Crocodiles live @ Covo Club

Dopo tantissima pallavolo, si ritorna ai concerti.

crocodiles1

Venerdì 24 ottobre sono andata al Covo Club di Bologna per rivedere, per la sesta volta, i Crocodiles di Charles Rowell e Brandon Welchez.
La breve recensione potete leggerla su RADIONATION

Annunci

Black Lips live @ Hana-BI

Questo live report voglio scriverlo col cuore e non con la testa: con i Belle and Sebastian ho fatto un casino, scrivendo come se la band di Stuart Murdoch non mi avesse lasciato nulla (in realtà ho ancora le farfalle nello stomaco e sono ancora lì a Cesena a saltellare e a sospirare).

Stasera niente sospiri, magari si parla di fiatone, sudore e di salti, che se li avessi fatti quando giocavo alla volley, forse, non sarei qui a scrivere di questi dannati Black Lips.
L’unica data italiana di questi quattro pazzi-fottuti, capitanati da Cole Alexander, è al Hana-Bi di Marina di Ravenna, in questo 5 agosto che segna l’inizio dell’estate (o quasi).
Questa sera, al locale di Viale delle Nazioni, siamo in tanti, siamo carichissimi e vogliamo sbroccare insieme ai Black Lips.
Mi posiziono al lato palco, ma ci sono troppe coppiette e non si sente niente; si va verso il centro, ma c’è troppa gente alta e non si vede niente; infine, eccola lì, quella bella postazione alta di fianco ai dj e dove si vede e si sente più o meno decentemente: quest’ultima sarà la zona in cui mi scatenerò per bene, anche se avrei preferito godermi il concerto in mezzo al delirio.

blackl

L’atmosfera è bella calda e tra gruppo e pubblico c’è una complicità strepitosa: quelli sul palco fanno un casino incredibile e il live comprende sia insulti al tecnico del suono, sia Joe Bradley che si ammazza e -quasi- sbocca sulla batteria (era di un colorito tra il viola-blu); i ragazzi del pubblico, invece, urlano, stonano, ondeggiano per aria, sudano e si riempiono di lividi sbattendo contro le transenne (che-cazzo-ci-fanno-le-transenne-al-hana-bi-?).
Il concerto parte in quinta con “Family Tree”, ma quando arriva “Drive By Buddy” si inizia a “volare” per aria, fregando tutte le zanzare-insetti vari che puntavano alle gambe degli spettatori.
Il live prosegue con “Boys in the Wood”, “Sea of Blasphemy” e “Drugs”, delle tracce spietate che sottolineano l’aspetto trasandato dei quattro: ci è mancato poco alla sboccata di gruppo sul palco, ma anche questo aspetto fa parte della scenografia dei ragazzacci – Black Lips.
Nella setlist non mancano di certo l’inno “O Katrina!”, “Hippie, Hippie, Hoorah” e, per il gran finale, “Bad Kids”, quando le transenne smettono di essere un problema e si passa all’invasione di palco.
I 17 brani eseguiti questa sera al Hana-bi, anche se vengono suonati con una velocità incredibile (già hanno una durata breve su album, live lo sono ancora di più), creano una spensieratezza che inebria tutti i sensi.

Tra qualche piccolo dettaglio di Blues-rock, tanti riferimenti al Punk americano e una buona dose di Garage, i Black Lips trasformano il concerto in un vero e proprio party: si respira quell’atmosfera di festa, in cui non ci si contiene e dalla quale si esce davvero malconci. Questa volta, però, avere i postumi sarà bellissimo, del resto fa tutto parte del pacchetto Black Lips.

Setlist

Damon Albarn e il tocco gelido della Morte.

Il titolo di questo post potrebbe essere legato a una nuova avventura di Harry Potter, ma questa volta il protagonista è proprio il cantante dei Blur.
Grazie a lui ho avuto delle allucinazioni spaventose non appena giunta in hotel, alla fine del concerto di Roma: nonostante tutto voglio troppo bene a Damon Albarn.

La recensione completa del concerto, però, la trovate su Radionation:

Damon Albarn live @ Auditorium Parco della Musica, Roma.

Ho deciso di postare il link sul mio blog, perché questo concerto mi ha riempito il cuore di gioia: lui è un artista al quale voglio veramente troppo bene, poi “Everyday Robots” è l’album per il quale sono in fissa da mesi.

