Find your way out of the wild, wild wood

Odio le classifiche e odio chi le fa, va bene? Pensare a una classifica, mi fa riflettere sul Modena calcio (o quello della Volley maschile) che non è messo benissimo e, quindi, l’intero post finisce col degenerare. Ma io vorrò sempre bene al Modena FC e a Mr. Novellino (e anche al Sassuolo perché sono nata là e seguivo la squadra al Ricci in C1).
Dopo la parentesi calcistica, passiamo alla musica.
Io non faccio classifiche, semplicemente vi parlo della musica che più mi piace e ve la consiglio.
La prima parte del post parte dai LIVE.

Questo 2013 per me è stato spettacolare, anche se pieno di “pochi ma buoni“.

INSPIRAL CARPETS @ koko, Londra.

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Questo concerto mi ha cambiato la vita. Pensare al tipo che mi rovescia addosso, tra le tette, un’intera pinta di birra, mi fa ancora sorridere: questo perché la band di Manchester ha suonato (quasi) tutto quel capolavoro di “Life” e il barista aveva capito due gin tonic invece di uno. Il mood era giusto, l’atmosfera perfetta e il pubblico era assuefatto (erano dei cinquantenni cocainomani) dalla “moosica” degli Inspiral Carpets.
Clint Boon, più di chiunque altro, era in ottima forma e un concerto della durata di due ore e mezza non tutti sono in grado di sostenerlo. Poi mi sono divertita da morire: smettere di ballare era impossibile. E, a nove mesi di distanza, non riesco a descrivere quella felicità di entrare in quel cesso di ostello coi vestiti che puzzavano di droga-alcol-che-ne-so.
Immensi.

PAUL WELLER @ Royal Albert Hall – Londra.

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Questo è stato sicuramente il miglior concerto dell’anno. La Royal Albert Hall di Londra crea un’atmosfera unica in cui ci si sente quasi a casa.
Poi, in questo caso, si parla di Paul Weller, il Modfather, colui che ha influenzato gran parte dei gruppi inglesi che ascolto.
Lui è perfetto ed è seguito da una band mozza-fiato che cambia genere tra una canzone e l’altra: dalla soul, al mod revival dei Jam. “That’s Entertainment” cantata al ritorno fino a King’s Cross in metro da gente che stava messa peggio di me; quei due ragazzi tedeschi coi quali mi sono abbracciata, per l’emozione, su “Wild Wood” e su “Just Who Is the 5 O’Clock Hero?”; il ballare, rischiando di cadere a terra per via dei gradini; la birra volante perché “oddio-è-Paul-Weller-e-mi-hanno-messa-al-lato-palco-non-ci-posso-credere”.

MILES KANE @ Ferrara

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Meglio 30 minuti di Miles Kane che un’ora e quindici minuti di Arctic Monkeys (live, perché su album è una bella lotta).
Miles è figlio di Paul Weller, anche se musicalmente si ritrova in un “revival” e, quindi, in un territorio musicalmente più ristretto.
La nuova band, comunque, lo porta verso una spinta più anni ’60 e meno indie-rock degli anni 2000. Anche se, vacca boia, il suo taglio di capelli a Ferrara era uguale a quello di Howard Wolowitz di The Big Bang Theory.

BLACK REBEL MOTORCYCLE CLUB @ Bologna \ Londra

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A Londra avrei tanto voluto buttarmi dalle balconate per andare nel parterre e godermi il live di Peter -ti-amo- Hayes, Robert Levon Been e Leah Shapiro.
A livello strumentale fanno tanto di quel casino da sembrare in 10 su un palco, quando sono solo in tre.
Bologna è stato meglio di Londra, nonostante la scaletta spezzata. Chissenefrega se mi hanno strappato i collant, se le scarpe erano distrutte e se ero conciata peggio di una zombie di The Walking Dead: ho vissuto TUTTO il concerto. E scusate, ma Peter Hayes è un gran figo.

JOHNNY MARR @ Bologna

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Le emozioni vincono sempre e ti fottono il cervello. Vedere il chitarrista di una band alla quale ho dedicato una parte della mia pelle è un sogno che si realizza.
Johnny Marr mi ha fatto piangere e vi assicuro che ce ne vuole.
“The Messenger” è il mio album preferito di questo 2013 perché, in un modo o nell’altro, racconta le “storie” e le esperienze vissute da questo grande artista. Quest’uomo, che ha SOPPORTATO E HA SUPPORTATO MORRISSEY, riesce a trasmetterci tutto quello che ha passato come musicista e come persona.

CROCODILES @ Hana-Bi

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Se li ho buttati in questo post significa che il loro nuovo album mi ha catturata proprio tanto: saranno americani, ma in “Crimes of Passion” si sentono più riferimenti a Primal Scream, Charlatans, Ride e Spiritualized.
I Cocodiles suonano per divertirsi e sul palco si vede questo loro entusiasmo: un gruppo di amici che suonano per amici. Semplicemente stupendi. Decisamente fuori di capa.

MY BLOODY VALENTINE @ Bologna

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Fottesega dei tappi nelle orecchie: è un onore diventare sordi dopo un concerto del genere. Partono amplificatori; la parte cantata che si sente è composta da poche vocali aperte perché l’acustica fa abbastanza schifo; le melodie che si percepiscono sono suggestive; tutto quel frastuono \ ammasso di rumore, simile al boato prima di un terremoto, fa venire la pelle d’oca.
“You Made Me Realise”, in realtà, è la natura che si scatena.

