The Last Shadow Puppets

 

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Passano i mesi e ci si accorge che si ha ancora bisogno di scrivere di un determinato argomento: la musica.
Rispetto agli album, poi, preferisco parlare di ciò che vedo e sento: solo in concerto, una band mostra le sue vere capacità.
Chi si esprime molto bene live sono proprio i Last Shadow Puppets di Alex Turner e Miles Kane, visti in concerto martedì 5 luglio nella bellissima cornice di Piazza Castello a Ferrara.
Non ho scritto dell gruppo in apertura (gli Yak) semplicemente perché non li ho seguiti, ma, fortunatamente, ritorneranno in Italia tra qualche mese: fanno tantissimo casino (un Garage-Punk crudo con evidente riferimento al Noise) e sono davvero coinvolgenti.

Su Lost In Groove, intanto, trovate la mia recensione:

The Last Shadow Puppets @ Ferrara

 

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Crocodiles live @ Covo Club

Dopo tantissima pallavolo, si ritorna ai concerti.

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Venerdì 24 ottobre sono andata al Covo Club di Bologna per rivedere, per la sesta volta, i Crocodiles di Charles Rowell e Brandon Welchez.
La breve recensione potete leggerla su RADIONATION

Franz Ferdinand & The Cribs @ Ferrara Sotto Le Stelle. – RadioNation

http://www.radionation.it/2014/08/02/franz-ferdinand-the-cribs-ferrara-stelle/

Altro concerto figo, altra recensione. Questa volta i protagonisti sono i Franz Ferdinand che ho avuto modo di rivedere a  Ferrara, venerdi 1 agosto.

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Damon Albarn e il tocco gelido della Morte.

Il titolo di questo post potrebbe essere legato a una nuova avventura di Harry Potter, ma questa volta il protagonista è proprio il cantante dei Blur.
Grazie a lui ho avuto delle allucinazioni spaventose non appena giunta in hotel, alla fine del concerto di Roma: nonostante tutto voglio troppo bene a Damon Albarn.

La recensione completa del concerto, però, la trovate su Radionation:

Damon Albarn live @ Auditorium Parco della Musica, Roma.

Ho deciso di postare il link sul mio blog, perché questo concerto mi ha riempito il cuore di gioia: lui è un artista al quale voglio veramente troppo bene, poi “Everyday Robots” è l’album per il quale sono in fissa da mesi.

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E niente, buona lettura.

(Prima o poi scriverò due righe sul concerto assurdo degli Is Tropical: anche loro visti a Roma, ma in una situazione totalmente differente…).

Craft Spells – Nausea

C’è una band che seguo ormai da 3 anni e alla quale sono un bel po’ affezionata, forse perché col frontman ho avuto modo di farci una chiacchierata piacevole prima di un concerto, oppure perché il chitarrista ha cercato di conquistarmi con un bicchiere di succo d’arancia alla fine dello show (ci è riuscito): Craft Spells.
La band di San Francisco torna dopo l’esordio “Idle Labor” (2011) e l’EP “The Gallery” (2012), di cui ho amato per mesi e mesi la seconda traccia “Warmth”.

I quattro ragazzi, capitanati da Justin Vallesteros, si presentano nuovamente sulle scene con “Nausea” e si sente come questo progetto coinvolga di più tutta la band e non solamente il frontman, nonostante sia sempre presente quel lato intimista tipico dei vocalist di questo genere.
Quindi, mi sembra giusto parlare di “Nausea” come un prodotto discografico completo dove strumentisti e vocalist si ritrovano in perfetta armonia.

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Le undici tracce presenti in questo nuovo album presentano tonalità malinconiche e un certo stato d’ansia, ma rivelano anche melodie rilassanti, atmosfere estive e sonorità più elaborate che ricordano altre band che si dedicano a questo dream-pop influenzato dal lato cupo \ new wave anni ’80 e dalla shoegaze (Real Estate, Cloud Nothings, Still Corners…): questo miscuglio di sensazioni, creato dall’arrangiamento, realizza un mondo fatato e suggestivo che, ascolto dopo ascolto, riesce a far crollare proprio quel sentimento di forte ansia che porta alla nausea.
Questa nuova uscita discografica svela il lato più maturo della giovane band: agli inizi della loro carriera non credo avessero in mente di inserire una scia di accordi al piano e di violini per dare maggiore intensità alle proprie tracce (“Komorebi”, ad esempio, rimanda subito alla magia dell’oriente e l’intro evocativa potrebbe far parte della colonna sonora di un film di Miyazaki).

I Craft Spells con il nuovo “Nausea” sono alla ricerca sia della loro maturità artistica sia di quel senso di evasione: in entrambi i casi, la band ritrova una certa stabilità in grado di risollevare gli animi e, dunque, riesce ad allontanarsi dalle ansie e dalle paure.
Un album perfetto per l’estate (“Breaking the Angle Against the Tide” in primis), pop e adatto a chi ama quella voce sussurrata che si perde in mezzo a una verve di chitarre e di tastiere.

Tracklist:

01. Nausea
02. Komorebi
03. Changing Faces
04. Instrumental
05. Dwindle
06. Twirl
07. Laughing For My Life
08. First Snow
09. If I Could
10. Breaking the Angle Against the Tide
11. Still Fields (October 10, 1987)

Nicole Willis & The Soul Investigators @ Off, Modena

Mi sento ignorante quando mi capita di assistere a concerti di band del genere, poiché, sfortunatamente, non vado spesso a vedere cantanti soul accompagnate da strumentisti che si dedicano al Soul-Funk revival con evidenti cenni vintage che rimandano alla Motown.
Sono le 22.30 di venerdì 16 maggio, è un po’ tardi, e aspetto la mia collega di bevute che venga a prendermi per andare all’Off di Modena: fortunatamente riesco ad arrivare in tempo e vedermi anche una parte di live dei Calibro 35.
Questa è una serata piuttosto inusuale per il locale di via Morandi, dato che proprio la band di Gabrielli è in apertura a Nicole Willis in compagnia dei suoi Soul Investigators.

