the band in Heaven – Caught in a Summer Swell

Se novembre vi deprime e avete nostalgia della calda estate, dei concerti in riva al mare (o del Hana-Bi) e di quelle sonorità dream-pop piacevoli e da collasso, non posso non consigliarvi il nuovo lavoro dei band in Heaven: “Caught in a Summer Swell”.

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La band di West Palm Beach propone un indie pop semplice e costante in cui le emozioni e i sentimenti sono i veri protagonisti, grazie alle variazioni del sound, del ritmo e dalla presenza di violini in certe tracce.
Il ricordo dell’estate viene esaltato dalle voci, una maschile e una femminile che pare vogliano emergere dalla “nebbia” dream\shoegaze, e dagli accordi ripetuti\circolari e vibranti presentati dalla strumentazione (chitarre e violini).
Molto importanti, per questa band, sono le influenze da parte di altri gruppi: My Bloody Valentine, Los Campesinos!, The Smiths, B.R.M.C.

Il quintetto propone delle canzoni i cui testi e sonorità fanno riferimento sia alla spensieratezza, sia a un dolore più profondo e personale legato alla famiglia e alle difficoltà della crescita: l’arrangiamento, quindi, tende a valorizzare le emozioni provate dalla band.

“Caught in a Summer Swell” è un vero e proprio inno all’estate, in quanto un lavoro impostato su armonie dolci, effetti sognanti ed elementi suggestivi che ci trasportano sulle coste della calda Florida.

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Phrases to Break The Ice

I Satellite Stories sono una band finlandese formatasi nel 2008 e composta da: Olli-Pekka, alla batteria; Jyri al basso; Marko alla chitarra; il vocalist e chitarrista Esa.

Il loro album d’esordio “Phrases to Break the Ice” esce il 21 settembre per la piccola etichetta indipendente XYZ Berlin e lo consiglio, in particolar modo, a chi apprezza quella indie-pop dalle atmosfere davvero piacevoli e spensierate.
La giovane band di Oulu entra a fare parte di quella “party indie” che comprende altre band del genere, quali: Two Door Cinema Club, Vampire Weekend, Bombay Bicycle Club e Los Campesinos!.

Sirens

Le sonorità proposte dai Satellite Stories sono molto orecchiabili e per niente complicate: è un genere sentito e ri-sentito, ma, allo stesso tempo, la band cerca di sorprendere con queste canzoncine vivaci e dirette.
Un album che rompe il ghiaccio, poiché molto estivo e colorato, e marcato da chitarre frenetiche che tendono ad inseguirsi e a completarsi a vicenda e arrangiamenti che restano inchiodati in testa, fin dal primo ascolto.

Tracklist:

01 – Anti-Lover
02 – Kids Aren’t Safe In The Metro
03 – Mexico
04 – Helsinki Art Scene
05 – Costa Del Sol ’94
06 – Mt. Foreverest
07 – Blame The Fireworks
08 – Sirens
09 – Family
10 – Come Back Conversation

Drowner

Se vi piacciono le atmosfere shoegaze, quelle del dream pop e quelle evocate da una voce femminile che mentre canta crea quel fantastico effetto “sussurro”, i Drowner fanno proprio per voi.
Questa nuova realtà viene dal Texas ed è formata da Anna Bouchard (vocalist), Darren Emanuel e Sean Evans (chitarre) e Mike Brewer al basso.

Questo nuovo progetto, che ha dato vita all’album omonimo, è ricco di influenze: dai The Cure ai The Pains of Being Pure at Heart, da Zola Jesus a qualche nota più vicina ai My Bloody Valentine; inoltre non mancano quelle note magiche e quasi ambient tipiche del genere.
Le prime otto tracce che si ritrovano in “Drowner” sono sognanti e profonde, ma anche nettamente contrastanti, leggermente cupe ed esaltate da una dolce malinconia; i due brani che concludono questo nuovo album (“Chime”, “Never Go Away”), invece, sono due remix che tendono ad allontanarsi dal genere proposto dalla band.

Drowner

Schitarrate, melodie new wave e una voce brillante e sublime entrano in collisione tra loro regalandoci così armonie surreali che caratterizzano questo bellissimo esordio chiamato “Drowner”, ovvero un album in cui la sensazione dello sprofondare è davvero un’emozione irresistibile.