BLUR @ Milano

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Io non so che effetto mi fanno questi. Semplicemente mi arrendo alle loro canzoni. Mi lascio andare e me ne frego se questo concerto non è come quello di Hyde Park e la scaletta è piena di singoli. Non ce la faccio, va bene?
Le emozioni entrano in contrasto: lacrime a palate, ballo sfrenato e mazzate alla gente che mi trovo di fianco – davanti -dietro – ovunque.
“Tender” e “Under the Westway” mi riportano a quel concertone di agosto 2012, mi riportano su quella metro Victoria – King’s Cross in cui la gente canta e se ne frega. NON CI POSSO FARE NIENTE, sono una parte di me e sono consapevole del fatto che questa band resterà con me fino alla fine. SONO I BLUR e sono la mia band preferita a quanto pare.
“Oh, che cazzo aspetti a piangere che questa è To The End ?!?”

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Black Rebel Motorcycle Club @ O2 Academy Brixton

Ho saltato Milano (odio Milano, tantissimo) per andare a vedere il mio Robert Levon Been e il mio Peter Hayes (cuori sparsi) a Londra. Anche a costo di stare sulle balconate.
Stare su in alto alla O2 Academy Brixton per un concerto dei BRMC è una di quelle cazzate epiche che NON si devono fare a un concerto simile, infatti alla traccia “Red Eyes and Tears” mi volevo buttare di sotto.
Ho i sensi di colpa per aver visto i Black Rebel Motorcycle Club dalle balconate.

Allora: i Big Pink mi fanno schifo su album, ma live sono anche peggio. SONO IMBARAZZANTI e non si possono sentire: anche io riesco a fare un concerto con tutte basi, dai.
Perché vi sto parlando dei Big Pink? Perché ad aprire il concerto degli Altissimi BRMC ci sono stati proprio loro. E la finisco qui, dato che sono una di quelle band di cui scriverei un intero post in negativo e basta.

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Che dire dei Black Rebel Motorcycle Club: sono semplicemente e tecnicamente mostruosi.
La band californiana spezza in due il concerto: la prima è decisamente più coinvolgente \ sconvolgente e strappa-mutande; la seconda è nettamente più riflessiva e caratterizzata da tre tracce (“Mercy”, “Feel it Now” e “Devil’s Waitin'”) che vengono eseguite come se fossero parte di un monologo (prima Peter e poi Robert, che fa commuovere proprio con “Mercy”).
L’atmosfera che si respira a un concerto simile è piuttosto calda e passionale: vuoi per le due voci, per le canzoni dei primi album e per il gioco di luci (manco una foto è venuta decente) che accompagnano alla perfezione le tracce presentate della band.
Comunque la “Whatever Happened To My Rock’n’Roll” e l’altro singolaccio  “Beat the Devil’s Tattoo” una dietro l’altra sono “la-morte” se stai nel parerre. E se ci fossi stata, su “Red Eyes and Tears”, “Love Burns”, “Spread Your Love” e “666 Conducer”, mi sarei buttata direttamente sul palco.
Peter Hayes, Robert Levon Been e l’instacabile Leah Shapiro regalano un concerto mozzafiato, ricco nell’improvvisazione e adatto per gli amanti di vario genere (blues, rock, psichedelia, garage…): con due ore piene di live hanno dimostrato di essere una tra le band più complete che abbia mai visto.
Insomma: sembrava ci fossero altri 5 componenti sul palco.

Setlist:

http://www.setlist.fm/setlist/black-rebel-motorcycle-club/2013/o2-academy-brixton-london-england-43d897bf.html

This is how it feels… A un concerto degli Inspiral Carpets (Koko 22\3)

Il barista del KOKO voleva uccidermi prima degli Inspiral Carpets, ma devo ringraziarlo tantissimo poiché è anche grazie a  lui se sono riuscita a vivere quell’atmosfera da concerto di una band della Madchester di fine anni ’80 alla perfezione: praticamente non ci capivo niente.
E le mie annotazioni sulla moleskine,  per fortuna che ci sono quelle, partono con: “The Only One I Know” urlata a squarciagola coi presenti, spaccata a metà perché gli Inspiral Carpets salgono sul palco.
Si inizia con la bellezza di 2 pinte di birra e 3 gin tonic in corpo e con la musica degli Inspiral Carpets, dopo un buon live di Danny Mahon, anche lui di Manchester, anche lui grande fan del songwriting britannico e anche lui molto “Gallagher” per le tracce in acustico che propone.

 “This is how it feels” è la traccia chiave del live della band guidata da Stephen Holt: terza traccia della setlist e una (pinta di) birra che mi percorre quasi tutto il corpo, mentre il pubblico si rivela per quello che è in realtà, ovvero dei cinquantenni imbevuti di alcool e di cocaina il cui equilibrio (fisico e mentale) è discutibile.
Dalla traccia-singolone tutti si ritrovano catapultati nell’atmosfera di cui vi ho parlato all’inizio, grazie anche a pezzoni come “She comes in the fall” e “Sun don’t shine” e, in cui, nessuno, ma proprio nessuno (sottoscritta compresa), si regge in piedi. In quest’occasione voglio ringraziare il tizio, imbevuto quanto me e col quale abbassavo la media di età, che prima mi ha fatto il bagno di birra, mi ha difeso dal pogo e poi mi ci ha trascinata: che roba.

