The Static Jacks – In Blue

Gli Static Jacks sono una band americana di Westfield, New Jersey, fondata nel 2007 e composta da:
Henry Kaye alla chitarra;
Ian Devaney alla voce;
Michael Sue-Poi alla chitarra;
Nick Brennan alla batteria.

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E oggi vorrei parlarvi della loro nuova uscita discografica “In Blue”, dato che mi ricorda tantissimo il sound indie-americano degli anni ’90.
Da un revival a un altro: il passato musicale resta vivo e vegeto nelle band di oggi e, nonostante le varie ripetizioni nel sound o nel colore vocale, fa sempre piacere riascoltarlo.
Nel caso degli Static Jacks e del loro “In Blue” si possono ritrovare molti riferimenti a una band americana emo-indie-garage-punk, e via dicendo, che ha fatto storia: i Weezer.
In “Wallflowers” e in “Katie Said” si sente una certa somiglianza con la band di Los Angeles sia nel timbro adottato dal frontman di questa giovane band, sia nelle sonorità noise e garage messe in rilievo dalle chitarre.

Oltre a questo tipo di genere non mancano le melodie dallo sfondo pop smielato\orecchiabile, che permettono di passare da un brano più esilarante a una traccia più matura e lenta: si prendano ad esempio le bellissime “We’re Alright” e “Decoder Ring”.

Gli Static Jacks si faranno sentire molto di più grazie a “In Blue”, un album variopinto, davvero piacevole e che comporta la crescita (mentale\fisica\musicale) della band stessa.

Tracklist:

“Horror Story”
“I’ll Come Back”
“Wallflowers”
“Home Again”
“We’re Alright”
“Katie Said”
“Ninety Salt”
“Decoder Ring”
“In Blue”
“People Don’t Forget”
“Greensleeves”

The Strypes.

Questa sera voglio parlarvi di una band scoperta nella City proprio recentemente e di cui ogni rivista, musicale e non, ne parla come se fosse arrivata la rivoluzione musicale che tutti stavano aspettando.
No, aspettate: questi qui hanno 16 anni e io gli sto scrivendo un post.
Ok, devo ammettere che mi hanno incuriosita: sentirli suonare live lassù è pressoché un’impresa (venerdì scorso sarei dovuta andare a vederli, ma erano sold out da un bel pezzo), tutti ne parlano come se fossimo in presenza di una resurrezione e molti li descrivono come i nuovi Rolling Stones (movenze à la Mick Jagger e genere che-siamo-lì).
Fa’ te se i The Strypes coi loro parka, i loro completi mod e il loro taglio di capelli, non fanno venire domande agli amanti della British music.
Presente.

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(Vacca boia: paiono un nuovo gruppo per sbarbine).

Questi 4 adolescenti arrivano da Cavan, Irlanda, e questa è la line up:

Ross Farrelly (vocalist, armonica, percussioni);
Josh McClorey (chitarra, tastiere, back vocals);
Pete O’Hanlon (basso, armonica);
Evan Walsh (batteria).

Ok, sentite: le loro canzoni sono molto adolescenziali, ma se fossero venuti fuori negli anni ’60 avrebbero conquistato una buona parte d’Europa col loro rock’n’roll e rhythm and blues fortemente influenzato da Rolling Stones, Chuck Berry e The Yardbirds.
L’apparenza inganna.
Non facciamogli montare la testa fin da subito, già ci pensano i britannici e il Modfather, ma non ascoltarli sarebbe davvero un peccato. E io, ancora, non posso credere che questi siano così giovani e talmente capaci da proporre un genere simile.
Certo bisogna ascoltarsi un album completo di questa band per poterli giudicarli al meglio, ma su Spotify potete trovare la loro cover di “You can’t judge a book by the cover” (Bo Diddley) e le tracce dell’EP “Blue Collar Jane” per farvi un’idea.


Una band che segue la scia dei Miles Kane – Jake Bugg – The Moons, che riporta sulle scene la musica 60s e la riempie con qualcosa di più attuale e “garage”: segnatevi il nome ed ascoltateli. E se non vanno sold out, andate pure a vederveli nel Regno Unito.

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Post randomico.
Mi ritrovo in una situazione un po’ strana e stare incollata al computer non mi va più di tanto, nemmeno per scrivere una review. Anzi, diciamo che mi sto stancando anche dello scrivere di musica e consigliare band: oltre a non essere ripagata, e vi assicuro che dopo circa 6 anni a fare ‘ste cose, mi butta veramente giù, sento davvero di sprecare il mio tempo.
Peccato che a parte scoprire nuove band non sappia fare altro di così sostanziale: o divento una groupie, ma questo dopo varie sedute dallo psichiatra, oppure mi metto a lavorare in un call center.
Ed ecco che arriva il “mi sento davvero una fallita”: magari sono certe situazioni che non dovrebbero capitarmi ora, ovviamente relativi a problemi ben più seri di questo, ma l’unica cosa che mi fa andare avanti è la laurea. Sì, perché dopo la laurea mando TUTTI  affanculo, a partire da chi non conosce questi problemi e, quindi, parla a vanvera e critica. Andatevene a ‘fanculo, ma tipo ora: aspettare luglio è troppo.
E dopo questo sfogo personale, utile anche per riempire un po’ il post: due band.

