Tim Wheeler – Lost Domain

Ci sono artisti che ti entrano nella testa e nel cuore lentamente e, ovviamente, te ne innamori: ti addormenti profondamente in loro “compagnia”, facendo cadere a terra il libro che stavi leggendo e lasciando accesa la luce calda della lampada sul comodino.
Alla mattina apri gli occhi, sei ancora avvolt* tra quelle note morbide e ti senti risollevat*.

Non ascoltavo una nuova uscita discografica da inizio settembre; l’ultimo album ascoltato è stato quel “El Pintor” degli Interpol che non ricordo nemmeno come sia.
In questo periodo della mia vita, piuttosto complicato e ricco di incertezze, però, ho ritrovato quella forza di scrivere e, soprattutto, quella voglia di sentire, farmi trasportare, ascoltare in silenzio e innamorarmi di un nuovo album.
Questa sera, quindi, si ritorna alla musica: “Lost Domain” di Tim Wheeler.
Dopo 6 album con gli Ash (“1977” e “Free All Angels” sono due album che ancora oggi riescono a farmi sospirare), ha inizio la carriera solista di questo frontman che ci rivela un lato più nascosto della sua personalità: ovviamente quello più intimista e malinconico, tipico da cantautore.

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La scelta di intraprendere una carriera solista non è sempre azzeccata, dato che molte persone, molti critici, molti fan tendono a fare paragoni proprio tra la band in cui suona\canta il nostro frontman e il “nuovo” personaggio; ecco perché vi avverto fin da subito: dimenticatevi di quel Tim che ci fa urlare una “Girl from Mars”, una “Burn Baby Burn”, oppure una canzone come “Kung Fu”; piuttosto, lasciatevi trascinare dall’intensità e dalle capacità di Tim Wheeler come singer-songwriter.
“Lost Domain” si apre con la traccia strumentale “Snow in Nara” e dalla seconda traccia in poi vengono alternati: ballate delicate, ricordi di famiglia (l’album è una dedica continua al padre di Tim), dolori, gioia, morte e malattia.
Tim Wheeler dimostra di essere un ottimo cantautore: i testi raccontano la sua vita, quella del padre e, nonostante vengano le lacrime agli occhi per tutta la malinconia-tristezza che rivelano, hanno una forza evocativa unica in grado di rendere visibili e palpabili le emozioni.
Il cantautore nordirlandese non si nasconde, anzi si sfoga e realizza un album davvero incantevole, grazie alle sonorità e alle sfumature suggestive regalateci dalla London Metropolitan Orchestra e alla collaborazione con Neon Indian.

Con questa nuova uscita discografica,il frontman degli Ash tenta di ricostruire il percorso dalla vita alla morte (del padre); per quanto riguarda l’arrangiamento, invece, fa riferimento a qualcosina di Beatles\McCartney (“Hospital”), oppure a qualche elemento che ricorda lo stile cantautorale di Neil Hannon (The Divine Comedy).
Tim Wheeler è un artista completo, maturo e competente: attraverso undici tracce struggenti, ma talmente coinvolgenti a livello emotivo da non riuscire a premere “stop” e continuare a lasciar “vivere” l’album in loop, riesce a far comprendere ogni aspetto, bello o brutto che sia, della vita, grazie alla sua scrittura esplicita e alla sua voce che, anche questa volta, riesce a farmi sospirare.

Tracklist:

1. Snow In Nara
2. End of An Era
3. Do You Ever Think of Me?
4. Hospital
5. Medicine
6. Vigil
7. First Sign of Spring
8. Vapour
9. Hold
10. Lost Domain
11. Monsoon

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Cold Cave + Nine Inch Nails @ Unipol Arena, Bo

Non sono abituata ad assistere a concerti che iniziano presto, ma alle 20 di questo afoso 3 giugno si entra alla Unipol Arena di Casalecchio per vedere Cold Cave in apertura ai mostruosi Nine Inch Nails.

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Il duo di Los Angeles, ovvero il frontman Wesley Eisold accompagnato da Amy Lee alle tastiere \ synth \ basi, è avvolto nel buio più totale, a parte qualche raggio luminoso improvviso e delle schermate sullo sfondo che caratterizzano una piccola, ma efficace, scenografia che si lega perfettamente alla musica dei Cold Cave.
C’è un evidente stacco tra le canzoni che fanno parte della compilation “Full Cold Moon”, decisamente cupa ed inquieta, rispetto alle tracce più ballabili ed entusiasmanti degli album precedenti, anche se il sound resta fisso su quella scia tra post-punk, new-wave e dark-wave (“Confetti”, “Love Comes Close”…).
L’atmosfera è davvero pesante, vedo qualche mossa di Wesley sul palco e il suo ciuffo che fa avanti-indietro; il rapporto col pubblico è distaccato, tipicamente americano, ma alla fine ci ci sono i soliti ringraziamenti e un “ci rivediamo ad ottobre” (sì, al Locomotiv).
Alla fin dei conti è un concerto decente, anche se il frontman ogni tanto stecca e il live è pieno zeppo di basi: preferisco una band al completo, piuttosto che sonorità registrate, ma valuterò meglio questo progetto tra qualche mese, proprio in occasione del loro live al Locomotiv.