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E quindi gli Inspiral Carpets iniziano alle 20.00 e fanno circa due ore e mezza di concerto, ma gente: che concerto.
La band non perde un colpo, fa un encore di un minuto e mezzo e i componenti chissà di che cosa sono pieni fino a scoppiare, ma chissenefrega: quello che conta è il risultato.
Il risultato è un concerto, un’esperienza di vita in grado di riportarti indietro nel tempo, quando “Life” era al n° 2 in classifica e quando ci si ritrova in una situazione tipica del genere: indescrivibile, piena di vuoti di memoria, ricca di alcool sui vestiti.
E come sono stati gli Inspiral Carpets? Sapete, gli aggettivi “stupendi, esilaranti, fuori-di-testa” si sprecano  in questa (chiamiamola) review.
Mi sembra impossibile non parlare del concerto in maniera soggettiva: nessuno scappa e tutti vengono travolti  dall’energia degli Inspiral Carpets, dalle tastiere e dalla seconda voce del grandissimo Clint Boon, dalla parte ritmica in cui i neuroni (pochi in queste occasioni) iniziano a pogare e a creare una confusione nella testa che ti trascina e ti porta direttamente al centro del delirio, dalla voce\strumento sempre costante di Stephen Holt (convintissima che ci fosse Tom Hingley: sono rimasta indietro) e dalla scenografia in perfetta sintonia con la musica proposta.

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Ci si ritrova al concerto e si esce strafatti di musica degli Inspiral Carpets, la cui overdose arriva dopo le due ore e mezza di concerto e, come alla fine di un hangover, ti chiedi cosa sia successo.
Beh, quello che è capitato durante il concerto di questa band di Oldham al KOKO è davvero irripetibile e credo che nessuna band, almeno per me fino ad ora, sia in grado di portarti proprio ai suoi inizi (o quasi) lasciando “parlare” solo la propria musica.
Qualsiasi sia la tua età, qualsiasi sostanza (intanto non c’è mai nessuno sano di mente a ‘sti concerti a Londra) domini nel tuo corpo e qualsiasi cosa ti stia passando per la testa, tutto quanto per gli Inspiral Carpets si dissolve e l’unica cosa che resta è la forza suggestiva\espressiva della loro musica.
E quindi lasciamo parlare la “moosica” e basta, perché descrivere un concerto degli IC, a voi che non c’eravate, è piuttosto complicato. Oppure fatevi di brutto. Oppure il tutto può riassumerlo Clint Boon che dopo “Besides Me” ripete: “Thank you, this is so fuckin’ brilliant!”.

Paradise Not Lost It’s In You

“Under the Westway” dei Blur dà il titolo all’ultimo post di questo 2012 tremendo: il post dei concerti più belli che ho vissuto proprio durante l’anno.
Mi scuso in anticipo per le cose insensate che scriverò, a causa di ricordi e “varie ed eventuali” personali che vagano tra famiglia, salute ed università.
Basta baggianate e basta farsi venire in mente pensieri deprimenti: iniziamo con ‘sto post, così, finalmente, riuscirò a dormire almeno… Uhm, 5 ore?

Is Tropical
S.C.U.M.
Ed Laurie
Pterodactyl
Josh Beech
Polarsets
Sonny and the Sunsets
Still Corners
Slow Magic w/ Selebrities
Xiu Xiu
A Place To Bury Strangers
Subsonica
Cloud Nothings
M83 w/ Man Without Country
Tribes
Paul Weller
Pulp
Kasabian
The Stone Roses
Marivaux
Blur
The Specials
New Order
Bombay Bicycle Club
Placebo
Bloc Party
dEUS

Noel Gallagher (x2)
The Dandy Warhols
Social Distortion
The Beach House
Green Day
Jake Bugg
Japandroids
Tim Burgess

Meno concerti e gruppi visti rispetto allo scorso anno, ma sicuramente migliori e di maggior intensità: sia da sola che in ottima compagnia.

Proprio quest’anno mi sono decisa di andare a rivedere, per la decima volta, uno di quei gruppi che ascolto da almeno dieci anni, nonostante non abbia la minima idea di cosa abbiano combinato negli ultimi 2-3 album: i Subsonica all’ Unipol Arena di Bologna.
Mi è andata piuttosto bene, dato che li ho beccati proprio in quella serie di concerti dedicati al loro primo album, e quindi ho davvero apprezzato la scelta della scaletta, a parte qualche traccia di cui non conoscevo nemmeno l’esistenza.
Ottima band live, come al solito, capace di portarsi dietro un pubblico variopinto sia per quanto riguarda l’età sia per i gusti musicali: i Subsonica sanno sempre come comportarsi su un palco, grazie alle loro capacità ed esperienza. Non deludono MAI.

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Il personaggio, l’essere divino, che vedete nella foto sovrastante non è un Umpa-Lumpa, nonostante il colorito arancione-lampadato: è il MODFATHER, il padre fondatore del Mod Revival, conosciuto anche come Sir. Paul Weller.
Questo grandissimo cantante, nonché ottimo polistrumentista, mi è piaciuto davvero tanto a Ferrara poiché in grado di suonare\cantare qualsiasi cosa.

A proposito dell’ottima compagnia di inizio post, direi proprio che uno dei migliori è stato quello del 13 luglio ad Azzano Decimo: i Pulp, quasi a un anno esatto dopo averli visti per il concerto-reunion a Hyde Park.

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Il viaggio è stato esilarante, a parte l’autista schizofrenico che si ascoltava la Pausini e che, a un certo punto, pensavo ci uccidesse uno a uno.
Nessun dubbio sui Pulp che si confermano una delle mie live band preferite, anche perché Sir. Jarvis Cocker mostra sul palco le sue doti teatrali e la sua forte sensualità, grazie ai suoi balletti da spogliarellista, nonostante qualche nota non presa e l’età: lui ha 49 anni, ma uno di 20 anni non riuscirà mai a reggere un ritmo del genere.
Concerto davvero divertente, molto più intimo rispetto a quello di Londra e con gente fantastica (poi quell’abbraccio su “Bar Italia”. EH).

E’ il turno di un’altra band inglese: The Stone Roses.
Non sono riuscita ad andare a  Manchester, ma mi sono accontentata di Milano: odio quella città, ma per band del genere cerco di tenere l’odio da parte e via.

