Paradise Not Lost It’s In You

“Under the Westway” dei Blur dà il titolo all’ultimo post di questo 2012 tremendo: il post dei concerti più belli che ho vissuto proprio durante l’anno.
Mi scuso in anticipo per le cose insensate che scriverò, a causa di ricordi e “varie ed eventuali” personali che vagano tra famiglia, salute ed università.
Basta baggianate e basta farsi venire in mente pensieri deprimenti: iniziamo con ‘sto post, così, finalmente, riuscirò a dormire almeno… Uhm, 5 ore?

Is Tropical
S.C.U.M.
Ed Laurie
Pterodactyl
Josh Beech
Polarsets
Sonny and the Sunsets
Still Corners
Slow Magic w/ Selebrities
Xiu Xiu
A Place To Bury Strangers
Subsonica
Cloud Nothings
M83 w/ Man Without Country
Tribes
Paul Weller
Pulp
Kasabian
The Stone Roses
Marivaux
Blur
The Specials
New Order
Bombay Bicycle Club
Placebo
Bloc Party
dEUS

Noel Gallagher (x2)
The Dandy Warhols
Social Distortion
The Beach House
Green Day
Jake Bugg
Japandroids
Tim Burgess

Meno concerti e gruppi visti rispetto allo scorso anno, ma sicuramente migliori e di maggior intensità: sia da sola che in ottima compagnia.

Proprio quest’anno mi sono decisa di andare a rivedere, per la decima volta, uno di quei gruppi che ascolto da almeno dieci anni, nonostante non abbia la minima idea di cosa abbiano combinato negli ultimi 2-3 album: i Subsonica all’ Unipol Arena di Bologna.
Mi è andata piuttosto bene, dato che li ho beccati proprio in quella serie di concerti dedicati al loro primo album, e quindi ho davvero apprezzato la scelta della scaletta, a parte qualche traccia di cui non conoscevo nemmeno l’esistenza.
Ottima band live, come al solito, capace di portarsi dietro un pubblico variopinto sia per quanto riguarda l’età sia per i gusti musicali: i Subsonica sanno sempre come comportarsi su un palco, grazie alle loro capacità ed esperienza. Non deludono MAI.

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Il personaggio, l’essere divino, che vedete nella foto sovrastante non è un Umpa-Lumpa, nonostante il colorito arancione-lampadato: è il MODFATHER, il padre fondatore del Mod Revival, conosciuto anche come Sir. Paul Weller.
Questo grandissimo cantante, nonché ottimo polistrumentista, mi è piaciuto davvero tanto a Ferrara poiché in grado di suonare\cantare qualsiasi cosa.

A proposito dell’ottima compagnia di inizio post, direi proprio che uno dei migliori è stato quello del 13 luglio ad Azzano Decimo: i Pulp, quasi a un anno esatto dopo averli visti per il concerto-reunion a Hyde Park.

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Il viaggio è stato esilarante, a parte l’autista schizofrenico che si ascoltava la Pausini e che, a un certo punto, pensavo ci uccidesse uno a uno.
Nessun dubbio sui Pulp che si confermano una delle mie live band preferite, anche perché Sir. Jarvis Cocker mostra sul palco le sue doti teatrali e la sua forte sensualità, grazie ai suoi balletti da spogliarellista, nonostante qualche nota non presa e l’età: lui ha 49 anni, ma uno di 20 anni non riuscirà mai a reggere un ritmo del genere.
Concerto davvero divertente, molto più intimo rispetto a quello di Londra e con gente fantastica (poi quell’abbraccio su “Bar Italia”. EH).

E’ il turno di un’altra band inglese: The Stone Roses.
Non sono riuscita ad andare a  Manchester, ma mi sono accontentata di Milano: odio quella città, ma per band del genere cerco di tenere l’odio da parte e via.

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Pensavo peggio, come ad esempio le “leggendarie” stonature di Ian Brown nel corso del live, invece, grazie anche al supporto dell’ottimo back vocalist, alla batteria, Reni, devo ammettere che non è stato così terribile.
L’atmosfera regalata da queste canzoni è davvero surreale, suggestiva e sognante. Ma ci voleva qualche droga in corpo per viverlo meglio.