BLUE HAWAII si sono formati nel 2010 a Montreal e il loro secondo album prende il nome di UNTOGETHER.
L’album presenta elementi tipici della corrente chillwave \ dream-pop, tra cui sonorità decisamente più  sperimentali che mettono in rilievo e danno maggior efficacia a quella voce femminile così lieve e dolce.

http://www.youtube.com/watch?v=NmW-0lJzoEY
Un buon album per chi ama queste dolci atmosfere sognanti e surreali, nonché suggestive, ma allo stesso tempo quasi palpabile. Un album solido.

Tracklist:

1. Follow
2. Try To Be
3. In Two
4. In Two II
5. Sweet Tooth
6. Sierra Lift
7. Yours To Keep
8. Daisy
9. Flammarion
10. Reaction II
11. The Other Day

Se, invece,  non apprezzate al massimo band di questo genere, buttatevi sulla musica British: ok, questi non saranno proprio britannici, ma il loro stile riprende proprio quel genere.

http://www.youtube.com/watch?v=WTgNO9AGOF0

The Jam, Small Faces, The Who e i più attuali The Moons: anche questi The Sha La La’s fanno parte dell’ondata Mod Revival -del-revival-del-revival- e non posso non consigliarveli.

https://www.facebook.com/TheShaLaLas?fref=ts

The Beat Movement, Cold Cave e…

Non aggiorno il blog da circa un mese, ma tremate perché presto ritornerò a scrivere “recensioni” e cose del genere sul blog (haha): in questo periodo, a parte esami e problemi di vario genere, non ho avuto proprio tempo.
Piccolo riassunto delle puntate precedenti:

1. Sono stata al Rock en Seine per il secondo anno consecutivo e anche quest’anno ho apprezzato molte band e l’organizzazione del festival parigino. Le recensioni, le foto e qualche video potete trovarli ancora una volta su Radionation (Uno, Due e Tre).

2. Ho avuto modo di ascoltare molto velocemente qualche nuova band, ma nessuna di queste mi ha colpito particolarmente: l’unica band, di cui spero di parlare in maniera più dettagliata in futuro, viene dalla Scozia, riprende band come Small Faces, The Jam e The Who (non schifezzuole a caso eh) e si chiama The Beat Movement.

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Ringrazio Warren Peace del programma radio “We Are the Mods!” per avermeli fatti conoscere.

3. Il nuovo album dei Muse è… Non è per me, ma per chi ancora ha voglia di seguirli (io no, ho già dato).

4. E’ ritornato sulle scene un tizio che, anche durante l’estate, porta anfibi e giacca di pelle: Wesley Eisold a.k.a Cold Cave. E’ uscito questo nuovo singolo “A Little Death To Laugh” che mostra coerenza nei confronti dei brani di “Love Comes Close” e “Cherish the Light Years”(qui): timbro profondo e cupo del vocalist, sonorità che riprendono new\dark-wave e post-punk britannico di metà anni ’70 e un’atmosfera inquietante.

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Get Well Soon – The Scarlet Beast O’ Seven Heads

Il senso di colpa: ecco perché voglio assolutamente parlarvi di quest’artista incredibile, autore del progetto Get Well Soon.
Perché mi sento in colpa? Perché sono stata al Rock en Seine e invece di correre da lui, il venerdì pomeriggio prima dei Bloc Party, mi sono bloccata a scolarmi una caraffa di vino. E in sottofondo, mentre la pioggia pomeridiana faceva ubriacare un bel po’ di persone, chi c’era?
C’era il creatore di questo progetto, Konstantin Gropper, accompagnato da un’orchestra.
Lui, sotto alla pioggia e con l’orchestra, mentre io mi scolavo del vino: un momento davvero suggestivo, ma se avessi vissuto il concerto sotto alla pioggia, credo, sarebbe stata un’esperienza mistica.
Solo ascoltandolo in lontananza avevo brividi,  quindi non vedevo l’ora di tornare a casa e di dedicarmi il suo terzo album “The Scarlet Beast O’ Seven Heads”.

 

E Konstantin ritorna sulle scene dopo “Rest Now, Weary Head” You Will Get Well Soon!” (2008) e “Vexations” (2010) con questa nuova uscita discografica che, anche questa volta, è piuttosto affascinante e variopinta.

