).
Dopo la parentesi calcistica, passiamo alla musica.
Io non faccio classifiche, semplicemente vi parlo della musica che più mi piace e ve la consiglio.
La prima parte del post parte dai LIVE.

Questo 2013 per me è stato spettacolare, anche se pieno di “pochi ma buoni“.

INSPIRAL CARPETS @ koko, Londra.

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Questo concerto mi ha cambiato la vita. Pensare al tipo che mi rovescia addosso, tra le tette, un’intera pinta di birra, mi fa ancora sorridere: questo perché la band di Manchester ha suonato (quasi) tutto quel capolavoro di “Life” e il barista aveva capito due gin tonic invece di uno. Il mood era giusto, l’atmosfera perfetta e il pubblico era assuefatto (erano dei cinquantenni cocainomani) dalla “moosica” degli Inspiral Carpets.
Clint Boon, più di chiunque altro, era in ottima forma e un concerto della durata di due ore e mezza non tutti sono in grado di sostenerlo. Poi mi sono divertita da morire: smettere di ballare era impossibile. E, a nove mesi di distanza, non riesco a descrivere quella felicità di entrare in quel cesso di ostello coi vestiti che puzzavano di droga-alcol-che-ne-so.
Immensi.

PAUL WELLER @ Royal Albert Hall – Londra.

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Questo è stato sicuramente il miglior concerto dell’anno. La Royal Albert Hall di Londra crea un’atmosfera unica in cui ci si sente quasi a casa.
Poi, in questo caso, si parla di Paul Weller, il Modfather, colui che ha influenzato gran parte dei gruppi inglesi che ascolto.
Lui è perfetto ed è seguito da una band mozza-fiato che cambia genere tra una canzone e l’altra: dalla soul, al mod revival dei Jam. “That’s Entertainment” cantata al ritorno fino a King’s Cross in metro da gente che stava messa peggio di me; quei due ragazzi tedeschi coi quali mi sono abbracciata, per l’emozione, su “Wild Wood” e su “Just Who Is the 5 O’Clock Hero?”; il ballare, rischiando di cadere a terra per via dei gradini; la birra volante perché “oddio-è-Paul-Weller-e-mi-hanno-messa-al-lato-palco-non-ci-posso-credere”.

MILES KANE @ Ferrara

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Meglio 30 minuti di Miles Kane che un’ora e quindici minuti di Arctic Monkeys (live, perché su album è una bella lotta).
Miles è figlio di Paul Weller, anche se musicalmente si ritrova in un “revival” e, quindi, in un territorio musicalmente più ristretto.
La nuova band, comunque, lo porta verso una spinta più anni ’60 e meno indie-rock degli anni 2000. Anche se, vacca boia, il suo taglio di capelli a Ferrara era uguale a quello di Howard Wolowitz di The Big Bang Theory.

BLACK REBEL MOTORCYCLE CLUB @ Bologna \ Londra

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A Londra avrei tanto voluto buttarmi dalle balconate per andare nel parterre e godermi il live di Peter -ti-amo- Hayes, Robert Levon Been e Leah Shapiro.
A livello strumentale fanno tanto di quel casino da sembrare in 10 su un palco, quando sono solo in tre.
Bologna è stato meglio di Londra, nonostante la scaletta spezzata. Chissenefrega se mi hanno strappato i collant, se le scarpe erano distrutte e se ero conciata peggio di una zombie di The Walking Dead: ho vissuto TUTTO il concerto. E scusate, ma Peter Hayes è un gran figo.

JOHNNY MARR @ Bologna

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Le emozioni vincono sempre e ti fottono il cervello. Vedere il chitarrista di una band alla quale ho dedicato una parte della mia pelle è un sogno che si realizza.
Johnny Marr mi ha fatto piangere e vi assicuro che ce ne vuole.
“The Messenger” è il mio album preferito di questo 2013 perché, in un modo o nell’altro, racconta le “storie” e le esperienze vissute da questo grande artista. Quest’uomo, che ha SOPPORTATO E HA SUPPORTATO MORRISSEY, riesce a trasmetterci tutto quello che ha passato come musicista e come persona.