L’opening di Cold Cave ai Nine Inch Nails, però, è perfettamente azzeccato: la dark-wave di Wesley e di Amy creano un’atmosfera che si ritroverà anche negli headliner.
Proprio da un ciuffo di capelli che sta tra new wave- dark wave e post-punk, si passa a cinque animali da palcoscenico che esplodono e passano da un genere all’altro: i Nine Inch Nails guidati da -ma-ha-davvero-quarantanove-anni-?- Trent Reznor.

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Premetto di conoscere davvero poco dei Nine Inch Nails, ma una band così completa, musicalmente e non, capita raramente di trovarla in concerto a Bologna.
La band di Cleveland inizia con una “calma” apparente, con quasi tutta la formazione (4/5) allineata e sotto una doccia di luci blu\violette: qualcosa non quadra, è tutto tropo tranquillo.
Dopo nemmeno tre canzoni, infatti, iniziano i fuochi d’artificio e l’intera Unipol Arena (band e pubblico) esplode in un ruggito potente e della durata di circa un’ora e quaranta.
Poco in forma per la prova costume? Ci pensa Trent che, per tutta la durata del concerto, dimostra di avere un timbro vocale sempre costante e travolgente, anche durante le sue lezioni di workout e di gag per avere glutei sodi e gambe snelle: trovarlo un frontman di quarantanove anni così in forma…
I NIN si caricano e travolgono, mentre una scenografia pazzesca segue alla perfezione questa esplosione di suoni tra post punk, dark wave, heavy metal e industrial: si ha quasi l’impressione di essere sospesi tra un rave e un concerto metal.
A rendere il concerto della band di Cleveland ancora più spettacolare è proprio questo fantastico sfondo visivo caratterizzato da giochi di luce in perfetta sintonia con la musica, in particolar modo con la parte ritmica basso-batteria, dei NIN: un vero e proprio show completo che coinvolge tutti i sensi e che, prima dell’encore, con “The Hand That Feeds” e “Head Like a Hole”, quasi ci acceca.
Dopo la brevissima pausa, la band torna sul palco e ci saluta con “The Day the World Went Away” e, infine, con la bellissima “Hurt”, cantata da tutti i presenti col cuore, grazie alla quale si ritorna alla realtà e si riacquista quel senso di calma iniziale.
Un concerto intenso, esplosivo, caldo e ricco di emozioni: uno show perfetto.

Craft Spells – Nausea

C’è una band che seguo ormai da 3 anni e alla quale sono un bel po’ affezionata, forse perché col frontman ho avuto modo di farci una chiacchierata piacevole prima di un concerto, oppure perché il chitarrista ha cercato di conquistarmi con un bicchiere di succo d’arancia alla fine dello show (ci è riuscito): Craft Spells.
La band di San Francisco torna dopo l’esordio “Idle Labor” (2011) e l’EP “The Gallery” (2012), di cui ho amato per mesi e mesi la seconda traccia “Warmth”.

I quattro ragazzi, capitanati da Justin Vallesteros, si presentano nuovamente sulle scene con “Nausea” e si sente come questo progetto coinvolga di più tutta la band e non solamente il frontman, nonostante sia sempre presente quel lato intimista tipico dei vocalist di questo genere.
Quindi, mi sembra giusto parlare di “Nausea” come un prodotto discografico completo dove strumentisti e vocalist si ritrovano in perfetta armonia.

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Le undici tracce presenti in questo nuovo album presentano tonalità malinconiche e un certo stato d’ansia, ma rivelano anche melodie rilassanti, atmosfere estive e sonorità più elaborate che ricordano altre band che si dedicano a questo dream-pop influenzato dal lato cupo \ new wave anni ’80 e dalla shoegaze (Real Estate, Cloud Nothings, Still Corners…): questo miscuglio di sensazioni, creato dall’arrangiamento, realizza un mondo fatato e suggestivo che, ascolto dopo ascolto, riesce a far crollare proprio quel sentimento di forte ansia che porta alla nausea.
Questa nuova uscita discografica svela il lato più maturo della giovane band: agli inizi della loro carriera non credo avessero in mente di inserire una scia di accordi al piano e di violini per dare maggiore intensità alle proprie tracce (“Komorebi”, ad esempio, rimanda subito alla magia dell’oriente e l’intro evocativa potrebbe far parte della colonna sonora di un film di Miyazaki).

