Franz Ferdinand & The Cribs @ Ferrara Sotto Le Stelle. – RadioNation

http://www.radionation.it/2014/08/02/franz-ferdinand-the-cribs-ferrara-stelle/

Altro concerto figo, altra recensione. Questa volta i protagonisti sono i Franz Ferdinand che ho avuto modo di rivedere a  Ferrara, venerdi 1 agosto.

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CuT live @ Covo Club

Venerdì 31 gennaio mi reco al Covo Club di Bologna per vedere il concerto di questa nuova realtà inglese prodotta da Andy Ross (ex manager dei Blur): i CuT.

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La band è capace, le atmosfere regalate dalla loro musica sono suggestive e ricche di influenze, ma la durata breve del concerto fa pensare al: “manca qualcosa”, ovvero quel gran finale in grado di soddisfare appieno il pubblico.
Eppure questi CuT sono davvero validi, anche perché il loro genere è un post-punk mescolato a sonorità shoegaze, influenze punk e una buona dose di psichedelia: fanno viaggiare con la mente e si è catturati, quasi come se si fosse sotto acidi.
La band inglese fa riferimento a molti mostri sacri della musica quando si ritrova su un palco, tra cui: Ramones, soprattutto per la presenza scenica e per l’atteggiamento; Jesus and Mary Chain, per gli echi vocali e le sonorità shoegaze; Sonic Youth, perché questi quattro ragazzi fanno davvero tanta bella confusione.

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Peccato per la breve durata del concerto, ma, nonostante tutto, i CuT sono una band davvero folle ed entusiasmante: si spera di rivederli in futuro quando, magari, avranno più idee e materiale da presentare al pubblico italiano.

Intanto, potete trovarli su:

Soundcloud

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Stephen Malkmus & The Jicks @ Covo Club

Ammetto di non conoscere alla perfezione la carriera da solista di Stephen Malkmus e nemmeno la sua attività coi The Jicks, ma ci tenevo troppo a vedere l’ex cantante dei Pavement in concerto, dopo essermi persa la reunion del 2010 all’estragon.

E, quindi, eccomi qui a parlarvi in maniera estremamente soggettiva di questo bellissimo concerto del 24 gennaio al Covo: STEPHEN MALKMUS & THE JICKS.
La mia più grande paura, vedendo la band in apertura, riguarda l’acustica: del gruppo spalla ci ho capito poco\niente, anche perché li ho seguiti a tratti.
I MEGAPHONIC THRIFT sono Norvegesi e fanno tantissimo casino. Nel corso del loro live sento del noise, del garage, della shoegaze, ma il tutto in maniera troppo superficiale. E mi fermo qui, sperando di recuperarli al più presto.

L’attesa è tutta per la band headliner, ovviamente: Covo pienissimo di gente di tutte le età, compresi i tanti che i Pavement li hanno vissuti per davvero.
Aver visto questo concerto mi fa sentire meno ignorante, musicalmente parlando, perché SM e band propongono un mix di generi e di sonorità.
Stephen Malkmus resta sempre un ragazzino: avrà i capelli più grigi e qualche ruga in più, ma è rimasto ai primi anni ’90, ha lo stesso ciuffo ed è alla continua ricerca di una libertà che solo la musica può garantirgli.

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Quest’artista dà lezioni a tutti di come si suona la chitarra e ci ricorda che è stato uno dei primi musicisti a presentare quel genere indie-rock \ lo-fi, ricco di cambi repentini al ritmo, che, a volte, sprofonda in una psichedelia acida anni ’70: questa discontinuità, fortemente voluta e presente sia nella voce che nella parte strumentale, è alla base del concerto al Covo che risulterà estremamente divertente e coinvolgente.

Sicuramente i Jicks sono una band che supportano alla perfezione una personalità travolgente e bizzarra come quella di Malkmus, del resto anche loro sono dei personaggi: tipo il chitarrista che fa headbanging pur non avendo capelli e socializza coi presenti delle prime fila.
Durante questo concerto si respira quell’atmosfera polverosa indie rock, lo-fi e, ogni tanto, punk-rock di inizio anni ’90, almeno fino alla cover finale di “Immigrant Song” quando capisci davvero quanto sia stonato, geniale, imprevedibile ed affascinante questo Stephen Malkmus.

