Do you remember the first time?

L’ultimo giorno di Wireless Festival a Londra, ovvero il 3 luglio quando sul palco principale, come headliner, ci sono i Pulp.
Al Wireless ho speso 40£ di alcool e ho vissuto in tutti i sensi la parola “festival”, a parte il non aver nuotato nel fango tipo Glasto perché a Hyde Park la situazione era decente.
Festival organizzato benissimo con tanti cessi pubblici tenuti puliti da vari omini in giro, tanti bar con ogni cosa da bere \ mangiare e 4 PALCHI.
Ve lo ripeto: 4 PALCHI. QUATTRO PALCHI. FOUR STAGES. Q-U-A-T-T-R-O P-A-L-C-H-I: uno è per le band indie che più indie non si può, dove ci sono solo parenti e amici a guardare; il secondo è quello delle band che stanno per compiere il grande passo (a parte la cazzata di aver messo i Cut Copy in mezzo, che sono già avanti anni luce ad altre band tipo i Summer Camp); il terzo è quello delle band adolescenziali o alcune band “perché cazzo non sono sul main stage?!” (Foals \ Naked and Famous); il quarto è proprio il Main stage.

La prima band che ho visto è stata quella del duo Summer Camp, ciò che da ottobre sarà una tra le nuove rivelazioni indie \ pop per molti.

Una band per adolescenti: lei si crede una pin-up alla quale passa per la testa “ce l’ho solo io e voi altre donne siete inutili”; lui è timidino, calmo e mantiene la concentrazione anche quando la sua collega gli si struscia addosso.

Le canzoni trattano di ammmore e amicizia, mentre le melodie proposte, che ricordano un po’ i Best Coast, sono serene e coinvolgenti: non sono male, ma sono la solita band indie pop per ragazzini. Una band uguale a tantissime altre e l’unica cosa che rende particolare questo duo è la voce della frontwoman, molto intensa e che arriva in alto.
Una band che deve crescere tanto, musicalmente e non: 6,5.

Resto ancora nel Pepsi Max Stage ad aspettare la seconda band, di cui amo tanto il loro album: Yuck.
Tutti hanno parlato bene di questa band, quindi l’unica cosa che serve per dare conferma di ogni parola spesa su di loro, tra recensioni e simili, è proprio un live.

Gli Yuck sono l’amore; ti fanno piangere,ballare, saltare, gioire, dimenticare tutto. Gli Yuck sono spettacolari.
Melodie dolci e pop si mescolano ad altre più garage e danzerecce sulle quali è impossibile stare fermi. Il loro frontman Daniel, ex Cajun Dance Party, è un ragazzino timidissimo con una buona voce e una deliziosa attitudine nei confronti del pubblico, che risponde con applausi interminabili e da pelle d’oca all’esibizione della band. 7.5
Il pubblico è uno degli aspetti “meraviglia” del festival, ma magari ne parlo meglio alla fine.

La terza band la avevo già vista al covo 3 anni fa: Metronomy.
I Metronomy si presentano con una line-up nuova, completa e adatta sia per i pezzi nuovi che per quelli vecchi.

Per i Metronomy ricordo solo degli spezzoni, dato che l’alcool si è sostituito bene agli altri liquidi in corpo: ricordo delle line di basso profonde che hanno fatto vibrare il terreno; ricordo note psichedeliche grazie alle tastiere e altra roba elettronica; ricordo di aver ballato e cantato come una scema su “A Thing For Me” e “Radio Ladio”.
Ero presissima dal delirio (e dall’alcool) ma i Metronomy live sono davvero spaventosi, soprattutto con questa nuova formazione. 7.5

Mi allontano dal palco principale per andare a vedere qualcuno di più sconosciuto (in realtà per prendere ancora da bere e vagare senza meta in giro per Hyde Park).
Mi capitano i “The Sounds”, la band che aprirà poi ai Cut Copy. La frontwoman è in pieno delirio, il tendone in cui suonano è pieno di gente incuriosita.
Il loro sound è energico, del genere indie-elettro e davvero coinvolgente.
Alcool a parte mi metto a ballare come una scema, catturata dalla musica e dall’energia proveniente dal palco. 7

Mi sono persa gli Horrors, ma li vedrò al Rock en Seine. Quel che è peggio è l’essermi persa i Tv on the Radio per avere la prima fila dai Foals e subirmi i The Pretty ‘Staminchia \’Stocazzo.
Torno al Pepsi Max Stage per vedermi i The Naked and Famous.
Su album anche questa band mi piace tanto e anche dal punto di vista live non hanno deluso le mie aspettative.
Sono indie-elettro pure loro e le due voci (Alisa e Thom), che si alternano decentemente tra le varie canzoni, fanno cantare tutti, ma proprio tutti, i ragazzi delle prime file la cui età media è di 15-16 anni (mi sentivo una vecchia coi miei 23 anni).