I Craft Spells con il nuovo “Nausea” sono alla ricerca sia della loro maturità artistica sia di quel senso di evasione: in entrambi i casi, la band ritrova una certa stabilità in grado di risollevare gli animi e, dunque, riesce ad allontanarsi dalle ansie e dalle paure.
Un album perfetto per l’estate (“Breaking the Angle Against the Tide” in primis), pop e adatto a chi ama quella voce sussurrata che si perde in mezzo a una verve di chitarre e di tastiere.

Tracklist:

01. Nausea
02. Komorebi
03. Changing Faces
04. Instrumental
05. Dwindle
06. Twirl
07. Laughing For My Life
08. First Snow
09. If I Could
10. Breaking the Angle Against the Tide
11. Still Fields (October 10, 1987)

Breton live @ Covo Club

Arrivo in ritardo di quasi un mese, ma la review dei Breton, live al Covo Club di Bologna lo scorso 14 febbraio, la scrivo.
Dunque…

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Me lo avevano detto in molti che i Breton sono davvero deliranti e coinvolgenti, e, in occasione di questa data a Bologna, non hanno deluso le mie aspettative.
Questi cinque ragazzi mi ricordano tante altre band del genere indieminchia-elettro con piccoli dettagli math rock (tipo i Foals), ma questa band londinese, proprio durante i live e rispetto ad altri gruppi, punta di più sull’elettronica, sulla sperimentazione e su un certo gioco di immagini e colori dati da un ottimo arrangiamento.
Tuttavia il passaggio da “Other People’s Problems”, l’album d’esordio, al nuovo lavoro “War Room Stories” è piuttosto evidente: durante il live si sente (e vede) un forte contrasto, poiché si passa da tracce più armoniose, tra musica pop-elettro, a synth ed “esperimenti” che costituiscono un vero e proprio scenario visivo alquanto suggestivo.

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Sul palco questi ragazzi si trovano in armonia: voce e cori si legano perfettamente, così come gli effetti sonori che si uniscono a un ritmo incalzante, grazie, soprattutto, alla profonda e forte presenza del basso.
Una band carismatica, divertente e davvero travolgente che si esprime meglio live, dato che il loro è uno show che coinvolge quasi tutti i sensi e sul quale è quasi impossibile restare fermi.

Girls Names @ Off Modena

Fumo, tanto fumo che all’inizio di ogni traccia invade il palco: questa è una piccola parte di “scenografia”, voluta dai Girls Names, che si lega perfettamente alle atmosfere e alla musica proposta da questa band di Belfast.

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I quattro componenti del gruppo si presentano sul palco del Mr. Muzik Off di Modena il 12 febbraio, dopo aver suonato prima a Torino e successivamente a Genova.
Il cambiamento da “Dead To Me”, l’album d’esordio, a “The New Life”, il loro secondo lavoro discografico, è piuttosto evidente sul palco: si respira un’atmosfera più inquieta, nebbiosa, tipicamente shoegaze e post-punk che tende ad eclissare quell’armonia pop, dolce e vivace, presente nel primo album.
La parte strumentale prende il sopravvento, regalandoci un concerto dalle tonalità più pesanti, più irrequiete, che ricordano molto il sound di altre band, quali: Cure, Joy Division, New Order e Echo & The Bunnymen.
Le tracce proposte questa sera si legano tra di loro proprio grazie alla strumentazione, dato che la parte finale di una canzone tende ad annegare nella parte iniziale di un’altra: è un sound continuo e ripetitivo che rende piuttosto bene in un locale come l’Off.
Chitarre graffianti, sonorità distorte e un ritmo nevrotico ed incalzante: dimenticatevi i Girls Names più spensierati e “surf”, perché la malinconia post-punk è diventata la vera protagonista dei loro live.

Ecco la mia breve intervista con Cathal Cully, frontman della band:

Ciao Cathal, perché questa decisione di formare una band?
C.: Siamo un gruppo di amici: ci siamo formati nel 2009, dato che abbiamo avuto la possibilità di suonare live in più occasioni.

Com’è il vostro rapporto con Belfast? Come si sta sviluppando la scena musicale?
C.: È abbastanza buono. Belfast è la più città più grande dell’Irlanda del Nord, ma rispetto ad altre città\capitali è piuttosto piccola e compatta. Le persone sono davvero gentili ed amichevoli, nonostante ci sia ancora qualche scontro.
Anche la scena musicale sta migliorando. Tra le band in circolazione posso consigliare i Documenta (https://soundcloud.com/documenta).

