Paradise Not Lost It’s In You

“Under the Westway” dei Blur dà il titolo all’ultimo post di questo 2012 tremendo: il post dei concerti più belli che ho vissuto proprio durante l’anno.
Mi scuso in anticipo per le cose insensate che scriverò, a causa di ricordi e “varie ed eventuali” personali che vagano tra famiglia, salute ed università.
Basta baggianate e basta farsi venire in mente pensieri deprimenti: iniziamo con ‘sto post, così, finalmente, riuscirò a dormire almeno… Uhm, 5 ore?

Is Tropical
S.C.U.M.
Ed Laurie
Pterodactyl
Josh Beech
Polarsets
Sonny and the Sunsets
Still Corners
Slow Magic w/ Selebrities
Xiu Xiu
A Place To Bury Strangers
Subsonica
Cloud Nothings
M83 w/ Man Without Country
Tribes
Paul Weller
Pulp
Kasabian
The Stone Roses
Marivaux
Blur
The Specials
New Order
Bombay Bicycle Club
Placebo
Bloc Party
dEUS

Noel Gallagher (x2)
The Dandy Warhols
Social Distortion
The Beach House
Green Day
Jake Bugg
Japandroids
Tim Burgess

Meno concerti e gruppi visti rispetto allo scorso anno, ma sicuramente migliori e di maggior intensità: sia da sola che in ottima compagnia.

Proprio quest’anno mi sono decisa di andare a rivedere, per la decima volta, uno di quei gruppi che ascolto da almeno dieci anni, nonostante non abbia la minima idea di cosa abbiano combinato negli ultimi 2-3 album: i Subsonica all’ Unipol Arena di Bologna.
Mi è andata piuttosto bene, dato che li ho beccati proprio in quella serie di concerti dedicati al loro primo album, e quindi ho davvero apprezzato la scelta della scaletta, a parte qualche traccia di cui non conoscevo nemmeno l’esistenza.
Ottima band live, come al solito, capace di portarsi dietro un pubblico variopinto sia per quanto riguarda l’età sia per i gusti musicali: i Subsonica sanno sempre come comportarsi su un palco, grazie alle loro capacità ed esperienza. Non deludono MAI.

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Il personaggio, l’essere divino, che vedete nella foto sovrastante non è un Umpa-Lumpa, nonostante il colorito arancione-lampadato: è il MODFATHER, il padre fondatore del Mod Revival, conosciuto anche come Sir. Paul Weller.
Questo grandissimo cantante, nonché ottimo polistrumentista, mi è piaciuto davvero tanto a Ferrara poiché in grado di suonare\cantare qualsiasi cosa.

A proposito dell’ottima compagnia di inizio post, direi proprio che uno dei migliori è stato quello del 13 luglio ad Azzano Decimo: i Pulp, quasi a un anno esatto dopo averli visti per il concerto-reunion a Hyde Park.

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Il viaggio è stato esilarante, a parte l’autista schizofrenico che si ascoltava la Pausini e che, a un certo punto, pensavo ci uccidesse uno a uno.
Nessun dubbio sui Pulp che si confermano una delle mie live band preferite, anche perché Sir. Jarvis Cocker mostra sul palco le sue doti teatrali e la sua forte sensualità, grazie ai suoi balletti da spogliarellista, nonostante qualche nota non presa e l’età: lui ha 49 anni, ma uno di 20 anni non riuscirà mai a reggere un ritmo del genere.
Concerto davvero divertente, molto più intimo rispetto a quello di Londra e con gente fantastica (poi quell’abbraccio su “Bar Italia”. EH).

E’ il turno di un’altra band inglese: The Stone Roses.
Non sono riuscita ad andare a  Manchester, ma mi sono accontentata di Milano: odio quella città, ma per band del genere cerco di tenere l’odio da parte e via.

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Pensavo peggio, come ad esempio le “leggendarie” stonature di Ian Brown nel corso del live, invece, grazie anche al supporto dell’ottimo back vocalist, alla batteria, Reni, devo ammettere che non è stato così terribile.
L’atmosfera regalata da queste canzoni è davvero surreale, suggestiva e sognante. Ma ci voleva qualche droga in corpo per viverlo meglio.

Della serie: “Ma chi se lo aspettava di vedere un concerto così emozionante!”; in questo post non possono mancare i Placebo.
Li avevo sottovalutati davvero tanto per vari motivi: 1. Brian Molko ha le mestruazioni e se salta anche ‘sto concerto lo ammazzo; 2. non c’è più il vecchio batterista, quindi boh; 3. c’è sempre stata la rivalità muse-placebo, quindi se ho preferito andare a vedere i muse piuttosto che i placebo ci sarà stato un motivo (vedi 1. e mancanza di materia prima per entrare ai concerti).

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Quanto mi sbagliavo. Brian Molko, nonostante il mal di gola, ha dato il massimo al Rock en Seine. E il batterista? Steve Forrest dei Placebo è un MOSTRO DI BRAVURA. E Stefan? Che figo, si voleva ingroppare il basso. E no, non sono in 3 sul palco: il solito trio è accompagnato da una banda (4-5, se non ricordo male) di strumentisti che danno maggior energia alle canzoni dei Placebo.
Una band che lascia senza fiato: e pensare che Brian Molko non era al 100%!

Restando al Rock en Seine, un altro bel concerto che mi sono goduta è stato quello dei dEUS.

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Una band che fa bagnare, in particolar modo grazie al loro frontman Tom Barman che sprizza sesso da tutti i pori: è un uomo sensuale che non solo si muove benissimo sul palco, ma riscalda, grazie a un timbro vocale decisamente affascinante e coinvolgente.

Sessanta-che? Non è l’età che mostrano su un palco i The Specials.

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Ce ne fossero di musicisti come loro.
Una band che mi ha riportato, con la mente, indietro di qualche anno e che mi ha fatto ballare dall’inizio alla fine. Divini.

(Ancora inglesi, ma si può?)
Anzi, questa volta è solo uno l’inglese e temo di essermi innamorata follemente: il suo live ne è stata la conferma.
Sto parlando di Tim Burgess, la voce dei The Charlatans.

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Il sonoro silenzio gli fa da sottofondo e lui, con questo registro di voce regolare, basso e piuttosto intenso, si mette lì sul palco, come se fosse un ragazzino al suo primo concerto.
Anche lui ha 40 anni e si comporta così sul palco per dare maggior rilievo alle sue canzoni: è affettuoso.
Stavo per piangere alla prima traccia “Tobacco Fields”, peccato che c’erano due tizi che, per almeno dieci minuti, hanno parlato dei cuscini del loro divano: ma andare a fare la fila da Ikea, no?
Per un concerto di Tim Burgess, ma in realtà per ogni concerto che si va a vedere, occorre davvero starsene zitti: la sua voce immersa nel silenzio è una delle due cose più emozionanti e commoventi che abbia sentito quest’anno.