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Pensavo peggio, come ad esempio le “leggendarie” stonature di Ian Brown nel corso del live, invece, grazie anche al supporto dell’ottimo back vocalist, alla batteria, Reni, devo ammettere che non è stato così terribile.
L’atmosfera regalata da queste canzoni è davvero surreale, suggestiva e sognante. Ma ci voleva qualche droga in corpo per viverlo meglio.

Della serie: “Ma chi se lo aspettava di vedere un concerto così emozionante!”; in questo post non possono mancare i Placebo.
Li avevo sottovalutati davvero tanto per vari motivi: 1. Brian Molko ha le mestruazioni e se salta anche ‘sto concerto lo ammazzo; 2. non c’è più il vecchio batterista, quindi boh; 3. c’è sempre stata la rivalità muse-placebo, quindi se ho preferito andare a vedere i muse piuttosto che i placebo ci sarà stato un motivo (vedi 1. e mancanza di materia prima per entrare ai concerti).

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Quanto mi sbagliavo. Brian Molko, nonostante il mal di gola, ha dato il massimo al Rock en Seine. E il batterista? Steve Forrest dei Placebo è un MOSTRO DI BRAVURA. E Stefan? Che figo, si voleva ingroppare il basso. E no, non sono in 3 sul palco: il solito trio è accompagnato da una banda (4-5, se non ricordo male) di strumentisti che danno maggior energia alle canzoni dei Placebo.
Una band che lascia senza fiato: e pensare che Brian Molko non era al 100%!

Restando al Rock en Seine, un altro bel concerto che mi sono goduta è stato quello dei dEUS.

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Una band che fa bagnare, in particolar modo grazie al loro frontman Tom Barman che sprizza sesso da tutti i pori: è un uomo sensuale che non solo si muove benissimo sul palco, ma riscalda, grazie a un timbro vocale decisamente affascinante e coinvolgente.

Sessanta-che? Non è l’età che mostrano su un palco i The Specials.

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Ce ne fossero di musicisti come loro.
Una band che mi ha riportato, con la mente, indietro di qualche anno e che mi ha fatto ballare dall’inizio alla fine. Divini.

(Ancora inglesi, ma si può?)
Anzi, questa volta è solo uno l’inglese e temo di essermi innamorata follemente: il suo live ne è stata la conferma.
Sto parlando di Tim Burgess, la voce dei The Charlatans.

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Il sonoro silenzio gli fa da sottofondo e lui, con questo registro di voce regolare, basso e piuttosto intenso, si mette lì sul palco, come se fosse un ragazzino al suo primo concerto.
Anche lui ha 40 anni e si comporta così sul palco per dare maggior rilievo alle sue canzoni: è affettuoso.
Stavo per piangere alla prima traccia “Tobacco Fields”, peccato che c’erano due tizi che, per almeno dieci minuti, hanno parlato dei cuscini del loro divano: ma andare a fare la fila da Ikea, no?
Per un concerto di Tim Burgess, ma in realtà per ogni concerto che si va a vedere, occorre davvero starsene zitti: la sua voce immersa nel silenzio è una delle due cose più emozionanti e commoventi che abbia sentito quest’anno.

L’altra cosa emozionante e commovente è…
Potete immaginare.
Voglio dire: sono andata a Londra per loro; ho dormito 3 ore e mi sono svegliata alle 6.30 per prendere la metro fino a Hyde Park Corner; mi sono sorbita gente inutile nell’attesa prima che aprissero i cancelli; mi sono sorbita i Bombay Bicycle Club che non c’entravano niente coi gruppi dopo (bravini eh, ma per niente adatti a un concerto del genere); ho rotto le mie scarpe preferite e ho camminato praticamente scalza per Londra; avevo una voglia assurda di bere birra, ma dovevo stare lì attaccata alla transenna perché ero davanti.
Poi sono saliti loro e ogni pensiero si è placato, sono rimasta paralizzata e mi sono ripetuta almeno venti volte che non era vero e che tutto il live era frutto di qualche strana sostanza presente in quei cioccolatini che venivano dati dalla security prima che entrassimo.
Mi è capitato più volte, quest’anno, di ripetermi “non ci posso credere”, sia per una cosa che mi ha sconvolto la vita in senso negativo (e ormai è pensiero fisso tutti i giorni, o almeno 5 giorni a settimana e a distanza di 8 mesi non mi è ancora passata), sia per questo concerto dei Blur (avevate dubbi?!).

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Andare da sola mi ha fatto proprio bene: mi ha fatto riflettere su tante cose. Uno va ai concerti  per provare emozioni: io sono andata lì per sfogarmi, per non pensare, per far sì che qualcosa dentro di me cambiasse e diventasse un sentimento positivo.
E, in fondo, è stato proprio così: quando penso e parlo di quel concerto, arriva la logorrea e ancora mi vengono fuori emozioni che, magari, a Hyde Park non ricordo.
Potrei dire che è stato epico, ma non so proprio come descrivere quello che mi hanno fatto sentire i Blur: è stato stupendo cantare in metro “Tender”, mangiare il riso con-chissà-cosa-di-cinese-dentro alle 4 di notte, camminare per Londra scalza, abbracciarmi la transenna (sì, abbracciare: avete presente quando viene il mal di stomaco e vi piegate in due dal dolore? Ecco, a me non faceva male lo stomaco ma è stato un gesto spontaneo) per l’emozione, vedere i Blur sul palco.
Forse se ho provato tutte queste sensazioni, così confuse ma vere e reali, non sono così male (ma va là: la miglior band che abbia mai visto e sentito live!).