CROCODILES @ Hana-Bi

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Se li ho buttati in questo post significa che il loro nuovo album mi ha catturata proprio tanto: saranno americani, ma in “Crimes of Passion” si sentono più riferimenti a Primal Scream, Charlatans, Ride e Spiritualized.
I Cocodiles suonano per divertirsi e sul palco si vede questo loro entusiasmo: un gruppo di amici che suonano per amici. Semplicemente stupendi. Decisamente fuori di capa.

MY BLOODY VALENTINE @ Bologna

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Fottesega dei tappi nelle orecchie: è un onore diventare sordi dopo un concerto del genere. Partono amplificatori; la parte cantata che si sente è composta da poche vocali aperte perché l’acustica fa abbastanza schifo; le melodie che si percepiscono sono suggestive; tutto quel frastuono \ ammasso di rumore, simile al boato prima di un terremoto, fa venire la pelle d’oca.
“You Made Me Realise”, in realtà, è la natura che si scatena.

BLUR @ Milano

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Io non so che effetto mi fanno questi. Semplicemente mi arrendo alle loro canzoni. Mi lascio andare e me ne frego se questo concerto non è come quello di Hyde Park e la scaletta è piena di singoli. Non ce la faccio, va bene?
Le emozioni entrano in contrasto: lacrime a palate, ballo sfrenato e mazzate alla gente che mi trovo di fianco – davanti -dietro – ovunque.
“Tender” e “Under the Westway” mi riportano a quel concertone di agosto 2012, mi riportano su quella metro Victoria – King’s Cross in cui la gente canta e se ne frega. NON CI POSSO FARE NIENTE, sono una parte di me e sono consapevole del fatto che questa band resterà con me fino alla fine. SONO I BLUR e sono la mia band preferita a quanto pare.
“Oh, che cazzo aspetti a piangere che questa è To The End ?!?”

I’m on it: Blur live @ Milano

Per non essere andata al concerto dei Blur a Roma, Demonio Albarn si è vendicato ricordandomi che la pallavolo è uno sport pesante, soprattutto se si fanno 6 set che arrivano ai 25 e se non si gioca alla volley da almeno 4 anni.
Mi sento in colpa per non aver fatto la doppietta Blur (Milano-Roma) e, quindi, sto pregando ogni DIO esistente e non (Paul Weller, George Harrison, Ray Davies, Keith Moon, Keith Richards, Pete Townshend, Ian Curtis e David Bowie) di farmi andare al Berlin Festival per rivedere la mia band preferita.
E allora mi tocca scrivere solo del concerto dei Blur in quella città che odio più di me stessa: Milano.