Della serie: “Ma chi se lo aspettava di vedere un concerto così emozionante!”; in questo post non possono mancare i Placebo.
Li avevo sottovalutati davvero tanto per vari motivi: 1. Brian Molko ha le mestruazioni e se salta anche ‘sto concerto lo ammazzo; 2. non c’è più il vecchio batterista, quindi boh; 3. c’è sempre stata la rivalità muse-placebo, quindi se ho preferito andare a vedere i muse piuttosto che i placebo ci sarà stato un motivo (vedi 1. e mancanza di materia prima per entrare ai concerti).

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Quanto mi sbagliavo. Brian Molko, nonostante il mal di gola, ha dato il massimo al Rock en Seine. E il batterista? Steve Forrest dei Placebo è un MOSTRO DI BRAVURA. E Stefan? Che figo, si voleva ingroppare il basso. E no, non sono in 3 sul palco: il solito trio è accompagnato da una banda (4-5, se non ricordo male) di strumentisti che danno maggior energia alle canzoni dei Placebo.
Una band che lascia senza fiato: e pensare che Brian Molko non era al 100%!

Restando al Rock en Seine, un altro bel concerto che mi sono goduta è stato quello dei dEUS.

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Una band che fa bagnare, in particolar modo grazie al loro frontman Tom Barman che sprizza sesso da tutti i pori: è un uomo sensuale che non solo si muove benissimo sul palco, ma riscalda, grazie a un timbro vocale decisamente affascinante e coinvolgente.

Sessanta-che? Non è l’età che mostrano su un palco i The Specials.

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Ce ne fossero di musicisti come loro.
Una band che mi ha riportato, con la mente, indietro di qualche anno e che mi ha fatto ballare dall’inizio alla fine. Divini.

(Ancora inglesi, ma si può?)
Anzi, questa volta è solo uno l’inglese e temo di essermi innamorata follemente: il suo live ne è stata la conferma.
Sto parlando di Tim Burgess, la voce dei The Charlatans.

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Il sonoro silenzio gli fa da sottofondo e lui, con questo registro di voce regolare, basso e piuttosto intenso, si mette lì sul palco, come se fosse un ragazzino al suo primo concerto.
Anche lui ha 40 anni e si comporta così sul palco per dare maggior rilievo alle sue canzoni: è affettuoso.
Stavo per piangere alla prima traccia “Tobacco Fields”, peccato che c’erano due tizi che, per almeno dieci minuti, hanno parlato dei cuscini del loro divano: ma andare a fare la fila da Ikea, no?
Per un concerto di Tim Burgess, ma in realtà per ogni concerto che si va a vedere, occorre davvero starsene zitti: la sua voce immersa nel silenzio è una delle due cose più emozionanti e commoventi che abbia sentito quest’anno.

L’altra cosa emozionante e commovente è…
Potete immaginare.
Voglio dire: sono andata a Londra per loro; ho dormito 3 ore e mi sono svegliata alle 6.30 per prendere la metro fino a Hyde Park Corner; mi sono sorbita gente inutile nell’attesa prima che aprissero i cancelli; mi sono sorbita i Bombay Bicycle Club che non c’entravano niente coi gruppi dopo (bravini eh, ma per niente adatti a un concerto del genere); ho rotto le mie scarpe preferite e ho camminato praticamente scalza per Londra; avevo una voglia assurda di bere birra, ma dovevo stare lì attaccata alla transenna perché ero davanti.
Poi sono saliti loro e ogni pensiero si è placato, sono rimasta paralizzata e mi sono ripetuta almeno venti volte che non era vero e che tutto il live era frutto di qualche strana sostanza presente in quei cioccolatini che venivano dati dalla security prima che entrassimo.
Mi è capitato più volte, quest’anno, di ripetermi “non ci posso credere”, sia per una cosa che mi ha sconvolto la vita in senso negativo (e ormai è pensiero fisso tutti i giorni, o almeno 5 giorni a settimana e a distanza di 8 mesi non mi è ancora passata), sia per questo concerto dei Blur (avevate dubbi?!).