I The Naked and Famous sono danzerecci, allegri e non sbagliano niente: sono davvero bravi e presentano melodie pop serene e coinvolgenti sulle quali è davvero impossibile stare fermi.
C’è un “ballo leggermente scatenato”, non pogo perché è minimo, tra le prime file e tutte queste sensazioni sono davvero piacevoli.
Gran bel concerto e, ci tengo a ripeterlo, gran bel pubblico. 7.5

The Pretty ‘Stocazzo: mi sono persa i Tv on the Radio per poter aver la transenna per i Foals. Me ne pentirtò amaramente.
Avete presente le band costruite da capo a piedi? Eccola qui. Prendete 3 metallari cacciati via, perché non sanno suonare e quello che conta è avere occhiali da sole, giacca di pelle e capelli lunghi, da band metal che, a loro volta, non sanno mettere in ordine 2-3 accordi. Se questi tre strumentisti sono stati cacciati via da band del genere, che non hanno mai concluso niente, potete immaginare chi\cosa abbiamo davanti: costruiti e senza un briciolo di personalità perché preferiscono copiare altri.
Costruiti e senza un briciolo di personalità: un po’ come questa ragazzina-zoccoletta di 17 anni che si presenta sul palco con una maglia dei Metallica (ma li conosce per davvero?) un po’ lunghina e che, per far contenti i moccioselli segaioli, si alza per mostrare gli slip neri. Tra le mani sulle orecchie e ripetendomi un continuo “sono qui per i Foals”, questa roba passa in fretta e finalmente finisce.

Foals: prima fila centrale davanti a (il mio) Yannis, transenna conficcata tra le tette (povere loro \ povera me) e tante botte.
Dopo l’ennesima esperienza coi Foals, ho capito che sono groupie di una band, questi cinque qui di Oxford, alla quale urlo zozzerie di ogni tipo (in italiano ovviamente).
Il concerto dei Foals sarà devastante: il pubblico inglese è bello caldo.
I Foals si presentano sul palco esattamente come a Bruxelles: Edwin e Jimmy, Jack e Walter (Valter) e Yannis, con polo bianca della Fred Perry, molto più magro e con jeans skinny ( = addio ai miei ormoni), con bottiglia di whiskey. Ciao.

Nonostante qualche problema tecnico tra chitarra\pedali di Jimmy e batteria, che probabilmente portano via qualche canzone in più nella setlist, i Foals regalano un concerto entusiasmante e perfetto.
Alla fine di “Red Socks Pugie”, Yannis scende per salutare noi del pubblico e quando mi passa davanti gli rivolgo un saluto personale che consiste in una mano sul braccio (possente e sudaticcio) e un “Yannis ti violento”.
Io l’ho detto che quando ci sono i Foals non sono io, c’è un’altra me a quanto pare. Questa non sono io. No. Io non sono così in realtà, cerco di contenermi sempre durante i concerti.
Comunque i Foals sono sesso e mi stuprano durante questo live: sono preissima dalla loro musica, mi schianto ripetutamente sulla transenna e urlo come se avessi un orgasmo intemrinabile. Questa non sono io, è l’altra me che è meglio non incontrare. Proprio durante questi istanti vedo Dave Ma che mi scatta una foto.

Credo che questo sia il mio sinonimo di concerto ideale, lividi da stupro compresi. Loro sono perfetti, entusiasmanti e l’energia che trasmettono su “Electric Bloom” e “Two Steps Twice” è incontenibile ed esplode quando meno te lo aspetti.
Rabbia, gioia e improvvisazione spaventosa: mi siete mancati Foals, peccato aver lasciato lì sulla trasnenna tette, braccia e gambe (attualmente coperti di lividi verdi\blu e graffi).
8.5

Pulp. Ero andata a prendermi l’ennesimo bicchierone di sidro, quando, tutto ad un tratto, sento un boato accompagnato dalle prime note di “Do you remember the first time?”.
Io non so contro quanta gente abbia sbattuto, quanto sidro mi sia caduto e in che situazione fossi messa (finito il live dei foals, barcollavo e sentivo dolori un po’ ovunque), fisicamente e psicologicamente.
Mi butto in mezzo e vedo un Jarvis Cocker in ottima forma sul palco. Facendomi cadere il sidro addosso inizio a ballare\urlare\cantare. Ciao, sono a un concerto dei Pulp. Sono AL CONCERTO dei Pulp.
Jarvis Cocker: io voglio un uomo così quando avrò 40 anni.
Sul palco non abbiamo un semplice cantante o un frontman: c’è un intrattenitore, un comico, un attore che recita perfettamente una parte sull’incredibile “This is Hardcore”, un’altra totalmente differente mentre strimpella le note delicate di “Something Changed” e via dicendo sulle altre tracce.
Il singalong continuo e inarrestabile che si estende per tutto Hyde Park, la musica perfetta dei Pulp sul palco e le atmosfere che si vengono a creare, rendono questo concerto unico e indimenticabile.

Cazzo, sono i Pulp.
Sono i Pulp, anche perché Russell Senior al violino fa sognare ed emozionare.
Inutile dirvi cosa è successo alla fine, quando inizia “Common People”. Inutile divi come la gente si è scatenata e ha urlato fino all’esaurimento, quando magari era già esaurita \ sfatta a causa dell’intero festival. Inutile dirvi cosa altro ho visto e soprattutto vissuto durante i Pulp. Se non eravate presenti al Wireless, non potete minimamente immaginare le 47000 persone che ballano\cantano\urlano e si emozionano per un’ora e mezza circa tutte insieme, mentre i PULP suonano ed improvvisano sul palco di Hyde Park.
I Pulp non li valuto nemmeno, poiché quello che hanno fatto e regalato a noi del pubblico non riuscirà a farlo nessuna band del 2000.
E la sottoscritta, al Covo, ballerà da settembre in poi “Common People”, o “Babies”, o “Disco 2000”, in maniera totalmente differente.

