The Jesus and Mary Chain @ Ferrara Sotto Le Stelle

Ciao,
sono ritornata e ho un’ansia bestiale perché ho ripreso a scrivere: riprendo per “ordini superiori” e perché i Jesus and Mary Chain mi hanno fatta resuscitare.
Devo ringraziare tantissimo i fratelli Reid, perché è passato un bel po’ di tempo dall’ultima volta che ho scritto due righe.
Ho deciso di non chiudere il blog per un motivo semplicissimo: qui c’è una parte di me, c’è la mia musica e scrivere di questo mi fa bene.
Detto ciò vi lascio con due boiate, che trovate su lostingroove, sul concerto della band di Glasgow:

Jesus and Mary Chain

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The Pains of Being Pure at Heart @ Hana-bi

L’ultima volta al Hana-Bi, prima di questo martedì 17 giugno, la ricordo a tratti: c’erano i Crocodiles, era la chiusura di stagione e con qualcuno di loro ho urlato “Common People” durante il dj set. Ricordo anche che sulle prime due note di “Girls & Boys” dei Blur è iniziata la mia corsa verso il mare, che a Marina di Ravenna fa veramente schifo, mi sono tolta scarpe e blusa (non la gonna) e mi ci sono tuffata dentro, come se dovessi liberarmi di qualche peso.
Ora, però, sembra che il bagno di notte non si possa più fare, quindi mi rassegno e su “Song 2” dei Blur mi trattengo: invece di buttarmi in mare, mi affido al Bombay Sapphire e dentro ci annego i pensieri.
La sensazione di libertà, però, c’è stata prima del dj-set, ma non durante il concerto dei Fear of Men o dei Pains of Being Pure at Heart: durante il soundcheck.
Un po’ mi fa ridere quest’ultima cosa perché il mio limite di snobismo, prima di martedì, arrivava a: “erano meglio *aggiungi anno-album-lineup a caso*… “; ma, alla soglia dei 26 anni: “oh, certo che il soundcheck è stato meraviglioso, quasi meglio del concerto”.
È solo una considerazione personale e scrivere boiate fa parte delle mie “recensioni”, ma vi spiego: c’è quella bellissima sensazione che ti avvolge quando si fa aperitivo al Hana-Bi, la fetta di lime galleggia dolcemente nella Corona e il tempo sembra fermarsi; immaginatevi tutto questo con in sottofondo i Pains of Being Pure at Heart, il rumore delle onde che si infrangono sulla spiaggia e il fatto che non ci siano delle persone (di merda) che parlano per tutta la durata del concerto.

Alle 21.30 circa salgono sul palco i Fear of Men, band capitanata da Jessica Weiss e proveniente da Brighton.
La band propone una dolce indie-pop che fa ondeggiare, ma ci sono evidenti accenni agli Smiths e il songwriting è pensato, esistenzialista e che va ben oltre l’apparenza; peccato solo che, dopo una quindicina di minuti, l’arrangiamento mi sia sembrato fin troppo costante e ripetitivo.
Prevedibile, ma almeno differente dalla maggior parte del live, è l’esplosione strumentale dell’ultimo brano della setlist,”Inside”, che coinvolge e mette in risalto le influenze noise e shoegaze della band.

Dopo quattro anni ritorna a Marina di Ravenna il gruppo di New York, o meglio: ritorna Kip Berman, dato che, nel frattempo, la line-up è stata completamente stravolta.
In occasione del concerto viene presentato il nuovo “Days of Abandon”, un album parecchio differente da “Belong” e dall’esordio, ma con alcune tracce interessanti che dimostrano avere maggior intensità\espressività al momento dell’esecuzione.

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Intorno alle 22.15 entra Kip Berman in compagnia della sua Telecaster e con “Art Smock” inizia questo piacevole concerto al Hana-Bi: applausi ne abbiamo e c’è un bel silenzio suggestivo tra i presenti che mette in risalto la voce morbida ed inconfondibile del frontman, nonché la bellezza di questa traccia.
Alla fine del brano entrano sul palco i strumentisti che accompagnano Berman nei live: si parte in quinta con una delle tracce più seducenti del nuovo album, “Until the Sun Explodes”, fino ad ondeggiare e canticchiare classici come “The Body”, “Heart in your Heartbreak”, “Young Adult Friction”, “This Love is Fucking Right”.
La nuova line-up è all’altezza della situazione, in particolar modo Jessica Weiss (la vocalist dei Fear of Men) che si trova in perfetta sintonia con Kip: due voci leggere che si uniscono e che fanno sognare ad occhi aperti, con in sottofondo certe smielate à la Smiths e Smashing Pumpkins.