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Andare da sola mi ha fatto proprio bene: mi ha fatto riflettere su tante cose. Uno va ai concerti  per provare emozioni: io sono andata lì per sfogarmi, per non pensare, per far sì che qualcosa dentro di me cambiasse e diventasse un sentimento positivo.
E, in fondo, è stato proprio così: quando penso e parlo di quel concerto, arriva la logorrea e ancora mi vengono fuori emozioni che, magari, a Hyde Park non ricordo.
Potrei dire che è stato epico, ma non so proprio come descrivere quello che mi hanno fatto sentire i Blur: è stato stupendo cantare in metro “Tender”, mangiare il riso con-chissà-cosa-di-cinese-dentro alle 4 di notte, camminare per Londra scalza, abbracciarmi la transenna (sì, abbracciare: avete presente quando viene il mal di stomaco e vi piegate in due dal dolore? Ecco, a me non faceva male lo stomaco ma è stato un gesto spontaneo) per l’emozione, vedere i Blur sul palco.
Forse se ho provato tutte queste sensazioni, così confuse ma vere e reali, non sono così male (ma va là: la miglior band che abbia mai visto e sentito live!).

E…

Buoni propositi per il 2013:

1. Non scrivere troppe cattiverie sui gruppi italiani, sui gruppi hipster, sugli hipsters, sulla gente che segue e che va a X Factor, sulla gente col “palo-dietro”;
2. Evitare di parlare da sola, lanciare accidenti ed offendere la gente nei cessi del covo;
3. LAUREARMI E SCAPPARE DA ‘STO PAESE DI PUPÙ;
4. Perdere tra i 10 e i 12 kg e andare in palestra;
5. Non considerare pensieri superficiali e lasciare andare senza 2.;
6. Bere di meno;
7. Scrivere di più;
8. Andare a vedere i Blur al Primavera;
9. Andare a vedere i Blur al Werchter;
10. Trovarmi un amante (non un moroso, UN AMANTE) inglese e musicista (tamburello incluso, ma rigorosamente no hipster, no indiii, no folk: un Paul Weller da giovane va benissimo).

 

Quasi dimenticavo: buon anno!

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[Questa non è una recensione] Kasabian (?) @ Ferrara sotto le Stelle (????)

Perché brutti coglioni infami vi mettete a urlare “Oasis, Oasis!” a un concerto dei Kasabian?
Perché?
Perché voi ragazzine, invece di venire ai concerti dei kasabian giusto perché impazzite su quell’inutilità di “Goodbye Kiss”, non ve ne state a casa a fare i foto-montaggi coi cuoricini sulle immagini di Tom Meighan?
Perché voi che vi scandalizzate per una bestemmia e sembrate delle povere timorate di dio, con una scopa in culo, non ve ne restate in convento?
Perché tizio devi tenere il colletto della lacoste alto? Dai, non fare il tamarro. In nome del Britopop abbassati quel colletto.
Perché mentre mi ammazzavo sui Kasabian pensavo ai Pulp?
La risposta c’è: cantavo, ballavo e mi prendevo mazzate sui kasabian, ma avevo i Pulp e i balletti sconci di Jarvis Cocker ancora davanti agli occhi.
No, ma sono stati bravi i Kasabian. Sempre carichissimi, anzi: ogni volta che vado a vederli in concerto vanno oltre, sono sempre meglio. Un live meglio di quello precedente, nonostante da brava indie-snob preferisca la roba vecchia e conosca a malapena i singoli di “Velociraptor!”.
Forse, però, dovevo vedere Pulp – Kasabian a qualche giorno di distanza, anche perché ricordo poco-niente dei Kasabian (a parte l’essere uscita dalla seconda fila in uno stato trasandato).
Se ero così messa male, forse, sono stati proprio bravi Sergio e compagnia.
Sì, Sergio perché era colui che il pubblico chiamava di più, anche se Tom Meighan ha cercato di attirare l’attenzione con dei balletti che… Ehm… No, tesoro mio, non sei Jarvis Cocker: se tu balli così, mostrando la panza-dovuta-alla-fame-chimica, la gente si mette a ridere.
Sei figo lo stesso, Tom Meighan.
Sei figo perché sei fottuto, alla fine sei anche divertente e, a quanto pare, tirare coca non ti fa così male.
E ridi. E fai ridere. E rompi le palle a Serge. E spari un “fuck off” dietro l’altro. E fai i cuoricini (sei proprio fottuto). E… E canti. Canti. “Canti”.
Ma preferisco Serge quando canta, decisamente. Poi Sergio è il lato dolce e tenero dei Kasabian, almeno come personalità dato che come musicista è un folle.
E adoro anche il vostro chitarrista, Jay o il “hey you”, che lancia una decina di plettri a fine concerto.
La coppia “Vlad the impaler – Fire” è la morte.
Concerto bello carico di adrenalina.
Ma i Pulp, ecco… Sono e saranno sempre oltre. E hanno passato i 40 da un pezzo.