Voto 9 al pubblico: un singalong continuo, soprattutto su Yuck, Naked and Famous, Foals e sui Pulp, quando c’è stato il delirio assurdo vissuto da migliaia e migliaia di presenze.
Pubblico giovanissimo sulle band del Pepsi stage che non superava i 16 anni di età nelle prime file: questo per dire come cambia la cultura musicale dall’Italia all’Inghilterra.
Pubblico malato sui Foals, ma decisamente più educato e meno violento di quello italiano (testata con un ragazzo a parte durante i foals, ehm). Un pubblico bello caldo e che ha reso questo festival ancora più entusiasmante: tutti quegli applausi sugli Yuck erano da pelle d’oca. Un pubblico curioso che valuta prima di giudicare e che fa sentire a proprio agio le band.

Sicurezza: 8.5. acqua ogni volta che ne avevi bisogno. Oltre all’acqua, mi sono venuti a chiedere più volte, durante i foals, se stavo bene (no, non stavo per niente bene psicologicamente; ma fisicamente…ehm…); una security che ti viene ad aiutare e dice agli energumeni di smetterla se questi cercano di passare davanti uccidendoti di calci nelle gambe e pugni sulla schiena.

Voto all’organizzazione: 8.5. Le bottigliette entrano.Puoi prelevare dai vari bancomat a disposizione. Puoi mangiare ogni cosa grazie ai vari punti di ristoro e puoi bere qualsiasi cosa. Puoi fumare qualsiasi cosa, ma non ovunque. Puoi svaccarti tranquillamente. Puoi incontrare chiunque. 4 cazzo di palchi e tante band da vedere.
Proprio come in Italia eh…

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Socc’mel, cazzomerda e grazie: ovvero il concerto dei Foals a Bruxelles.

EPICO. Se andate a cercare questa parola sul dizionario trovate come sinonimo cinque facce di musicisti chiamati FOALS accompagnati dalla parola “concerto”. Il sinonimo di EPICO, dunque, è FOALS IN CONCERTO.

A Edimburgo mi stavo pisciando addosso dalla paura e dall’ansia.
A Bruxelles, prima che iniziassero i Foals, ho detto a Chicca: ” Oh cazzo, ora sbocco l’anima in faccia al nano e lo faccio diventare biondo… Oddio che cazzo di scena orribile! Biondo?? Meglio di no”.
Prima fila, nessuna transenna (roba che se ti spingono finisci in braccio ai musicisti) e davanti a noi c’è l’asta del microfono di Yannis Philippakis (roba che se gli prende male, ti uccide).
Non ho idea di che ora sia, ho l’ansia, un macigno sullo stomaco e poi finalmente si spengono le luci.

Invisible sono un trio di Londra il cui genere è impossibile da descrivere perché in mezzo alla loro musica ci sono tanti e troppi spunti per definire la corrente della quale fanno parte.

Sicuramente sono uno dei gruppi spalla più bravi che abbia mai visto, nonostante la voce dell’omone-frontman sia troppo sottile e resti bassa per tutto il concerto.
Dal punto di vista strumentale sono mo.., scusate SONO MOSTRUOSI e lo scrivo così per rendere al meglio l’idea.

Il genere vaga dal post-rock, per tutta l’importanza che danno alla parte strumentale, al jazz, ebbene si ha pure quest’influenza, al grunge e all’indie-rock più comune con qualche piccolo riferimento all’elettronica.
SONO DAVVERO BRAVI. Punto.

Il pubblico è tranquillo, fin troppo, e il locale, grande quanto le due sale del Covo, è pieno di gente. C’è il sold out.
Sul palco salgono i cinque di Oxford e l’ansia si triplica. Partono con Blue Blood e la scaletta sarà uguale a quella di Edimburgo, scartando Two Trees.
Non mi sognerei mai di fare due concerti con la stessa scaletta, ma sono i Foals e, come per i Franz Ferdinand, questi hanno una grandissima qualità in più che viene a mancare a molte grandi e spettacolari band come Arcade Fire: l’improvvisazione.
Oltre all’improvvisazione, c’è anche la sorellina chiamata imprevedibilità: non si sa cosa voglia fare la band sul palco.
Il pubblico è fermo, un bel po’ moscio… che bello non siamo in Italia: senza transenne, appiccicata ad un palco e proprio ai piedi di quel disgraziato che vorrebbe ballare come Michael Jackson, schizofrenico, che non sta un attimo fermo e ha una spugna di mare sulla testa che gli fa da capelli.

La solita mina vagante, ma questa volta leggermente più calmo perché invece di buttarsi dagli amplificatori si arrampica, scende da una scalinata al lato dove ci sono backliner\tecnici e infine ricompare all’improvviso in mezzo al pubblico, accompagnato bene da quell’altro che si sposta e danzereccia in continuazione, Walter al basso.
A Jimmy parte un pedale dalla chitarra forse montato male e a un certo punto, non sapendo cosa fare, inizia a ballare: avrei voluto filmarlo.