20140715_222209

E niente, buona lettura.

(Prima o poi scriverò due righe sul concerto assurdo degli Is Tropical: anche loro visti a Roma, ma in una situazione totalmente differente…).

The Pains of Being Pure at Heart @ Hana-bi

L’ultima volta al Hana-Bi, prima di questo martedì 17 giugno, la ricordo a tratti: c’erano i Crocodiles, era la chiusura di stagione e con qualcuno di loro ho urlato “Common People” durante il dj set. Ricordo anche che sulle prime due note di “Girls & Boys” dei Blur è iniziata la mia corsa verso il mare, che a Marina di Ravenna fa veramente schifo, mi sono tolta scarpe e blusa (non la gonna) e mi ci sono tuffata dentro, come se dovessi liberarmi di qualche peso.
Ora, però, sembra che il bagno di notte non si possa più fare, quindi mi rassegno e su “Song 2” dei Blur mi trattengo: invece di buttarmi in mare, mi affido al Bombay Sapphire e dentro ci annego i pensieri.
La sensazione di libertà, però, c’è stata prima del dj-set, ma non durante il concerto dei Fear of Men o dei Pains of Being Pure at Heart: durante il soundcheck.
Un po’ mi fa ridere quest’ultima cosa perché il mio limite di snobismo, prima di martedì, arrivava a: “erano meglio *aggiungi anno-album-lineup a caso*… “; ma, alla soglia dei 26 anni: “oh, certo che il soundcheck è stato meraviglioso, quasi meglio del concerto”.
È solo una considerazione personale e scrivere boiate fa parte delle mie “recensioni”, ma vi spiego: c’è quella bellissima sensazione che ti avvolge quando si fa aperitivo al Hana-Bi, la fetta di lime galleggia dolcemente nella Corona e il tempo sembra fermarsi; immaginatevi tutto questo con in sottofondo i Pains of Being Pure at Heart, il rumore delle onde che si infrangono sulla spiaggia e il fatto che non ci siano delle persone (di merda) che parlano per tutta la durata del concerto.

Alle 21.30 circa salgono sul palco i Fear of Men, band capitanata da Jessica Weiss e proveniente da Brighton.
La band propone una dolce indie-pop che fa ondeggiare, ma ci sono evidenti accenni agli Smiths e il songwriting è pensato, esistenzialista e che va ben oltre l’apparenza; peccato solo che, dopo una quindicina di minuti, l’arrangiamento mi sia sembrato fin troppo costante e ripetitivo.
Prevedibile, ma almeno differente dalla maggior parte del live, è l’esplosione strumentale dell’ultimo brano della setlist,”Inside”, che coinvolge e mette in risalto le influenze noise e shoegaze della band.

Dopo quattro anni ritorna a Marina di Ravenna il gruppo di New York, o meglio: ritorna Kip Berman, dato che, nel frattempo, la line-up è stata completamente stravolta.
In occasione del concerto viene presentato il nuovo “Days of Abandon”, un album parecchio differente da “Belong” e dall’esordio, ma con alcune tracce interessanti che dimostrano avere maggior intensità\espressività al momento dell’esecuzione.

pains1

Intorno alle 22.15 entra Kip Berman in compagnia della sua Telecaster e con “Art Smock” inizia questo piacevole concerto al Hana-Bi: applausi ne abbiamo e c’è un bel silenzio suggestivo tra i presenti che mette in risalto la voce morbida ed inconfondibile del frontman, nonché la bellezza di questa traccia.
Alla fine del brano entrano sul palco i strumentisti che accompagnano Berman nei live: si parte in quinta con una delle tracce più seducenti del nuovo album, “Until the Sun Explodes”, fino ad ondeggiare e canticchiare classici come “The Body”, “Heart in your Heartbreak”, “Young Adult Friction”, “This Love is Fucking Right”.
La nuova line-up è all’altezza della situazione, in particolar modo Jessica Weiss (la vocalist dei Fear of Men) che si trova in perfetta sintonia con Kip: due voci leggere che si uniscono e che fanno sognare ad occhi aperti, con in sottofondo certe smielate à la Smiths e Smashing Pumpkins.

