Crocodiles live @ Covo Club

Dopo tantissima pallavolo, si ritorna ai concerti.

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Venerdì 24 ottobre sono andata al Covo Club di Bologna per rivedere, per la sesta volta, i Crocodiles di Charles Rowell e Brandon Welchez.
La breve recensione potete leggerla su RADIONATION

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The Strypes @ Covo Club

Stasera voglio scrivere due righe sul concerto degli Strypes al Covo Club di Bologna: unica data italiana per la giovanissima band di Cavan, pompata fin troppo dalla stampa inglese, dai fan esagitati del Mod Revival del Mod Revival (e derivati) e da Paul Weller.
E, come al solito, non prendete tutto troppo seriamente.

PARTE PRIMA:

Appena ho visto entrare gli Strypes sul palco del Covo, ho subito pensato di ritrovarmi più a un saggio scolastico che a un concerto vero e proprio: a vederli, così, potrebbero essere considerati come una boyband, bassista a parte che ha gli stessi capelli di Roger Daltrey a metà anni ’60.
Uno crede davvero di stare a un concerto di qualche nuova band buttata fuori da disney channel, dato che questa sera c’è fin troppa acne e ci sono tanti genitori, tra cui le mamme più esaltate delle figlie.

In realtà, non appena questi giovincelli irlandesi iniziano a suonare, cadono molti pregiudizi: sì, ma vedere tutta questa gioventù al Covo fa impressione (ok, 8 anni fa, magari, qualcuno pensava lo stesso di me: ma che ci fa ‘sta ragazzetta qui dentro?).
Una cosa bella del concerto è proprio la varietà, ovvero vedere tutte queste differenti generazioni mescolate tra loro in questa saletta, con ‘sti Strypes che ci riportano indietro nel tempo quando le fan dei Beatles piangevano e urlavano come disgraziate.
Tutto questo fa davvero sorridere, anche perché significa che la band riesce a unire gruppi differenti di persone: direi sia un punto a favore per gli Strypes.

Questa sera mi aspettavo una mezz’oretta di concerto, ma la band di Cavan continua per un’altra ora e venti (circa): c’è questo sfogo rock’n’roll fluente e spontaneo, ricco di influenze (Beatles, Bo Diddley, Chuck Berry, Hollies, Yardbirds, Zombies, Stones…), che è un vero piacere ascoltare e riascoltare.

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Gli Strypes hanno capito tutto troppo in fretta: suonano come se avessero alle spalle una carriera di almeno 5 anni; sanno comunicare col proprio pubblico (meno quest’ultimo, però, che non capisce una fava di quello che dice il chitarrista, quindi è tutto un “yeeeeee” e applausi); sono stati spinti sia da personalità che nel mondo della musica ci stanno da una vita, sia dalla stampa inglese (anche quella che con la musica non c’entra assolutamente niente: ho conosciuto gli Strypes grazie a una rivista di moda) e non sono così tanto stupidi.

Gli Strypes hanno una presenza scenica spaventosa, hanno carisma, sono dotati di una certa eleganza, musicale e non, e hanno questo spirito Rhythm and Blues che ti fa muovere, o almeno vorresti, dato che ci sono le scope-in-culo “ma perché balli?!”, oppure il solito gruppetto che poga (meglio loro delle scope-in-culo, almeno si muovono, ma evviva i gomiti alti per evitare che un giandone ti trasformi in un panda).

Una band che sa come trattare il revival creando un’atmosfera nostalgica, per i riferimenti musicali, ma pur sempre intrigante e divertente.