E…

Buoni propositi per il 2013:

1. Non scrivere troppe cattiverie sui gruppi italiani, sui gruppi hipster, sugli hipsters, sulla gente che segue e che va a X Factor, sulla gente col “palo-dietro”;
2. Evitare di parlare da sola, lanciare accidenti ed offendere la gente nei cessi del covo;
3. LAUREARMI E SCAPPARE DA ‘STO PAESE DI PUPÙ;
4. Perdere tra i 10 e i 12 kg e andare in palestra;
5. Non considerare pensieri superficiali e lasciare andare senza 2.;
6. Bere di meno;
7. Scrivere di più;
8. Andare a vedere i Blur al Primavera;
9. Andare a vedere i Blur al Werchter;
10. Trovarmi un amante (non un moroso, UN AMANTE) inglese e musicista (tamburello incluso, ma rigorosamente no hipster, no indiii, no folk: un Paul Weller da giovane va benissimo).

 

Quasi dimenticavo: buon anno!

It really really really could happen: Blur @ Hyde Park

Sono partita dall’Italia senza pensare all’unica e vera ragione (il concerto dei Blur) per cui andavo a Londra: niente ansia, solo tanta tranquillità. E ho fatto malissimo a non farmi venire un po’ di ansia prima.
Mi è ancora un po’ impossibile crederci, ma domenica 12 agosto mi sono svegliata alle 7.30 di mattina e alle 7.45 ero già alla stazione metro di King’s Cross ad aspettare il treno per Hyde Park Corner.
Poco dopo mi sono ritrovata fuori dall’area concerti di Hyde Park ad aspettare che aprissero i cancelli. E niente, nessuna traccia dell’ansia pre-concerto.
Alle 12 ci fanno entrare e mi metto nella zona centrale, quella più distante dallo stage immenso, che mi garantirà un’ottima prospettiva: si vede tutto e vedrò tutti.
Dopo quattro ore e mezza di attesa, inizia il primo concerto della giornata: i giovani, a parte la stempiatura di Jack Steadman, Bombay Bicycle Club.

La band di Londra cerca di riscaldare l’atmosfera, ma in apertura a un concerto del genere fanno anche fatica: c’è tantissima gente e tutti sono in attesa dei gruppi successivi.
Il live che propongono questi cinque sarà comunque molto carino e piacevole, un po’ come il genere da loro trattato: il loro sound, infatti, è tipicamente pop e quindi molto orecchiabile.
Una band che deve crescere per affrontare live di questo livello e che, al momento, rende molto di più in piccoli locali.

Da qui in poi il pubblico inizia ad accendersi: non a caso è il turno dei New Order.

Ho incontrato gente che era a Hyde Park solo ed esclusivamente per vedere live la band capitanata da Bernard Sumner, e, dopo aver assistito a questo concerto, capisco il perché: questo gruppo è a dir poco straordinario e perfetto.
New Order che fanno ballare, grazie ai grandi classici della band (Blue Monday, Bizarre Love Triangle, Temptation…), e fanno emozionare e sospirare il pubblico, ma in questo caso il merito va a “Isolation” e alla struggente “Love Will Tear Us Apart” accompagnata, sullo sfondo, da immagini di Ian Curtis e Joy Division.
E Bernard Sumner, oltre a tutti gli applausi, si merita anche i vari “I love you” che vengono urlati dai fan.

Dopo questo live, talmente suggestivo da riportarci ai tempi d’oro della fantastica, ma ovviamente inquietante, New Wave, è il momento di cambiare genere, rimanere ancora a metà degli anni ’70 e divertirci un -bel- po’ con i The Specials.

La band di Coventry ha solo “una certa età” a livello anagrafico, ma su palco mostra di essere rimasta a fine anni ’70 portando e trasmettendo quell’animo ska-rocksteady vivace, ma pur sempre ricco di messaggi a sfondo sociale e politico, ai presenti.
All’inizio del loro live si inizia a respirare un’atmosfera differente, una sensazione che si estende dal palco per tutto Hyde Park: i The Specials trasmettono felicità pura, sarà per lo stile mod inconfondibile e per il ballare come se si trovassero in un locale del sud di Londra a metà anni ’60.
Estremamente contagiosi.

Da qui in poi la descrizione degli eventi cambia forma.
La mia vicina di transenna: “Lo sai vero che ora ci sono solo LORO? Non c’è più nessuno in apertura, cioè: ci sono LORO e basta”.
Credo che sia stato proprio quello il momento esatto in cui mi sono resa conto di essere al concerto dei Blur a Hyde Park. Probabilmente l’ultimo concerto dei Blur. Il concerto della mia vita. Il concerto che aspettavo più di qualsiasi altro.
E da questo istante inizio a piegarmi sulla transenna per il mal di stomaco e a iniziare a fare “no – no” con la testa: non ci credo.
Non ci credo nemmeno quando la schermata con la scritta “blur” mi compare davanti agli occhi e subito dopo, sotto a una scenografia immensa,