L’altra cosa emozionante e commovente è…
Potete immaginare.
Voglio dire: sono andata a Londra per loro; ho dormito 3 ore e mi sono svegliata alle 6.30 per prendere la metro fino a Hyde Park Corner; mi sono sorbita gente inutile nell’attesa prima che aprissero i cancelli; mi sono sorbita i Bombay Bicycle Club che non c’entravano niente coi gruppi dopo (bravini eh, ma per niente adatti a un concerto del genere); ho rotto le mie scarpe preferite e ho camminato praticamente scalza per Londra; avevo una voglia assurda di bere birra, ma dovevo stare lì attaccata alla transenna perché ero davanti.
Poi sono saliti loro e ogni pensiero si è placato, sono rimasta paralizzata e mi sono ripetuta almeno venti volte che non era vero e che tutto il live era frutto di qualche strana sostanza presente in quei cioccolatini che venivano dati dalla security prima che entrassimo.
Mi è capitato più volte, quest’anno, di ripetermi “non ci posso credere”, sia per una cosa che mi ha sconvolto la vita in senso negativo (e ormai è pensiero fisso tutti i giorni, o almeno 5 giorni a settimana e a distanza di 8 mesi non mi è ancora passata), sia per questo concerto dei Blur (avevate dubbi?!).

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Andare da sola mi ha fatto proprio bene: mi ha fatto riflettere su tante cose. Uno va ai concerti  per provare emozioni: io sono andata lì per sfogarmi, per non pensare, per far sì che qualcosa dentro di me cambiasse e diventasse un sentimento positivo.
E, in fondo, è stato proprio così: quando penso e parlo di quel concerto, arriva la logorrea e ancora mi vengono fuori emozioni che, magari, a Hyde Park non ricordo.
Potrei dire che è stato epico, ma non so proprio come descrivere quello che mi hanno fatto sentire i Blur: è stato stupendo cantare in metro “Tender”, mangiare il riso con-chissà-cosa-di-cinese-dentro alle 4 di notte, camminare per Londra scalza, abbracciarmi la transenna (sì, abbracciare: avete presente quando viene il mal di stomaco e vi piegate in due dal dolore? Ecco, a me non faceva male lo stomaco ma è stato un gesto spontaneo) per l’emozione, vedere i Blur sul palco.
Forse se ho provato tutte queste sensazioni, così confuse ma vere e reali, non sono così male (ma va là: la miglior band che abbia mai visto e sentito live!).

E…

Buoni propositi per il 2013:

1. Non scrivere troppe cattiverie sui gruppi italiani, sui gruppi hipster, sugli hipsters, sulla gente che segue e che va a X Factor, sulla gente col “palo-dietro”;
2. Evitare di parlare da sola, lanciare accidenti ed offendere la gente nei cessi del covo;
3. LAUREARMI E SCAPPARE DA ‘STO PAESE DI PUPÙ;
4. Perdere tra i 10 e i 12 kg e andare in palestra;
5. Non considerare pensieri superficiali e lasciare andare senza 2.;
6. Bere di meno;
7. Scrivere di più;
8. Andare a vedere i Blur al Primavera;
9. Andare a vedere i Blur al Werchter;
10. Trovarmi un amante (non un moroso, UN AMANTE) inglese e musicista (tamburello incluso, ma rigorosamente no hipster, no indiii, no folk: un Paul Weller da giovane va benissimo).

 

Quasi dimenticavo: buon anno!

Netherfriends – Middle America

Dopo la pausa di riflessione mi sono decisa ad aggiornare questo blog e, in parte, lo devo a questo progetto solista di Shawn Rosenblatt, in arte Netherfriends, che unisce le sue due grandi passioni nell’album di debutto “Middle America”: musica e viaggi.

Shawn, infatti, attraversa gli Stati Uniti e ce li trasmette grazie alla sua musica incantatrice che, inevitabilmente, ci permette di viaggiare con la mente.
“Middle America” delinea in maniera dettagliata il paesaggio e i luoghi attraverso i quali è passato quest’artista solista che, attraverso note di lo-fi, di indie pop e dettagli folcloristici, li esalta andando ben oltre a un semplice diario di viaggio: la musica di Netherfriends, insomma, esprime ciò che una parola scritta non riesce.
Arrangiamenti chiaramente pop che vengono mescolati a qualche sonorità lo-fi, dream e piccoli riferimenti “elettro” che ricordano le canzoni più delicate di Crystal Fighters e Trophy Wife.
Un progetto preparato nei minimi dettagli che brilla per innovazione e, allo stesso tempo, per chiarezza e semplicità.

Tracklist

01 – St Louis, MO
02 – Bloomington, IN
03 – Columbus, OH
04 – Kalamazoo, MI
05 – Des Moines, IA
06 – Madison, WI
07 – Chicago, IL
08 – Rapid City, SD
09 – Omaha, NE
10 – Minneapolis, MN
11 – Fargo, ND
12 – Lawrence, KS

I went to the concert and I fought through the crowd.

Quest’anno ho viaggiato un pochetto per i concerti; ho ancora qualche segno di transenna sulle gambe (i carissimi Foals al Wireless…); ho visto band stupende.
Inizio le classifiche partendo dai live più belli (e non) del 2011.

7\1 – Does It Offend You, Yeah?
15\1 – The Ian Fays
11\2 – Band of Horses
13\2 – Sum 41
18\2 – Hurts
25\2 – Balthazar + The Joy Formidable
24\3 – Everything Everything
1\4 – Visions of Trees
2\4 – Shed Seven
5\4 – Linea 77
7\4 – Deerhunter
22\4 – Dum Dum Girls
14\5 – Esben & The Witch
20\5 – Six Organs of Admittance
28\5 – Death in Plains + Toro Y Moi
17\6 – Ash
24\6 – Battles
30\6 – Adam Green
3\7 – Wireless Festival: Summer Camp, Yuck, Metronomy, Fight Like Apes, The Naked and Famous, Foals, Pulp
8\7 – Badly Drawn Boy
11\7 – Crocodiles
21\7 – Washed Out
16\8 – NOFX
26\8 – Rock en Seine I: CSS, The Kills, Foo Fighters
27\8 – Rock en Seine II: Blonde Rdehead, The Streets, Interpol, Arctic Monkeys, Paul Kalkbrenner
28\8 – Rock en Seine III: Crocodiles, Vaccines, The La’s, Miles Kane, The Horrors, Archive
3\9 – I Day: The Wombats, White Lies, Kasabian, Arctic Monkeys
10\9 – Blonde Redhead
24\9 – Art Brut
27\9 – Friendly Fires
8\10 – Airship
15\10 – Miami Horror
28\10 – Craft Spells
29\10 – Pete and the Pirates
5\11 – Summer Camp
17\11 – The Pack A.D.
25\11 – Friendly Fires, SBTRKT, Chad Valley
26\11 – Friendly Fires, Little Dragon
27\11 – Fight Like Apes, Foe, Bitches
28\11 – La Shark
29\11 – Yuck
30\11 – Colourmusic, Dutch Uncles, Field Music, Go! Team
6\12 – Dente
7\12 – Zola Jesus

E alla posizione n° 10 troviamo gli adorabili Everything Everything che suonano al Covo di Bologna il 24 marzo.