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PARTE SECONDA:

C’è una parte di me che degli Strypes pensa questo:
1. Bravi, belle le influenze, canzoni veloci e coinvolgenti, MA non hanno personalità e sembra una band costruita dalla testa ai piedi;
2. Non sono gli unici a fare quel genere: si sa, musica e moda sono sempre state unite, ma non vedo perché una band debba adattarsi alla massa e non esprimere veramente quello che pensa;
3. La stampa inglese butta fuori cani e porci, basta che ci sia ‘sta roba chiamata hype (uno dei termini più hipster e sgraziati che mi fa pensare subito a: “ok, ‘sta roba è ‘nammerda e te la ascolti te, brutta capra”);
4. Mi auguro davvero che questi ragazzini non assumano l’attitudine di certi personaggi giusto perché “è quello che va di più ora”, “perché piace al pubblico”: una band DEVE piacere per l’individualità che la differenzia da tutti gli altri gruppi, quindi spero che quest’ondata tra r’n’b e mod revival del mod revival del mod revival sopravviva e non finisca nel cesso per via dell’arrivo di una nuova moda;
5. Basta con ‘ste cover: ragassoli siete da un’ora e mezza sul palco e ormai siete diventati ripetitivi.

6. Mi rendo conto di essere una snob. E pazienza.

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CONCLUSIONI:

Gli Strypes sono ancora troppo giovani, di strada davanti ne hanno ancora da percorrere e, a mio avviso, non si fermeranno di certo qui: se hanno così tanta voglia di suonare, di coinvolgere e di far urlare madri e figlie, come si faceva ai tempi della British Invasion, andranno un bel po’ avanti (sempre che il punto 4 della parte seconda non prenda il sopravvento…).

Setlist:

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Live Review: Toy @ Covo Club

C’è questa intro strumentale che mi cattura e mi trascina quasi con forza in questo mondo psichedelico e surreale realizzato dai Toy.
Sul palco del Covo Club, venerdì 28 marzo in occasione della serata dedicata alle sonorità British (Cool Britannia), è il turno della band di Brighton capitanata da Tom Dougall.

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Dall’apertura strumentale fino al quinto brano della scaletta c’è questo ritmo costante e ripetitivo che caratterizza il lato più “oscuro” dei Toy: si denota, quindi, una certa “pesantezza” uditiva che, unita ad un particolare utilizzo delle luci (scure, ma sulle tonalità del blu, rosso, fucsia), crea una piccola scenografia in grado di descrivere visivamente la musica di questa band.
I Toy vagano tra il post-punk, dettagli shoegaze e tanta psichedelia: tra un genere e l’altro, il pubblico ondeggia e, per tutta la durata del live, resta come ipnotizzato da queste sonorità sempre più fragorose ed intense che coprono totalmente la voce del frontman (c’è anche il problema dell’acustica, quindi del cantato si sente giusto qualche vocale aperta e niente più).
Le chitarre, intanto, tendono a scontrarsi ed innalzarsi, anche perché l’intento principale della band è quello di creare un vero e proprio muro sonoro variopinto attraverso queste profonde atmosfere shoegaze.
Ma questo tipo di intensità, ad un certo punto, viene spezzata da canzoni pop con un’influenza più 60’s, da qualche tastierina à la Horrors, da chitarre più sciolte che ricordano i primi Strokes e qualcosina che riprende vagamente gli immensi Cure.

I Toy amano dare colore e diverse forme alla loro musica spaccando il live in due parti ben distinte: da un lato sono presenti sonorità più cupe e vigorose, mentre dall’altro compare questa “dolcezza” psichedelica che fa oscillare (o pogare, soprattutto tra le prime file) ancora di più i presenti.

Breton live @ Covo Club

Arrivo in ritardo di quasi un mese, ma la review dei Breton, live al Covo Club di Bologna lo scorso 14 febbraio, la scrivo.
Dunque…

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Me lo avevano detto in molti che i Breton sono davvero deliranti e coinvolgenti, e, in occasione di questa data a Bologna, non hanno deluso le mie aspettative.
Questi cinque ragazzi mi ricordano tante altre band del genere indieminchia-elettro con piccoli dettagli math rock (tipo i Foals), ma questa band londinese, proprio durante i live e rispetto ad altri gruppi, punta di più sull’elettronica, sulla sperimentazione e su un certo gioco di immagini e colori dati da un ottimo arrangiamento.
Tuttavia il passaggio da “Other People’s Problems”, l’album d’esordio, al nuovo lavoro “War Room Stories” è piuttosto evidente: durante il live si sente (e vede) un forte contrasto, poiché si passa da tracce più armoniose, tra musica pop-elettro, a synth ed “esperimenti” che costituiscono un vero e proprio scenario visivo alquanto suggestivo.