 

Qui c’è la recensione dei Pulp, almeno potete capire tutta la follia di questo post.

Anche perché:

Do you remember the first time?

L’ultimo giorno di Wireless Festival a Londra, ovvero il 3 luglio quando sul palco principale, come headliner, ci sono i Pulp.
Al Wireless ho speso 40£ di alcool e ho vissuto in tutti i sensi la parola “festival”, a parte il non aver nuotato nel fango tipo Glasto perché a Hyde Park la situazione era decente.
Festival organizzato benissimo con tanti cessi pubblici tenuti puliti da vari omini in giro, tanti bar con ogni cosa da bere \ mangiare e 4 PALCHI.
Ve lo ripeto: 4 PALCHI. QUATTRO PALCHI. FOUR STAGES. Q-U-A-T-T-R-O P-A-L-C-H-I: uno è per le band indie che più indie non si può, dove ci sono solo parenti e amici a guardare; il secondo è quello delle band che stanno per compiere il grande passo (a parte la cazzata di aver messo i Cut Copy in mezzo, che sono già avanti anni luce ad altre band tipo i Summer Camp); il terzo è quello delle band adolescenziali o alcune band “perché cazzo non sono sul main stage?!” (Foals \ Naked and Famous); il quarto è proprio il Main stage.

La prima band che ho visto è stata quella del duo Summer Camp, ciò che da ottobre sarà una tra le nuove rivelazioni indie \ pop per molti.

Una band per adolescenti: lei si crede una pin-up alla quale passa per la testa “ce l’ho solo io e voi altre donne siete inutili”; lui è timidino, calmo e mantiene la concentrazione anche quando la sua collega gli si struscia addosso.

Le canzoni trattano di ammmore e amicizia, mentre le melodie proposte, che ricordano un po’ i Best Coast, sono serene e coinvolgenti: non sono male, ma sono la solita band indie pop per ragazzini. Una band uguale a tantissime altre e l’unica cosa che rende particolare questo duo è la voce della frontwoman, molto intensa e che arriva in alto.
Una band che deve crescere tanto, musicalmente e non: 6,5.

Resto ancora nel Pepsi Max Stage ad aspettare la seconda band, di cui amo tanto il loro album: Yuck.
Tutti hanno parlato bene di questa band, quindi l’unica cosa che serve per dare conferma di ogni parola spesa su di loro, tra recensioni e simili, è proprio un live.

Gli Yuck sono l’amore; ti fanno piangere,ballare, saltare, gioire, dimenticare tutto. Gli Yuck sono spettacolari.
Melodie dolci e pop si mescolano ad altre più garage e danzerecce sulle quali è impossibile stare fermi. Il loro frontman Daniel, ex Cajun Dance Party, è un ragazzino timidissimo con una buona voce e una deliziosa attitudine nei confronti del pubblico, che risponde con applausi interminabili e da pelle d’oca all’esibizione della band. 7.5
Il pubblico è uno degli aspetti “meraviglia” del festival, ma magari ne parlo meglio alla fine.

La terza band la avevo già vista al covo 3 anni fa: Metronomy.
I Metronomy si presentano con una line-up nuova, completa e adatta sia per i pezzi nuovi che per quelli vecchi.

Per i Metronomy ricordo solo degli spezzoni, dato che l’alcool si è sostituito bene agli altri liquidi in corpo: ricordo delle line di basso profonde che hanno fatto vibrare il terreno; ricordo note psichedeliche grazie alle tastiere e altra roba elettronica; ricordo di aver ballato e cantato come una scema su “A Thing For Me” e “Radio Ladio”.
Ero presissima dal delirio (e dall’alcool) ma i Metronomy live sono davvero spaventosi, soprattutto con questa nuova formazione. 7.5