La band propone un genere particolare dando enorme rilievo non solo al falsetto del cantante Jonathan, ma anche ai notevoli cambi di ritmo alla batteria e alle linee di basso che sono grandi protagoniste durante il live.

Alla posizione 9 ho scelto i Dutch Uncles, visti al Koko di Camden il 30 novembre.

La band si dedica a sound entusiasmanti e piuttosto danzerecci. Il cantante che balla come Jarvis Cocker, poi, non doveva assolutamente mancare in questa classifica.

Go!Team e il workout alla 8. A fine concerto ero devastata e avevo bisogno del deodorante, non per il pogo ma per quanto ho ballato.

Polistrumentisti validissimi e scatenati.

Foals alla 7 perché ho un cuore e anche se li ho visti per pochi minuti, dopo un gruppo DEMMERDA-CHE-PIù-DEMMERDA-NON-SI-PUò, “there’s a thing called love”.

Una band che boh. Esatto, non lo so. Non so perché li ho messi in classifica, ma per via dell’amore che nutro per loro dovevano esserci.

Interpol subito alla 6. L’amore (per la musica) vince sempre su ogni cosa. Quando la voce di Paul Banks inizia a scaldarsi, dopo due canzoni un -bel- po’ spente e con una voce terribile, è la fine. Quando il trio si scalda, mi sciolgo. E’ puro amore.

Prima del Rock en Seine li avevo visti a Ferrara nel 2008, perdendomi l’esibizione di Roma di maggio (DI LUNEDì) e lo show di Milano: rivederli ha fatto scattare ancora la scintilla, nonostante il taglio di capelli -terribile- di Paul Banks e al fatto che Carlos non sia più al basso…

5: The Horrors con quella loro fermezza, la freddezza nei confronti del pubblico e quella scenografia vuota e scura che si legano perfettamente alle canzoni proposte durante questo live al Rock en Seine.

Ogni tanto scappa un sorrisino a qualche componente (Joshua su tutti), ma restano sempre coerenti alla musica che fanno, anche se le canzoni di Skying regalano quel tocco sognante e psichedelico che li allontana da questa loro presenza “garage\post-punk”. Ottimi.

Alla 4 ci sono quelli che con “Suck it and see” mostrano un legame più ampio con sounds meno brit e più rock’n’roll: Arctic Monkeys (al Rock en Seine, NON a Bologna).

Proprio questo mix di suoni brit e suoni americani, durante l’esibizione live al Festival francese, me li ha fatti amare, peccato fossi intrappolata e schiacciata contro la transenna.
Molto meglio del live della settimana dopo all’I-Day (sempre stupendo, ma in Francia erano moooolto meno stanchi).

Friendly Fires alla O2 Academy di Brixton alla posizione n°3. Li ho visti sulle balconate il sabato 26\11 e non è stato lo stesso di QUEL grandissimo show del giorno prima, quando ero nel parterre, in prima fila, proprio di fronte all’uomo coi fianchi bollenti di nome Ed Macfarlane.

A Londra, poi, sono tutta un’altra cosa: dopo averli visti a Milano, con uno show abbastanza tranquillo e senza scenografia, posso fare le differenze. Scenografia, ballerine stupende, ballerini con facce da gorilla, risate, sorrisi e corone di fiori.

I Foo Fighters al Rock en Seine alla 2. E’ stato difficile dover scegliere tra loro e quelli dopo, ma dato che il britpop, o quella roba lì, mi ha distrutto l’esistenza, ho preferito mettere alla uno gli inglesi per questioni di cuore.
2 ore e mezza di concerto senza un encore, senza una pausa. Concerto divertente, emozionante e fuori dal comune: l’esperienza sopra ogni cosa. Dave Grohl è uno tra i tanti Dei da venerare.

Alla 1 ci sono ovviamente i Pulp visti al Wireless Festival. 27000 persone e un singalong interminabile per la reunion di una grande band.

Saranno degli anni ’80\’90, avranno 40 anni, ma i Pulp superano ogni band di ventenni, sia musicalmente che come presenza scenica. Va bene che ero leggermente brilla, ma ancora faccio fatica a realizzare la mia presenza là, in quel parco enorme a ballare con Jarvis Cocker.

Ovviamente ci sono altri live stupendi, tipo: Blonde Redhead che hanno suonato 2 ORE a Modena e gratis; i Field Music che realizzano un Chamber Pop delicato e piacevole; The Streets, che è un gran figo a livello di intrattenimento; Washed Out che amo alla follia e mi pento di non averlo messo in “classifica”; la mostruosità tecnica dei Battles; LA voce di Zola Jesus; la semplicità e la dolcezza dei Craft Spells; l’energia degli Yuck; le danze sui Metronomy; il delirio di Eddie Argos e degli Art Brut; il mondo dei sogni di Death in Plains e Chad Valley; la voce soul e i sound elettro dei SBTRKT.
Quasi dimenticavo: Kasabian che li ho rivalutati e che live sono il perfetto contrario di album (almeno dell’ultimo che non mi entusiasma proprio); Band of Horses e l’intensità di un loro concerto, così evocativo e piacevole; Miles Kane perché è un figlio dei gruppi brit.

Gli altri non citati non mi hanno fatto schifo, a parte quei mosci dei Vaccines, oppure le basi continue dei deludenti Does it Offend You, Yeah?, o ancora la banalità dei Summer Camp (meglio dei due appena citati, giusto per la gentilezza e per i biscottini che mi hanno offerto)…

Basta. Prossima volta parlo degli album.

Do you remember the first time?