Mi perdo la prima parte di concerto dei Calibro 35, band che avevo già visto circa 2-3 anni fa sempre in questa venue: la loro attitudine sul palco mi pare leggermente diversa rispetto a qualche anno fa, dato che mi danno l’impressione di essere più sciolti e variabili (magari è solo l’effetto del gin tonic).
Ovviamente, la loro musica è legata al genere poliziottesco e si può benissimo parlare di vera e propria colonna sonora: ci si tuffa direttamente negli anni ’70, anche se l’atmosfera è parecchio differente da quella che presenteranno gli headliner della serata.

Cenerentola a mezzanotte fa ritorno a casa, ma questa è l’ora perfetta per iniziare un concerto simile: la band di strumentisti The Soul Investigators introduce lo show con una opening strumentale pazzesca che fa quasi percepire quell’odore di talco su cui si scivola dolcemente e che ci riporta in una Detroit, o in una New York, inizio anni ’70, dove la lacca per alzare la cofana cotonata di capelli era d’obbligo e dove la voce era lo strumento perfetto per esprimere l’ineffabile e il sentimento più profondo.
Questa intro risveglia la vocalist Nicole Willis che inizia ad incantare i presenti con un colore vocale profondo e ricco di emozioni grazie alla seconda traccia dello show “Break Free”.

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L’atmosfera è calda, suggestiva e la pelle d’oca e i brividi lungo la schiena si provano a placare solo ballando, o, come ho già detto prima, ondeggiando ad occhi chiusi verso quel passato così intenso ed emozionante che solo una voce black-soul riesce ad esprimere.
La band che supporta Nicole è finlandese: è un po’ strano vedere un capellone (non mi sorprenderebbe se avesse un progetto parallelo e facesse metal) ai fiati che fa tanto di quel workout da far arrossire anche Jill Cooper e che si mostra più coordinato nei passi rispetto ad alzatore-centrale durante il primo tempo in una partita di pallavolo (esempio con Travica e Buti, se non avete idea di che cosa sia un primo tempo: https://www.youtube.com/watch?v=-HEDLhRge84).

Nel corso di questo live, voce e strumenti urlano insieme, si innalzano e incarnano perfettamente quello spirito vintage e, a volte, malinconico che, prima di oggi, ho avuto modo di sentire solo in occasione di qualche concerto di band che si dedicano al revival e tra i coristi dei Blur: questa sensazione di ricchezza sonora che Nicole Willis e i Soul Investigators regalano al loro pubblico è impressionante ed indescrivibile, anche grazie all’acustica dell’Off che fa la sua buona parte.
Il concerto passa velocemente tra ballate lente, brani sensuali, sfumature di jazz e tracce più movimentate con numerosi spunti funk; poi, dopo circa un’ora e un quarto di live, la band ringrazia e saluta il pubblico entusiasta, anche se il sogno di scivolare-ballare sul talco e di credere di essere da tutt’altra parte e in un’epoca differente da questa durerà almeno fino alle 3.30 di mattina.
Peccato solo che abbia distrutto le mie scarpe preferite, ma per un concerto simile ne è valsa la pena.

Live Review: Toy @ Covo Club

C’è questa intro strumentale che mi cattura e mi trascina quasi con forza in questo mondo psichedelico e surreale realizzato dai Toy.
Sul palco del Covo Club, venerdì 28 marzo in occasione della serata dedicata alle sonorità British (Cool Britannia), è il turno della band di Brighton capitanata da Tom Dougall.

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Dall’apertura strumentale fino al quinto brano della scaletta c’è questo ritmo costante e ripetitivo che caratterizza il lato più “oscuro” dei Toy: si denota, quindi, una certa “pesantezza” uditiva che, unita ad un particolare utilizzo delle luci (scure, ma sulle tonalità del blu, rosso, fucsia), crea una piccola scenografia in grado di descrivere visivamente la musica di questa band.
I Toy vagano tra il post-punk, dettagli shoegaze e tanta psichedelia: tra un genere e l’altro, il pubblico ondeggia e, per tutta la durata del live, resta come ipnotizzato da queste sonorità sempre più fragorose ed intense che coprono totalmente la voce del frontman (c’è anche il problema dell’acustica, quindi del cantato si sente giusto qualche vocale aperta e niente più).
Le chitarre, intanto, tendono a scontrarsi ed innalzarsi, anche perché l’intento principale della band è quello di creare un vero e proprio muro sonoro variopinto attraverso queste profonde atmosfere shoegaze.
Ma questo tipo di intensità, ad un certo punto, viene spezzata da canzoni pop con un’influenza più 60’s, da qualche tastierina à la Horrors, da chitarre più sciolte che ricordano i primi Strokes e qualcosina che riprende vagamente gli immensi Cure.

I Toy amano dare colore e diverse forme alla loro musica spaccando il live in due parti ben distinte: da un lato sono presenti sonorità più cupe e vigorose, mentre dall’altro compare questa “dolcezza” psichedelica che fa oscillare (o pogare, soprattutto tra le prime file) ancora di più i presenti.