Il 28 luglio si parte in autobus da Bologna con LA MIGLIORE compagnia da concerto che si possa mai avere, con un pochino di alcol in corpo e con la terribile ansia di non vedere bene il concerto perché si arriva tardi e, quindi, si è troppo indietro.
Bene o male si arriverà sotto a Graham Coxon, in seconda fila, e poi tra Graham e Damon, sempre tra le seconda\terza fila: voglio ringraziare con tutta me stessa quei tre cari ragazzi che mi hanno aiutata ad avanzare e che hanno dato tantissime botte a tre scope-in-culo che non volevano che la gente ballasse (andate a vedervi i concerti dei onesticazzi e non spaccate le balle).
Nonostante tutto si arriva, si avanza, si poga, si salta, si balla, si perde la voce, si prende una distorsione a un piede e ci si emoziona, ancora, a un concerto dei Blur.
Sono consapevole del fatto che questo sarà un concerto MOLTO differente da quello di Hyde Park di (quasi) un anno fa: l’atmosfera è diversa, non ci sono 89999 persone dietro di me e la scaletta prevede un’ondata di singoli.
Macchissene: quello che conta è il risultato.
Nella scaletta ci sono le due perle “Caramel”, con tutte le sue distorsioni ed improvvisazioni, e “To The End”, sulla quale mi chiedono pure: “ma cosa aspetti a piangere?”.
Le lacrime arrivano inevitabilmente su “This is a Low”, “Under the Westway”, “For Tomorrow” e “The Universal”, le stesse canzoni sulle quali mi stavo strappando vesti-capelli-anima a Londra un anno fa (in più c’erano anche “No Distance Left to Run” e “Tender”).
I Blur sono dei ventenni sul palco, dato che sono ancora in grado di tenere un concerto vivo, senza troppe pause e non mostrano un segno di vecchiaia: Damon rischia di spaccarsi un ginocchio a furia di acrobazie, ma regge e la sua voce migliora sempre di più a forza di sostenere concerti; Graham Coxon è l’amore della mia vita ( anche se aspetto ancora una “You’re So Great” live) e l’assolo finale di “Beetlebum” potrebbe essere una canzone a parte dei Blur; Alex James è scalzo sul palco e il suo basso arriva fino in stazione centrale; Dave Rowntree si violenta la batteria (È UN MOSTRO).
I cori, anche questa volta, danno maggior espressività e sensibilità alle canzoni. E ringraziamo anche il tizio vestito da Milky che sale sul palco durante “Coffee & Tv” e ci fa divertire tantissimo.
Ma quelli che voglio ringraziare più di tutti sono proprio i BLUR che, nonostante qualche canzone spezzata\suonata davvero velocemente, mi fanno sentire bene, libera e felice e di tutto il resto CHISSENEFREGA.
Non riesco nemmeno a spiegare quanto sia bello rivederli, anche se l’occasione è davvero diversa e se le canzoni mi sembrano passare troppo velocemente: è tutto bello e, questo, certe persone non possono capirlo.
C’è quella grinta di Damon Albarn su “Popscene” che scatena il panico: mi mancavano davvero tanto la sua presenza scenica e i suoi saltelli.
Di Graham Coxon ho già parlato del mio amore nei suoi confronti: amo anche le sue maglie a righe e il suo modo di sistemarsi i capelli, ma quando suona la chitarra vedo pure la madonna.
E ci tengo a ribadire una cosa: quello che mi fanno sentire i blur è davvero inspiegabile e nessuna altra band ci riesce. E quando un concerto LASCIA IL SEGNO in questo modo, non c’è altro da aggiungere.

Blur Damon Albarn

Paradise Not Lost It’s In You

“Under the Westway” dei Blur dà il titolo all’ultimo post di questo 2012 tremendo: il post dei concerti più belli che ho vissuto proprio durante l’anno.
Mi scuso in anticipo per le cose insensate che scriverò, a causa di ricordi e “varie ed eventuali” personali che vagano tra famiglia, salute ed università.
Basta baggianate e basta farsi venire in mente pensieri deprimenti: iniziamo con ‘sto post, così, finalmente, riuscirò a dormire almeno… Uhm, 5 ore?

Is Tropical
S.C.U.M.
Ed Laurie
Pterodactyl
Josh Beech
Polarsets
Sonny and the Sunsets
Still Corners
Slow Magic w/ Selebrities
Xiu Xiu
A Place To Bury Strangers
Subsonica
Cloud Nothings
M83 w/ Man Without Country
Tribes
Paul Weller
Pulp
Kasabian
The Stone Roses
Marivaux
Blur
The Specials
New Order
Bombay Bicycle Club
Placebo
Bloc Party
dEUS

Noel Gallagher (x2)
The Dandy Warhols
Social Distortion
The Beach House
Green Day
Jake Bugg
Japandroids
Tim Burgess

Meno concerti e gruppi visti rispetto allo scorso anno, ma sicuramente migliori e di maggior intensità: sia da sola che in ottima compagnia.

Proprio quest’anno mi sono decisa di andare a rivedere, per la decima volta, uno di quei gruppi che ascolto da almeno dieci anni, nonostante non abbia la minima idea di cosa abbiano combinato negli ultimi 2-3 album: i Subsonica all’ Unipol Arena di Bologna.
Mi è andata piuttosto bene, dato che li ho beccati proprio in quella serie di concerti dedicati al loro primo album, e quindi ho davvero apprezzato la scelta della scaletta, a parte qualche traccia di cui non conoscevo nemmeno l’esistenza.
Ottima band live, come al solito, capace di portarsi dietro un pubblico variopinto sia per quanto riguarda l’età sia per i gusti musicali: i Subsonica sanno sempre come comportarsi su un palco, grazie alle loro capacità ed esperienza. Non deludono MAI.