Tracklist

01 – Point Dume
02 – Never Go Away
03 – Chime
04 – Wildflowers
05 – Written
06 – Tiny Ship
07 – Here
08 – This
09 – Chime (Apples to Earth Remix)
10 – Never Go Away (Nikki Gunz Remix)

Melt

Mi capita spesso di ascoltare un album di una band in base alla copertina e, ovviamente, ogni tanto mi capita bella musica e altre volte mi pento di averlo fatto (coi libri ho smesso più o meno un anno fa).
Questa volta però, ascoltando il nuovo “Melt” degli Young Magic, credo proprio di aver fatto la scelta giusta.

Young Magic è il nome di un progetto artistico che nasce grazie all’intervento di tre forti personalità: Isaac Emmanuel, Melati Malay, Michael Italia.
Il collettivo artistico realizza nove tracce che non vengono a costituire un “album”, poiché sarebbe meglio parlare di un vero e proprio trip mentale in grado di scombussolare i sensi dell’ascoltatore.

Young Magic

Oltre alla musica suggestiva del collettivo di Brooklin, si percepisce l’esistenza di qualcosa di superiore comprendente altre forme artistiche quali arti visive, poesia e una serie di racconti fantastici.
Il genere proposto dalla “band” vaga tra una dolce, ma allo stesso tempo molto coinvolgente, armonia psichedelica, electro, note chillwave rilassanti e piccole tracce di soul.
Nonostante la presenza di una forte creatività e passione degli Young Magic in questi brani, si possono individuare alcune influenze principali: Animal Collective, Passion Pit, Neon Indian e Washed Out.

Sparkly

Gli Young Magic presentano così questo “Melt”, attraverso nove tracce sublimi nate dal mix intenso tra sonorità, arte e sensi.

Tracklist

01 – Sparkly
02 – Slip Time
03 – You With Air
04 – Yalam
05 – Jam Karet
06 – Night In The Ocean
07 – Watch For Our Lights
08 – The Dancer
09 – Cavalry
10 – Sanctuary
11 – Drawing Down The Moon

The Koolaid Electric Company

S. Barrett, Dean, Samuel, Dave, Jennifer e Henry sono sei ragazzi del Bedfordshire meglio conosciuti (più o meno) sotto il nome The Koolaid Electric Company.
Il loro album d’esordio “Random Noises and Organised Sounds” è un lavoro completamente indipendente nato dalla voglia e dalle passioni della band, ovviamente non ancora sotto contratto con un’etichetta.

Questi giovani ragazzi, ormai divenuti una nuova rivelazione per quanto riguarda il panorama Rock Psichedelico made in UK, propongono un esordio ricco di influenze e di sonorità in grado di far viaggiare la mente dell’ascoltatore.
A sonorità tipicamente British, poiché c’è un qualcosa che mi fa pensare anche al Britpop di fine anni ’80 (The La’s, The Stone Roses) e inizio anni ’90 (Blur e Oasis), se ne alternano altre Psichedeliche e Shoegaze.
Oltre all’incantesimo psichedelico delle nove tracce di “Random Noises and Organised Sounds” , c’è una notevole venatura Pop che intende stregare e coinvolgere chi ascolta questi brani intensi; tracce così riflessive, a volte anche piuttosto intime, che cercano di creare un vero e proprio legame tra due mondi discordanti, ovvero quello della fantasia e quello della realtà.

Home

Tracklist

01 – Intro-Untitled
02 – Going Blind
03 – S.O.S
04 – Home
05 – Distraction
06 – Dreams
07 – Alright
08 – Invasion on the Skies
09 – Over the Mountain

Winter Beats.

Ci sono tanti album che ho ascoltato in questi ultimi mesi, ma aver trovato tempo per scriverne. In realtà di tempo ne ho avuto tanto a disposizione, ma la voglia di “scriverci su” è stata davvero poca.
No, non devo abbandonare ‘sto blog e devo ricordare a me stessa che ci sono album meglio di altri e sarebbe un peccato non scrivere di quelle band che non considera nessuno.
Io ci provo a buttare fuori qualche band che non supera i 10000 like su facebook, oppure i 30000 ascoltatori su lastfm, ma poi dipende se qualcuno si mette a leggere ‘ste due cavolate.