L’ultimo giorno di Wireless Festival a Londra, ovvero il 3 luglio quando sul palco principale, come headliner, ci sono i Pulp.
Al Wireless ho speso 40£ di alcool e ho vissuto in tutti i sensi la parola “festival”, a parte il non aver nuotato nel fango tipo Glasto perché a Hyde Park la situazione era decente.
Festival organizzato benissimo con tanti cessi pubblici tenuti puliti da vari omini in giro, tanti bar con ogni cosa da bere \ mangiare e 4 PALCHI.
Ve lo ripeto: 4 PALCHI. QUATTRO PALCHI. FOUR STAGES. Q-U-A-T-T-R-O P-A-L-C-H-I: uno è per le band indie che più indie non si può, dove ci sono solo parenti e amici a guardare; il secondo è quello delle band che stanno per compiere il grande passo (a parte la cazzata di aver messo i Cut Copy in mezzo, che sono già avanti anni luce ad altre band tipo i Summer Camp); il terzo è quello delle band adolescenziali o alcune band “perché cazzo non sono sul main stage?!” (Foals \ Naked and Famous); il quarto è proprio il Main stage.

La prima band che ho visto è stata quella del duo Summer Camp, ciò che da ottobre sarà una tra le nuove rivelazioni indie \ pop per molti.

Una band per adolescenti: lei si crede una pin-up alla quale passa per la testa “ce l’ho solo io e voi altre donne siete inutili”; lui è timidino, calmo e mantiene la concentrazione anche quando la sua collega gli si struscia addosso.

Le canzoni trattano di ammmore e amicizia, mentre le melodie proposte, che ricordano un po’ i Best Coast, sono serene e coinvolgenti: non sono male, ma sono la solita band indie pop per ragazzini. Una band uguale a tantissime altre e l’unica cosa che rende particolare questo duo è la voce della frontwoman, molto intensa e che arriva in alto.
Una band che deve crescere tanto, musicalmente e non: 6,5.

Resto ancora nel Pepsi Max Stage ad aspettare la seconda band, di cui amo tanto il loro album: Yuck.
Tutti hanno parlato bene di questa band, quindi l’unica cosa che serve per dare conferma di ogni parola spesa su di loro, tra recensioni e simili, è proprio un live.

Gli Yuck sono l’amore; ti fanno piangere,ballare, saltare, gioire, dimenticare tutto. Gli Yuck sono spettacolari.
Melodie dolci e pop si mescolano ad altre più garage e danzerecce sulle quali è impossibile stare fermi. Il loro frontman Daniel, ex Cajun Dance Party, è un ragazzino timidissimo con una buona voce e una deliziosa attitudine nei confronti del pubblico, che risponde con applausi interminabili e da pelle d’oca all’esibizione della band. 7.5
Il pubblico è uno degli aspetti “meraviglia” del festival, ma magari ne parlo meglio alla fine.

La terza band la avevo già vista al covo 3 anni fa: Metronomy.
I Metronomy si presentano con una line-up nuova, completa e adatta sia per i pezzi nuovi che per quelli vecchi.

Per i Metronomy ricordo solo degli spezzoni, dato che l’alcool si è sostituito bene agli altri liquidi in corpo: ricordo delle line di basso profonde che hanno fatto vibrare il terreno; ricordo note psichedeliche grazie alle tastiere e altra roba elettronica; ricordo di aver ballato e cantato come una scema su “A Thing For Me” e “Radio Ladio”.
Ero presissima dal delirio (e dall’alcool) ma i Metronomy live sono davvero spaventosi, soprattutto con questa nuova formazione. 7.5

Mi allontano dal palco principale per andare a vedere qualcuno di più sconosciuto (in realtà per prendere ancora da bere e vagare senza meta in giro per Hyde Park).
Mi capitano i “The Sounds”, la band che aprirà poi ai Cut Copy. La frontwoman è in pieno delirio, il tendone in cui suonano è pieno di gente incuriosita.
Il loro sound è energico, del genere indie-elettro e davvero coinvolgente.
Alcool a parte mi metto a ballare come una scema, catturata dalla musica e dall’energia proveniente dal palco. 7

Mi sono persa gli Horrors, ma li vedrò al Rock en Seine. Quel che è peggio è l’essermi persa i Tv on the Radio per avere la prima fila dai Foals e subirmi i The Pretty ‘Staminchia \’Stocazzo.
Torno al Pepsi Max Stage per vedermi i The Naked and Famous.
Su album anche questa band mi piace tanto e anche dal punto di vista live non hanno deluso le mie aspettative.
Sono indie-elettro pure loro e le due voci (Alisa e Thom), che si alternano decentemente tra le varie canzoni, fanno cantare tutti, ma proprio tutti, i ragazzi delle prime file la cui età media è di 15-16 anni (mi sentivo una vecchia coi miei 23 anni).

I The Naked and Famous sono danzerecci, allegri e non sbagliano niente: sono davvero bravi e presentano melodie pop serene e coinvolgenti sulle quali è davvero impossibile stare fermi.
C’è un “ballo leggermente scatenato”, non pogo perché è minimo, tra le prime file e tutte queste sensazioni sono davvero piacevoli.
Gran bel concerto e, ci tengo a ripeterlo, gran bel pubblico. 7.5

The Pretty ‘Stocazzo: mi sono persa i Tv on the Radio per poter aver la transenna per i Foals. Me ne pentirtò amaramente.
Avete presente le band costruite da capo a piedi? Eccola qui. Prendete 3 metallari cacciati via, perché non sanno suonare e quello che conta è avere occhiali da sole, giacca di pelle e capelli lunghi, da band metal che, a loro volta, non sanno mettere in ordine 2-3 accordi. Se questi tre strumentisti sono stati cacciati via da band del genere, che non hanno mai concluso niente, potete immaginare chi\cosa abbiamo davanti: costruiti e senza un briciolo di personalità perché preferiscono copiare altri.
Costruiti e senza un briciolo di personalità: un po’ come questa ragazzina-zoccoletta di 17 anni che si presenta sul palco con una maglia dei Metallica (ma li conosce per davvero?) un po’ lunghina e che, per far contenti i moccioselli segaioli, si alza per mostrare gli slip neri. Tra le mani sulle orecchie e ripetendomi un continuo “sono qui per i Foals”, questa roba passa in fretta e finalmente finisce.

Foals: prima fila centrale davanti a (il mio) Yannis, transenna conficcata tra le tette (povere loro \ povera me) e tante botte.
Dopo l’ennesima esperienza coi Foals, ho capito che sono groupie di una band, questi cinque qui di Oxford, alla quale urlo zozzerie di ogni tipo (in italiano ovviamente).
Il concerto dei Foals sarà devastante: il pubblico inglese è bello caldo.
I Foals si presentano sul palco esattamente come a Bruxelles: Edwin e Jimmy, Jack e Walter (Valter) e Yannis, con polo bianca della Fred Perry, molto più magro e con jeans skinny ( = addio ai miei ormoni), con bottiglia di whiskey. Ciao.