I Foals iniziano a improvvisare, molto più di Edimburgo, e hanno la stessa carica di un mese fa: un loro concerto non potrà mai essere uguale a quello del giorno dopo e nonostante un tour interminabile riescono a mantenersi in forma, almeno sul palco perché all’aftershow… Poveracci, non ce la facevano più.
Rispetto a Edimburgo, la voce di Yannis è migliorata e molto più profonda (grazie al rum che si è scolato?), ma l’uomo al basso… Walter è UN BASSISTA DELLA MADONNA.

Bassista e batterista solitamente vanno insieme e Jack Bevan alla batteria è uno dei più bravi batteristi che abbia mai visto live. Con due braccina così scatena il putiferio.

I Foals sono davvero tutti troppo bravi: Edwin alle tastiere crea quelle melodie schizofreniche che farebbero ballare chiunque, peccato che il pubblico di Bruxelles non fosse ben predisposto per il ballo o i saltelli.

Il delirio e, finalmente, le prime spinte iniziano a farsi sentire solo sulla penultima canzone “Hummer”, in cui noi del pubblico ci preoccupiamo di canticchiare quel “Shine like million” che mancano i back-vocalist e la sottoscritta lancia il telefono a terra per poter ballare come un’idiota (alla fine il telefono me lo riconsegnerà un ragazzo gentilissimo… Dato che lo avevo perso), e ovviamente su quella traccia meravigliosa che è “Two Steps Twice”, la classicona che chiude il concerto e che in questo caso fa impazzire-partire di testa-arrivederciegrazie.
Electric Bloom, però, è la canzone “da paura” sia per l’improvvisazione, sia per il fatto che SpongYannis prima inizia a spaccare le bacchette su un tamburo (ora capisco le 2000£ spese per le drumsticks), poi si arrampica e infine me lo ritrovo di fianco, dopo essersi buttato tra la gente cercando di passare da qualche parte (dove sono io è un po’ impossibile dato che ci sono gli amplificatori e in mezzo l’asta del tuo microfono, vedi tu!). E’ incazzatissimo Yannis e su questa canzone vuole esplodere, sia a livello vocale che corporeo: impressionante come sempre.
L’altra canzone della madonna che colpisce e avvolge tutti i presenti è Spanish Sahara, eseguita alla PERFEZIONE, ancora una volta, e cantata a un volume improponibile dalla sottoscritta che lascia un polmone ai piedi di Yannis.
I Foals si sono mostrati, ancora una volta, la miglior band del 2010. Sono incredibili e non hanno bisogno di uno spettacolo premeditato e uguale ad ogni singolo concerto per coinvolgere il pubblico: a loro basta salire su un palco e improvvisare, o buttarsi… In tutti i sensi.

A fine concerto li si aspetta fuori, con altre due ragazze del Belgio conosciute al concerto, per scambiarci due chiacchiere e a farci dire dove sarà l’aftershow con dj set di quell’altro pazzo-geniale uomo di nome Dan (colui che ha dato vita ai Caribou), Edwin e Dave, voce Invisible.
Yannis esce e parlando di Grecia, cibo, Italia, italiani in Grecia e roba simile, ci dice poi che l’unica parola che conosce in italiano è “vaffanculo”: davvero?? Non me lo sarei mai aspettata. L’uomo spugna non riesce nemmeno a dire “grazie” ma solo “grazi” e “grazia”, solo dopo le lezioni della sottoscritta e al terzo tentativo riuscirà a dirmi un “grazie”.
La parola dopo che mi viene in mente, grazie al gin bevuto alla goccia, è l’intercalare bolognese che esprime meraviglia ma è di una certa volgarità: “socc’mel”. Dopo averglielo ripetuto due volte, lo ripete alla perfezione includendo l’accento inglese ben marcato.
Bravo Yannis, ora ne sai tre di parole.
Dopo le minchiate sparate da questo ragazzino di 24 anni, in realtà ne mostra dieci in più ma va beh, si arriva alle cose serie: io e Simo siamo a Bruxelles. Siamo andate per i Foals prima a Edimburgo e ora a Bruxelles, dall’Italia. I Foals in Italia ci tornano?
Yannis ci dice che certi posti è meglio saltarli e che l’Italia è un buon posto per le vacanze (= no grazie, l’esperienza del 2008 è stata una merda e vengo lì giusto per passare le vacanze).
Dopo questo gli dico che fa bene e che non ci sono problemi: tanto li seguo all’estero!