Mi allontano dal palco principale per andare a vedere qualcuno di più sconosciuto (in realtà per prendere ancora da bere e vagare senza meta in giro per Hyde Park).
Mi capitano i “The Sounds”, la band che aprirà poi ai Cut Copy. La frontwoman è in pieno delirio, il tendone in cui suonano è pieno di gente incuriosita.
Il loro sound è energico, del genere indie-elettro e davvero coinvolgente.
Alcool a parte mi metto a ballare come una scema, catturata dalla musica e dall’energia proveniente dal palco. 7

Mi sono persa gli Horrors, ma li vedrò al Rock en Seine. Quel che è peggio è l’essermi persa i Tv on the Radio per avere la prima fila dai Foals e subirmi i The Pretty ‘Staminchia \’Stocazzo.
Torno al Pepsi Max Stage per vedermi i The Naked and Famous.
Su album anche questa band mi piace tanto e anche dal punto di vista live non hanno deluso le mie aspettative.
Sono indie-elettro pure loro e le due voci (Alisa e Thom), che si alternano decentemente tra le varie canzoni, fanno cantare tutti, ma proprio tutti, i ragazzi delle prime file la cui età media è di 15-16 anni (mi sentivo una vecchia coi miei 23 anni).

I The Naked and Famous sono danzerecci, allegri e non sbagliano niente: sono davvero bravi e presentano melodie pop serene e coinvolgenti sulle quali è davvero impossibile stare fermi.
C’è un “ballo leggermente scatenato”, non pogo perché è minimo, tra le prime file e tutte queste sensazioni sono davvero piacevoli.
Gran bel concerto e, ci tengo a ripeterlo, gran bel pubblico. 7.5

The Pretty ‘Stocazzo: mi sono persa i Tv on the Radio per poter aver la transenna per i Foals. Me ne pentirtò amaramente.
Avete presente le band costruite da capo a piedi? Eccola qui. Prendete 3 metallari cacciati via, perché non sanno suonare e quello che conta è avere occhiali da sole, giacca di pelle e capelli lunghi, da band metal che, a loro volta, non sanno mettere in ordine 2-3 accordi. Se questi tre strumentisti sono stati cacciati via da band del genere, che non hanno mai concluso niente, potete immaginare chi\cosa abbiamo davanti: costruiti e senza un briciolo di personalità perché preferiscono copiare altri.
Costruiti e senza un briciolo di personalità: un po’ come questa ragazzina-zoccoletta di 17 anni che si presenta sul palco con una maglia dei Metallica (ma li conosce per davvero?) un po’ lunghina e che, per far contenti i moccioselli segaioli, si alza per mostrare gli slip neri. Tra le mani sulle orecchie e ripetendomi un continuo “sono qui per i Foals”, questa roba passa in fretta e finalmente finisce.

Foals: prima fila centrale davanti a (il mio) Yannis, transenna conficcata tra le tette (povere loro \ povera me) e tante botte.
Dopo l’ennesima esperienza coi Foals, ho capito che sono groupie di una band, questi cinque qui di Oxford, alla quale urlo zozzerie di ogni tipo (in italiano ovviamente).
Il concerto dei Foals sarà devastante: il pubblico inglese è bello caldo.
I Foals si presentano sul palco esattamente come a Bruxelles: Edwin e Jimmy, Jack e Walter (Valter) e Yannis, con polo bianca della Fred Perry, molto più magro e con jeans skinny ( = addio ai miei ormoni), con bottiglia di whiskey. Ciao.

Nonostante qualche problema tecnico tra chitarra\pedali di Jimmy e batteria, che probabilmente portano via qualche canzone in più nella setlist, i Foals regalano un concerto entusiasmante e perfetto.
Alla fine di “Red Socks Pugie”, Yannis scende per salutare noi del pubblico e quando mi passa davanti gli rivolgo un saluto personale che consiste in una mano sul braccio (possente e sudaticcio) e un “Yannis ti violento”.
Io l’ho detto che quando ci sono i Foals non sono io, c’è un’altra me a quanto pare. Questa non sono io. No. Io non sono così in realtà, cerco di contenermi sempre durante i concerti.
Comunque i Foals sono sesso e mi stuprano durante questo live: sono preissima dalla loro musica, mi schianto ripetutamente sulla transenna e urlo come se avessi un orgasmo intemrinabile. Questa non sono io, è l’altra me che è meglio non incontrare. Proprio durante questi istanti vedo Dave Ma che mi scatta una foto.