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Il personaggio, l’essere divino, che vedete nella foto sovrastante non è un Umpa-Lumpa, nonostante il colorito arancione-lampadato: è il MODFATHER, il padre fondatore del Mod Revival, conosciuto anche come Sir. Paul Weller.
Questo grandissimo cantante, nonché ottimo polistrumentista, mi è piaciuto davvero tanto a Ferrara poiché in grado di suonare\cantare qualsiasi cosa.

A proposito dell’ottima compagnia di inizio post, direi proprio che uno dei migliori è stato quello del 13 luglio ad Azzano Decimo: i Pulp, quasi a un anno esatto dopo averli visti per il concerto-reunion a Hyde Park.

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Il viaggio è stato esilarante, a parte l’autista schizofrenico che si ascoltava la Pausini e che, a un certo punto, pensavo ci uccidesse uno a uno.
Nessun dubbio sui Pulp che si confermano una delle mie live band preferite, anche perché Sir. Jarvis Cocker mostra sul palco le sue doti teatrali e la sua forte sensualità, grazie ai suoi balletti da spogliarellista, nonostante qualche nota non presa e l’età: lui ha 49 anni, ma uno di 20 anni non riuscirà mai a reggere un ritmo del genere.
Concerto davvero divertente, molto più intimo rispetto a quello di Londra e con gente fantastica (poi quell’abbraccio su “Bar Italia”. EH).

E’ il turno di un’altra band inglese: The Stone Roses.
Non sono riuscita ad andare a  Manchester, ma mi sono accontentata di Milano: odio quella città, ma per band del genere cerco di tenere l’odio da parte e via.

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Pensavo peggio, come ad esempio le “leggendarie” stonature di Ian Brown nel corso del live, invece, grazie anche al supporto dell’ottimo back vocalist, alla batteria, Reni, devo ammettere che non è stato così terribile.
L’atmosfera regalata da queste canzoni è davvero surreale, suggestiva e sognante. Ma ci voleva qualche droga in corpo per viverlo meglio.

Della serie: “Ma chi se lo aspettava di vedere un concerto così emozionante!”; in questo post non possono mancare i Placebo.
Li avevo sottovalutati davvero tanto per vari motivi: 1. Brian Molko ha le mestruazioni e se salta anche ‘sto concerto lo ammazzo; 2. non c’è più il vecchio batterista, quindi boh; 3. c’è sempre stata la rivalità muse-placebo, quindi se ho preferito andare a vedere i muse piuttosto che i placebo ci sarà stato un motivo (vedi 1. e mancanza di materia prima per entrare ai concerti).

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Quanto mi sbagliavo. Brian Molko, nonostante il mal di gola, ha dato il massimo al Rock en Seine. E il batterista? Steve Forrest dei Placebo è un MOSTRO DI BRAVURA. E Stefan? Che figo, si voleva ingroppare il basso. E no, non sono in 3 sul palco: il solito trio è accompagnato da una banda (4-5, se non ricordo male) di strumentisti che danno maggior energia alle canzoni dei Placebo.
Una band che lascia senza fiato: e pensare che Brian Molko non era al 100%!

Restando al Rock en Seine, un altro bel concerto che mi sono goduta è stato quello dei dEUS.

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Una band che fa bagnare, in particolar modo grazie al loro frontman Tom Barman che sprizza sesso da tutti i pori: è un uomo sensuale che non solo si muove benissimo sul palco, ma riscalda, grazie a un timbro vocale decisamente affascinante e coinvolgente.

Sessanta-che? Non è l’età che mostrano su un palco i The Specials.

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Ce ne fossero di musicisti come loro.
Una band che mi ha riportato, con la mente, indietro di qualche anno e che mi ha fatto ballare dall’inizio alla fine. Divini.