L’aftershow è un devasto: io, Simo, Martina e Lidjia arriviamo a questo Magasin4, un locale più piccolo dell’estragon, ma meglio organizzato, dove a mettere su buona musica ci sono Caribou, Edwin e infine Dave.
Un’ondata di pura elettronica fuori di testa invade il locale, in cui la birra costa meno di due euro e non sà di marcio come quella del covo, e tra il dj set di Edwin e quello di Dave finiamo sul palco grazie a colui che prima ci ha fatto entrare al Botanique per il concerto e poi in questo Magasin4.
Conosciamo batterista degli Invisible, un vero e proprio gentleman e amante del Chianti, che ci fa conoscere un backliner dei Foals: con questi tre finiamo tutte sul palco del dj set e balliamo\beviamo\scrocchiamo birra.
Un tizio della security, che parla in francese e IO NON CI CAPISCO NIENTE, anche perché in corpo ci avevo litri di alcool, ci invita ad andarcene dopo un quarto d’ora: a un certo punto un nano con la spugna in testa mi guarda e urla “No no, stay here” seguito da “Sorry but he has no power” e seguito da “Security man is a dickhead”. Yannis è UN MITO.
Dopo pochi minuti, però, si rientra di nuovo sul palco del dj set, grazie a un dj del posto che dice al “dickhead” che è tutto apposto e che siamo con loro = edwin-yannis-dave-johnny e compagnia.
Si balla, si beve e si scroccano litri di birra di nuovo.
Finisce il dj set di Dave, strepitosa “Spanish Sahara” remixata, e si torna giù dal palco.
I Foals, musicisti, se ne vanno ma restiamo sempre in ottima compagnia con Invisible e i due che lavorano con i foals: si parla di musica, dell’alcool, della situazione di merda che c’è in Italia (conoscono bene lo scandalo “bunga bunga” e il fatto che il nostro presidente di ‘sta ceppa stia distruggendo l’Italia), dei concerti in zona e delle tre parole in italiano in questione: “grazie”, “cazzomerda” (che gli ho tradotto come una sottospecie di holycrap) e il solito intercalare. Le lezioni di italiano funzionano bene e bastano solo due tentativi per sentire queste parole con un bellissimo accento inglese (contate che in corpo avevo litri e litri di alcool e niente sangue).
Tornando al discorso “concerti in Italia”, il batterista degli Invisible, che sostituisce “l’originale”, ci dice che verranno a Bologna presto (a quanto pare sono stata piuttosto convincente parlandogli dell’ottimo vino rosso che c’è), mentre qualcun altro ci ripete che al momento i Foals in Italia non ci vengono perché vendono poco e sono sconosciuti…
Scoppio a ridere perché gli Invisible sono i veri sconosciuti in Italia, ma anche in questo caso si ripete il concetto “Nessun problema, vi seguiamo volentieri per l’Europa”.
Tra ragazzi più provoloni, che ci provano alla fine anche in maniera spudorata e senza un briciolo di buon senso bruciato dall’alcool, e altri più timidi e veramente gentlemen si torna ubriache marce in hotel dal quale ne usciremo un’ora dopo, alle 6, per andare a prendere un aereo.

Com’è Bruxelles?
Ma che ne so e chi l’ha vista poi. Quello che so per certo è che l’evento di sabato sera è stato un qualcosa di EPICO.

Ora mi piscio addosso!

Due secondi prima che iniziasse “Blue Blood” ho urlato, e meno male che erano tutti scozzesi gli altri intorno, a Chicca proprio il “Ora mi piscio addosso”.
In realtà non avevo proprio quello stimolo eh, ero solo troppo emozionata. Forse troppo emozionata da farmi venire un attacco d’asma improvviso, e meno male che avevo il ventolin.

Il 30 ottobre sono arrivata qui proprio con Simo:

Questa nella foto è Edimburgo, una città meravigliosa con gente meravigliosa e un freddo impossibile da affrontare.
Risate a non finire, freddo gelido al quale mi sono adattata alla perfezione, pioggia devastante e ballerine ai piedi, arti distrutti, cazzate sparate al secondo: tutto questo fa parte dei 4 giorni nella città scozzese passati con la mia compagna di viaggio, Simo.

Motivo del viaggio solo uno, solo una band: Foals.
“Chi cazzo sono i Foals?” Nel nostro paese non sono conosciuti come all’estero, ma questi hanno tirato fuori l’album più bello del 2010, si girano mezza Europa tra novembre e dicembre, senza venire in Italia, e la loro musica ha fatto ciò che hanno fatto tanti amici in questo periodo per me (=sollevarmi\\sopportarmi\\supportarmi).

Il giorno del concerto è un delirio dietro l’altro. A parte che noi italiani ci presentiamo davanti al luogo dell’evento ore e ore prima, mentre gli scozzesi\inglesi no: le prime persone per il concerto dei Foals al HMV Picture House arrivano 5\10 minuti prima dell’apertura porte e la fila è PERFETTA, senza coglioni che passano davanti, spingono o via dicendo.
Ci sono tre ragazzi italiani in Erasmus che ci danno delle pazze solo perché “il motivo principale del viaggio è il concerto dei Foals”: non saranno gli unici.
Si entra in maniera ordinata e tranquilla nel locale, parecchio largo ma non grandissimo, che verrà riempito completamente prima dell’esibizione dei Toro Y Moi.
Ad aprire le danze ci pensano i PetMoon, band dell’ex puledro Andrew Mears, arrivata al loro quinto concerto.

Il trio di Oxford presenta un Math Rock piuttosto particolare, con ottimi arrangiamenti e una discreta presenza scenica: questi tre ragazzi se la cavano piuttosto bene per essere agli inizi!
Andrew Mears ha una voce singolare che varia da canzone a canzone, a tratti piace tanto ma in altre occasioni un po’ meno, e che si mostra essere un buon frontman.
Dopo tre canzoni dei Kings of Leon, che segnano il passaggio da una band all’altra, sul palco del locale scozzese arriva un altro trio, quello dei Toro Y Moi.