Nonostante qualche problema tecnico tra chitarra\pedali di Jimmy e batteria, che probabilmente portano via qualche canzone in più nella setlist, i Foals regalano un concerto entusiasmante e perfetto.
Alla fine di “Red Socks Pugie”, Yannis scende per salutare noi del pubblico e quando mi passa davanti gli rivolgo un saluto personale che consiste in una mano sul braccio (possente e sudaticcio) e un “Yannis ti violento”.
Io l’ho detto che quando ci sono i Foals non sono io, c’è un’altra me a quanto pare. Questa non sono io. No. Io non sono così in realtà, cerco di contenermi sempre durante i concerti.
Comunque i Foals sono sesso e mi stuprano durante questo live: sono preissima dalla loro musica, mi schianto ripetutamente sulla transenna e urlo come se avessi un orgasmo intemrinabile. Questa non sono io, è l’altra me che è meglio non incontrare. Proprio durante questi istanti vedo Dave Ma che mi scatta una foto.

Credo che questo sia il mio sinonimo di concerto ideale, lividi da stupro compresi. Loro sono perfetti, entusiasmanti e l’energia che trasmettono su “Electric Bloom” e “Two Steps Twice” è incontenibile ed esplode quando meno te lo aspetti.
Rabbia, gioia e improvvisazione spaventosa: mi siete mancati Foals, peccato aver lasciato lì sulla trasnenna tette, braccia e gambe (attualmente coperti di lividi verdi\blu e graffi).
8.5

Pulp. Ero andata a prendermi l’ennesimo bicchierone di sidro, quando, tutto ad un tratto, sento un boato accompagnato dalle prime note di “Do you remember the first time?”.
Io non so contro quanta gente abbia sbattuto, quanto sidro mi sia caduto e in che situazione fossi messa (finito il live dei foals, barcollavo e sentivo dolori un po’ ovunque), fisicamente e psicologicamente.
Mi butto in mezzo e vedo un Jarvis Cocker in ottima forma sul palco. Facendomi cadere il sidro addosso inizio a ballare\urlare\cantare. Ciao, sono a un concerto dei Pulp. Sono AL CONCERTO dei Pulp.
Jarvis Cocker: io voglio un uomo così quando avrò 40 anni.
Sul palco non abbiamo un semplice cantante o un frontman: c’è un intrattenitore, un comico, un attore che recita perfettamente una parte sull’incredibile “This is Hardcore”, un’altra totalmente differente mentre strimpella le note delicate di “Something Changed” e via dicendo sulle altre tracce.
Il singalong continuo e inarrestabile che si estende per tutto Hyde Park, la musica perfetta dei Pulp sul palco e le atmosfere che si vengono a creare, rendono questo concerto unico e indimenticabile.

Cazzo, sono i Pulp.
Sono i Pulp, anche perché Russell Senior al violino fa sognare ed emozionare.
Inutile dirvi cosa è successo alla fine, quando inizia “Common People”. Inutile divi come la gente si è scatenata e ha urlato fino all’esaurimento, quando magari era già esaurita \ sfatta a causa dell’intero festival. Inutile dirvi cosa altro ho visto e soprattutto vissuto durante i Pulp. Se non eravate presenti al Wireless, non potete minimamente immaginare le 47000 persone che ballano\cantano\urlano e si emozionano per un’ora e mezza circa tutte insieme, mentre i PULP suonano ed improvvisano sul palco di Hyde Park.
I Pulp non li valuto nemmeno, poiché quello che hanno fatto e regalato a noi del pubblico non riuscirà a farlo nessuna band del 2000.
E la sottoscritta, al Covo, ballerà da settembre in poi “Common People”, o “Babies”, o “Disco 2000”, in maniera totalmente differente.

Voto 9 al pubblico: un singalong continuo, soprattutto su Yuck, Naked and Famous, Foals e sui Pulp, quando c’è stato il delirio assurdo vissuto da migliaia e migliaia di presenze.
Pubblico giovanissimo sulle band del Pepsi stage che non superava i 16 anni di età nelle prime file: questo per dire come cambia la cultura musicale dall’Italia all’Inghilterra.
Pubblico malato sui Foals, ma decisamente più educato e meno violento di quello italiano (testata con un ragazzo a parte durante i foals, ehm). Un pubblico bello caldo e che ha reso questo festival ancora più entusiasmante: tutti quegli applausi sugli Yuck erano da pelle d’oca. Un pubblico curioso che valuta prima di giudicare e che fa sentire a proprio agio le band.

Sicurezza: 8.5. acqua ogni volta che ne avevi bisogno. Oltre all’acqua, mi sono venuti a chiedere più volte, durante i foals, se stavo bene (no, non stavo per niente bene psicologicamente; ma fisicamente…ehm…); una security che ti viene ad aiutare e dice agli energumeni di smetterla se questi cercano di passare davanti uccidendoti di calci nelle gambe e pugni sulla schiena.

Voto all’organizzazione: 8.5. Le bottigliette entrano.Puoi prelevare dai vari bancomat a disposizione. Puoi mangiare ogni cosa grazie ai vari punti di ristoro e puoi bere qualsiasi cosa. Puoi fumare qualsiasi cosa, ma non ovunque. Puoi svaccarti tranquillamente. Puoi incontrare chiunque. 4 cazzo di palchi e tante band da vedere.
Proprio come in Italia eh…

Music when the lights go out

Il titolo del post, l’ultimo di quest’anno, ha senso: prima di un concerto ci sono le luci accese, si nota l’ansia sulle facce gente che hai intorno e si sentono solo voci; a un certo punto tutto questo scompare e le luci si spengono, a volte c’è il fumo, la band sale sul palco e inizia la musica.

Questa è l’ultima parte del post “classifiche di ‘sta ceppa del 2010” dedicata ai dieci live più entusiasmanti, deliranti, malati che ho visto proprio quest’anno.

1.