Damon Albarn, Graham Coxon, Alex James e Dave Rowntree sono lì, sul palco, e partono in quinta con l’uragano “Girls&Boys”.
Damon Albarn è un frontman perfetto: lo avete presente nel video di “Charmless Man” quando salta come un dannato sul ritornello? Ecco, immaginatevelo così sulle canzoni più ironiche, energiche e coinvolgenti dei Blur suonate a Hyde Park. Questo vocalist con una voce niente male, starnazzi a parte su “Girls&Boys”, rischia la vita quando decide di ricevere un po’ di calore umano da parte del pubblico delle prime fila, ma si calma quando iniziano i brani più riflessivi e struggenti.
E adoro questi cambi, una sorta di sbalzo d’umore improvviso, nella setlist di Hyde Park: le canzoni dei Blur sono un’esplosione di gioia, ironia, rabbia e malinconia e il modo in cui i quattro musicisti mescolano e riprendono queste sensazioni è stupefacente.
L’improvvisazione, infatti, gioca un ruolo fondamentale nei Blur: a parte il mix di sensazioni ed emozioni regalate dalla diversità delle loro tracce, questa band può permettersi di cambiare la scaletta all’ultimo minuto, oppure di allungare le canzoni fino ad arrivare a un crescendo intenso ed indescrivibile.
I riff di Graham, per esempio, sono come l’effetto “sasso gettato nell’acqua” e si espandono per tutto Hyde Park; per non parlare della base ritmica della linea di basso di Alex e dal picchiare forte di Dave sulla batteria: strumentisti mostruosi.
I cori, tra l’altro, vengono riempiti da quattro voci soul che regalano maggiore intensità a certe canzoni (“Tender” e “Under the Westway”); così come i sound completati da tre fiati e dalle tastiere: un muro di suoni, caratterizzato da differenti stili e generi, che cattura chiunque stia ascoltando.
I Blur sono una di quelle band che non hanno paura di provare e sperimentare cose nuove e riescono a tenere con facilità il palco, grazie all’incredibile esperienza e complicità che c’è tra i componenti della band (il bacetto di Damon sulla guancia di Coxon). Inutile, poi, parlare del fantastico legame coi loro fan: nonostante siano i Blur, mostrano un’umiltà e spontaneità unica nei confronti di chi li supporta.
Potrei riassumervi tutto questo dicendovi che vi siete persi un concerto stupendo, un’esperienza di vita, oppure: non potete nemmeno immaginare i continui sing-along strappa-lacrime su “Tender”; la magia di “Out of Time”, grazie ai suoni regalati da Khyam Allami; la commozione su “Under the Westway” (live è un pezzone) e “No Distance Left to Run”; le risate nel vedere il comico inglese Harry Enfield travestito da Tea Lady, o l’entusiasmo di Phil Daniels su “Parklife”; i riferimenti a Londra con “Jubilee” e “London Loves”; il delirio collettivo su “Song 2”; la sorpresa di sentire “Young & Lovely” e “Caramel”; l’emozione indescrivibile di cantare a squarciagola, in continuo crescendo, “The Universal”.
E a fine concerto sentire le farfalle nello stomaco, avere gli occhi lucidi e continuare a cantare in coro IN METRO: “Oh my baby \ Oh why, oh my”.
E ancora adesso ho quella sensazione di aver immaginato tutto, di non essere stata lì per davvero e di aspettarmi da qualcuno: “guarda Tere che ti sei svegliata ora dal coma e il tuo era solo un sogno”; ma poi riguardo foto e video e rileggo quello che ho scritto subito dopo il concerto e mi viene da pensare che, forse, ho vissuto i Blur per davvero.

Setlist

Qui trovate qualche foto.

Marivaux live @ Barfly, Londra

Finalmente torno a scrivere, e mi ci voleva Londra per capire questa necessità del buttare giù due righe per sentirsi meglio. E scrivere di musica mi fa sentire decisamente meglio. E scrivere di concerti visti a Londra, nell’ostello a King’s Cross, mi fa stare benissimo.
Ok, basta.
No, non vi dico come sono stati i Blur perche’ non ce la faccio: Damon e compagni mi hanno distrutta psicologicamente e, se penso a loro, mi viene da piangere come una poppante. Magari, quando supero questa crisi, scrivo qualcosina.

Passiamo ad altri gruppi, tipo questi Marivaux visti al Barfly di Londra, lo stesso locale in cui con mio nipote ho visto gli Yuck lo scorso novembre.

Sarò breve perché questi quattro artisti mi hanno entusiasmata a tratti: magari, inconsciamente, pensavo troppo al concerto del giorno dopo (quelli li’ di Hyde Park), oppure perché mi ricordavano un po’ i The Kooks (e non è che impazzisca per loro, anzi…).
Questi Marivaux sono quattro ragazzini di Manchester capitanati da un manager esaltastissimo che ha cercato di coinvolgere il più possibile il pubblico presente: in parte ci è anche riuscito, ma perché essere così disperato? Boh.
Loro stessi dicono di essere influenzati dalla scena musicale di Manchester, ma, a parte qualche piccolo riferimento Gallagheriano, il maggior punto di riferimento lo si può ritrovare nella scena indie-pop-rock britannica che comprende band come Mystery Jets, The Libertines e The Kooks.
La loro musica, dunque, fa parte di quello stile semplice, pop e molto orecchiabile: niente di così esaltante e straordinario, ma comunque diretti e di facile ascolto.
Uno di quei concerti che puoi beccare solo ed unicamente a Londra: sì, perché questa città consente ai musicisti di farsi conoscere e di fare esperienza, non come in altri paesi…

Do you remember the first time?

L’ultimo giorno di Wireless Festival a Londra, ovvero il 3 luglio quando sul palco principale, come headliner, ci sono i Pulp.
Al Wireless ho speso 40£ di alcool e ho vissuto in tutti i sensi la parola “festival”, a parte il non aver nuotato nel fango tipo Glasto perché a Hyde Park la situazione era decente.
Festival organizzato benissimo con tanti cessi pubblici tenuti puliti da vari omini in giro, tanti bar con ogni cosa da bere \ mangiare e 4 PALCHI.
Ve lo ripeto: 4 PALCHI. QUATTRO PALCHI. FOUR STAGES. Q-U-A-T-T-R-O P-A-L-C-H-I: uno è per le band indie che più indie non si può, dove ci sono solo parenti e amici a guardare; il secondo è quello delle band che stanno per compiere il grande passo (a parte la cazzata di aver messo i Cut Copy in mezzo, che sono già avanti anni luce ad altre band tipo i Summer Camp); il terzo è quello delle band adolescenziali o alcune band “perché cazzo non sono sul main stage?!” (Foals \ Naked and Famous); il quarto è proprio il Main stage.