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È tutto davvero piacevole e c’è questa bellissima atmosfera che domina al Hana-Bi, ma ci sono anche evidenti cambiamenti nel sound che fanno storcere il naso agli amanti dei primi due album: compare, infatti, una certa “lentezza” in quei brani che dovrebbero essere più spensierati e suonati con più energia.
Il peggio, però, avviene subito dopo una breve pausa, quando Kip torna sul palco da solo per eseguire “Ramona”: della canzone si sentirà giusto qualcosina, ma la voce del frontman viene coperta da chiacchierate riguardanti vacanze improbabili (andare affanculo, no?) e progetti del genere.
Fortunatamente, i strumentisti ritornano sul palco e il nostro amato Kip continua a scatenarsi, a ballare, a fare passi scoordinati e a cercare di coinvolgere il più possibile il pubblico del Hana-Bi: Kip ama questa venue e ce lo dimostra, ma è il suo pubblico che, forse, tra gioie e dolori, non lo ricambia appieno.
Eccoci dunque arrivati alla fine del concerto con lo snobismo generale del tipo: “erano meglio 4 anni fa, quando c’era Peggy Wang” che circola nell’aria, ma sempre e comunque con un botto di gente a fare fila al banchetto del merchandise.

Nicole Willis & The Soul Investigators @ Off, Modena

Mi sento ignorante quando mi capita di assistere a concerti di band del genere, poiché, sfortunatamente, non vado spesso a vedere cantanti soul accompagnate da strumentisti che si dedicano al Soul-Funk revival con evidenti cenni vintage che rimandano alla Motown.
Sono le 22.30 di venerdì 16 maggio, è un po’ tardi, e aspetto la mia collega di bevute che venga a prendermi per andare all’Off di Modena: fortunatamente riesco ad arrivare in tempo e vedermi anche una parte di live dei Calibro 35.
Questa è una serata piuttosto inusuale per il locale di via Morandi, dato che proprio la band di Gabrielli è in apertura a Nicole Willis in compagnia dei suoi Soul Investigators.

Mi perdo la prima parte di concerto dei Calibro 35, band che avevo già visto circa 2-3 anni fa sempre in questa venue: la loro attitudine sul palco mi pare leggermente diversa rispetto a qualche anno fa, dato che mi danno l’impressione di essere più sciolti e variabili (magari è solo l’effetto del gin tonic).
Ovviamente, la loro musica è legata al genere poliziottesco e si può benissimo parlare di vera e propria colonna sonora: ci si tuffa direttamente negli anni ’70, anche se l’atmosfera è parecchio differente da quella che presenteranno gli headliner della serata.

Cenerentola a mezzanotte fa ritorno a casa, ma questa è l’ora perfetta per iniziare un concerto simile: la band di strumentisti The Soul Investigators introduce lo show con una opening strumentale pazzesca che fa quasi percepire quell’odore di talco su cui si scivola dolcemente e che ci riporta in una Detroit, o in una New York, inizio anni ’70, dove la lacca per alzare la cofana cotonata di capelli era d’obbligo e dove la voce era lo strumento perfetto per esprimere l’ineffabile e il sentimento più profondo.
Questa intro risveglia la vocalist Nicole Willis che inizia ad incantare i presenti con un colore vocale profondo e ricco di emozioni grazie alla seconda traccia dello show “Break Free”.

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L’atmosfera è calda, suggestiva e la pelle d’oca e i brividi lungo la schiena si provano a placare solo ballando, o, come ho già detto prima, ondeggiando ad occhi chiusi verso quel passato così intenso ed emozionante che solo una voce black-soul riesce ad esprimere.
La band che supporta Nicole è finlandese: è un po’ strano vedere un capellone (non mi sorprenderebbe se avesse un progetto parallelo e facesse metal) ai fiati che fa tanto di quel workout da far arrossire anche Jill Cooper e che si mostra più coordinato nei passi rispetto ad alzatore-centrale durante il primo tempo in una partita di pallavolo (esempio con Travica e Buti, se non avete idea di che cosa sia un primo tempo: https://www.youtube.com/watch?v=-HEDLhRge84).

Nel corso di questo live, voce e strumenti urlano insieme, si innalzano e incarnano perfettamente quello spirito vintage e, a volte, malinconico che, prima di oggi, ho avuto modo di sentire solo in occasione di qualche concerto di band che si dedicano al revival e tra i coristi dei Blur: questa sensazione di ricchezza sonora che Nicole Willis e i Soul Investigators regalano al loro pubblico è impressionante ed indescrivibile, anche grazie all’acustica dell’Off che fa la sua buona parte.
Il concerto passa velocemente tra ballate lente, brani sensuali, sfumature di jazz e tracce più movimentate con numerosi spunti funk; poi, dopo circa un’ora e un quarto di live, la band ringrazia e saluta il pubblico entusiasta, anche se il sogno di scivolare-ballare sul talco e di credere di essere da tutt’altra parte e in un’epoca differente da questa durerà almeno fino alle 3.30 di mattina.
Peccato solo che abbia distrutto le mie scarpe preferite, ma per un concerto simile ne è valsa la pena.