(Ancora inglesi, ma si può?)
Anzi, questa volta è solo uno l’inglese e temo di essermi innamorata follemente: il suo live ne è stata la conferma.
Sto parlando di Tim Burgess, la voce dei The Charlatans.

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Il sonoro silenzio gli fa da sottofondo e lui, con questo registro di voce regolare, basso e piuttosto intenso, si mette lì sul palco, come se fosse un ragazzino al suo primo concerto.
Anche lui ha 40 anni e si comporta così sul palco per dare maggior rilievo alle sue canzoni: è affettuoso.
Stavo per piangere alla prima traccia “Tobacco Fields”, peccato che c’erano due tizi che, per almeno dieci minuti, hanno parlato dei cuscini del loro divano: ma andare a fare la fila da Ikea, no?
Per un concerto di Tim Burgess, ma in realtà per ogni concerto che si va a vedere, occorre davvero starsene zitti: la sua voce immersa nel silenzio è una delle due cose più emozionanti e commoventi che abbia sentito quest’anno.

L’altra cosa emozionante e commovente è…
Potete immaginare.
Voglio dire: sono andata a Londra per loro; ho dormito 3 ore e mi sono svegliata alle 6.30 per prendere la metro fino a Hyde Park Corner; mi sono sorbita gente inutile nell’attesa prima che aprissero i cancelli; mi sono sorbita i Bombay Bicycle Club che non c’entravano niente coi gruppi dopo (bravini eh, ma per niente adatti a un concerto del genere); ho rotto le mie scarpe preferite e ho camminato praticamente scalza per Londra; avevo una voglia assurda di bere birra, ma dovevo stare lì attaccata alla transenna perché ero davanti.
Poi sono saliti loro e ogni pensiero si è placato, sono rimasta paralizzata e mi sono ripetuta almeno venti volte che non era vero e che tutto il live era frutto di qualche strana sostanza presente in quei cioccolatini che venivano dati dalla security prima che entrassimo.
Mi è capitato più volte, quest’anno, di ripetermi “non ci posso credere”, sia per una cosa che mi ha sconvolto la vita in senso negativo (e ormai è pensiero fisso tutti i giorni, o almeno 5 giorni a settimana e a distanza di 8 mesi non mi è ancora passata), sia per questo concerto dei Blur (avevate dubbi?!).

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Andare da sola mi ha fatto proprio bene: mi ha fatto riflettere su tante cose. Uno va ai concerti  per provare emozioni: io sono andata lì per sfogarmi, per non pensare, per far sì che qualcosa dentro di me cambiasse e diventasse un sentimento positivo.
E, in fondo, è stato proprio così: quando penso e parlo di quel concerto, arriva la logorrea e ancora mi vengono fuori emozioni che, magari, a Hyde Park non ricordo.
Potrei dire che è stato epico, ma non so proprio come descrivere quello che mi hanno fatto sentire i Blur: è stato stupendo cantare in metro “Tender”, mangiare il riso con-chissà-cosa-di-cinese-dentro alle 4 di notte, camminare per Londra scalza, abbracciarmi la transenna (sì, abbracciare: avete presente quando viene il mal di stomaco e vi piegate in due dal dolore? Ecco, a me non faceva male lo stomaco ma è stato un gesto spontaneo) per l’emozione, vedere i Blur sul palco.
Forse se ho provato tutte queste sensazioni, così confuse ma vere e reali, non sono così male (ma va là: la miglior band che abbia mai visto e sentito live!).

E…

Buoni propositi per il 2013:

1. Non scrivere troppe cattiverie sui gruppi italiani, sui gruppi hipster, sugli hipsters, sulla gente che segue e che va a X Factor, sulla gente col “palo-dietro”;
2. Evitare di parlare da sola, lanciare accidenti ed offendere la gente nei cessi del covo;
3. LAUREARMI E SCAPPARE DA ‘STO PAESE DI PUPÙ;
4. Perdere tra i 10 e i 12 kg e andare in palestra;
5. Non considerare pensieri superficiali e lasciare andare senza 2.;
6. Bere di meno;
7. Scrivere di più;
8. Andare a vedere i Blur al Primavera;
9. Andare a vedere i Blur al Werchter;
10. Trovarmi un amante (non un moroso, UN AMANTE) inglese e musicista (tamburello incluso, ma rigorosamente no hipster, no indiii, no folk: un Paul Weller da giovane va benissimo).