La band che ho vissuto appieno, sia nei momenti di estrema gioia che di massima tristezza.
Dopo il concerto di Edimburgo si torna a casa con un “hollow heart” e nel giro di 4 settimane si va a Bruxelles, di nuovo, per questa band del cazzo (davvero eh) che riempie un locale di 1000 persone a malapena: fanno sold out, certo, ma “who the fuck are foals?!”
Improvvisano, giocano, si ammazzano, scompaiono quando corrono sulla scalinata del locale di Edimburgo e cadono, sono imprevedibili e sono davvero bravi: nel live, questa band si impegna tanto ed esprime, attraverso la musica e spaccando le drumsticks su un tamburo, le proprie emozioni sul momento.
La loro musica è un mare in tempesta che ti fa annegare e respirare allo stesso tempo: roba da strapparsi i capelli e temere la propria vita perché uno di loro sul palco è talmente incazzato che ha voglia di uccidere-uccidersi.
Poi ci sono dei dj set, c’è il palco del dj set dove balli con qualcuno di loro “Odessa” di Caribou (roba che in Italia non ti metteranno mai) e altre canzoni elettro (mi pare di aver sentito pure Darkstar ma ero troppo ubriaca per dirlo con certezza ora) che sono proprio belle, non sono tunztunz e ti fanno ballare fino alle 5 di mattina…
…E poi saluti tutti, o meglio quei tre che ti hanno tenuto compagnia, con quasi le lacrimucce agli occhi, e riparti un’ora dopo per tornare in Italia.
Ormai sono 40 le ore passate in piedi senza chiudere occhio: si arriva a Bologna, con i vestiti che puzzano di birra e i capelli che puzzano di birra e fumo, bloccata dalla bufera di neve e, infine, tiri giù santi-cristi e madonne perché devi guidare e le strade fanno schifo; si arriva a casa devastata e si crolla alle 19 sul letto dormendo fino alle 11 di mattina del giorno dopo )con i capelli che puzzano, ancora, di birra e fumo).
Solo per loro.
Le lezioni di bolognese, i viaggi, i km a piedi, i musicisti che hai conosciuto e le facce da “oscar”: “ehi Walter!!!!” e Waltey, il vatusso con le gambe di 2 metri, che si gira come per dire “sì, ok ripigliati che tra un po’ cadi tanto che sei sbronza eh!”; poi l’indimenticabile“dobbiamo farci 7km fino in hotel… e con l’alcool viene meglio!”, quando il nostro uomo, un po’ pirla certo ma senza di lui io e Simo non saremmo mai entrate a Bruxelles e all’aftershow, fa un verso tipo “errr”, sbuffa e ci guarda come per dire “state proprio male”.
Solo per loro II.
Oppure ti fai quei 7 km a piedi -dopo aver parlato per un buon 10 minuti con un tizio che ti abbraccia\stritola nemmeno fosse un amico che rivedi dopo mesi e mesi di distacco; una foto del genere

che ti fa riflettere:“oh cazzo, ma questo ci ha provato di brutto e io sono una pirla”; senza pensare alle conseguenze, tipo il male atroce alle gambe o la “pipì da birra” e nessun pub nei paraggi.
Fare km e km solo per loro perché ti ripetono più volte che l’Italia è un bel posto per le vacanze, oppure non vengono perché sono poco conosciuti (= non è stata una bella esperienza quella del 2008 eh…).
Urlare fuori dal locale e fino in hotel parole in accento bolognese; cantare le canzone degli smiths, dei blur, la versione allegra di spanish sahara e quelle dei libertines senza pensare.. senza pensare al freddo che fa, perché con tutto l’alcool che si ha in corpo, in quell’istante si hanno i calori.
La birra extrastrong, per dire che vogliamo tanto alcool dentro e poche bazze, quando invece è la double malt beer che dobbiamo chiedere. La furbizia. La birra rossa è spettacolare.
Solo per loro III.
Va beh, era halloween e stavamo male: abbiamo visto anche due ragazzi svestiti da mignotte e con solo una minigonna (erano due universitari. Figata vedere certi personaggi di notte: voglio trasferirmi a Edimburgo).
Freddo, calori, shampo con la birra, aerei, concerti meravigliosi, gente gentilissima, panini buonissimi, pioggia che distrugge scarpe e ombrelli, tizio che suona la fisarmonica con la maschera dell’assassino di Scream, il freddo gelido e la gente seminuda per strada, i muffin, l’accento scozzese, dvd dei kol in hotel, due deficienti che non sanno far funzionare un dvd, la colazione epica di Edimburgo, cinque pirla, le bestemmie liberatorie in hotel e in giro per strada (chi vuoi che le capisca), i 15 album comprati e schiacciati nel bagaglio a mano, la birra scroccata, il telefono lanciato a terra per scatenarsi, le bestemmie contro unicredit, le cinque facce -da cazzo- sul fly magazine, il dickhead e la stretta forte al polso da parte di un ragazzo con la spugna al posto dei capelli, l’hotel puzzolente di Bruxelles, la bestemmia prima-durante-dopo il concerto (chi vuoi che ci capisca 2), i “rossi” di Edimburgo, SpongY, pesciolino, polipo, zio poldo (la fauna marina insomma), provoloni, il batterista gentleman, il macrocefalo, l’uomo con i labbroni, stecchini al posto delle gambe, roba da manicomio, il francese incomprensibile, l’invito in hotel, i “socc’mel-grazie-cazzomerda” insegnati, l’aver ballato con loro e aver parlato con loro di musica, averli conosciuti un po’ a fondo “meno musicisti e più persone” (scoprire che non sono persone ma solo dei grandissmi pirla che potrebbero farti compagnia durante la lezione di antropologia culturale), aver conosciuto tanta gente che ti guarda come per dire “non ce la fai” quando loro stanno messi peggio di te, non pensare, divertirsi e stare belli ubriachi in compagnia fregandosene di quello che succede in Italia e di tutto il resto: There’s a thing called Love (per i Foals).

2. Arcade Fire.

Il concerto in contrapposizione a quello dei Foals: non c’è improvvisazione, la presenza scenica è discreta e i musicisti non sono dei pazzi scatenati che vogliono uccidere-uccidersi.
Gli Arcade Fire sono musicisti seri, si impegnano e la loro musica è un miscuglio di atmosfere e sensazioni gradevoli.
Uno dei live più belli dell’anno: il loro show, nonostante sia premeditato e Règine sappia già le mossettine da fare su “Sprawl II”, è semplice e allo stesso tempo cattura in maniera impressionante i presenti.

3. Kings Of Leon

…o la band più “figa”, nel senso di estetico, dell’universo; ma lasciamo da parte gli ormoni svolazzanti e diamo spazio alla musica di questa band.
La voce di Caleb è mostruosa ed è lui che tiene in mano il pubblico del Futurshow. Nonostante la mancanza di troppi pezzi vecchi e la presenza di troppi pezzi nuovi, questo concerto è stato straordinario.
Peccato l’acustica e peccato io preferisca le band minchia che si uccidono su un palco.
La presenza dei Kings of Leon consiste nell’incantarsi e sbavare, ma tutto questo merita eh.

4. Frightened Rabbit.

Presente le fisse? Se non fossero venuti in Italia, avrei fatto un viaggio à la Foals e sarei andata in Europa a vederli da qualche parte.
Una delle band del genere (indie-folk-rock e bazze simili) più brave che abbia mai visto: un misto tra sonorità tipicamente scozzesi, molto folkloristiche, e una voce, calda e profonda, americana. Che carucci poi.