La prima band che ho visto è stata quella del duo Summer Camp, ciò che da ottobre sarà una tra le nuove rivelazioni indie \ pop per molti.

Una band per adolescenti: lei si crede una pin-up alla quale passa per la testa “ce l’ho solo io e voi altre donne siete inutili”; lui è timidino, calmo e mantiene la concentrazione anche quando la sua collega gli si struscia addosso.

Le canzoni trattano di ammmore e amicizia, mentre le melodie proposte, che ricordano un po’ i Best Coast, sono serene e coinvolgenti: non sono male, ma sono la solita band indie pop per ragazzini. Una band uguale a tantissime altre e l’unica cosa che rende particolare questo duo è la voce della frontwoman, molto intensa e che arriva in alto.
Una band che deve crescere tanto, musicalmente e non: 6,5.

Resto ancora nel Pepsi Max Stage ad aspettare la seconda band, di cui amo tanto il loro album: Yuck.
Tutti hanno parlato bene di questa band, quindi l’unica cosa che serve per dare conferma di ogni parola spesa su di loro, tra recensioni e simili, è proprio un live.

Gli Yuck sono l’amore; ti fanno piangere,ballare, saltare, gioire, dimenticare tutto. Gli Yuck sono spettacolari.
Melodie dolci e pop si mescolano ad altre più garage e danzerecce sulle quali è impossibile stare fermi. Il loro frontman Daniel, ex Cajun Dance Party, è un ragazzino timidissimo con una buona voce e una deliziosa attitudine nei confronti del pubblico, che risponde con applausi interminabili e da pelle d’oca all’esibizione della band. 7.5
Il pubblico è uno degli aspetti “meraviglia” del festival, ma magari ne parlo meglio alla fine.

La terza band la avevo già vista al covo 3 anni fa: Metronomy.
I Metronomy si presentano con una line-up nuova, completa e adatta sia per i pezzi nuovi che per quelli vecchi.

Per i Metronomy ricordo solo degli spezzoni, dato che l’alcool si è sostituito bene agli altri liquidi in corpo: ricordo delle line di basso profonde che hanno fatto vibrare il terreno; ricordo note psichedeliche grazie alle tastiere e altra roba elettronica; ricordo di aver ballato e cantato come una scema su “A Thing For Me” e “Radio Ladio”.
Ero presissima dal delirio (e dall’alcool) ma i Metronomy live sono davvero spaventosi, soprattutto con questa nuova formazione. 7.5

Mi allontano dal palco principale per andare a vedere qualcuno di più sconosciuto (in realtà per prendere ancora da bere e vagare senza meta in giro per Hyde Park).
Mi capitano i “The Sounds”, la band che aprirà poi ai Cut Copy. La frontwoman è in pieno delirio, il tendone in cui suonano è pieno di gente incuriosita.
Il loro sound è energico, del genere indie-elettro e davvero coinvolgente.
Alcool a parte mi metto a ballare come una scema, catturata dalla musica e dall’energia proveniente dal palco. 7

Mi sono persa gli Horrors, ma li vedrò al Rock en Seine. Quel che è peggio è l’essermi persa i Tv on the Radio per avere la prima fila dai Foals e subirmi i The Pretty ‘Staminchia \’Stocazzo.
Torno al Pepsi Max Stage per vedermi i The Naked and Famous.
Su album anche questa band mi piace tanto e anche dal punto di vista live non hanno deluso le mie aspettative.
Sono indie-elettro pure loro e le due voci (Alisa e Thom), che si alternano decentemente tra le varie canzoni, fanno cantare tutti, ma proprio tutti, i ragazzi delle prime file la cui età media è di 15-16 anni (mi sentivo una vecchia coi miei 23 anni).

I The Naked and Famous sono danzerecci, allegri e non sbagliano niente: sono davvero bravi e presentano melodie pop serene e coinvolgenti sulle quali è davvero impossibile stare fermi.
C’è un “ballo leggermente scatenato”, non pogo perché è minimo, tra le prime file e tutte queste sensazioni sono davvero piacevoli.
Gran bel concerto e, ci tengo a ripeterlo, gran bel pubblico. 7.5

The Pretty ‘Stocazzo: mi sono persa i Tv on the Radio per poter aver la transenna per i Foals. Me ne pentirtò amaramente.
Avete presente le band costruite da capo a piedi? Eccola qui. Prendete 3 metallari cacciati via, perché non sanno suonare e quello che conta è avere occhiali da sole, giacca di pelle e capelli lunghi, da band metal che, a loro volta, non sanno mettere in ordine 2-3 accordi. Se questi tre strumentisti sono stati cacciati via da band del genere, che non hanno mai concluso niente, potete immaginare chi\cosa abbiamo davanti: costruiti e senza un briciolo di personalità perché preferiscono copiare altri.
Costruiti e senza un briciolo di personalità: un po’ come questa ragazzina-zoccoletta di 17 anni che si presenta sul palco con una maglia dei Metallica (ma li conosce per davvero?) un po’ lunghina e che, per far contenti i moccioselli segaioli, si alza per mostrare gli slip neri. Tra le mani sulle orecchie e ripetendomi un continuo “sono qui per i Foals”, questa roba passa in fretta e finalmente finisce.