Torniamo alle cose serie, quindi della band di cui vi sto per parlare: I Break Horses, ovvero un duo, uomo\donna ovviamente, di Stoccolma che regala atmosfere davvero suggestive e piacevoli.

Devo ammettere che inizialmente, al primo ascolto dell’album, ci sono un po’ rimasta: c’è qualche canzone che sembra il continuo della precedente ed è tutto uguale. Dopo qualche ascolto, però, ci si rende conto che l’album si spezza in nove tracce differenti, particolari e soprattutto rilassanti.

Il duo Maria \ Fredrik inserisce nella musica piccole parti di elettro-indie-pop estremamente delizioso, dolce, per niente danzereccio e molto tranquillo.
“Hearts”, nome dell’album d’esordio, è fatto apposta per l’inverno: le tracce sono dei fiocchi di neve che cadono lentamente e si legano l’uno all’altro in continuazione. Questo, però, non significa che “Hearts” sia un album freddo, anzi: è caloroso, dream-pop e che lascia molto spazio allo shoegaze, in cui compare questa voce che si mescola al soffiare del vento.
Un album “naturale”, spontaneo e diretto che si conclude con la magica, e un po’ malinconica, ” No Way Outro”.

Tracklist

01. Winter Beats
02. Hearts
03. Wired
04. I Kill Your Love, Baby!
05. Pulse
06. Cancer
07. Load Your Eyes
08. Empty Bottles
09. No Way Outro

Dream a little dream

Mi resi conto di una band chiamata Chapel Club solo qualche mese fa, quando nme iniziò a parlarne in qualche articoletto tra le novità e, successivamente, quando Indipendente annunciò la line-up completa dell’I-Day Festival.
Verso agosto dello scorso anno iniziai a chiedermi chi fosse questa band e cosa facesse, quindi mi misi a cercare qualcosa di concreto da ascoltare, ma apparte youtube e le loro canzoni sul myspace, non trovai nulla.
Andai all’I-Day conoscendo giusto una canzone di questa band e le facce dei cinque ragazzotti bianchissimi: molto cupi, energici, con una presenza scenica decente e grandi amanti del Post Punk Revival.
Mi erano piaciuti tanto, ma anche dopo il loro concerto non trovai niente di quella band, apparte un semplice Ep che non mi colpì più di tanto.
A ‘sto punto non mi resta che dire una cosa: fortuna che in questi giorni è uscito il loro album d’esordio, “Palace“, o li avrei lasciati perdere definitivamente.

Parto nel dire che sono felicissima di poter scrivere note positive su quest’album, perché questi Chapel Club non fanno uso smisurato di synth e tastierine strane, per cui niente revival della New Wave come gli ultimi Editors e i nuovi-pessimi White Lies, ma riprendono solo il Post Punk e l’essenza rock di ‘sto genere.
“Palace” è un buon album e ricco, ovviamente, di influenze e di cose già sentite: la voce cerca di essere lugubre e misteriosa in onore del Dio Ian Curtis, ma al massimo arriva ai livelli di Scott dei The Cinematics e dei giovani vocalist inglesi di quest’ondata musicale.
L’arrangiamento è decente e si mescola tra canzoni con sonorità più malinconiche e deprimenti ad altre caratterizzate da atmosfere più sognanti ed intense, presenti soprattutto nelle prime tracce.

Qualche sfumatura dei The Smiths, ma molto più cupi; leggere note di shoegaze e roba anni ’90; i White Lies dell’album precedente; i primi Editors: questi sono, per spiegare meglio le influenze e la loro musica, i Chapel Club, con l’unica differenza sostanziale che “Palace” è il loro album ed è estremamente personale, oltre al fatto di non avere atmosfere piatte e monotone rispetto alle sonorità dei White Lies.
La “copia della copia”, il revival del revival, del genere originario e pieno di roba già sentita, ma intanto questo album d’esordio è davvero variopinto, suggestivo e a tratti molto “ipnotico”, tanto da ascoltarlo più volte in loop.

Tracklist
1. “Depths”
2. “Surfacing”
3. “Five Trees ”
4. “After the Flood”
5. “White Knight Position”
6. “The Shore”
7. “Blind”
8. “Fine Light”
9. “O Maybe I ”
10. “All the Eastern Girls”
11. “Paper Thin”