5. Crystal Castles. “Alice alza la voce come fai su album perché all’estragon si sente poco”: nonostante questo piccolo problema tecnico, il live dei Crystal Castles è stato malato e fuori di testa.
Ballare-pogare-cadere a terra, ma divertirsi come non mai e uscire che sei un bagno di sudore: ne è valsa la pena, certo, ma se mai dovessi rivedere questa band, solo ed unicamente all’estero.

6. The Divine Comedy.

Andare a un concerto e conoscere a malapena solo l’ultimo album di una band o di un musicista, Neil Hannon, che ha una carriera musicale che parte dal 1989.
Spettacolo\ Commedia Teatrale intimo, stupendo, ricco di emozioni e tanta buona musica.

7. Mystery Jets.

Che carucci parte II. Mi aspettavo una band indie sul livello dei Cinematics, Teenagers, Pete and the Pirates… Quanto mi sbagliavo.
Rispetto a tutte le band che ho citato ora, questi Mystery Jets hanno qualcosa in più, sono molto innovativi e inseriscono più spunti rispetto ad altre band, ma la voce di Blaine Harrison poi….

8. 65 Days Of Static.

Una band della madonna, davvero preparata e che riesce a passare da un intenso Post-Rock a un’ Elettronica fuori dal comune e davvero malata, presente soprattutto negli ultimi lavori della band.
Concerto molto suggestivo, ma che sauna!

9. Toro Y Moi \ The Invisible.

Due gruppi spalla che si meritano un posto in questa classifica. Bravissimi: il primo trio ricerca nuove sonorità sognanti e spensierate che avvolgono il pubblico di Edimburgo; il secondo trio, invece, ama la parte strumentale e mischiare più generi e influenze.

10. Carl Barat e suoi amichettii.

Nonostante non abbia amato le sue canzoni da solista live, devo ammettere che Carletto è sostenuto da un’ottima band e le canzoni dei Libertines hanno fatto l’effetto “oddio, i LIBERTINEEES”. Durante il concerto ho urlato più volte quella frase, nonostante mancassero Peter, John e Gary, proprio a causa del mio amore nei confronti di quella band.
Ok basta.

Poi ci sarebbero:
I Fanfarlo, band sorprendente o figliastri degli arcade fire; i Chapel Club, altra buona rivelazione più “dark” e meno “indie”; i Modest Mouse e l’acustica di merda; i Blink 182 con un ottimo batterista e due che cercano di cantare ma, in realtà, vogliono distruggerti le orecchie; i Sum 41, meglio di quanto pensassi e meglio dei blink 182 live; I simple plan e gli all time low che vorresti vedere morti; i Crystal Castles,bravissimi e coinvolgenti, ma alice…la voce?!; quel pervertito adorabile di Adam Green (x2); quei due personaggi dolcissimi dei Blood Red Shoes; quei folk-ora mi addormento dei Rumble Strips; coinvolgenti e devastanti, nonostante tutto, sono i soliti Linea77; quei mocciosi bruttissimi che fanno tanto gli inglesi, ma in realtà sono francesi e fanno divertire anche un cinquantenne, dei Teenagers; quelle furie incazzate de Il Teatro degli Orrori; il dj set del Kapranos e il Kapranos che non ce la fa a fare il dj, ma che uomo meraviglioso; la simpatia e la dolcezza dei Courteeners; la semplicità dei Pete and the Pirates e Mystery Jets; la dolcezza pura e l’affetto degli scozzesi, Frightened Rabbit e Cinematics; lo spettacolo fuori di testa e strappalacrime, dalle risate, degli EELST; l’energia dei Male Bonding; l’americanaggine dei Band of Skulls, che ricordano tanto White stripes e Kills; la nuova band di Carl Barat, davvero preparata, e le canzoni dei libertines “ballate-urlate” nemmeno fossimo a un concerto dei Libertines; la nuova band dell’ex placebo Steve Hewitt, bravissima; la bravura impressionante degli Invisible; la ricerca di nuovi suoni e atmosfere sognanti da parte di Toro y Moi e Pet Moon; la provolaggine e i balletti sugli Swimming; la gentilezza degli You Say Party e di quella persona sublime che è Adam Ficek; la bonaggine dei KOL e il pacco in primo piano del cantante dei The Whigs; l’eleganza e il fascino di Neil Hannon; la tecnica e l’impegno dei The Notwist; l’amore profondo e che per ogni minima cosa c’è un messaggio su facebook (vero Simo??) per quei Cinque Brutti Cessi e per chi lavora con loro; il delirio post-rock\elettro dei 65daysofstatic in un locomotiv che può fare da sauna; i gruppi italiani tanto carucci, pure questi: Le Altre di B, Matinèe, Heike has the Giggles, Joycut e tutti gli altri…

Ho perso troppe band, ma recupererò prossimo anno: mi basta sapere che vedrò Everything Everything, Foo Fighters, PULP (CAZZO I PULP) e finirò a qualche festival all’estero…
Buon anno X

Ora mi piscio addosso!

Due secondi prima che iniziasse “Blue Blood” ho urlato, e meno male che erano tutti scozzesi gli altri intorno, a Chicca proprio il “Ora mi piscio addosso”.
In realtà non avevo proprio quello stimolo eh, ero solo troppo emozionata. Forse troppo emozionata da farmi venire un attacco d’asma improvviso, e meno male che avevo il ventolin.

Il 30 ottobre sono arrivata qui proprio con Simo:

Questa nella foto è Edimburgo, una città meravigliosa con gente meravigliosa e un freddo impossibile da affrontare.
Risate a non finire, freddo gelido al quale mi sono adattata alla perfezione, pioggia devastante e ballerine ai piedi, arti distrutti, cazzate sparate al secondo: tutto questo fa parte dei 4 giorni nella città scozzese passati con la mia compagna di viaggio, Simo.

Motivo del viaggio solo uno, solo una band: Foals.
“Chi cazzo sono i Foals?” Nel nostro paese non sono conosciuti come all’estero, ma questi hanno tirato fuori l’album più bello del 2010, si girano mezza Europa tra novembre e dicembre, senza venire in Italia, e la loro musica ha fatto ciò che hanno fatto tanti amici in questo periodo per me (=sollevarmi\\sopportarmi\\supportarmi).