 

Quasi dimenticavo: buon anno!

It really really really could happen: Blur @ Hyde Park

Sono partita dall’Italia senza pensare all’unica e vera ragione (il concerto dei Blur) per cui andavo a Londra: niente ansia, solo tanta tranquillità. E ho fatto malissimo a non farmi venire un po’ di ansia prima.
Mi è ancora un po’ impossibile crederci, ma domenica 12 agosto mi sono svegliata alle 7.30 di mattina e alle 7.45 ero già alla stazione metro di King’s Cross ad aspettare il treno per Hyde Park Corner.
Poco dopo mi sono ritrovata fuori dall’area concerti di Hyde Park ad aspettare che aprissero i cancelli. E niente, nessuna traccia dell’ansia pre-concerto.
Alle 12 ci fanno entrare e mi metto nella zona centrale, quella più distante dallo stage immenso, che mi garantirà un’ottima prospettiva: si vede tutto e vedrò tutti.
Dopo quattro ore e mezza di attesa, inizia il primo concerto della giornata: i giovani, a parte la stempiatura di Jack Steadman, Bombay Bicycle Club.

La band di Londra cerca di riscaldare l’atmosfera, ma in apertura a un concerto del genere fanno anche fatica: c’è tantissima gente e tutti sono in attesa dei gruppi successivi.
Il live che propongono questi cinque sarà comunque molto carino e piacevole, un po’ come il genere da loro trattato: il loro sound, infatti, è tipicamente pop e quindi molto orecchiabile.
Una band che deve crescere per affrontare live di questo livello e che, al momento, rende molto di più in piccoli locali.

Da qui in poi il pubblico inizia ad accendersi: non a caso è il turno dei New Order.

Ho incontrato gente che era a Hyde Park solo ed esclusivamente per vedere live la band capitanata da Bernard Sumner, e, dopo aver assistito a questo concerto, capisco il perché: questo gruppo è a dir poco straordinario e perfetto.
New Order che fanno ballare, grazie ai grandi classici della band (Blue Monday, Bizarre Love Triangle, Temptation…), e fanno emozionare e sospirare il pubblico, ma in questo caso il merito va a “Isolation” e alla struggente “Love Will Tear Us Apart” accompagnata, sullo sfondo, da immagini di Ian Curtis e Joy Division.
E Bernard Sumner, oltre a tutti gli applausi, si merita anche i vari “I love you” che vengono urlati dai fan.

Dopo questo live, talmente suggestivo da riportarci ai tempi d’oro della fantastica, ma ovviamente inquietante, New Wave, è il momento di cambiare genere, rimanere ancora a metà degli anni ’70 e divertirci un -bel- po’ con i The Specials.

La band di Coventry ha solo “una certa età” a livello anagrafico, ma su palco mostra di essere rimasta a fine anni ’70 portando e trasmettendo quell’animo ska-rocksteady vivace, ma pur sempre ricco di messaggi a sfondo sociale e politico, ai presenti.
All’inizio del loro live si inizia a respirare un’atmosfera differente, una sensazione che si estende dal palco per tutto Hyde Park: i The Specials trasmettono felicità pura, sarà per lo stile mod inconfondibile e per il ballare come se si trovassero in un locale del sud di Londra a metà anni ’60.
Estremamente contagiosi.