John Lennon McCullagh + Pete Macleod @ CovoClub

La prima recensione dell’anno riguarda un doppio concerto di due artisti britannici che si stanno facendo conoscere in giro per il Regno Unito e l’Europa grazie a un genere tradizionale, il cantautorato, e grazie al personaggio di Alan McGee, che li ha scoperti: Pete Macleod e John Lennon McCullagh.

Entrambi gli artisti si sono presentati sul palco del Covo Club, venerdì 10 dicembre, per farci ascoltare brani tratti dai loro album e qualche nota citazione di spunto Britpop, Rock’n’Roll, Popular e, ovviamente, Folk.

A iniziare la stagione concertistica del Covo ci pensa Pete Macleod, cantautore di Glasgow, che ha proposto brani di “Rolling Stone”, il suo album d’esordio, e che ha catturato l’attenzione del pubblico grazie ai suoi tour: da spalla a Ocean Colour Scene e Shed Seven; con altri concerti da headliner accompagnato da Bonehead (ex Oasis).
Il suo songwriting è ovviamente legato alle sonorità e alle influenze britanniche, in particolar modo a: Oasis, Stone Roses, Beatles e Smiths (per qualche giro di chitarra che mi ricordavano un certo Johnny Marr…).

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Si parla, quindi, di un genere (pop) piuttosto orecchiabile, semplice e armonioso, del resto il duo chitarra-voce regala alle liriche maggiore significato.
Pete Macleod racconta in maniera piuttosto suggestiva le sue storie, buttandoci in mezzo qualche parola di “I Wanna Be Adored” (Stone Roses) e di “Wonderwall” (Oasis): la serata è quella della Cool Britannia, quindi non si può che apprezzare.
Un bravo cantautore e concerto ben realizzato, sia per la buona presenza scenica che per il suo songwriting diretto e, a volte, davvero delicato.

Dopo pochi minuti sale sul palco John Lennon McCullagh: stile British dal capello-a-fungo ai piedi e uno di quelli della nuova generazione di musicisti (Strypes, Mellor, 45’s) che amano tanto il sound del passato, nonostante abbiano ancora tanto da imparare.
Questo ragazzino sedicenne di Doncaster si presenta sul palco accompagnato da una chitarra e dalle sue tre armoniche, eseguendo canzoni del suo album d’esordio “North South Divide” e una bellissima cover di “We Belong Together” di Ritchie Valens che fa tornare, anche per pochi istanti, agli anni ’60.

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A differenza del primo cantautore salito sul palco, J.L. McCullagh è un songwriter più vicino alla tradizione folk\popular, ricordandoci che la sua fonte d’ispirazione principale è Bob Dylan.
Il suo colore vocale fa riferimento ad altri artisti da “revival”, tra cui Miles Kane e Jake Bugg, ma, a differenza di questi, John ci aggiunge la forza della Protest Song e, quindi, inserisce nei suoi testi dei messaggi a sfondo politico e sociale, più pensati e su cui riflettere.
J.L. McCullagh dimostra di essere un musicista più deciso e valido in concerto, rispetto ad album, dato che ha “quel qualcosa” (le canzoni che trasmettono emozioni, la competenza, il carisma, la passione) che gli permette di esprimersi al meglio quando si trova su un palco.
Non voglio esagerare, perché ne deve fare ancora tanta di strada, ma John Lennon McCullagh rappresenta per davvero la voce di una nuova generazione.

Colourmusic (metallari in pensione), Dutch Uncles (un gruppo di fighi col cantante che si muove come Jarvis Cocker), Field Music ( l’incantarsi davanti a un biondo cenere) e Go! Team (workout intenso)

Il Lucky 13 è l’ultimo evento\concerto a Londra al quale partecipo prima di tornare a “casa”: per cinque giorni circa, tra shopping spietato di vinili, vestiti, album, alcool e concerti, la mia vera casa è stata Camden\\Mornington Crescent\\ Kentish Town e ovviamente Brixton.
Comunque: questo Lucky 13 al Koko, venue proprio vicina alla fermata metro di Mornington Crescent, dove suonano quattro gruppi abbastanza conosciuti in Gran Bretagna al modico prezzo di 15£: Colourmusic, Dutch Uncles, Field Music e Go! Team.