pains2

È tutto davvero piacevole e c’è questa bellissima atmosfera che domina al Hana-Bi, ma ci sono anche evidenti cambiamenti nel sound che fanno storcere il naso agli amanti dei primi due album: compare, infatti, una certa “lentezza” in quei brani che dovrebbero essere più spensierati e suonati con più energia.
Il peggio, però, avviene subito dopo una breve pausa, quando Kip torna sul palco da solo per eseguire “Ramona”: della canzone si sentirà giusto qualcosina, ma la voce del frontman viene coperta da chiacchierate riguardanti vacanze improbabili (andare affanculo, no?) e progetti del genere.
Fortunatamente, i strumentisti ritornano sul palco e il nostro amato Kip continua a scatenarsi, a ballare, a fare passi scoordinati e a cercare di coinvolgere il più possibile il pubblico del Hana-Bi: Kip ama questa venue e ce lo dimostra, ma è il suo pubblico che, forse, tra gioie e dolori, non lo ricambia appieno.
Eccoci dunque arrivati alla fine del concerto con lo snobismo generale del tipo: “erano meglio 4 anni fa, quando c’era Peggy Wang” che circola nell’aria, ma sempre e comunque con un botto di gente a fare fila al banchetto del merchandise.

Fargas live @ Kalinka

Karma: fottiti.
Mi piace credere che sia il karma a farmi saltare concerti, a cacciarmi in situazioni davvero imbarazzanti, oppure a farmi dimenticare altri concerti (Metronomy a Milano: ancora bestemmio, ma li rivedrò quest’estate per la terza\quarta volta).
Me la prendo anche con qualche divinità del libro fantasy per eccellenza per non aver visto gli Eagulls, una di quelle band che propone sonorità post-punk pesanti e il cui frontman ha una voce parecchio incazzata e più vicina al Punk: roba che a me piace tantissimo, ma ci sono ventimila gruppi come questo.

Proprio in occasione di questo venerdì santo (per alcuni, per me è un venerdì in cui ci si sfonda di gin tonic e, dopo, si hanno sensi di colpa a gogo) si rinuncia al Mattatoio, a tutto ‘sto hype hipsteriano che circola a Carpi, e si cambia totalmente genere e locale.

Vado al Kalinka: c’è mia “sorella” e ci sono i Fargas.
E premetto una cosa: non ho mai ascoltato questa band (in realtà sì, ma c’era l’alcool), non so che genere facciano e non ho idea di quanti album abbiano all’attivo; so solo che sono italiani, sono di Modena, il cantante ha un gran barbone (“ha una barba vera, mica quella hipster o quella che va di ‘moda’…”).

IMG_20140418_235515

La band capitanata da Luca Spaggiari è al terzo album e si trova sul palco del Kalinka per presentare il nuovo “Galera”: siamo in quattro gatti, ma possiamo trovare la scusa del “concerto intimo”, e il live suonerà piuttosto bene alle mie orecchie.
Le liriche sono profonde, ricche di metafore e giochi di parole che riprendono amore, morte, vita, allucinazioni, situazioni personali \ reali e tanta, tantissima, malinconia.
Strumentazione e voce realizzano un concerto variopinto, mai monotono: si parte con un registro vocale più rude ed arrabbiato, per poi arrivare a un tocco decisamente più morbido e, qualche volta, marcato da un pizzico d’ironia.
L’arrangiamento, quindi, è in perfetta armonia: due parti, quella strumentale e quella vocale, che vagano sia verso tracce più eleganti ed accurate, sia verso canzoni più dirette e con qualche scatto di rabbia.
Nelle canzoni dei Fargas si sente anche qualche nota pop, qualche tocco di psichedelia, una buona dose di cantautorato italiano e tratti rock-folk; ma il punto in cui converge tutto, a parte la malinconia e i testi fin troppo realistici, è questa sensazione di “evasione”, di libertà che si respira alla fine di ogni brano. O forse è solo una mia impressione, dato che, tra un brano e l’altro, la band prova a spezzare questa visione malinconica, questa triste realtà e quest’atmosfera pesante con qualche battutina divertente.
Una band che si esprime perfettamente su un palco e che, senza troppi giri di parole, piace fin dal primo istante proprio per una certa “semplicità” e complicità col proprio pubblico: forse la scena indipendente italiana non fa così tanto schifo.