Foals: prima fila centrale davanti a (il mio) Yannis, transenna conficcata tra le tette (povere loro \ povera me) e tante botte.
Dopo l’ennesima esperienza coi Foals, ho capito che sono groupie di una band, questi cinque qui di Oxford, alla quale urlo zozzerie di ogni tipo (in italiano ovviamente).
Il concerto dei Foals sarà devastante: il pubblico inglese è bello caldo.
I Foals si presentano sul palco esattamente come a Bruxelles: Edwin e Jimmy, Jack e Walter (Valter) e Yannis, con polo bianca della Fred Perry, molto più magro e con jeans skinny ( = addio ai miei ormoni), con bottiglia di whiskey. Ciao.

Nonostante qualche problema tecnico tra chitarra\pedali di Jimmy e batteria, che probabilmente portano via qualche canzone in più nella setlist, i Foals regalano un concerto entusiasmante e perfetto.
Alla fine di “Red Socks Pugie”, Yannis scende per salutare noi del pubblico e quando mi passa davanti gli rivolgo un saluto personale che consiste in una mano sul braccio (possente e sudaticcio) e un “Yannis ti violento”.
Io l’ho detto che quando ci sono i Foals non sono io, c’è un’altra me a quanto pare. Questa non sono io. No. Io non sono così in realtà, cerco di contenermi sempre durante i concerti.
Comunque i Foals sono sesso e mi stuprano durante questo live: sono preissima dalla loro musica, mi schianto ripetutamente sulla transenna e urlo come se avessi un orgasmo intemrinabile. Questa non sono io, è l’altra me che è meglio non incontrare. Proprio durante questi istanti vedo Dave Ma che mi scatta una foto.

Credo che questo sia il mio sinonimo di concerto ideale, lividi da stupro compresi. Loro sono perfetti, entusiasmanti e l’energia che trasmettono su “Electric Bloom” e “Two Steps Twice” è incontenibile ed esplode quando meno te lo aspetti.
Rabbia, gioia e improvvisazione spaventosa: mi siete mancati Foals, peccato aver lasciato lì sulla trasnenna tette, braccia e gambe (attualmente coperti di lividi verdi\blu e graffi).
8.5

Pulp. Ero andata a prendermi l’ennesimo bicchierone di sidro, quando, tutto ad un tratto, sento un boato accompagnato dalle prime note di “Do you remember the first time?”.
Io non so contro quanta gente abbia sbattuto, quanto sidro mi sia caduto e in che situazione fossi messa (finito il live dei foals, barcollavo e sentivo dolori un po’ ovunque), fisicamente e psicologicamente.
Mi butto in mezzo e vedo un Jarvis Cocker in ottima forma sul palco. Facendomi cadere il sidro addosso inizio a ballare\urlare\cantare. Ciao, sono a un concerto dei Pulp. Sono AL CONCERTO dei Pulp.
Jarvis Cocker: io voglio un uomo così quando avrò 40 anni.
Sul palco non abbiamo un semplice cantante o un frontman: c’è un intrattenitore, un comico, un attore che recita perfettamente una parte sull’incredibile “This is Hardcore”, un’altra totalmente differente mentre strimpella le note delicate di “Something Changed” e via dicendo sulle altre tracce.
Il singalong continuo e inarrestabile che si estende per tutto Hyde Park, la musica perfetta dei Pulp sul palco e le atmosfere che si vengono a creare, rendono questo concerto unico e indimenticabile.

Cazzo, sono i Pulp.
Sono i Pulp, anche perché Russell Senior al violino fa sognare ed emozionare.
Inutile dirvi cosa è successo alla fine, quando inizia “Common People”. Inutile divi come la gente si è scatenata e ha urlato fino all’esaurimento, quando magari era già esaurita \ sfatta a causa dell’intero festival. Inutile dirvi cosa altro ho visto e soprattutto vissuto durante i Pulp. Se non eravate presenti al Wireless, non potete minimamente immaginare le 47000 persone che ballano\cantano\urlano e si emozionano per un’ora e mezza circa tutte insieme, mentre i PULP suonano ed improvvisano sul palco di Hyde Park.
I Pulp non li valuto nemmeno, poiché quello che hanno fatto e regalato a noi del pubblico non riuscirà a farlo nessuna band del 2000.
E la sottoscritta, al Covo, ballerà da settembre in poi “Common People”, o “Babies”, o “Disco 2000”, in maniera totalmente differente.

Voto 9 al pubblico: un singalong continuo, soprattutto su Yuck, Naked and Famous, Foals e sui Pulp, quando c’è stato il delirio assurdo vissuto da migliaia e migliaia di presenze.
Pubblico giovanissimo sulle band del Pepsi stage che non superava i 16 anni di età nelle prime file: questo per dire come cambia la cultura musicale dall’Italia all’Inghilterra.
Pubblico malato sui Foals, ma decisamente più educato e meno violento di quello italiano (testata con un ragazzo a parte durante i foals, ehm). Un pubblico bello caldo e che ha reso questo festival ancora più entusiasmante: tutti quegli applausi sugli Yuck erano da pelle d’oca. Un pubblico curioso che valuta prima di giudicare e che fa sentire a proprio agio le band.

Sicurezza: 8.5. acqua ogni volta che ne avevi bisogno. Oltre all’acqua, mi sono venuti a chiedere più volte, durante i foals, se stavo bene (no, non stavo per niente bene psicologicamente; ma fisicamente…ehm…); una security che ti viene ad aiutare e dice agli energumeni di smetterla se questi cercano di passare davanti uccidendoti di calci nelle gambe e pugni sulla schiena.

Voto all’organizzazione: 8.5. Le bottigliette entrano.Puoi prelevare dai vari bancomat a disposizione. Puoi mangiare ogni cosa grazie ai vari punti di ristoro e puoi bere qualsiasi cosa. Puoi fumare qualsiasi cosa, ma non ovunque. Puoi svaccarti tranquillamente. Puoi incontrare chiunque. 4 cazzo di palchi e tante band da vedere.
Proprio come in Italia eh…