I Colourmusic, aka il gruppo che c’entra poco\niente con gli altri gruppi e che c’entra poco con l’evento.

I Colourmusic tendono a valorizzare la parte strumentale durante il live, ma, e lo ripeto, c’entrano davvero poco con le altre band che incitano sempre al ballo e sono più apprezzate dallo stesso pubblico del Koko.

Facciamo finta di niente e passiamo a -mammamia-ma-quanto-sono-fighi?! (bava inclusa)- i Dutch Uncles: cinque ragazzi uno più bello dell’altro, batterista a parte che è piccolino.
Il cantante si muove come Jarvis Cocker e già questo basta per farmi incantare davanti a cotanta bellezza.

Bellezza fisica a parte, i Dutch Uncles sono una delle band più innovative e particolari del panorama indie: le loro canzoni hanno un sound quasi ironico, sulle quali è impossibile non muoversi e danzare seguendo il cantante.
Un po’ deliranti, allegri, simpatici e bellissimi: uno dei più bei concerti di quest’anno è proprio il loro.

Per non parlare dei Field Music che si presentano subito dopo la band di Manchester.
I Field Music hanno già una bell’esperienza, del resto hanno quattro album all’attivo, tra cui il nuovissimo “Plumb” che uscirà a febbraio 2012.

I due fratelli, Peter e David Brewis, ovvero i due frontmen della band, si alternano in continuazione tra batteria-voce-chitarra regalando uno show multiforme, intenso e ricco di influenze Pop.
Il loro genere riprende, in particolar modo, il “Chamber Pop” sottolineato dal sound “classico” della stessa band.
Altra band che consiglio, soprattutto live.

L’ultima band, ovvero workout intenso e tanto sudore che “sarebbe meglio portarsi il deodorante durante questi concerti”: The Go! Team.

Una band di polistrumentisti che boh… Ti fa restare pietrificat* per la bravura, ma che proprio ferm* immobile non ci resti nemmeno se fossi un cadavere: con i Go! Team, ti muovi e nemmeno te ne accorgi (solo alla fine quando sei sudat* perché hai ballato troppo).
Una band di fighi, musicalmente parlando, che intrattiene per un’ora e mezza senza fermarsi.
Una frontwoman che si presenta con cerchietto meraviglioso e in tenuta da aerobica: quanto vorrei un’istruttrice così in palestra…
Carichissimi e pronti a caricare i presenti, morti viventi di fianco a me a parte, con un genere indefinito tra indie-elettro-alternative-pop e tracce di hip hop.
La band di Brighton mi commuove, poiché dopo di loro arriva la consapevolezza di tornare indietro, a quella che i comuni mortali chiamano “casa”: per me “casa” è il posto in cui ci si trova meglio ed alcune zone di Londra corrispondono proprio a questa concezione.

(Altre foto, altri musicisti, altre menate le trovate su flickr )

Fight Like Apes @ Old Blue Last: bere tanto, divertirsi tantissimo, ma non ricordarsi niente del concerto.