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Sul palco questi ragazzi si trovano in armonia: voce e cori si legano perfettamente, così come gli effetti sonori che si uniscono a un ritmo incalzante, grazie, soprattutto, alla profonda e forte presenza del basso.
Una band carismatica, divertente e davvero travolgente che si esprime meglio live, dato che il loro è uno show che coinvolge quasi tutti i sensi e sul quale è quasi impossibile restare fermi.

CuT live @ Covo Club

Venerdì 31 gennaio mi reco al Covo Club di Bologna per vedere il concerto di questa nuova realtà inglese prodotta da Andy Ross (ex manager dei Blur): i CuT.

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La band è capace, le atmosfere regalate dalla loro musica sono suggestive e ricche di influenze, ma la durata breve del concerto fa pensare al: “manca qualcosa”, ovvero quel gran finale in grado di soddisfare appieno il pubblico.
Eppure questi CuT sono davvero validi, anche perché il loro genere è un post-punk mescolato a sonorità shoegaze, influenze punk e una buona dose di psichedelia: fanno viaggiare con la mente e si è catturati, quasi come se si fosse sotto acidi.
La band inglese fa riferimento a molti mostri sacri della musica quando si ritrova su un palco, tra cui: Ramones, soprattutto per la presenza scenica e per l’atteggiamento; Jesus and Mary Chain, per gli echi vocali e le sonorità shoegaze; Sonic Youth, perché questi quattro ragazzi fanno davvero tanta bella confusione.

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Peccato per la breve durata del concerto, ma, nonostante tutto, i CuT sono una band davvero folle ed entusiasmante: si spera di rivederli in futuro quando, magari, avranno più idee e materiale da presentare al pubblico italiano.

Intanto, potete trovarli su:

Soundcloud

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Stephen Malkmus & The Jicks @ Covo Club

Ammetto di non conoscere alla perfezione la carriera da solista di Stephen Malkmus e nemmeno la sua attività coi The Jicks, ma ci tenevo troppo a vedere l’ex cantante dei Pavement in concerto, dopo essermi persa la reunion del 2010 all’estragon.

E, quindi, eccomi qui a parlarvi in maniera estremamente soggettiva di questo bellissimo concerto del 24 gennaio al Covo: STEPHEN MALKMUS & THE JICKS.
La mia più grande paura, vedendo la band in apertura, riguarda l’acustica: del gruppo spalla ci ho capito poco\niente, anche perché li ho seguiti a tratti.
I MEGAPHONIC THRIFT sono Norvegesi e fanno tantissimo casino. Nel corso del loro live sento del noise, del garage, della shoegaze, ma il tutto in maniera troppo superficiale. E mi fermo qui, sperando di recuperarli al più presto.

L’attesa è tutta per la band headliner, ovviamente: Covo pienissimo di gente di tutte le età, compresi i tanti che i Pavement li hanno vissuti per davvero.
Aver visto questo concerto mi fa sentire meno ignorante, musicalmente parlando, perché SM e band propongono un mix di generi e di sonorità.
Stephen Malkmus resta sempre un ragazzino: avrà i capelli più grigi e qualche ruga in più, ma è rimasto ai primi anni ’90, ha lo stesso ciuffo ed è alla continua ricerca di una libertà che solo la musica può garantirgli.

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Quest’artista dà lezioni a tutti di come si suona la chitarra e ci ricorda che è stato uno dei primi musicisti a presentare quel genere indie-rock \ lo-fi, ricco di cambi repentini al ritmo, che, a volte, sprofonda in una psichedelia acida anni ’70: questa discontinuità, fortemente voluta e presente sia nella voce che nella parte strumentale, è alla base del concerto al Covo che risulterà estremamente divertente e coinvolgente.