Questa band sperimentale-elettro è davvero molto valida, capace e capitanata da un altro frontman giovanissimo alla voce\synth.
La band crea atmosfere sognanti e poco danzerecce che catturano, e tanto, l’attenzione di chi sta ascoltando: sono veramente bravi, la voce è molto semplice e pulita e le sonorità sono molto suggestive.
Finiscono loro e io inizio a preoccuparmi seriamente.
Prima una sottospecie di attacco di panico che mi fa mancare il respiro, ma per fortuna ho la mia droga che mi aiuta, e poi la frase-titolo del post in questione.
Sto male, di testa, e l’unico posto in grado di gestirmi in quel momento è un manicomio.
Luci basse, fumo maledetto e i magnifici cinque che salgono sul palco. Io e Simo siamo sotto al nano greco, che detta così…

Iniziano con l’intensa Blue Blood e mi sento morire dentro. Sono paralizzata, non riesco a fare niente e solo a metà canzone inizio a cantare.
A un certo punto mi accorgo di essere osservata dall’alto, molto in alto dato che quell’uomo è un vatusso, dal bassista dei Foals, Walter, che mi fissa peggio di un maniaco.
Inizia “Olympic Airways” e la sottoscritta si sblocca: inizio a muovermi e a cantare, insieme a pochi altri dato che l’ambiente al lato sinistro del palco è tranquillo, e noto ancora che quel gigantone mi\ci fissa.
A un certo punto mi sveglio e mi rendo conto di quanto siano bravi Yannis, Jack, Walter, Jimmy e Edwin.
Continua il concerto e ho i brividi seguiti da pelle d’oca perché non realizzo e non posso credere a ciò che stanno facendo questi cinque di Oxford sul palco.
Il loro genere è fuori dal normale: c’è tantissima improvvisazione e tanta tecnica nella loro musica, si potrebbe parlare di progressive rock à la foals ovvero con netti riferimenti all’elettronica ed effetti piuttosto suggestivi.
La presenza scenica è allucinante: anche se ci fosse uno solo di loro su questo palco, riuscirebbe a tenere tra le mani l’intero pubblico della location.
Yannis è un pazzo schizofrenico con una voce MOSTRUOSA e con un corpo pieno di rabbia pronto ad esplodere… Ed esplode alla perfezione dopo Total Life Forever: corre in giro per il locale, fa le scale e arriva sulle balconate, dove vorrebbe buttarsi giù per nuotare tra il pubblico ma la sicurezza lo blocca dato che il posto dal quale vorrebbe buttarsi è troppo in alto; torna giù velocemente per le scale, scivolando e dando una culata a terra (lui già è basso, se poi cade non lo si vede più), ma poi si rialza e torna sul palco per terminare lo sfogo di rabbia (Two Steps Twice). Su Electric Bloom sale sugli amplificatori, non sa come scendere, e poi spicca il volo rischiando di rompersi ginocchia\caviglie; rischia, poi, di ammazzare più volte Jimmy, alla chitarra, col microfono; poi balla, si scatena, salta, urla, picchia su un tamburo come se vorrebbe spaccarlo, strimpella, vorrebbe lanciare qualsiasi cosa per aria, vorrebbe uccidere qualcuno.
Un frontman che va oltre all’essere frontman. E’ geniale. E’ un pazzo.
Vogliamo parlare di Walter al basso? E’ un mostro e segue quell’altro ragazzotto rossiccio che picchia e pesta come se avesse Satana (Dave Grohl) in circolazione nelle sue vene: sicuramente è uno dei migliori batteristi del momento.
Edwin alle tastiere, intanto, crea quelle melodie psichedeliche che farebbero ballare pure un sasso e Jimmy mostra grande tecnica alla chitarra, si muove tanto e rischia la morte più volte.
Spanish Sahara è la canzone del 2010, intensa e un crescendo di emozioni: si urla e,allo stesso tempo, vedo gente che si asciuga le lacrime e poga (Sì, nel mezzo si poga ma non è come il massacro in Italia).
Prima di Two Steps Twice, che chiude il concerto, arriva una delle due canzoni inaspettate, ovvero Hummer (l’altra è What Remains che mi fa paralizzare di nuovo): Hummer è meravigliosa, ma quei grandissimi pirla dei back-vocalist si sono dimenticati del “shine like million”.
Il concerto dei Foals si rivela un’esplosione, a livello vocale-strumentale e corporeo, intensa caratterizzata da armonie e ritmi a tratti leggeri e, altri, molto coinvolgenti e ricchi di emozioni tutte diverse, urlate a pieni polmoni da quel FRONTMAN che fa PAURA tanto che è bravo.
L’età media è di 26 anni: trovare un gruppo che a ventisei anni fa concerti con un’energia del genere è davvero raro.
Live, quasti puledri selvaggi, sono una band superlativa e con un carisma unico, ai livelli di altri gruppi che fanno musica e concerti da anni e anni.
Band da rivedere e che fa venire la pelle d’oca.
Mi verrebbe quasi da dire che su album i Foals fanno veramente schifo rispetto al live: se non avete visto i Foals in concerto, non potete capire.