Nessun riposo dopo i due concerti deliranti dei Friendly Fires alla Brixton Academy, anzi: domenica 27 mi dirigo a Old Street per il concerto gratuito dei Fight Like Apes all’ Old Blue Last.
Prima dei Fight Like Apes, visti da ubriachissima sempre a Londra in occasione del Wireless Festival, ci sono altre due band emergenti: Foe e Bitches.
Premetto una cosa: mi ricordo poco e niente delle tre band, perché, anche questa volta, l’alcool ha deciso di impossessarsi del mio corpo. Ricordo, però, di essermi divertita tanto sul live esplosivo della band capitanata dalla pazza furiosa MayKay.
Iniziano i Bitches, un duo ragazza-ragazzo, che fanno un grandissimo rumore e che ne devono percorrere di strada per crescere.
Lo show che propongono è ricco di sonorità Punk e Noise, ma quello che ne deriva è solo pura confusione. Come energia e presenza scenica ci siamo, ma serve meno rumore e più musica, del resto non si riusciva a capire quando cantavano e quando non.
I Foe, invece, non sono nemmeno tanto male, ma sono un po’ piatti e li seguo poco a causa del continuo avanti-indietro dal bancone del bar tra birra e gin tonic.
I Foe sono una band indie-pop con piccole influenze elettro: niente di nuovo, ma anche loro hanno bisogno di una leggera spinta.

Finalmente arrivano sul palco i Fight Like Apes capitanati dalla fantastica ed energica MaryKay. E ogni volta che li vedo devo essere sbronza: a quanto pare è una sorta di rito.

Fortunatamente mi ricordo (a tratti) questo live: meno energico del live del Wireless, dove tutti (e ripeto: TUTTI) ballavano trasportati dalla furia della frontwoman sul palco, ma uno show più piacevole e “tranquillo”.
I Fight Like Apes sono ancora troppo sottovalutati e poco considerati dalla critica, ma su un palco mostrano una vitalità sulla quale è impossibile restare fermi.
Trascinatori, deliranti e con una frontwoman che-wow- trasmette tanta energia ai presenti.
Devo rivederli assolutamente, e questa volta cercando di evitare l’alcool…

Friendly Fires @ Brixton Academy: ballare come Ed Mac oppure fare la “persona seria” dalle balconate

Innanzitutto sfatiamo il mito “oddio Brixton è una zona di Londra pericolosissima”: ecco, ma anche no. Sicuramente ci sono persone che parlano con un accento terribile, e che ti mandano a ‘fanculo perché non li lasci passare davanti quando sei in fila da starbucks per prendere un cappuccino; ma nel complesso Brixton è una zona di Londra davvero affascinante, ricca di tante culture, tante cose da vedere, sentire ed assaporare.
Se aprite un po’ la mente forse vi piacerà. E poi è la zona in cui sono nati e cresciuti grandi personaggi: David Bowie, Mick Jones, Paul Simonon.
E poi ci sono dei locali stupendi, tra cui questa Brixton Academy che è talmente bella da non riuscire a descrivere; è un teatro enorme e sembra di stare all’aperto.
E proprio qui, in questa bellissima location, ci suonano i Skeleton Boys di St. Albans, i Friendly Fires, per tre sere consecutive.
Io vado sia venerdì 25 novembre, nel parterre, sia il giorno dopo, nella balconata: due prospettive completamente differenti che regalano emozioni altrettanto contastanti.
Li ho visti a Milano, ma diciamo che all’estero… Uhm… Rendono il triplo? Basta dire che in UK sono un gruppo talmente amato da fare sold out nella stessa location per tre giorni consecutivi.
Partiamo dall’inizio e dai gruppi spalla del venerdì: Chad Valley e SBTRKT.
Di Chad Valley ho parlato tanto negli ultimi mesi: Hugo Manuel, aka cantante dei Jonquil, aka musicista che fa parte della Blessing Force di Oxford. Il nostro one man show ha una bella voce nel compesso, ma deve riscaldarla per bene per regalare una certa intensità chillwave. Atmosfere sognanti, quasi fiabesche, canzoncine semplici e piacevoli che trasportano il pubblico in un’altra dimensione.

Hugo chiama sul palco la sua amichetta Rose Dagul, cantante – frontwoman di un’altra band di Oxford, Rhosyn, per l’esecuzione di Now That I’m Real, canzone molto bella, pop e delicata.

Se con Hugo Manuel si sogna, con i (ormai duo) SBTRKT è un movimento di fianchi continuo: robe che nemmeno il cantante dei Friendly Fires. (Ah sì: sono in prima fila al centro e fotografare Ed Mac sarà un’impresa).