Chi\Cosa ha influenzato la vostra musica?
C.: Sicuramente Birthday Party, Echo & The Bunnymen e le tedesche Malaria!.

Cosa è cambiato nella vostra musica in questi anni? “Dead To Me” e “The New Life” sono due lavori piuttosto differenti…
C.: “Dead To Me” è un album pop, semplice. Con “The New Life” è cambiato tutto, a partire dalla registrazione in studio: avevamo a disposizione più strumenti e più materiale. “The New Life” è un album più pensato.

Registrare in studio o suonare live: cosa preferisci?
C.: Se avessi i soldi, starei più spesso in studio.

Avete intenzione di realizzare un altro album?
C.: Decisamente. Ne riparleremo tra circa un anno: abbiamo già un po’ di materiale da parte e, tra l’altro, stasera abbiamo proposto qualche nuova traccia.

CuT live @ Covo Club

Venerdì 31 gennaio mi reco al Covo Club di Bologna per vedere il concerto di questa nuova realtà inglese prodotta da Andy Ross (ex manager dei Blur): i CuT.

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La band è capace, le atmosfere regalate dalla loro musica sono suggestive e ricche di influenze, ma la durata breve del concerto fa pensare al: “manca qualcosa”, ovvero quel gran finale in grado di soddisfare appieno il pubblico.
Eppure questi CuT sono davvero validi, anche perché il loro genere è un post-punk mescolato a sonorità shoegaze, influenze punk e una buona dose di psichedelia: fanno viaggiare con la mente e si è catturati, quasi come se si fosse sotto acidi.
La band inglese fa riferimento a molti mostri sacri della musica quando si ritrova su un palco, tra cui: Ramones, soprattutto per la presenza scenica e per l’atteggiamento; Jesus and Mary Chain, per gli echi vocali e le sonorità shoegaze; Sonic Youth, perché questi quattro ragazzi fanno davvero tanta bella confusione.

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Peccato per la breve durata del concerto, ma, nonostante tutto, i CuT sono una band davvero folle ed entusiasmante: si spera di rivederli in futuro quando, magari, avranno più idee e materiale da presentare al pubblico italiano.

Intanto, potete trovarli su:

Soundcloud

Facebook

Stephen Malkmus & The Jicks @ Covo Club

Ammetto di non conoscere alla perfezione la carriera da solista di Stephen Malkmus e nemmeno la sua attività coi The Jicks, ma ci tenevo troppo a vedere l’ex cantante dei Pavement in concerto, dopo essermi persa la reunion del 2010 all’estragon.

E, quindi, eccomi qui a parlarvi in maniera estremamente soggettiva di questo bellissimo concerto del 24 gennaio al Covo: STEPHEN MALKMUS & THE JICKS.
La mia più grande paura, vedendo la band in apertura, riguarda l’acustica: del gruppo spalla ci ho capito poco\niente, anche perché li ho seguiti a tratti.
I MEGAPHONIC THRIFT sono Norvegesi e fanno tantissimo casino. Nel corso del loro live sento del noise, del garage, della shoegaze, ma il tutto in maniera troppo superficiale. E mi fermo qui, sperando di recuperarli al più presto.

L’attesa è tutta per la band headliner, ovviamente: Covo pienissimo di gente di tutte le età, compresi i tanti che i Pavement li hanno vissuti per davvero.
Aver visto questo concerto mi fa sentire meno ignorante, musicalmente parlando, perché SM e band propongono un mix di generi e di sonorità.
Stephen Malkmus resta sempre un ragazzino: avrà i capelli più grigi e qualche ruga in più, ma è rimasto ai primi anni ’90, ha lo stesso ciuffo ed è alla continua ricerca di una libertà che solo la musica può garantirgli.

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Quest’artista dà lezioni a tutti di come si suona la chitarra e ci ricorda che è stato uno dei primi musicisti a presentare quel genere indie-rock \ lo-fi, ricco di cambi repentini al ritmo, che, a volte, sprofonda in una psichedelia acida anni ’70: questa discontinuità, fortemente voluta e presente sia nella voce che nella parte strumentale, è alla base del concerto al Covo che risulterà estremamente divertente e coinvolgente.

Sicuramente i Jicks sono una band che supportano alla perfezione una personalità travolgente e bizzarra come quella di Malkmus, del resto anche loro sono dei personaggi: tipo il chitarrista che fa headbanging pur non avendo capelli e socializza coi presenti delle prime fila.
Durante questo concerto si respira quell’atmosfera polverosa indie rock, lo-fi e, ogni tanto, punk-rock di inizio anni ’90, almeno fino alla cover finale di “Immigrant Song” quando capisci davvero quanto sia stonato, geniale, imprevedibile ed affascinante questo Stephen Malkmus.