Credo che questo sia il mio sinonimo di concerto ideale, lividi da stupro compresi. Loro sono perfetti, entusiasmanti e l’energia che trasmettono su “Electric Bloom” e “Two Steps Twice” è incontenibile ed esplode quando meno te lo aspetti.
Rabbia, gioia e improvvisazione spaventosa: mi siete mancati Foals, peccato aver lasciato lì sulla trasnenna tette, braccia e gambe (attualmente coperti di lividi verdi\blu e graffi).
8.5

Pulp. Ero andata a prendermi l’ennesimo bicchierone di sidro, quando, tutto ad un tratto, sento un boato accompagnato dalle prime note di “Do you remember the first time?”.
Io non so contro quanta gente abbia sbattuto, quanto sidro mi sia caduto e in che situazione fossi messa (finito il live dei foals, barcollavo e sentivo dolori un po’ ovunque), fisicamente e psicologicamente.
Mi butto in mezzo e vedo un Jarvis Cocker in ottima forma sul palco. Facendomi cadere il sidro addosso inizio a ballare\urlare\cantare. Ciao, sono a un concerto dei Pulp. Sono AL CONCERTO dei Pulp.
Jarvis Cocker: io voglio un uomo così quando avrò 40 anni.
Sul palco non abbiamo un semplice cantante o un frontman: c’è un intrattenitore, un comico, un attore che recita perfettamente una parte sull’incredibile “This is Hardcore”, un’altra totalmente differente mentre strimpella le note delicate di “Something Changed” e via dicendo sulle altre tracce.
Il singalong continuo e inarrestabile che si estende per tutto Hyde Park, la musica perfetta dei Pulp sul palco e le atmosfere che si vengono a creare, rendono questo concerto unico e indimenticabile.

Cazzo, sono i Pulp.
Sono i Pulp, anche perché Russell Senior al violino fa sognare ed emozionare.
Inutile dirvi cosa è successo alla fine, quando inizia “Common People”. Inutile divi come la gente si è scatenata e ha urlato fino all’esaurimento, quando magari era già esaurita \ sfatta a causa dell’intero festival. Inutile dirvi cosa altro ho visto e soprattutto vissuto durante i Pulp. Se non eravate presenti al Wireless, non potete minimamente immaginare le 47000 persone che ballano\cantano\urlano e si emozionano per un’ora e mezza circa tutte insieme, mentre i PULP suonano ed improvvisano sul palco di Hyde Park.
I Pulp non li valuto nemmeno, poiché quello che hanno fatto e regalato a noi del pubblico non riuscirà a farlo nessuna band del 2000.
E la sottoscritta, al Covo, ballerà da settembre in poi “Common People”, o “Babies”, o “Disco 2000”, in maniera totalmente differente.

Voto 9 al pubblico: un singalong continuo, soprattutto su Yuck, Naked and Famous, Foals e sui Pulp, quando c’è stato il delirio assurdo vissuto da migliaia e migliaia di presenze.
Pubblico giovanissimo sulle band del Pepsi stage che non superava i 16 anni di età nelle prime file: questo per dire come cambia la cultura musicale dall’Italia all’Inghilterra.
Pubblico malato sui Foals, ma decisamente più educato e meno violento di quello italiano (testata con un ragazzo a parte durante i foals, ehm). Un pubblico bello caldo e che ha reso questo festival ancora più entusiasmante: tutti quegli applausi sugli Yuck erano da pelle d’oca. Un pubblico curioso che valuta prima di giudicare e che fa sentire a proprio agio le band.

Sicurezza: 8.5. acqua ogni volta che ne avevi bisogno. Oltre all’acqua, mi sono venuti a chiedere più volte, durante i foals, se stavo bene (no, non stavo per niente bene psicologicamente; ma fisicamente…ehm…); una security che ti viene ad aiutare e dice agli energumeni di smetterla se questi cercano di passare davanti uccidendoti di calci nelle gambe e pugni sulla schiena.

Voto all’organizzazione: 8.5. Le bottigliette entrano.Puoi prelevare dai vari bancomat a disposizione. Puoi mangiare ogni cosa grazie ai vari punti di ristoro e puoi bere qualsiasi cosa. Puoi fumare qualsiasi cosa, ma non ovunque. Puoi svaccarti tranquillamente. Puoi incontrare chiunque. 4 cazzo di palchi e tante band da vedere.
Proprio come in Italia eh…