I SBTRKT sono una band rivelazione: sono dei pazzi scatenati che mescolano una marea di generi fino ad arrivare a un unico punto in comune.

La voce è profonda, soul ed emozionante; i sound sono elettro\sperimentali\danzerecci. E in giro sento robe del tipo “What a fuckin great band”: concordo in pieno.

Ohh i Friendly Fires e Ed che decide di levarsi il sudore di dosso facendo come i cani dopo un bagno: se già l’altolà al sudore si era perso per strada dopo chad valley, il sudore mio e quello di Ed uniti sono peggio della peste.
Il telo con l’artwork di Pala si alza e mostra 4 trombettisti. I Friendly Fires sono tutti spostati in avanti. Ci sono degli schermi. Ci sono tante luci.
La scenografia è ciò che si lega perfettamente a questo live: sound e colori si fondono insieme e ci spingono a ballare, o almeno a provarci a causa della foga, più o meno come il ballerino con espressioni da gorilla che canta, incita e che “mammamia-ma-come-si-muove-e-ho-gli-ormoni-che-ciao”.

E’ apprezzabile vedere Edd Gibson muoversi: anche lui potrebbe essere un grande frontman e anche lui è troppo troppo; e scommetto che se Jack potesse alzarsi dalla batteria, si metterebbe a danzare con i due Edward scatenati.
Ed Macfarlane ha spostato i concerti della settimana precedente causa laringite, ma credo che quest’uomo non abbia avuto niente perché ha una voce talmente bella, pulita e deliziosa che fa sognare ad occhi aperti.
E poi vogliamo parlare dell’improvvisazione? Delle ballerine hawaiiane bellissime? Del fatto che sia riuscita a prendere una corona di fiori e che abbia chiamato un peluche Edd Gibson? Di un singalong da pelle d’oca? Tutto questo è davvero troppo, ma non eccessivo e nemmeno tanto barocco, ed è davvero emozionante, indescrivibile. Canzoni danzerecce, canzoni su cui la gente si trattiene (a livello mentale e fisico), canzoni mielose: ce n’è per tutti.
Il concerto di Milano è stato davvero insignificante; l’essenza dei Friendly Fires è su un palco più grande, con una scenografia meravigliosa e con dei ballerini fuori di testa che fanno davvero ridere (o si cerca di imitarli provando a non rompersi bacino, o non dare testate alle persone dietro…).
Una figata immensa e sicuramente uno dei concerti più belli di quest’anno.
Ed ero l’unica ventitreenne in mezzo alle sedicenni: tutta un’altra cultura, quella britannica.

Il giorno dopo cambia tutto: cambia l’età del pubblico, l’atmosfera e le emozioni. Questa volta sono sulle balconate e mi godo il concerto da un’altra prospettiva, con uno di quei potenti dolori allo stomaco che cercano di distrarti dalle cose belle e ti fanno bestemmiare in 20 lingue diverse.
Ad aprire ai Fiendly Fires ci sono i Little Dragon, ovvero una band elettro-sperimentale con voce pop femminile piuttosto entusiasmante e divertente.
Li avevo già consigliati e live sono molto energici, rendono di più e hanno un buon ruolo da trascinatori: tante tastiere, tanti synth e niente chitarre.
Li godo a metà grazie al mal di stomaco che durerà per tutta la serata.
Nonostante qualche problema fisico, probabilmente dovuto alla quantità di alcol ingerita, riesco a godermi i Friendly Fires.
Dall’alto lo show è tutto diverso: la band è davvero valida, soprattutto Jack alla batteria che è un mostro di bravura; Ed si supera ancora una volta, sia coi balletti deliranti, ma, soprattutto, con quella voce così orecchiabile e orgasmica da fuori di testa; Edd è proprio perfetto; il bassista è un altro svitato che, a mio avviso, dovrebbe essere considerato come componente effettivo della band.
Dall’alto si nota di più la questione tecnica, ma è nel parterre che si vive meglio un certo live: sicuramente è bello vedere e valutare un concerto da diverse prospettive ma le sensazioni più belle si vivono nel parterre, anche perché è un concerto dei Friendly Fires…