Da qui in poi la descrizione degli eventi cambia forma.
La mia vicina di transenna: “Lo sai vero che ora ci sono solo LORO? Non c’è più nessuno in apertura, cioè: ci sono LORO e basta”.
Credo che sia stato proprio quello il momento esatto in cui mi sono resa conto di essere al concerto dei Blur a Hyde Park. Probabilmente l’ultimo concerto dei Blur. Il concerto della mia vita. Il concerto che aspettavo più di qualsiasi altro.
E da questo istante inizio a piegarmi sulla transenna per il mal di stomaco e a iniziare a fare “no – no” con la testa: non ci credo.
Non ci credo nemmeno quando la schermata con la scritta “blur” mi compare davanti agli occhi e subito dopo, sotto a una scenografia immensa,

Damon Albarn, Graham Coxon, Alex James e Dave Rowntree sono lì, sul palco, e partono in quinta con l’uragano “Girls&Boys”.
Damon Albarn è un frontman perfetto: lo avete presente nel video di “Charmless Man” quando salta come un dannato sul ritornello? Ecco, immaginatevelo così sulle canzoni più ironiche, energiche e coinvolgenti dei Blur suonate a Hyde Park. Questo vocalist con una voce niente male, starnazzi a parte su “Girls&Boys”, rischia la vita quando decide di ricevere un po’ di calore umano da parte del pubblico delle prime fila, ma si calma quando iniziano i brani più riflessivi e struggenti.
E adoro questi cambi, una sorta di sbalzo d’umore improvviso, nella setlist di Hyde Park: le canzoni dei Blur sono un’esplosione di gioia, ironia, rabbia e malinconia e il modo in cui i quattro musicisti mescolano e riprendono queste sensazioni è stupefacente.
L’improvvisazione, infatti, gioca un ruolo fondamentale nei Blur: a parte il mix di sensazioni ed emozioni regalate dalla diversità delle loro tracce, questa band può permettersi di cambiare la scaletta all’ultimo minuto, oppure di allungare le canzoni fino ad arrivare a un crescendo intenso ed indescrivibile.
I riff di Graham, per esempio, sono come l’effetto “sasso gettato nell’acqua” e si espandono per tutto Hyde Park; per non parlare della base ritmica della linea di basso di Alex e dal picchiare forte di Dave sulla batteria: strumentisti mostruosi.
I cori, tra l’altro, vengono riempiti da quattro voci soul che regalano maggiore intensità a certe canzoni (“Tender” e “Under the Westway”); così come i sound completati da tre fiati e dalle tastiere: un muro di suoni, caratterizzato da differenti stili e generi, che cattura chiunque stia ascoltando.
I Blur sono una di quelle band che non hanno paura di provare e sperimentare cose nuove e riescono a tenere con facilità il palco, grazie all’incredibile esperienza e complicità che c’è tra i componenti della band (il bacetto di Damon sulla guancia di Coxon). Inutile, poi, parlare del fantastico legame coi loro fan: nonostante siano i Blur, mostrano un’umiltà e spontaneità unica nei confronti di chi li supporta.
Potrei riassumervi tutto questo dicendovi che vi siete persi un concerto stupendo, un’esperienza di vita, oppure: non potete nemmeno immaginare i continui sing-along strappa-lacrime su “Tender”; la magia di “Out of Time”, grazie ai suoni regalati da Khyam Allami; la commozione su “Under the Westway” (live è un pezzone) e “No Distance Left to Run”; le risate nel vedere il comico inglese Harry Enfield travestito da Tea Lady, o l’entusiasmo di Phil Daniels su “Parklife”; i riferimenti a Londra con “Jubilee” e “London Loves”; il delirio collettivo su “Song 2”; la sorpresa di sentire “Young & Lovely” e “Caramel”; l’emozione indescrivibile di cantare a squarciagola, in continuo crescendo, “The Universal”.
E a fine concerto sentire le farfalle nello stomaco, avere gli occhi lucidi e continuare a cantare in coro IN METRO: “Oh my baby \ Oh why, oh my”.
E ancora adesso ho quella sensazione di aver immaginato tutto, di non essere stata lì per davvero e di aspettarmi da qualcuno: “guarda Tere che ti sei svegliata ora dal coma e il tuo era solo un sogno”; ma poi riguardo foto e video e rileggo quello che ho scritto subito dopo il concerto e mi viene da pensare che, forse, ho vissuto i Blur per davvero.

Setlist

Qui trovate qualche foto.