Sicuramente i Jicks sono una band che supportano alla perfezione una personalità travolgente e bizzarra come quella di Malkmus, del resto anche loro sono dei personaggi: tipo il chitarrista che fa headbanging pur non avendo capelli e socializza coi presenti delle prime fila.
Durante questo concerto si respira quell’atmosfera polverosa indie rock, lo-fi e, ogni tanto, punk-rock di inizio anni ’90, almeno fino alla cover finale di “Immigrant Song” quando capisci davvero quanto sia stonato, geniale, imprevedibile ed affascinante questo Stephen Malkmus.

John Lennon McCullagh + Pete Macleod @ CovoClub

La prima recensione dell’anno riguarda un doppio concerto di due artisti britannici che si stanno facendo conoscere in giro per il Regno Unito e l’Europa grazie a un genere tradizionale, il cantautorato, e grazie al personaggio di Alan McGee, che li ha scoperti: Pete Macleod e John Lennon McCullagh.

Entrambi gli artisti si sono presentati sul palco del Covo Club, venerdì 10 dicembre, per farci ascoltare brani tratti dai loro album e qualche nota citazione di spunto Britpop, Rock’n’Roll, Popular e, ovviamente, Folk.

A iniziare la stagione concertistica del Covo ci pensa Pete Macleod, cantautore di Glasgow, che ha proposto brani di “Rolling Stone”, il suo album d’esordio, e che ha catturato l’attenzione del pubblico grazie ai suoi tour: da spalla a Ocean Colour Scene e Shed Seven; con altri concerti da headliner accompagnato da Bonehead (ex Oasis).
Il suo songwriting è ovviamente legato alle sonorità e alle influenze britanniche, in particolar modo a: Oasis, Stone Roses, Beatles e Smiths (per qualche giro di chitarra che mi ricordavano un certo Johnny Marr…).

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Si parla, quindi, di un genere (pop) piuttosto orecchiabile, semplice e armonioso, del resto il duo chitarra-voce regala alle liriche maggiore significato.
Pete Macleod racconta in maniera piuttosto suggestiva le sue storie, buttandoci in mezzo qualche parola di “I Wanna Be Adored” (Stone Roses) e di “Wonderwall” (Oasis): la serata è quella della Cool Britannia, quindi non si può che apprezzare.
Un bravo cantautore e concerto ben realizzato, sia per la buona presenza scenica che per il suo songwriting diretto e, a volte, davvero delicato.

Dopo pochi minuti sale sul palco John Lennon McCullagh: stile British dal capello-a-fungo ai piedi e uno di quelli della nuova generazione di musicisti (Strypes, Mellor, 45’s) che amano tanto il sound del passato, nonostante abbiano ancora tanto da imparare.
Questo ragazzino sedicenne di Doncaster si presenta sul palco accompagnato da una chitarra e dalle sue tre armoniche, eseguendo canzoni del suo album d’esordio “North South Divide” e una bellissima cover di “We Belong Together” di Ritchie Valens che fa tornare, anche per pochi istanti, agli anni ’60.

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A differenza del primo cantautore salito sul palco, J.L. McCullagh è un songwriter più vicino alla tradizione folk\popular, ricordandoci che la sua fonte d’ispirazione principale è Bob Dylan.
Il suo colore vocale fa riferimento ad altri artisti da “revival”, tra cui Miles Kane e Jake Bugg, ma, a differenza di questi, John ci aggiunge la forza della Protest Song e, quindi, inserisce nei suoi testi dei messaggi a sfondo politico e sociale, più pensati e su cui riflettere.
J.L. McCullagh dimostra di essere un musicista più deciso e valido in concerto, rispetto ad album, dato che ha “quel qualcosa” (le canzoni che trasmettono emozioni, la competenza, il carisma, la passione) che gli permette di esprimersi al meglio quando si trova su un palco.
Non voglio esagerare, perché ne deve fare ancora tanta di strada, ma John Lennon McCullagh rappresenta per davvero la voce di una nuova generazione.