Il giorno del concerto è un delirio dietro l’altro. A parte che noi italiani ci presentiamo davanti al luogo dell’evento ore e ore prima, mentre gli scozzesi\inglesi no: le prime persone per il concerto dei Foals al HMV Picture House arrivano 5\10 minuti prima dell’apertura porte e la fila è PERFETTA, senza coglioni che passano davanti, spingono o via dicendo.
Ci sono tre ragazzi italiani in Erasmus che ci danno delle pazze solo perché “il motivo principale del viaggio è il concerto dei Foals”: non saranno gli unici.
Si entra in maniera ordinata e tranquilla nel locale, parecchio largo ma non grandissimo, che verrà riempito completamente prima dell’esibizione dei Toro Y Moi.
Ad aprire le danze ci pensano i PetMoon, band dell’ex puledro Andrew Mears, arrivata al loro quinto concerto.

Il trio di Oxford presenta un Math Rock piuttosto particolare, con ottimi arrangiamenti e una discreta presenza scenica: questi tre ragazzi se la cavano piuttosto bene per essere agli inizi!
Andrew Mears ha una voce singolare che varia da canzone a canzone, a tratti piace tanto ma in altre occasioni un po’ meno, e che si mostra essere un buon frontman.
Dopo tre canzoni dei Kings of Leon, che segnano il passaggio da una band all’altra, sul palco del locale scozzese arriva un altro trio, quello dei Toro Y Moi.

Questa band sperimentale-elettro è davvero molto valida, capace e capitanata da un altro frontman giovanissimo alla voce\synth.
La band crea atmosfere sognanti e poco danzerecce che catturano, e tanto, l’attenzione di chi sta ascoltando: sono veramente bravi, la voce è molto semplice e pulita e le sonorità sono molto suggestive.
Finiscono loro e io inizio a preoccuparmi seriamente.
Prima una sottospecie di attacco di panico che mi fa mancare il respiro, ma per fortuna ho la mia droga che mi aiuta, e poi la frase-titolo del post in questione.
Sto male, di testa, e l’unico posto in grado di gestirmi in quel momento è un manicomio.
Luci basse, fumo maledetto e i magnifici cinque che salgono sul palco. Io e Simo siamo sotto al nano greco, che detta così…

Iniziano con l’intensa Blue Blood e mi sento morire dentro. Sono paralizzata, non riesco a fare niente e solo a metà canzone inizio a cantare.
A un certo punto mi accorgo di essere osservata dall’alto, molto in alto dato che quell’uomo è un vatusso, dal bassista dei Foals, Walter, che mi fissa peggio di un maniaco.
Inizia “Olympic Airways” e la sottoscritta si sblocca: inizio a muovermi e a cantare, insieme a pochi altri dato che l’ambiente al lato sinistro del palco è tranquillo, e noto ancora che quel gigantone mi\ci fissa.
A un certo punto mi sveglio e mi rendo conto di quanto siano bravi Yannis, Jack, Walter, Jimmy e Edwin.
Continua il concerto e ho i brividi seguiti da pelle d’oca perché non realizzo e non posso credere a ciò che stanno facendo questi cinque di Oxford sul palco.
Il loro genere è fuori dal normale: c’è tantissima improvvisazione e tanta tecnica nella loro musica, si potrebbe parlare di progressive rock à la foals ovvero con netti riferimenti all’elettronica ed effetti piuttosto suggestivi.
La presenza scenica è allucinante: anche se ci fosse uno solo di loro su questo palco, riuscirebbe a tenere tra le mani l’intero pubblico della location.
Yannis è un pazzo schizofrenico con una voce MOSTRUOSA e con un corpo pieno di rabbia pronto ad esplodere… Ed esplode alla perfezione dopo Total Life Forever: corre in giro per il locale, fa le scale e arriva sulle balconate, dove vorrebbe buttarsi giù per nuotare tra il pubblico ma la sicurezza lo blocca dato che il posto dal quale vorrebbe buttarsi è troppo in alto; torna giù velocemente per le scale, scivolando e dando una culata a terra (lui già è basso, se poi cade non lo si vede più), ma poi si rialza e torna sul palco per terminare lo sfogo di rabbia (Two Steps Twice). Su Electric Bloom sale sugli amplificatori, non sa come scendere, e poi spicca il volo rischiando di rompersi ginocchia\caviglie; rischia, poi, di ammazzare più volte Jimmy, alla chitarra, col microfono; poi balla, si scatena, salta, urla, picchia su un tamburo come se vorrebbe spaccarlo, strimpella, vorrebbe lanciare qualsiasi cosa per aria, vorrebbe uccidere qualcuno.
Un frontman che va oltre all’essere frontman. E’ geniale. E’ un pazzo.
Vogliamo parlare di Walter al basso? E’ un mostro e segue quell’altro ragazzotto rossiccio che picchia e pesta come se avesse Satana (Dave Grohl) in circolazione nelle sue vene: sicuramente è uno dei migliori batteristi del momento.
Edwin alle tastiere, intanto, crea quelle melodie psichedeliche che farebbero ballare pure un sasso e Jimmy mostra grande tecnica alla chitarra, si muove tanto e rischia la morte più volte.
Spanish Sahara è la canzone del 2010, intensa e un crescendo di emozioni: si urla e,allo stesso tempo, vedo gente che si asciuga le lacrime e poga (Sì, nel mezzo si poga ma non è come il massacro in Italia).
Prima di Two Steps Twice, che chiude il concerto, arriva una delle due canzoni inaspettate, ovvero Hummer (l’altra è What Remains che mi fa paralizzare di nuovo): Hummer è meravigliosa, ma quei grandissimi pirla dei back-vocalist si sono dimenticati del “shine like million”.
Il concerto dei Foals si rivela un’esplosione, a livello vocale-strumentale e corporeo, intensa caratterizzata da armonie e ritmi a tratti leggeri e, altri, molto coinvolgenti e ricchi di emozioni tutte diverse, urlate a pieni polmoni da quel FRONTMAN che fa PAURA tanto che è bravo.
L’età media è di 26 anni: trovare un gruppo che a ventisei anni fa concerti con un’energia del genere è davvero raro.
Live, quasti puledri selvaggi, sono una band superlativa e con un carisma unico, ai livelli di altri gruppi che fanno musica e concerti da anni e anni.
Band da rivedere e che fa venire la pelle d’oca.
Mi verrebbe quasi da dire che su album i Foals fanno veramente schifo rispetto al live: se non avete visto i Foals in concerto, non potete capire.

Setlist
1.Blue Blood
2.Olympic Airways
3.Total Life Forever
4.Cassius
5.Balloons
6.Miami
7.After Glow
8.2 Trees
9.What Remains
10.Spanish Sahara
11.Red Socks Pugie
12.Electric Bloom
Encore:
13.The French Open
14.Heavy Water \ Hummer
15.Two Steps, Twice