Il 19 maggio sono di nuovo dalle mie parti e, chissà: magari vi racconterò in maniera più dettagliata ed esauriente un concerto dei Fargas.

The Veils @ Off Modena

È un parolone chiamare questa che segue “Recensione”, “Live Review”: ecco perché ho deciso di riferirmi a questa band in maniera completamente differente dal solito, ovvero come se stessi parlando a un ragazzo che amo.
Ho scritto una lettera d’amore, dato che questi Veils hanno fatto una cosa bellissima l’11 aprile scorso all’Off di Modena: mi hanno fatto emozionare. Tipo come quando muore Izzie in Grey’s Anatomy; o come quando Joey di “Friends” crede di saper ballare e mostra le sue doti a Phoebe e a Chandler; o quando ho incontrato Dave Rowntree a Bologna; oppure quando MI ABBRACCIO la transenna a Hyde Park perché “ma zio boia, questi sono i Blur e zio can di un porco zio maledetto che cazzo devo fare?” (non era lo zio, era proprio la divinità).
Tutto il delirio da “rincitrullulita” l’ho scritta su RADIONATION, quindi: buona lettura.

veils2

QUI c’è anche la mia chiacchierata via mail col frontman della band.

The Warlocks @ Mattatoio Club, Carpi

Nonostante preferisca una band vestita con Fred Perry, parka o giacca a tre bottoni, devo dire che il binomio giacca di pelle – jeans skinny-strizza-palle mi affascina comunque; e non mi fa schifo nemmeno il ricciolo ribelle, rispetto al capello a fungo tipicamente British.
I Warlocks sono di Los Angeles e, sia per le influenze che per l’abbigliamento, mi ricordano tantissimo i Black Rebel Motorcycle Club.
Questo live mi ha preso un po’ alla sprovvista, quindi mi scuso in anticipo per i tanti-troppi giri di parole, la sdolcinatezza (in mezzo a tutte le atmosfere dark-inquietanti è giusto alleggerire), le ripetizioni e la lunghezza di questo post: è complicato scrivere di un concerto così intenso ed emozionante, soprattutto quando le parole mi sembrano superficiali e vaporose.
Questa è la sensazione che mi hanno dato i Warlocks e, a mio avviso, è un’emozione positiva, bella, unica e quasi commovente: di band che ti lasciano senza parole se ne vedono davvero poche in questo periodo.

20140320_235203

La band di Los Angeles inizia ad esibirsi sul tardi e si nota subito la presenza di quest’atmosfera cupa-rigida che avvolge l’intero Mattatoio Club, quindi non è adatta a chi soffre di acluofobia e claustrofobia.

Bobby Hecksher e gruppo, circa a metà concerto, decidono di interrompere il clima iniziale, pesante e oscuro ma in sintonia col genere proposto, e lasciano entrare sul palco un po’ di “luce”: i cinque ragazzi sono ancora avvolti nel buio, ma ora i loro gesti si vedono meglio e l’arrangiamento è decisamente più leggero, poiché si passa da melodie cupe a sonorità più ipnotiche e psichedeliche.
I Warlocks regalano un concerto in crescendo: ci sono tanti contrasti e da un certo punto in poi ci si rende conto di quanto siano stati influenti i vari Beatles, Velvet Underground, Oasis, Spacemen 3 e Jesus and Mary Chain nella musica di questa band.
C’è anche una vocina nella mia testa che ripete: “BRMC, sono troppo BRMC”: è solo un particolare estetico, dato che i Warlocks, musicalmente parlando, sono più tetri e pessimisti rispetto al genere di Robert Levon Been e soci.
Il contrasto visivo e uditivo fa capire quanto la band sia talentuosa, anche se in mezzo a tutta quella sovrapposizione di chitarre e di ritmi frenetici-ossessivi, la voce del frontman perde il ruolo principale: in una situazione del genere ci vorrebbe un colore vocale basso e intenso, ma, in realtà, Bobby possiede un timbro morbido che tende a perdersi in mezzo al “caos” strumentale.

Una band che scatena tutta la forza suggestiva di questo genere musicale proprio su un palco, e un concerto, questo al Mattatoio, davvero coinvolgente dal punto di vista emotivo.