GWS

Konstantin plasma degli arrangiamenti che, canzone dopo canzone, tendono a sublimarsi e raggiungono un mondo idilliaco, poetico e favoloso, nonostante la presenza di elementi piuttosto contrastanti e in continua trasformazione: questo miscuglio meraviglioso di strumenti, infatti, crea parecchi effetti sorpresa che lasciano l’ascoltatore senza parole e con la voglia di riprendere la traccia dall’inizio per cercare di comprendere il messaggio che l’artista vuole trasmettere.
Konstantin Gropper si comporta come un artista completo e innovativo che non realizza “solo” musica, ma dipinge delle vere e proprie immagini musicali e opere d’arte che riescono a sconvolgere chi le sente.
Questo giovane ragazzo di Berlino propone delle opposizioni tra tracce più leggere, sognanti, da fiaba e altri pezzi leggermente più inquietanti, ma comunque dotati di un certo linguaggio poetico ricco di enfasi: “The Scarlet Beast O’ Seven Heads”,  infatti, potrebbe essere la colonna sonora ideale per una favola, ma, ovviamente, non vi sto a rovinare il gran finale…

Tracklist

Prologue
Let Me Check My Mayan Calendar
The Last Days Of Rome
The Kids Today
Roland, I Feel You
Disney
A Gallows
Oh My! Good Heart
Just Like Henry Darger
Dear Wendy
Courage, Tiger!
The World’s Worst Shrink
You Cannot Cast Out The Demons (You Might As Well Dance)

Echo Lake: Wild Peace

L’invasione della dream pop e della shoegaze continua e, questa volta, con l’album di debutto “Wild Peace” della band inglese, di Londra, Echo Lake.

La band capitanata, per così dire dato che la voce resta in secondo piano, da Linda Jarvis propone un genere sentito e risentito all’infinito, in cui un vortice di chitarre sono unite a linee di basso profonde e sensuali e a qualche synth: il risultato è quell’atmosfera surreale e suggestiva tipica del genere.

La vocalist, quindi, ha il ruolo di sottofondo e supporto a queste armonie strumentali dettate dall’inconscio del songwriter e multistrumentista Thom Hill, ma questo non significa che sia meno importante: Linda Jarvis riempie le sonorità grazie a questo suo stile di canto che si avvicina a sussurri e a eco.
Niente di nuovo quindi, anzi l’ennesimo gruppo che ama trattare quel genere, ma, nonostante tutto,  gli Echo Lake realizzano un album “pieno” e delizioso, in cui la bellezza e la forza suggestiva della strumentazione entrano in contrasto con l’aspetto selvaggio, ma pur sempre affascinante, di quel mondo surreale e lontano in cui ci trasporta la band.

Tracklist:

01 – Another Day
02 – Breathe Deep
03 – Wild Peace
04 – Even the Blind
05 – Monday 5AM
06 – Young Silence
07 – In Dreams
08 – Last Song of the Year
09 – Swimmers
10 – Just Kids

E massimo supporto a questa giovane band che, in un momento come questo, ne ha proprio bisogno:

http://pitchfork.com/news/46963-rip-echo-lake-drummer-pete-hayes/

Netherfriends – Middle America

Dopo la pausa di riflessione mi sono decisa ad aggiornare questo blog e, in parte, lo devo a questo progetto solista di Shawn Rosenblatt, in arte Netherfriends, che unisce le sue due grandi passioni nell’album di debutto “Middle America”: musica e viaggi.

Shawn, infatti, attraversa gli Stati Uniti e ce li trasmette grazie alla sua musica incantatrice che, inevitabilmente, ci permette di viaggiare con la mente.
“Middle America” delinea in maniera dettagliata il paesaggio e i luoghi attraverso i quali è passato quest’artista solista che, attraverso note di lo-fi, di indie pop e dettagli folcloristici, li esalta andando ben oltre a un semplice diario di viaggio: la musica di Netherfriends, insomma, esprime ciò che una parola scritta non riesce.
Arrangiamenti chiaramente pop che vengono mescolati a qualche sonorità lo-fi, dream e piccoli riferimenti “elettro” che ricordano le canzoni più delicate di Crystal Fighters e Trophy Wife.
Un progetto preparato nei minimi dettagli che brilla per innovazione e, allo stesso tempo, per chiarezza e semplicità.

Tracklist

01 – St Louis, MO
02 – Bloomington, IN
03 – Columbus, OH
04 – Kalamazoo, MI
05 – Des Moines, IA
06 – Madison, WI
07 – Chicago, IL
08 – Rapid City, SD
09 – Omaha, NE
10 – Minneapolis, MN
11 – Fargo, ND
12 – Lawrence, KS