Setlist
1.Blue Blood
2.Olympic Airways
3.Total Life Forever
4.Cassius
5.Balloons
6.Miami
7.After Glow
8.2 Trees
9.What Remains
10.Spanish Sahara
11.Red Socks Pugie
12.Electric Bloom
Encore:
13.The French Open
14.Heavy Water \ Hummer
15.Two Steps, Twice

… vs Deep Blue

I puntini di sospensione descrivono, in parte, ciò che penso del nuovo album degli Arcade Fire, al quale dedicherò un post intero, “The Suburbs”.
Uno degli album più complessi e allo stesso tempo immediati del 2010, ricco di MUSICA ed effetti che creano emozioni contrastanti e forti.
Quello che voglio dire è che questo “The Suburbs” sarà sicuramente uno tra gli album più amati e ascoltati di quest’anno: un album meraviglioso e difficilissimo da descrivere, oppure di cui si vorrebbe parlare per un giorno intero, ma senza trovare le parole adeguate.
Ascolto la nuova opera degli Arcade Fire almeno due volte al giorno e più ingerisco queste 16 tracce, più me ne innamoro e ne divento dipendente.
Un album indescrivibile poiché riempito di Musica vera, quella cara Musica intensa che andrebbe ascoltata con luci spente, di notte e, dunque, immersi nel silenzio totale.
Un album ricco di emozioni, di melodie, di armonie e di ritmi che fanno dimenticare a chi lo ascolta ogni cosa, o al contrario lo riportano a qualche situazione\riflessione personale passata o futura che sia.
I generi presenti nell’album sono tanti e si legano in maniera incredibile a queste sedici tracce: canzoni più pensate e dolci, che fanno quasi commuovere per la pienezza di senso e d’intensità, si mescolano a un’atmosfera e un’influenza tipica degli anni ’80, comunque molto minima; altre tracce energiche e che fanno ballare si mescolano ad altre che colpisono direttamente, con una forza sublime, chi ascolta.
Chi ascolta quest’album se ne innamora e si perde all’istante: su lastfm, solo al primo ascolto, mi sono messa a selezionare le “Loved Track”, 12 su 16 se non sbaglio. Fino ad ora non era mai successo che un album mi prendesse in questo modo.
Gli Arcade Fire trattano i generi musicali con estrema delicatezza e costruiscono con calma la loro opera: la band non vuole strafare, vuole solo mettere in luce determinati effetti che trasportano emozioni e puro senso (poi mi vengono a dire che, in semiotica, la Musica non è un “sistema di significazione”… beh non hanno ascoltato quest’album, oltre a vari secoli di musica).
La prima cosa che mi è venuta in mente, dopo un solo ascolto dell’album, è stata “impossibile”. Impossibile da descrivere a pieno, poiché ad ogni ascolto di “The Suburbs” viene fuori qualche altro dettaglio. Impossibile restare in silenzio e, quindi, non parlare di quest’album.
L’album nasconde un lato profondo e talmente intenso, si potrebbe descrivere col titolo della meravigliosa “Deep Blue”, che entra in contrasto proprio con i tre puntini di sospensione dell’inizio.
“The Suburbs” sarà difficile da comprendere per questa sua pienezza e ricercatezza, ma intanto cattura e trascina chi lo SENTE in modo immediato, grazie a questa serie di sensi sublimi e romantici presenti.

Basta. Quello che descrive al meglio quest’album è l’interpretazione delle sedici tracce, quindi…

Tracklist

1. “The Suburbs”
2. “Ready To Start”
3. “Modern Man”
4. “Rococo”
5. “Empty Room”
6. “City With No Children”
7. “Half Light I”
8. “Half Light II (No Celebration)”
9. “Suburban War”
10. “Month of May”
11. “Wasted Hours”
12. “Deep Blue”
13. “We Used to Wait”
14. “Sprawl I (Flatland)”
15. “Sprawl II (Mountains Beyond Mountains)”
16. “The Suburbs (Continued)”

Ok lo scrivo lo stesso, nonostante il post sia dedicato solo agli Arcade Fire: vado a vedere i Foals, e l’università per il master, a Edimburgo = Space is the place.

Last vacation was the same…

Respiro e vado avanti-indietro in continuazione: solo alla sera e alla notte mi fermo e ascolto musica, ma niente di nuovo poiché manco di concentrazione.
Avrò una quindicina, come minimo eh, di album da ascoltare: ciò che manca, oltre alla concentrazione, è il tempo.
Non ho tempo e ho un mal di testa incredibile da giorni che non se ne vuole andare.
Ascolto in continuazione i soliti 4\5 gruppi, e non mi dispiace ma vorrei scrivere di gruppi nuovi, ancora: Blur, Foals, Franz Ferdinand, Courteeners e Interpol. Pure di notte passano sempre loro.
Nessuna novità, solo tanti album messi da parte che con molta calma verranno ascoltati.
Ok ho ascoltato l’album nuovo dei Mystery Jets, ma non ricordo nè titolo nè quello che c’è dentro, sì la musica.
Passerà anche questa, spero.

Li amo. Li voglio vedere. Sono dei pezzenti:

Tanti auguri a me, nonostante questo sia stato il peggior compleanno mai passato: prima in macchina con la musica a un volume piuttosto alto, per cercare di sfogarmi, e poi davanti al piccì ad ascoltare musica, a un volume più basso. Meno male che c’è la Musica, meno male.

E continuando il titolo…

…We got moved away

The future is not what it used to be

1.Un’apocalisse legata al contrasto passato\futuro, ma soprattutto interiore.
2.Total Life Forever o la seconda uscita discografca dei Foals in perfetta condivisione\armonia col proprio pubblico.
Rabbia, paure, amori incerti o mai iniziati, problemi famigliari, altre esperienze del passato che creano delle barriere e che entrano in collisione con quelle di un futuro che si prospetta orribile e così vuoto, oppure pronto a svuotare i cuori di chi, intanto, ascolta e si perde in queste undici tracce che lanciano messaggi precisi e piuttosto pungenti.
Si sentono i Talking Heads, si sentono i Radiohead e si sente tantissima improvvisazione che fa pensare, in parte, a ciò che era il progressive. Ci saranno tante influenze, la più oscena con l’album solista di Kele dei Bloc Party (eh?!), ma questo total life forever è personale ed è, ci tengo a ripeterlo, sia dei foals e sia di chi sente quest’album.
E’ un album molto più difficile, emblematico e profondo del precedente: i Foals non sono più quei ballerini del primo album, ‘Antidotes’, sono cresciuti e sono più incazzati e depressi di prima, ma cercano di comunicare qualcosa alla massa, qualcosa in più, con la musica di TLF.
Il contrasto tra passato e futuro, nei quali risiedono le esperienze di vita, mette in luce tanti problemi ed è onnipresente dalla prima all’ultima traccia, o quasi, e “ciò che è stato” occorre lasciarlo alle spalle per evitare che ci condizioni la vita: Blue Blood (un ritorno a quando si era bambini e il ricordo del passato), o Miami (posto lontano e un amore incerto “would you be there for me?”), ancora Spanish Sahara (barriere che non hanno mai concesso un rapporto vero) o anche What Remains (le ossa e il passato, ecco cosa rimane) ne sono un chiaro esempio. Il futuro, invece, è visto come una landa desolata, vuota, incerta e senza speranza (the future rust and then the future dust\\ Look what’s happened to you).
Spanish Sahara è la canzone del 2010, seguita a ruota da Black Gold: è un crescendo di rabbia che viene vomitata fuori solo quando si vede Yannis che versa la lacrimuccia alla fine nel video: è un vero e proprio macigno sullo stomaco.

I Foals, nonostante tutte le tematiche piuttosto tristi, ci dicono di scappare via per ricercare un luogo sicuro, un luogo in cui non c’è tutto questo vuoto (Drive through the forest and into the night, away from the city\ away from the light); se non vogliamo parlare di uno spazio fisico si potrebbe parlare piuttosto di un sentimento, ovvero quel “Western Feeling” che ci rassicura e ci fa stare bene presente in “This Orient” (You’ve reached it\ you’ve found your grace).
Tutte queste canzoni, che sono un continuo scappare dal passato-futuro e da esperienze piuttosto traumatiche, indicano un’unica via di uscita e di salvezza: il presente, o il momento di massima autenticità che deve essere vissuto appieno fregandosene di ciò che è stato e sarà; ecco cosa potrebbe essere quel “western feeling” di This Orient.

Tutte le canzoni sono legate tra di loro e i Foals ci raccontano una storia: inizialmente è deprimente e che punta all’autodistruzione, ma che poi si interrompe di colpo con This Orient per dire “guardate che c’è qualcosa che può salvarci, ma continuate ad ascoltare”.
E si continua ad ascoltare: ancora contrasti, i fantasmi o le “bones” del passato che continuano a seguirci, ancora fino alla fine e all’ossessione (What Remains).
“This Orient” sembra spaccare l’album in due, verso atmosfere e melodie più serene, ma i foals ci ingannano e, subito dopo, si ricade nell’oblio viaggiando tra l’intensa e pesante “After Glow” e la tristissima “Two Trees”.

La voce è migliorata rispetto al precedente “Antidotes”, ha un ruolo centrale e si adatta alla perfezione a ogni emozione trasmessa dalle canzoni; le linee di basso sono decisamente più “à la punk”, dato che sono parecchio profonde e sono affilate come i coltelli della Miracle Blade; si percepiscono, più o meno in quasi tutte le tracce e in punti piuttosto suggestivi, due chitarre che esplodono in perfetta sintonia con la voce: l’arrangiamento, dunque, è perfetto poiché ogni testo viene accompagnato in maniera adeguata sia dal vocalist Yannis Philippakis che dagli strumenti che creano melodie differenti, intense e a tratti “in crescendo”.
Come per “Antidotes” non mancano le melodie psichedeliche, create da Edwin alle tastiere, che fanno muovere e allo stesso tempo rilassare (“This Orient” e l’intro di “Alabaster”).

Emozioni contrastanti e forti che catturano l’attenzione di chi lo ascolta: non si può essere indifferenti davanti a un album del genere, poiché una reazione, positiva o negativa che sia, c’è.

Tutte esperienze di vita, decisamente negative e deprimenti, racchiuse in uno degli album più belli di quest’anno.

Ma tutta questa cosa su total life forever, tutta questa descrizione serve davvero? In un certo senso serve a far aprire gli occhi, magari a renderci consapevoli di qualcosa che sappiamo già…. Ma quel Top of the world\ Bottom of the ocean, citato in Black Gold, basta e avanza per descrivere al meglio l’intensità e la profondità di questo album.
Sublime, personale, cupo e geniale.